lunedì 19 maggio 2008

Opinioni in libertà

Un po' fuori stagione l'articolo di oggi sull'Opinione dedicato alla qualità dell'aria nelle nostre città. Ma i contenuti sono quelli classici:
1) "Le città sono malate di traffico con la inevitabile conseguenza che l’aria diventa sempre più irrespirabile"
2) "L’adozione dei provvedimenti antismog tampone, come il blocco della circolazione alle automobili o l’adozione della circolazione a targhe alterne, potrebbero non essere più sufficienti"
3) "C’è bisogno invece di drastici interventi per il risanamento dell’aria e provvedimenti idonei a contrastare l’inquinamento"
4) "Bisogna investire in strutture per la mobilità sostenibile e per un trasporto pubblico efficiente e di qualità"
Ma non è vero. Ripetiamolo ancora una volta:
1) L'aria nelle nostre città non è mai stata così buona come oggi
2) Investire in trasporto pubblico, car sharing, taxi collettivi, intermodalità serve a molto poco. Tutti questi provvedimenti comportano minime riduzioni del traffico privato
3) Le emissioni continueranno a ridursi grazie al rinnovo del parco circolante
Leggeremo mai opinioni non separate dai fatti?

Chi incassa la rendita petrolifera in Italia? (con una risposta a nFA)

La minaccia di Giulio Tremonti ("pensiamo che qualche sacrificio debbano farlo banche e petrolieri") suona di populismo lontano un miglio, ma potrebbe anche nascondere il concreto rischio di un aumento delle tasse. La tesi del ministro dell'Economia è che la bolla petrolifera attualmente in corso (*) determini una extra-rendita per i petrolieri, e che questa debba essere almeno parzialmente incamerata dallo Stato a favore dei cittadini. Questo, nel mondo di Giulio oltre lo specchio. La realtà è, a seconda dei punti di vista, più complessa e più semplice. La cosiddetta rendita petrolifera (è un termine scorretto e fuorviante, ma continuerò a utilizzarlo per comodità) è confinata al segmento upstream. In pratica, la incassa chi ha i pozzi.

Visto che l'unico petroliere italiano ad avere pozzi significativi è l'Eni (ok, c'è anche qualcun altro in Basilicata e ci sono i piccoli qui e là), una tassazione sulla rendita petrolifera sarebbe più che altro una partita di giro. Oggi, lo Stato incassa la sua parte (senza particolare beneficio per i cittadini) attraverso i maxidividendi della compagnia pubblica; all'altro modo la otterrebbe per via fiscale. Per le finanze pubbliche non farebbe una gran differenza, e neppure per l'Eni, che nell'un caso come nell'altro dovrebbe sacrificare gli investimenti in esplorazione (con seri problemi per le sue prospettive di lungo termine, come hanno evidenziato, tra gli altri, Orazio Carabini e Massimo Mucchetti). Oddio, ci sarebbe un effetto in prospettiva: l'aumento delle imposte sull'upstream scoraggerebbe le attività estrattive da parte dei soggetti diversi dall'Eni, con un'ulteriore contrazione della concorrenza nel settore. L'Italia è un piccolo paese produttore, ma - col Wti sopra i 127 dollari - ogni goccia di greggio è benvenuto. Comunque, su tutte queste cose - e sul rapporto tra i prezzi italiani di benzina e gasolio e quelli europei - è pienamente condivisibile l'analisi di Giulio Zanella su noise From Amerika.

Dove non mi trovo d'accordo con Zanella è sulla conclusione: "se vogliamo tassare i petrolieri perché hanno guadagnato così tanto dall'aumento dei prezzi (nulla da obiettare: se poi questo avesse la conseguenza involontaria di stimolare lo sviluppo di fonti alternative, allora sarebbe anche una buona notizia) in base allo stesso principio è anche lo stato a dover stringere un po' la cinghia". Non mi trovo d'accordo per due ragioni.

1. Non capisco bene cosa Zanella voglia tassare. Visto che lui stesso ci ha spiegato che le imposte sull'upstream (cioè sulla rendita petrolifera di Tremonti) in Italia avrebbero poco o nessun effetto, forse si riferisce al downstream. Ma il downstream è in (relativa) sofferenza (tranne le raffinerie), come sempre accade quando i prezzi del greggio sono alti. E, in ogni caso, non sarebbe difficile per le compagnie trasferire quasi integralmente la tassazione aggiuntiva al consumatore, col risultato che, di fatto, la "redistribuzione della rendita" si trasformerebbe in un aumento della tassazione (nel breve termine, la domanda è rigida e l'offerta è relativamente elastica: in queste condizioni gran parte dell'incremento della pressione fiscale può essere shiftato).

