mercoledì 6 maggio 2009

Migrazione

RealismoEnergetico si trasferisce su Chicago-Blog, il nuovo blog dell'Istituto Bruno Leoni diretto da Oscar Giannino. Ringrazio tutti quelli che mi e ci hanno seguito su RE e vi do appuntamento a Chicago.

domenica 19 aprile 2009

Iride. Il paradosso della contendibilità incontendibile

La tensione tra il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e quello di Genova, Marta Vincenzi, sul controllo pubblico di "Irenia" - il gruppo che dovrebbe nascere dalla fusione di Iride ed Enìa - ha ormai ampiamente superato i livelli di guardia, nonostante qualche cauto tentativo di ricucire. Ieri, sulla Stampa Luca Fornovo e Beppe Minello hanno accreditato le indiscrezioni diffuse da Quotidiano Energia, secondo cui la Mole sarebbe pronta a rompere l'alleanza con la Lanterna. Oggetto del contendere, la clausola sul mantenimento del 51 per cento della nuova compagnia in mani pubbliche, che Vincenzi vuole nello statuto, mentre secondo Chiamparino è garantita a sufficienza dai patti parasociali e che, nel lungo termine, rischia di essere più un ostacolo che un elemento di vantaggio. L'esito della vicenda dipende essenzialmente da due variabili: una di natura politica (Vincenzi avrebbe ceduto al diktat di Rifondazione e Italia dei Valori, ma lo stesso Chiamparino avrebbe problemi con l'ala sinistra della sua maggioranza), l'altra strategica. Infatti, per rompere il primo cittadino torinese deve anzitutto ottenere una revisione dello statuto di Fsu (la joint venture paritaria dei due comuni che ha il 58 per cento di Iride e avrà il 36 per cento di Irenia), e poi tessere un rapporto con gli enti locali emiliani azionisti di Enìa, che avranno il 23,6 per cento di Irenia. Se entrambi questi tasselli fossero sistemati, la manovra di Vincenzi finirebbe per ritorcersi contro di lei, e sarebbe una dimostrazione di grande dilettantismo, come ho sostenuto sul Secolo XIX. All'attacco di Chiamparino, Vincenzi replica oggi con un'intervista a Gilda Ferrari del Secolo XIX e alcune dichiarazioni alla Stampa e al Sole 24 Ore, da cui traspare la debolezza del suo gioco. Da un lato, infatti, dice che la pretesa che il 51 per cento del gruppo resti pubblico "non toglie nulla alla contendibilità" - dichiarazione assurda, perché se lo statuto impone che il pacchetto di maggioranza dell'azienda sia posseduto da attori pubblici, non c'è spazio alcuno per un mutamento dei rapporti di forza che non passi per le stanze della politica. Dall'altro, ribadisce che la questione della contendibilità riguarda solo il servizio, che "dovrà essere messo a gara", mentre è per lei essenziale che le reti "dovranno rigorosamente restare in mano pubblica". Questa è un'affermazione surreale non solo perché è discutibile che la proprietà pubblica delle reti sia un elemento di garanzia e non di immobilismo, ma anche e soprattutto perché la pubblicità delle reti è un obbligo di legge imposto a chiare lettere dal disegno di legge 112 del 2008, art. 23 bis, comma 5, che fa piazza pulita dei (remoti) dubbi in merito lasciati dalla normativa precedente (me ne sono occupato con Federico Testa in questo articolo sul Sole 24 Ore e, più ampiamente, sulla rivista Management delle Utilities). Vincenzi sostiene, correttamente, che le nuove disposizioni entreranno in vigore solo allo scadere delle concessioni vigenti, che avverrà nel prossimo paio di anni, ma sarebbe ridicolo pensare che un attore privato potesse subentrare (anche ammesso che gli attuali proprietari delle reti, che nel caso di Iride ed Enìa sono a controllo pubblico e lo saranno per un po' a prescindere dall'introduzione della clausola nello statuto) sapendo che non farebbe neppure in tempo a concludere il deal, che dovrebbe immediatamente cedere le reti agli enti locali interessati. E, in ogni caso, se si tratta di un problema di gestione della transizione, non si capisce perché i patti parasociali, che in merito sono ahimé chiarissimi, non possano bastare. La posizione della Vincenzi è, dunque, fragile e incomprensibile, ma soprattutto rischia di pregiudicare una futuribile evoluzione nella direzione della concorrenza e del mercato, cristalizzando gli assetti proprietari e trasformando sempre più queste operazioni di fusione, teoricamente necessarie a conseguire delle efficienze e delle sinergie, in semplici e inutili (ai fini industriali) operazioni di somma. Cioè: cambiare tutto perché ciascun ente locale mantenga il controllo diretto sui pezzetti di suo interesse.

