domenica 30 dicembre 2007

Europa 2008: l'energia tra scelte incerte o sbagliate

Il 2007 dell’energia sarà probabilmente ricordato come l’anno in cui il petrolio lambì quota 100 dollari – un traguardo mai raggiunto (sebbene, in termini reali, resti al di sotto del picco dei primi anni ’80). Servirà a poco ricordare che il principale driver del caro-greggio è del tutto esogeno, ed è la debolezza del dollaro, che secondo alcuni spiega almeno 20-25 dollari del prezzo del barile. In ogni caso, questo scenario trascina verso l’alto il valore di tutte le materie prime energetiche e, di conseguenza, di prodotti quali i carburanti, il gas e l’elettricità. Ciononostante, il mondo pare reggere piuttosto bene la “crisi” e quindi, a ben vedere, non è su di essa che dovrebbe concentrarsi l’attenzione di chi voglia trarre un primo bilancio.

Neppure dal punto di vista delle negoziazioni ambientali si sono osservati mutamenti imprevisti. Bali, che per gli entusiasti avrebbe dovuto partorire la cornice per il post-Kyoto (ormai nessuno lo chiama più Kyoto 2, come andava di moda dire fino all’anno scorso), non ha prodotto nulla se non le consuete divisioni. E la causa prima del fallimento annunciato è la testardaggine europea nel proporre una strategia – quella degli obiettivi vincolanti di breve termine – che nessuno condivide.

Questo conduce a quella che è la vera notizia energetica del 2007, almeno per chi sia condannato a subirne gli effetti, ossia la determinazione del Consiglio europeo di primavera a fissare i cosiddetti obiettivi del 20-20-20 (20 per cento meno emissioni rispetto al 1990, 20 per cento meno consumi rispetto al tendenziale, 20 per cento rinnovabili sul consumo totale, tutto entro il 2020). Gli obiettivi sono stati adottati, per quel che è dato conoscere, senza alcuno studio preliminare sulla fattibilità o sui costi. Si tratta di uno slogan, ma uno slogan vincolante è uno slogan pericoloso. A destare preoccupazioni non sono solo la portata del cambiamento in un lasso di tempo così breve (12 anni), o l’entità della bolletta che i consumatori europei saranno chiamati a pagare. Più ancora di tutto ciò, due fattori sono pericolosi. Il primo riguarda gli incentivi che la Commissione – da cui ci si attende una direttiva per fine gennaio – manderà agli attori economici. Un approfondito studio di Alberto Clò e Stefano Verde, pubblicato sull’ultimo numero della rivista Energia, spiega che il combinato disposto degli obiettivi previsti nella Nuova Politica Energetica (Nep) “comporta nel 2020 un minor fabbisogno delle altre fonti tradizionali per 430 milioni di Tep (-25,6 per cento)”. In particolare, “il gas metano, che in base alle previsioni tendenziali avrebbe dovuto conoscere la maggior crescita assoluta passando dai 445 milioni di Tep del 2005 a 556 milioni di Tep (+25 per cento), nel caso programmato dovrebbe invece ridursi dell’11 per cento” (questi valori sono calcolati sulla base di un obiettivo di riduzione del 20 per cento dei consumi primari, mentre sembra che la Commissione imporrà il target rispetto al consumo finale, ma l’ordine di grandezza non è destinato a cambiare). Quindi,
l’aspetto centrale e più critico è se e in che misura debbano rivedersi verso il basso i fabbisogni che fino al 7 marzo 2007 erano ritenuti indispensabili e imprescindibili nello sviluppo delle infrastrutture e delle forniture per assicurare piena copertura della domanda in condizioni di competitività e sicurezza. Nell’ipotesi di un pieno raggiungimento degli obiettivi di Berlino, l’attuale dotazione di infrastrutture e di forniture di metano risulterebbe, infatti, assolutamente idonea a fronteggiare il livello dei futuri consumi, mentre il mancato raggiungimento degli obiettivi richiederebbe sin d’ora, come d’altra parte sta avvenendo, l’accelerazione degli investimenti.
Detto in termini più triviali: servono ancora i rigassificatori? Un’ulteriore questione riguarda la cornice istituzionale che dovrà sorreggere un simile mutamento strutturale del settore energetico in Europa. Fino a che punto una politica europea instabile, imprevedibile, e che demanda al pubblico scelte di indirizzo fondamentali (che vanno dal controllo della domanda alla pianificazione dell’offerta) è compatibile con le liberalizzazioni? Non solo tale domanda è finora restata senza risposta da parte delle autorità europee, ma neppure la Commissione pare essersi posta il problema. E questo, più ancora del merito delle decisioni, ci fa temere che il sentiero europeo condurrà dove tipicamente vanno le strade lastricate di buone intenzioni.