2. Ancora meno condividuo l'auspicio che il gettito della tassazione venga utilizzato per incentivare (ancora!!) le fonti rinnovabili. Le cosiddette fonti verdi godono di una mole ingiustificata di sovvenzioni: i certificati verdi, il Cip6, le quote di emissione e le accise (gli ultimi due non sono finanziamenti diretti), eccetera (#). Per non dire dell'autentico scandalo del conto energia, che valorizza a 44 centesimi il kWh fotovoltaico, contro un prezzo di mercato di circa 13. Creando, così, una duplice e perversa forma di redistribuzione: mentre la totalità della popolazione (compresi i poveri, anzi, soprattutto loro) è costretta a pagare via tariffa, i cosiddetti sviluppatori e gli installatori si mangiano la loro bella fetta, e l'altra fetta se la mangiano i ricchi con la villa ben esposta al sole. Tutti i lettori che vivono in un appartamento, magari all'ombra, stanno pagando le pompe della piscina dei paperoni.

Tutto questo mi conduce a una, non sorprendente, conclusione: tassare la "rendita petrolifera" è sbagliato e controproducente. In un paese come il nostro, forse sarebbe più opportuno discutere di riduzione del carico fiscale.

(*) Mia opinione: i prezzi continueranno ad aumentare fino alla fine dell'estate (forse con una flessione a giugno) in corrispondenza con la driving season, che metterà sotto pressione le raffinerie europee e americane e farà crescere all'inverosimile la domanda di greggi di buona qualità (i sauditi continueranno ad avere in giacenza vagonate di olio sour, che nessuno vorrà pigliarsi). Dopo l'estate, però, i prezzi potrebbero gradualmente scendere. L'assunzione critica dietro questa sensazione (non la chiamerei previsione) è che la crisi finanziaria sia a sua volta destinata a rallentare, nei prossimi mesi, e che anche alla Fed salirà la domanda di camomilla. In caso contrario, l'olio continuerà ovviamente a salire.

(#) Sul Corriere economia, il capo del Wwf Enzo Venini propone cinque ragioni per dubitare del nucleare. Mi stupisco che un uomo della sua intelligenza non si renda conto che gli stessi argomenti possono essere utilizzati, e a maggior ragione, contro i sussidi alle rinnovabili, il solare in particolare.

domenica 18 maggio 2008

Fallimenti del mercato

Intervistato sul Sole 24 ore in merito all’aumento del costo del petrolio, Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, dichiara: «siamo di fronte a un caso scolastico di fallimento del mercato».
Quando gli viene chiesto perché, continua: «perché quando hai i senatori democratici americani che propongono una legge per valutare se c'è stata una speculazione del mercato vuol dire che la tentazione di regolare i mercati è forte, troppo forte per resistere».
Ora, tutti sappiamo che i fallimenti del mercato sono uno degli escamotages inventati dagli economisti per giustificare l’intervento pubblico. Solitamente, questi economisti cercano di giustificare quando e perché ci sia un fallimento del mercato che richieda l’intervento statale. Nell’articolo del Sole, invece, il meccanismo invece è circolare: c’è un fallimento del mercato perché lo stato vuole intervenire! Sarebbe come a dire che c’è un tumore perché l’oncologo ha voglia di operare…
Senza contestare la teoria generale dei fallimenti del mercato, che pure è tutt’altro che solida, vediamo più attentamente i punti d’analisi.

Il cartello.
Questo è un esempio banale di fallimento del mercato. e diventa ancora più banale quando si parla di petrolio: l’Opec. L’Opec è un cartello dichiarato, è formato da petrolieri avidi, e per di più mediorientali: come si fa a non odiarli? Peccato che da quando è in piedi, non sia riuscito una volta a tener fede alle dichiarazioni cartellistiche: troppo forte l’incentivo a “scartellare”. Non a caso, a Microeconomia – corso introduttivo, è l’esempio scolastico non della pericolosità dei cartelli, ma della loro instabilità (a causa del dilemma del prigioniero).