Se i ghiacciai non si sciolgono abbastanza, riciclate le foto

Le foto costano, l'allarmismo è gratis. La soluzione razionale per l'ecologista socialmente impegnato ma col braccino corto, è economizzare sulle prime, come dimostra il blog Watts Up With That. Anche noi, nel nostro piccolo, avevamo sgamato il Corriere della sera, con un divertente Focus di Luigi Mariani.

venerdì 17 aprile 2009

Vincenzi-Chiamparino 1-0. Perde il mercato

La fusione tra Iride ed Enìa darà vita all'ennesimo carrozzone pubblico. Il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, ha ceduto alle pressioni del primo cittadino genovese, Marta Vincenzi, che vuole inserire a tutti i costi nello statuto del nuovo gruppo (e non solo nei patti parasociali che legano i due principali azionisti) una clausola secondo cui il 51 per cento del capitale deve restare in mani pubbliche. Chiamparino aveva più volte sottolineato come fosse interesse della società crescere e crescere bene, e che coerentemente i comuni avrebbero dovuto comportarsi da azionisti disposti a diluire il proprio controllo, pur di partecipare a un'impresa più solida e più forte. Purtroppo, Vincenzi e la sua maggioranza si sono impuntati, e adesso alcune voci (riferite da Quotidiano Energia) raccontano che Torino avrebbe solo apparentemente gettato la spugna, essendo in realtà pronta a mandare tutto all'aria per, si direbbe se fosse un matrimonio, incompatibilità caratteriale. Le tensioni tra i due comuni arrivano al termine di un'esperienza non proprio di successo, visto che Iride ha avuto seri problemi di governance, e si aggiungono al disastro di A2A e al terremoto dentro Acea, che hanno spinto molti - tra gli altri, Carlo Scarpa e Goffredo Galeazzi - a denunciare il ritorno del "neosocialismo municipale", che per la verità non se ne era mai andato. Il problema è che non solo la partecipazione degli enti pubblici all'azionariato delle utilities crea enormi problemi, se non altro potenziali, visto il ruolo che tali enti hanno nella regolazione dei monopoli tecnici che, non di rado, sono verticalmente integrati nelle municipalizzate stesse, ma anche, a questo punto, attuali. Se i comuni non volessero esercitare in modo pesante e invasivo il loro peso - come hanno fatto Roma con Acea, e Milano-Brescia con A2A - non avrebbero motivo di mettere a repentaglio operazioni industriali che tutti ritengono, teoricamente almeno, utili e sensate. Il problema è che i comuni non vogliono solo i dividendi (cosa pure tutt'altro che limpida), ma pretendono di disporre liberamente delle nomine sulle poltrone che contano (e che sono ben retribuite) e, presumibilmente, delle strategie aziendali. Se gli attori giocano col guinzaglio, al tempo stesso subendo abusi e godendo di privilegi da parte dei loro azionisti, come si può credere o pretendere che la concorrenza funzioni?

giovedì 16 aprile 2009

RWE in Turkmenistan

Se n’era parlato più diffusamente qui. Ora RWE, il secondo colosso energetico più grande di Germania e partner del progetto per la costruzione della pipeline Nabucco, tenta di accelerare i tempi dell’affrancamento turkmeno dalla Russia. Con l’intesa raggiunta oggi ad Ashgabat, ai tedeschi sono stati accordati i diritti per l’esplorazione dei giacimenti di gas nel Mar Caspio. Tra le possibilità allo studio anche un gasdotto che giunga in Europa proprio via Mar Caspio.

Soldi soldi soldi

La leadership europea sul clima? Questione di soldi. "L'Ue è leader del dibattito internazionale - ha detto il ministro dell'Ambiente ceco, Martin Bursik, in qualità di presidente di turno al termine di una riunione coi colleghi provenienti dagli altri Stati membri - Vogliamo tener duro e offrire una posizione di leadership anche agli Usa". Aggiungendo: "senza un pacchetto finanziario, difficilmente avremo successo a Copenhagen... Senza soldi non si va da nessuna parte. No money, no deal". Non risultano prese di distanza da alcuno dei suoi colleghi, né quelli ritenuti meno sensibili alla questione ambientale, né coloro che invece la bandiera verde la sventolano in ogni occasione. Nell'ingenuo candore di Bursik c'è una grande verità, che però raramente viene a galla in tutta la sua crudezza. Quando si dice clima, si intende soldi; e quando si dice politiche climatiche, si intende redistribuzione delle risorse. Il nodo essenziale da sciogliere è dunque se le politiche che si vogliono adottare siano (a) utili e (b) efficienti. Poiché c'è una grande evidenza che, almeno per quel che riguarda l'Europa, non siano né l'una né l'altra cosa, sarebbe opportuno partire da qui per immaginare una strategia più sensata ed efficace. Altrimenti, resta il sospetto - più del sospetto, in verità - che l'interesse per il futuro del pianeta sia inferiore a quello per il grasso che cola dalle politiche del clima.

lunedì 13 aprile 2009

George W. Obama / Spot the differences

Si moltiplicano gli elementi di continuità tra George W. Bush, su politica estera, guerra al terrorismo, ambiente e clima. Oltre, naturalmente, al Piano Geithner, che è la prosecuzione del Piano Paulson con altri mezzi. Comunque, questo articolo di Roberto Menotti mi ha spinto a scrivere questo, dove sviluppo alcune riflessioni disordinate che avevo avviato su questo blog, e in particolare qui e qui. Le somiglianze tra l'ex presidente e il nuovo inquilino della Casa Bianca - al netto di differenze che naturalmente ci sono e nessuno vuole negare, per esempio nella retorica o sui temi "eticamente sensibili" - stanno tra l'altro divenendo oggetto di una vasta letteratura. Ne aveva scritto, in relazione alla guerra al terrorismo, Christian Rocca, mentre Giuliano Ferrara aveva riscontrato vari punti di contatto all'indomani del discorso di Obama a Baghdad. Ulteriori elementi li ha evidenziati Jackson Diehl sul Washington Post, ma il vero "pezzo forte" è, IMHO, l'analisi di Christian Brose, senior editor della rivista Foreign Policy (che ospita l'intervento) e, soprattutto, ex speech-writer di Condoleeza Rice. Unite i puntini e vedete voi se chiamarle coincidenze.