domenica 23 dicembre 2007

giovedì 20 dicembre 2007

Antitrust: accettati gli impegni delle compagnie petrolifere

Come anticipato, l'Antitrust ha accettato gli impegni delle compagnie. La collusione, che pure non è mai esistita o almeno non è mai stata provata, come mai è stato provato che i consumatori siano stati danneggiati, adesso ufficialmente non esiste più. Gli impegni sono a tratti interessanti, ma privi di legame con l'accusa, e questo tanto per sottolineare il populismo del Garante. Lo scontro ha evidentemente un vincitore (Antonio Catricalà) e un vinto (l'Eni, che è stata costretta, lo ripeto: costretta). Ma vinto è il mercato nel suo complesso, visto che diverse compagnie, per far decadere l'accusa, si sono spinte a concordare con l'Authority le loro strategie commerciali e di pricing, una roba mai vista (al di qua della cortina di ferro, intendo).

Il paraculismo automobilistico

Il desolante scontro lobbistico sull'entità delle riduzioni delle emissioni nel comparto automobilistico, con la Commissione arroccata su una posizione contestata dall'industria e (politicamente parlando) dalla non-tanto-verde Germania (se si tratta di danneggiare i colossi tedschi dell'auto) fornisce uno spaccato della vera natura delle politiche climatiche europee. Politica, tutta politica, nient'altro che politica: del clima, non c'è traccia. Lo scontro è sia interno alla lobby automobilistica (con le aziende italiane e francesi, produttrici soprattutto di auto leggere, contro quelle tedesche), sia tra questa e altri comparti industriali (i fabbricanti di macchine non hanno mai contestato gli obiettivi della Commissione su raffinerie, trasporto aereo, eccetera). Questo, più di tanti altri trattati o chiacchiere, mostra che, al di là del giudizio di merito sull'utilità delle riduzioni, le strategie europee sono inefficaci e paraculistiche. Lo spazio concesso all'arbitrio politico, e dunque alla persuasività dei rent seekers, è semplicemente troppo ampio. Ma se questo spazio venisse compresso, tutto il castello di carte cadrebbe, dacché le politiche europee del clima sono studiate, promosse e messe in atto esattamente per conseguire effetti redistributivi.

giovedì 13 dicembre 2007

America 2009: quale politica energetica

Il National Center for Policy Analysis ha compilato delle schede sulle proposte di politica energetica di tutti i potenziali candidati alla Casa Bianca, democratici e repubblicani. Interessante, utile, a tratti agghiacciante.

mercoledì 12 dicembre 2007

Segnalazione

Andrea Asoni e Piercamillo Falasca hanno firmato un divertente Focus per Epistemes sulla "teoria del freddo caldo", ossia l'idea fantascientifica (avallata da Al Gore e accarezzata informalmente dall'Ipcc, che pure nei suoi rapporti la boccia) che lo scioglimento dei ghiacciai artici possa condurre allo spegnimento della corrente del Golfo e dunque al raffreddamento del globo. E' una teoria di grande utilità per i fanatici del clima, perchè consente di dire che se fa caldo, è colpa del global warming, ma anche se fa freddo, è colpa del global warming, e perfino se non cambia un fico secco, non ha mai fatto così caldo/freddo (a seconda delle medie giornaliere), e quindi deve essere colpa del global warming.

martedì 4 dicembre 2007

Il mito tedesco

Ci sono dei miti che faticano a tramontare. Uno di essi è quello della Germania "modello verde". Del tema mi ero già occupato su questo blog, ma poiché il mito continua a riemergere vale la pena tornare a trattarlo. Se ne è parlato anche questa mattina a Radio Anch'io, dove ho cercato di fare un po' di ordine. Ma, finalmente, non mi sento più solo. Germany News (che la questione l'aveva già affrontata qui e qui) mi segnala che perfino gli ecologisti tedeschi se ne sono accorti. La Germania ha un parco rinnovabile inferiore a quello italiano e consumi ed emissioni pro capite più alti dei nostri. La ragione è semplice: il mix elettrico tedesco è dominato dal carbone, il nostro dal gas, un combustibile relativamente più pulito. Il mix tedesco è solido ed efficiente, quindi lungi da me il criticarlo. Solo, mi fa un po' ridere questo atteggiamento di chi crede talmente tanto nell'immagine strabica che ha costruito della realtà, da scambiarla con le cose-come-stanno.