La guerra
Sicuramente la guerra è una brutta cosa. Sicuramente l’instabilità geopolitica del Medioriente rende più difficile il funzionamento del mercato. Ma non è un fallimento del mercato: è un fallimento della politica, della diplomazia, del genere umano, financo. È una causa esogena, non un fallimento del meccanismo di coordinamento delle attività umane che è il mercato. Sarebbe come a dire che se in seguito ai bombardamenti la gente muore è un fallimento della medicina moderna.

Investimenti
Tabarelli continua spiegando che i paesi produttori, una volta nazionalizzate le imprese, hanno perso la possibilità di usufruire della tecnologia estrattiva più avanzata, controllata dai paesi occidentali. Verissimo. Sarebbe forse più corretto dire che nazionalizzando i pozzi di petrolio, questi paesi hanno impedito la gestione da parte delle imprese più efficienti e l’hanno affidata a dei, ehm, “campioni nazionali”: ma è un fallimento del mercato o della politica?

La peste verde
Le chiacchiere ambientaliste con cui i governi dei paesi occidentali, ed in particolare l’utopica Europa del 20-20-20, amano trastullarsi stanno dando informazioni sbagliate ai produttori: fanno credere che fra qualche anno non avremo più bisogno di petrolio, e «per questo stanno spremendo quello che si può spremere per ricavare più possibile da ciò che hanno». Che l’idea di sopravvivere con i biocarburanti o l’idrogeno (e per trasformare l’idrogeno in una fonte di energia non bastano maggiori investimenti e più ricerca: bisogna abolire la seconda legge della termodinamica) sia una follia è vero. Ma, ancora una volta, chi ci ha infilati in questa follia? Il mercato, o la politica che sta drogando il mercato con decenni di incentivi all’energia verde?

Il costo marginalmente basso
Uno dei motivi per cui il caro-prezzi energetico, che si riverbera su tutti gli altri settori produttivi, è un fallimento del mercato è perché… «la benzina costa ancora meno dell'acqua. Considerando anche la tassazione elevata, il costo è ancora marginalmente basso... ». L’osservazione si commenta da sé.


Il prezzo del petrolio sta salendo. E salirà ancora, probabilmente, perché la domanda aumenta. Non è il mercato che può ridurre la domanda - a meno che non vogliamo augurarci che si personifichi e vada ad ammazzare un qualche miliardo di asiatici in paesi che stanno crescendo ed, orrore!, vogliono la macchina e l’elettricità in casa come noi. Il mercato non può nemmeno moltiplicare i pozzi di petrolio. Tutto quello che può fare è comunicare, attraverso i prezzi, ai produttori che c’è più gente che vuole questi prodotti: e lo sta facendo benissimo. È colpa del mercato se una serie di cause politiche non rendono possibili gli investimenti? È colpa delle sette sorelle se non gli vengono concessi i permessi per fare il loro lavoro ed aumentare l’offerta?

Qualche giorno fa, alla presentazione di un bel libro del prof. Clò, qualcuno ha detto che non possiamo fare affidamento sul mercato, per assicurarci la sicurezza energetica, perché basta un nulla per farlo crollare. L’esempio utilizzato era l’uragano Katrina, che ha allagato alcuni stabilimenti di raffinazione, mettendo in ginocchio la produzione americana. Ovviamente, se l’uragano si fosse chiamato Natasha ed avesse colpito gli stabilimenti dell’Unione Sovietica dei bei tempi, questi non si sarebbero allagati…
Anche in questo caso, invece, il mercato è stato impeccabile: aumentando i prezzi dell’energia, ha subito attirato investimenti e permesso di risistemare gli impianti in meno di due mesi.
Cosa vogliamo di più, per dichiarare che non c’è un fallimento del mercato? Che impedisca il maltempo?

Crossposted@liberalizzazioni

Elettricità, le voci del caro-fattura

di Jacopo Giliberto, Sole 24 ore
L'energia costa troppo, si cercano strade per limare il prezzo del chilowattora, c'è chi sostiene i vantaggi economici del carbone e chi immagina il ricorso al nucleare. Intanto nella bolletta elettrica, insieme con la corrente, ogni consumatore senza saperlo finanzia la Thyssen Krupp per le acciaierie di Terni. Ma un sottocosto speciale, pagato da tutti i consumatori, c'è anche per le Ferrovie dello Stato e i due stabilimenti Alcoa (alluminio) in Sardegna e a Marghera. Queste tariffe sottocosto ad alcune (e solamente alcune) aziende sono pagate dai consumatori 520 milioni. E poi i contributi per finanziare la corrente delle piccole isole, non collegate alla grande rete italiana. Nella bolletta elettrica si finanziano gli incentivi all'energia da fonti rinnovabili, 3,16 miliardi. E 520 milioni il nucleare che non abbiamo. Uno sconto elettrico alla grande industria che fa contratti di "interrompibilità". Per la ricerca e l'innovazione, nel 2008 pagheremo 60 milioni. E ancora le tasse, quasi il 14% del prezzo finale del chilowattora.
Sono più di una dozzina le voci nascoste della bolletta elettrica. Eredità di un passato monopolista, quando lo Stato era l'Enel e l'Enel era lo Stato, quando l'incentivo a una o all'altra fabbrica (in genere anch'essa di Stato, come lo erano le acciaierie di Terni o l'alluminio) era deciso dal Governo.
A dispetto della liberalizzazione, oggi per una famiglia classica i costi più propriamente elettrici pesano per l'80% della fattura. Secondo le stime dell'Autorità dell'energia, l'approvvigionamento (cioè quanto spendono le società elettriche per produrre i chilowattora) è il 64%, mentre la tariffa per la rete (il trasporto) e la misurazione (i contatori, i "letturisti" che bussano alla porta di casa e così via) sono il 13,9% della bolletta. Le imposte sono il 13,9% e gli oneri generali (quelle voci stravaganti accennate qui sopra) sono l'8,2%.
L'Autorità dell'energia, dove può sfòrbicia. Un poco alla volta, in cinque anni ha tagliato del 20% le tariffe di trasporto, misura e distribuzione. Non ha potuto intervenire sulle voci obbligate dalla legge, come il nucleare, gli incentivi e gli sconti pagati ad alcuni dagli altri consumatori. Nel frattempo, mentre l'Autorità limava le unghie alle bollette, il petrolio dava zampate con gli artigli.
Per avvicinare il costo del chilowattora ai veri costi di produzione, l'Autorità dell'energia ieri ha annunciato un nuovo sistema di calcolo del prezzo della corrente, che partirà con l'anno nuovo. Dal 2010 tutti i consumatori avranno le tariffe biorarie, con sconti sul chilowattora consumato di notte, nei weekend e in agosto, quando la domanda è bassa e le quotazioni alla Borsa elettrica sono meno infocate.
Tra gli oneri c'è il contestatissimo incentivo Cip6, che aiuta soprattutto le centrali elettriche delle raffinerie di petrolio, e ci sono gli "stranded cost" della liberalizzazione, che si traduce nel sovraccosto dovuto all'inghippo in cui era incappata una dozzina di anni fa l'Enel per approvvigionarsi di metano. L'Enel aveva stipulato un contratto vincolato di fornitura di gas liquefatto in Nigeria, aveva provato a costruire il rigassificatore a Montalto di Castro, poi tutto era finito in una bolla. Ma il gas era da pagare comunque, e con una complessa e costosa triangolazione si è riusciti a fa arrivare quel metano in Italia. Lo scherzetto nigeriano costa quest'anno 210 milioni.
Nella voce nucleare si pagano la Sogin per smantellare le centrali, si danno 0,02 centesimi al chilowattora per risarcire i comuni che ospitano scorie atomiche e sono state saldate le aziende che stavano costruendo le centrali bloccate dal referendum dell'87 (15mila miliardi di lire). La componente nucleare vale 0,18 centesimi per un gettito di circa 520 milioni di euro ma, di questi, 100 milioni sono prelevati direttamente dall'Erario per altri scopi.
Poi ci sono i (giustissimi) incentivi alle fonti rinnovabili, e quelli per gli impianti fotovoltaici. Costosi ma indispensabili. Tra Cip6 e fonti rinnovabili gli italiani pagano quest'anno circa 3.160 milioni.
Ogni tanto, i Governi si sono provati a ritoccare queste voci. Apriti cielo. Un caso per tutti: la Thyssen Krupp ha minacciato di chiudere l'acciaieria e a fine gennaio, quando contro l'incentivo è intervenuta perfino l'Unione europea, il Governo italiano è dovuto intervenire a Bruxelles in difesa della Thyssen Krupp.