lunedì 3 dicembre 2007

Sia il vostro parlare sì sì, no no

Oggi il Consiglio europeo ha discusso di unbundling delle reti elettrica e del gas. Si sono ripresentate le consuete divisioni, con 11 paesi capitanati dalla Gran Bretagna favorevoli alla separazione, e altri 7 guidati dall'asse franco-tedesco (apparentemente inossidabile, su questo tema) contrari, mentre i rimanenti 9 avrebbero assunto una posizione interlocutoria. L'Italia, rappresentata dal sottosegretario allo Sviluppo economico Filippo Bubbico, faceva parte del primo gruppo. Di questo siamo felici di rendere merito al governo e alla maggioranza, che pure alle parole non fa seguire i fatti, schiava anche qui dei veti della sinistra radicale (parola di Enrico Morando). Parigi e Berlino hanno annunciato che a gennaio porteranno in Europa una terza proposta, alternativa a quelle di separazione proprietaria e funzionale. Suppongo sarà qualche complicata forma di regolazione volta a mantenere gli ex monopolisti verticalmente integrati, perché questo è l'obiettivo dei due paesi che finora si sono dimostrati maggiormente impermeabili ai propositi liberalizzatori.

Comunque, fin qui nulla di nuovo, nel senso che - al netto della fantomatica terza via franco-tedesca - è un dibattito che da anni si trascina sempre uguale a se stesso. Non è nuova neppure la scelta italiana, in fondo, la quale di fatto ricalca gli atteggiamenti passati. Di nuovo c'è però l'enfasi, già invocata dal ministro Pierluigi Bersani, sulla clausola di reciprocità. Ha infatti chiarito Bubbico che l'Italia "è a favore della separazione proprietaria, ma in condizioni di reciprocità: le stesse condizioni devono essere applicate anche agli operatori dei paesi terzi che investono nel mercato Ue". Inoltre, la separazione dovrebbe essere applicata simmetricamente in tutti gli Stati membri dell'Unione.

La reciprocità è la più frusta delle scuse. Non dubito che Bubbico sia in buona fede, ma - come dimostra la tormentata vita delle liberalizzazioni in Europa - richiedere che tutti procedano con l'unbundling è wishful thinking, ossia una furbata per evitare la separazione senza ammetterlo oppure la dimostrazione di una scarsa comprensione della realtà. Il presupposto della reciprocità, del resto, è esso stesso debole. Sembrerebbe infatti presupporre che l'unbundling indebolisca il mercato domestico e lo esponga ai predatori stranieri. Nulla di più sbagliato. Da un lato, infatti, l'incompatibilità tra operare nel mercato e gestire le reti varrebbe per tutti, comprese le aziende straniere attive in Italia. Dall'altro, un mercato più contendibile e concorrenziale favorisce soprattutto il paese che riesce a crearlo, e quindi è nell'interesse di tutti premere l'acceleratore, anche se gli altri non lo fanno. Gli italiani hanno sotto gli occhi il buon funzionamento del mercato elettrico, e non c'è ragione di credere che le cose non andrebbero altrettanto bene nel caso del gas.

Le liberalizzazioni non si fanno per generosità, ma per egoismo, e gli unici a perdere sono coloro che godono di ingiuste rendite. Chi esita a liberalizzare convinto di rendere più forte il nostro mercato è più fesso che furbo e merita il premio Nobel per la pace.

Nello zaino per Bali

Comincia oggi la tredicesima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, nella splendida cornice di Bali. L'Europa ribadirà la sua intenzione di restare leader nella lotta all'effetto serra (leadership che, per quanto mi risulta, nessuno finora ha alcuna intenzione di aggiudicarsi), gli Stati Uniti manifesteranno la loro disponibilità a fare la loro parte ma senza accettare target vincolanti, il mondo in via di sviluppo dirà che il climate change è una questione seria ma non intende sacrificare la crescita economica per combatterlo. La conferenza si chiuderà il 14 dicembre con l'annuncio che la comunità internazionale ha ormai maturato la consapevolezza della sfida e che è giunto il momento delle decisioni irrevocabili. Infatti, i convenuti si daranno appuntamento alla conferenza dell'anno prossimo per accordarsi sui tagli.

Questo per quel che riguarda la cronaca preventiva dell'evento. A chi voglia documentarsi e capire di più quello che sta accadendo, segnalo i numeri monografici di due importanti riviste. Il fascicolo di Aspenia è intitolato "Ecocatastrofismo", e contiene interventi, tra gli altri, di Corrado Clini sui "pro e i contro dell'unilateralismo europeo", di Margo Thorning su "effetto serra: perché cambiare schema", e uno mio. Interessanti inoltre il confronto scientifico tra Stephen Schneider e Richard Lindzen. Ma sono in vario modo critici nei confronti degli orientamenti politici dominanti Emilio Gerelli, Franco Prodi, Loren Cox e altri ancora. La rivista contiene poi un approfondimento sull'energia nucleare.

Al "clima dell'energia" è dedicato l'ultimo numero di Limes, anch'esso costruito in maniera tale da far emergere i vari fronti di dibattito. Segnalo l'intervento mezzo condivisibile mezzo catastrofista di Massimo Nicolazzi, che merita di essere letto attentamente perché sviluppa una serie di argomenti molto intelligenti che meritano risposta, e poi il breve ma incisivo pezzo di Guido Visconti sul perimetro delle "certezze" scientifiche. Corrado Clini affronta le potenzialità dei biocombustibili, mentre io ho due articoli, una "anatomia" dell'Ipcc e un pezzo che ripropone le tesi di Bruce Yandle sui battisti e contrabbandieri del clima. Altre sezioni della rivista sono dedicate alla "guerra dei tubi" (con un bellissimo pezzo di Jerry Taylor e Peter Van Doren, e un interessante intervento di Angelantonio Rosato) e una discussione su "l'Italia a rischio". Di particolare rilevanza, infine, l'aggiunta Limes 2.0, un supplemento online che contiene articoli, tra gli altri, di Mike Lynch sulla sicurezza energetica e David Henderson sull'Ipcc.

La pubblicazione di questi due fascicoli segna un deciso passo avanti nel livello della discussione in Italia. Le tesi "scettiche" hanno finalmente conquistato "pari dignità" del mainstream mediatico. Il viaggio per Bali è lungo: con un po' di fortuna, qualche buona lettura durante il volo potrebbe aprire gli occhi se non ai fondamentalisti del clima, almeno ai credenti.

martedì 20 novembre 2007

Aristotele era un fesso

Un comunicato Ansa ci informa di un nuovo studio secondo cui, nel passato, i cambiamenti climatici avrebbero causato indirettamente guerre e conflitti. In particolare, sarebbero stati i periodi "freddi" a essere associati con un aumento delle attività belliche. ''La nostra ipotesi e' che i cambiamenti climatici abbiano avuto un effetto diretto sulla produzione agricola, diminuendola sensibilmente - spiegano gli autori - la carestia a sua volta genera conflitti ed epidemie che si riflettono in una riduzione della popolazione globale''.

Aristotele, che con la logica ci sapeva fare, avrebbe dedotto che (a) i cambiamenti climatici c'erano anche prima delle industrie e (b) poiché il freddo e il raffreddamento portano guerra, il caldo e il riscaldamento - avendo un effetto diretto sulla produzione agricola, aumentandola sensibilmente - determinerebbero abbondanza di cibo, crescita economica e pace. Fin qui quel povero fesso di un greco. I ricercatori dello University College di Londra, invece, spiccano il seguente triplo salto carpiato: "Adesso siamo nella fase piu' calda del clima degli ultimi due millenni mentre negli anni che abbiamo esaminato eravamo nella 'piccola era glaciale' ma entrambe le situazioni hanno effetti diretti sulla produzione di cibo, anche perche' la maggior parte delle popolazioni del mondo vive ancora di un'agricoltura su piccola scala estremamente sensibile alle variazioni climatiche. Anche se ora ci sono istituzioni mondiali piu' robuste e avanzamenti tecnologici impensabili in passato, la popolazione della Terra e' molto piu' numerosa e i consumi molto piu' alti, e questo rende il rischio di conseguenze catastrofiche ancora molto alto''.