giovedì 15 maggio 2008

Energia: parte il Festival

Da domani sarò a Lecce per il primo Festival dell'Energia. Se possibile, seguirò in liveblogging alcuni degli eventi (se sarà disponibile copertura wireless).

mercoledì 14 maggio 2008

Turmes contro Turmes

Claude Turmes - importante esponente verde all'europarlamento e relatore della proposta di direttiva sulle fonte rinnovabili - ha rilasciato una interessante intervista nella quale dice molte cose interessanti e giuste. Turmes ha ragione nel denunciare la confusione della proposta di direttiva della Commissione in relazione al trading di certificati di origine sulle rinnovabili. Aggiungo che è assurdo limitare in qualunque modo e forma il trading - che in questo caso, a differenza che in quello della CO2, a mio avviso è la soluzione più efficiente - o porre dei limiti all'installazione di fonti rinnovabili certificate fuori dai confini dell'Ue. Dopo tutto, quello che conta (ai fini del raggiungimento del target) è che il 20 per cento dell'energia consumata in Europa sia rinnovabile: che differenza fa se viene generata in Francia oppure in Turchia?

Un secondo punto toccato da Turmes - e che condivido totalmente - è questo: "sarei molto cauto con l'obiettivo del 10 per cento di biocarburanti. Penso che stiamo correndo verso qualcosa che non è ancora ben compreso. Nel mio rapporto propongo di abbandonare questo target". Sulla cosa sono talmente d'accordo che l'avevo scritta nel 2006, anche se all'epoca ancora non si parlava di un obiettivo tanto ambizioso (o stupido). Però mi e vi chiedo: da cosa nasce la politica dei biocarburanti? La risposta è semplice: nasce dall'interesse congiunto degli amici di Turmes, cioè i movimenti ecologisti europei, e delle lobby agricole. Gli uni scioccamente appoggiano acriticamente tutto ciò che ha un prefisso come eco- oppure bio-, senza prendersi la briga di metterci il naso. Gli altri intelligentemente hanno colorato di verde i sussidi che da decenni mantengono artificialmente gonfi i loro portafogli. Ora, a me va bene che Turmes e gli ambientalisti cambino idea: ma sarebbe opportuno ammetterlo (come faccio io quando mi capita di cambiare idea, e come fanno tutte le persone perbene: mica è un reato, cambiare idea). Inoltre, i movimenti verdi non dovrebbero solo ammettere pubblicamente di essersi sbagliati: dovrebbero anche riconoscere le loro enormi responsabilità nell'avviare una politica europea da cui, oggi, vedo poche vie d'uscita.

Infine, sebbene non ne parli in quest'intervista, Turmes si fa portatore di altre due proposte, da cui dissento invece nella maniera più radicale. La prima: garantire l'allacciamento alla rete delle fonti rinnovabili senza costi, anche quando questo comporta la realizzazione di rami di reti ad hoc. Ovviamente in questo modo si falsano ulteriormente i costi delle fonti energetiche e si scarica in tariffa quello che invece è, a tutti gli effetti, una componente del costo industriale di queste tecnolgie. Vedi alla voce: sussidio mascherato. La seconda proposta è di stabilire dei target intermedi per il raggiungimento dell'obiettivo del 20 per cento di rinnovabili. La logica di Turmes è chiara - il suo timore è di andare avanti fino a un attimo prima del 2020 con promesse e pacche sulla spalla, mentre lui vuole fatti. Ma bisogna anche tener conto che, da un punto di vista pratico, la capacità di mettere in funzione nuove fonti energetiche dipende, più che dalla propensione a investire delle aziende (che c'è, almeno finchè gli investimenti in rinnovabili saranno sussidiati come lo sono oggi), dalla lentezza delle procedure di autorizzazione. Se ci vuole un anno per la posa di un campo eolico, ma tre anni per l'autorizzazione, porre dei target - diciamo - a due anni è assurdo, perché essi verranno sistematicamente mancati, senza colpa di nessuno degli attori che poi sarebbero chiamati a pagarne le conseguenze.

lunedì 12 maggio 2008

A proposito di bus ecologici

Non voglio generalizzare. Tant'è.