Con tutto il rispetto, mi pare paragonabile alla Corazzata Potemkin: non solo perché le conclusioni (non argomentate) contraddicono il paper, ma anche e soprattutto perché, come gli stessi autori riconoscono, la tecnologia oggi è un cicinìn diversa da quella del passato e consente di nutrire, di più e meglio, una popolazione assai più numerosa. Comunque il punto vero è il primo. Un aumento delle temperature, e soprattutto la crescita delle concentrazioni atmosferiche di CO2, rende - a parità di altre condizioni - l'agricoltura più produttiva. Detto questo, a me pare poco convincente la proiezione nel futuro di fenomeni che si sono verificati nel passato, non fosse altro perché oggi, a livello globale aggregato, non vi è certo scarsità di generi alimentari. C'è semmai un problema di deficit di mercato, per cui troppi pezzi troppo grandi del pianeta non sono ancora stati investiti dai benefici della globalizzazione. Ma questo è un altro discorso, e l'interventismo pubblico che viene sollecitato dai fondamentalisti del clima anziché risolvere il problema, l'aggraverebbe.

lunedì 19 novembre 2007

Osservatorio sui miti del riscaldamento globale

Con una riflessione sul ciclone Sidr, Piercamillo Falasca inaugura una nuova rubrica di Epistemes, quella dedicata alla razionalità climatica. Il punto di Falasca, che mi pare del tutto condivisibile, è che il ciclone Sidr insegna una cosa importante: che la tecnologia può salvare vite, e tante. Persino in un paese come il Bangladesh, persino di fronte a un fenomento climatico tanto estremo, le conseguenze avrebbero potuto essere ben peggiori nel passato. E molto resta da fare per arginare ulteriormente i danni di cataclismi che, effetto serra oppure no, quelle aree le hanno sempre colpite. Quindi, il singolo driver più importante è la crescita economica, perché un Bangladesh più ricco sarebbe anche un Bangladesh meglio in grado di resistere alle emergenze. Del resto, queste sono le conclusioni anche di Indur Goklany, espresse per esempio all'indomani di Katrina su The Commons. Insomma: anziché fissarsi sul dito ambientalista, meglio guardare alla luna.

PS A quelli che non credono che lo sviluppo faccia bene all'uomo e all'ambiente, segnalo la lista dei dieci luoghi più inquinati al mondo.

giovedì 15 novembre 2007

Ogm. Quando le lobby vanno al governo

Il senatore Paolo Scarpa Bonazza Buora ha presentato un'interrogazione urgente al ministro dell'Agricoltura. Anche noi attendiamo risposta.
A proposito di ogm, segnalo anche l'intervento di Giancarlo Loquenzi a proposito del mistero dello studio scomparso (o insabbiato?).

INTERROGAZIONE URGENTE
AL MINISTRO DELLE POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI

premesso che:

- l’indagine dell'Eurobarometro sulla percezione dei rischi per la salute legati alla sicurezza alimentare, realizzata nel 2006 dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare e dalla Direzione generale Salute e tutela dei consumatori della Commissione Europea, ha evidenziato che i consumatori italiani hanno un’opinione estremamente positiva e fiduciosa degli alimenti;
- dalla lettura dell’indagine in questione emerge che le principali preoccupazioni per i consumatori sono associate soprattutto a rischi causati da fattori esterni scarsamente controllabili come i residui di pesticidi, la diffusione di nuovi virus, contaminazioni batteriche ed i problemi derivati dalla scarsa igiene nella manipolazione degli alimenti;
- l’indagine mette anche in luce una crescita della fiducia riposta dai consumatori nelle biotecnologie applicate all’agricoltura e nei confronti degli organismi geneticamente modificati nonostante l'impressionante campagna mediatica di demonizzazione di tali prodotti;
- il regolamento (CE) n. 1829/2003 stabilisce inoltre che tutti i mangimi OGM, debbano riportare in etichetta la dicitura relativa alla presenza di OGM;
- tutti i Consorzi di tutela italiani ( Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Prosciutto di Parma, Prosciutto di Sandaniele, etc.) rispettano tale normativa nelle loro produzioni a marchio DOP ed IGP e che i vari consorzi rispettano altresì le normative Europee connesse quali quelle fissate in modo specifico per questo settore dal regolamento (CE) n. 1830/2003, che definisce la tracciabilità come la capacità di rintracciare OGM e prodotti ottenuti da OGM in tutte le fasi dell'immissione in commercio attraverso la catena di produzione e di distribuzione;
- secondo le norme relative all'emissione deliberata nell'ambiente (direttiva 2001/18/CE e, in precedenza, direttiva 90/220/CEE), 18 OGM in Europa sono stati finora autorizzati per vari impieghi: per la coltivazione, l'importazione o la trasformazione, come prodotti per l'alimentazione degli animali e come prodotti per l'alimentazione umana;
- le più importanti Agenzie che si occupano di salute e sicurezza dei cittadini, come l' Autorità europea per la sicurezza alimentare e l'Organizzazione mondiale dell Sanità (WHO) oltre all'Unione Europea, la FAO, le Nazioni unite e tutte le più prestigiose Accademie scientifiche mondiali, inclusa la Pontificia Accademia per le Scienze hanno attestato la sicurezza degli OGM per l'ambiente e la salute animale ed umana;
- è attualmente in atto una gigantesca "campagna di informazione" da parte della Fondazione dei Diritti Genetici, un'organizzazione pregiudizialmente contraria agli OGM;
- la campagna è patrocinata dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali che in un comunicato stampa diramato il 3 ottobre scorso ha affermato di voler sostenere direttamente l'iniziativa anche attraverso progetti di comunicazione;
- questa campagna di informazione include un simil-referendum che richiede agli italiani di rispondere alla seguente domanda: "Vuoi che l'agroalimentare, il cibo e la sua genuinità, siano il cuore dello sviluppo, fatto di persone e territori, salute e qualità, sostenibile ed innovativo, fondato sulla biodiversità, libero da OGM?";
- agli interroganti questa iniziativa appare come estremamente demagogica ed utopistica visto l'ingente bisogno delle filiere zootecniche italiane di soia il fatto che oggi oltre il 90% dei mangimi italiani sono etichettati come contenenti OGM visto e considerato come l'Italia importi oltre 3 milioni di tonnellate di soia da Brasile, Argentina e Stati Uniti;
- le principali società scientifiche italiane in rappresentanza di 10.000 ricercatori hanno sottoscritto negli ulitmi 4 anni due Consensus Document che ribadiscono la sicurezza degli OGM per l'uomo, gli animali e l'ambiente e la loro possibilità di coesistere con le coltivazioni biologiche e tradizionali;
- alla Fondazione Diritti Genetici è associata Greenpeace, un'associazione ambientalista multinazionale, che recentemente ha sferrato un duro attacco contro il Consorzio del Parmigiano Reggiano, reo secondo l'associazione ambientalista di utilizzare anche soia OGM nella propria filiera;
- a conferma di ciò il Consorzio del Parmigiano Reggiano, da tempo angariato da Greenpeace sull'uso di mangimi a base di soia OGM per le bovine da latte, si è visto costretto ad aderire "Liberi da OGM" affermando al contempo di esigere la facile reperibilità a costi competitivi di materie prime non OGM e stigmatizzando il comportamento di chi "oggi sta usando in modo scorretto il Parmigiano Reggiano come bandiera contro le multinazionali" ;
- il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali non ha in nessun modo tutelato il Consorzio del Parmigiano Reggiano, che da parte sua ha piena libertà di usare le materie prime che ritiene più sicure ed economicamente sostenibili;
- l'attacco di Greenpeace potrebbe avere il chiaro intento di costringere il Consorzio a comprare la soia soltanto di cinque produttori brasiliani indicati sul suo sito internet;
- in una lettera indirizzata all'Ambasciatore degli Stati Uniti Ronald Spogli, il Presidente della Fondazione Diritti Genetici Mario Capanna ha accusato gli USA di non dire la verità sugli OGM, poiché, a suo parere, e contrariamente a quanto scritto nel rapporto dell'ambasciata USA, l'Italia avrebbe sempre espresso un voto negativo su questi prodotti in sede comunitaria;
- agli interroganti appare singolare che sia stato dato il patrocinio ed il sostegno economico ad una Fondazione che in maniera gratuita e menzognera attacca l'operato degl USA nei suoi rapporti bilaterali con l'Italia oltre a ledere l'immagine del principale prodotto di qualità italiano;
- la campagna liberi da OGM capeggiata da Mario Capanna sta di fatto anche impedendo ai nostri ricercatori di effettuare prove in campo su prodotti di interesse nazionale che secondo gli esperti del settore sono a rischio di estinzione a causa di virosi ed attacchi fungini;
- risulta inoltre agli interroganti che la raccolta firme avviene senza una chiara identificazione dei "votanti" attraverso documenti di riconoscimento;
- il Presidente della Fondazione Diritti Genetici Mario Capanna ha chiaramente espresso il suo intento di usare la leva del numero dei votanti come volano politico in Italia ed in Europa per imporre una moratoria a tempo indeterminato sull'importazione e la coltivazione di prodotti OGM.

Si chiede di sapere

Le ragioni per le quali il MIPAAF ha inteso patrocinare e dare sostegno economico alla campagna liberi da OGM promossa, tra l'altro, da un gigante della grande distribuzione quale COOP Italia, ed ingannevolmente presentata ai cittadini italiani come iniziativa indipendente;
Quali misure urgenti il MIPAAF intende intraprendere per tutelare in tutte le sedi l'immagine e la reputazione del Parmigiano Reggiano dagli attacchi pretestuosi di un'associazione ambientalista multinazionale;
Quali controlli intende porre in essere il MIPAAF - in qualità di ente patrocinante - sulla veridicità dei dati che saranno forniti dalla Fondazione Diritti Genetici in merito al numero di adesioni individuali alla campagna Liberi da OGM;
Quali misure il MIPAAF intende considerare affinché sul tema degli OGM sia data voce anche al mondo scientifico e consentita la ricerca in campo aperto come previsto dalle Direttive Comunitarie.

mercoledì 14 novembre 2007

martedì 13 novembre 2007

Petrolio: uno sguardo al picco

Mike Lynch spiega perché il peak oil è un miraggio.

Il capitalismo delle bische

Strepitoso articolo di Franco Debenedetti su Vanity Fair, che riporto integralmente.

Cento dollari per un barile di petrolio, un dollaro e mezzo per un euro: soglie che impressionano. E preoccupano: se aumenta il prezzo del petrolio aumenteranno riscaldamento, luce, trasporti, dunque tutti i beni; se l’euro forte rende più difficile alle nostre aziende vendere all’estero, diminuirà l’occupazione. I prezzi salgono per motivi reali o perché qualcuno li fa salire? Che Cina e India per sostenere la loro crescita abbiano bisogno di enormi quantità di energia, lo si sapeva già quando il barile costava 50$. Se il prezzo in poco tempo è raddoppiato è forse colpa di chi butta immense quantità di danaro per guadagnare sul rialzo? Il caso di manipolazioni del mercato più famoso in tempi recenti è quello dei fratelli Hunt di Dallas con l’argento: nel 1979-80 ne fecero incetta, fecero salire il prezzo da 8 a 50$ all’oncia, poi crollò e i due finirono in carcere. Ma il petrolio non è l’argento, nessuno può manipolare un mercato così gigantesco. La manipolazione perturba i mercati, è un reato. Invece la speculazione è quella che fa funzionare i mercati: tra l’altro si può speculare sia al rialzo sia al ribasso. I prezzi forniscono informazioni. I 100$ del petrolio ci dicono: che la crescita dei paesi emergenti continuerà a lungo a questi ritmi; che i paesi ricchi tarderanno a prendere misure di risparmio; che le scoperte di nuovo petrolio sono inferiori al consumo di quelle note. In base a queste informazioni, le società petrolifere intraprendono ricerche di petrolio altrimenti non convenienti, le popolazioni accettano centrali nucleari e torri eoliche, i consumatori acquistano case autosufficienti e cambiano l’auto con una che consumi meno. Non leggere l’informazione contenuta nel prezzo del petrolio rafforza le resistenze a politiche energetiche alternative.Non c’è un’economia reale buona opposta a una finanza cattiva. Non ci sono gnomi nei grattacieli di New York o di Zurigo che determinino “il prezzo del pane per sfamarsi o del cherosene per riscaldarsi”. Sostenere che gli hedge fund – operatori che usano metodi di gestione adatti ad alcuni tipi di investitori - siano “il capitalismo delle bische” (Marcello De Cecco, Repubblica del 9 Novembre), induce solo nei risparmiatori una diffidenza verso le attività finanziarie in generale. E poi ci si lamenta se solo il 20% dei lavoratori ha scelto di investire il proprio TFR in fondi, e la maggioranza ha preferito lasciarlo in azienda o consegnarlo all’INPS, anche se il rendimento è decisamente inferiore, sprecando un’occasione unica di costruire una futura fonte di reddito da affiancare alla pensione. Un peccato capitale: commesso per diffidenza verso la finanza.

domenica 11 novembre 2007

La quadrinatura del cerchio

Sui quotidiani il gruppo Edison ha avviato una aggressiva campagna pubblicitaria, molto ben visibile anche sul suo sito. Lo slogan - L'ecologia conviene - fa riferimento ai tre termini dell'offerta: 100 per cento dell'energia prodotta da fonti rinnovabili, 36 mesi di prezzo bloccato, 8,5 centesimi di euro al kWh (più o meno in linea con le quotazioni attuali sulla Borsa Elettrica). L'offerta appare molto vantaggiosa in uno scenario di aumento dei costi dell'elettricità, legato alla corsa del barile apparentemente inarrestabile (sul Giornale di oggi, Davide Tabarelli parla addirittura di un rischio 130 dollari, una prospettiva a mio avviso troppo allarmista e certamente di breve termine e non strutturale, ma comunque possibile). La campagna della Edison è illustrata da Altan.

Chi è, Edison? La Relazione Annuale dell'Autorità per l'Energia ci informa che si tratta del secondo gruppo italiano dell'elettricità per contributo alla produzione nazionale lorda, col 13,1 per cento nel 2006. Edison può contare su 11,4 GW di potenza installata, 68 centrali idroelettriche, 34 centrali termoelettriche, 24 campi eolici, 1,3 miliardi di metri cubi di produzione di gas, 30 miliardi di metri cubi di riserve di idrocarburi, 73 titoli minerari (gas e olio), 2 centri di stoccaggio e 1 terminale di rigassificazione in costruzione (Rovigo, di cui Edison ha il 10 per cento). Più della metà della generazione di Edison è termoelettrica, circa il 5 per cento eolica. Ma questo dice poco. Qualcosa di più dice un altro grafico disponibile in un info sheet del gruppo guidato da Umberto Quadrino, secondo cui la maggioranza della produzione Edison (40,4 TWh su 65,4) finisce sul mercato libero, ma una importante quota minoritaria (20 THw, poco meno di un terzo) ricade sotto l'ombrello Cip6.

Torniamo alla relazione dell'Autorità. Leggiamo a pagina 46: "il totale della produzione ritirata dal GSE... per il 2006 è ammontato a 48.997 GWh". Quindi, i 20 TWh, ossia 20.000 GWh, di Edison rappresentano circa il 41 per cento del totale dell'energia incentivata in Italia. Nel 2006, "i costi relativi alla remunerazione dell'energia CIP6 prodotta da impianti assimilati sono risultati in aumento rispetto al 2005, essendo passati da circa 3.989 milioni di euro a 4.362 milioni di euro, al netto della componente di costo addizionale, pari a più di 200 milioni di euro... I costi per la remunerazione dell'energia CIP6 rinnovabile sono invece rimasti sostanzialmente stabili rispetto al 2005".

Come si lega tutto ciò a Edison? Lo spiega uno studio veramente ben fatto del partito dei Verdi (!), sia pure riferito a qualche anno fa: nel 2003, Edison ha goduto del 41,2 per cento dei finanziamenti CIP6. Apprendiamo che, nel 2003 e 2004, "Edison aveva riscosso, per vendite di elettricità da fonte “assimilata CIP/6”, rispettivamente il 54,6 e il 53,4 per cento dei 3.281,4 e 3.511,5 milioni di euro erogati dal GRTN a quel titolo; cioè 1791,4 e 1875,0 milioni di euro, pari al 63,36 e al 56,7 per cento dei suoi ricavi per vendite (che erano stati 2.827 e 3.303 milioni di euro)". Capito il trucco?

Anche mio nonno (absit iniuria) sarebbe capace di offrire una tariffa vantaggiosa e stabile nel tempo, potendo far leva sulla certezza di una tasca profonda e apparentemente inesauribile. Non importa se siate o no clienti Edison, perché comunque siete voi a rendere possibile la quadrinatura del cerchio.

sabato 10 novembre 2007

L'energia diventa protagonista

Complice l'avvio della riunione romana del WEC, la rivista Aspenia dedica un numero monografico ai temi dell'energia e del clima. L'indice è denso e ghiotto, quindi il consiglio di acquistarlo è di default. Il merito principale del fascicolo sta nella capacità di mettere assieme - in parte, l'un contro l'altro - studiosi, esperti, politici e uomini d'impresa, ciascuno portatore di interessi e punti di vista differenti. Le analisi presentate ruotano sostanzialmente attorno a due grandi temi. Da un lato, quali siano gli scenari energetici che ci aspettano, a livello sia globale che europeo, e quali fonti possano essere più adeguate a rispondere alla sfida di una domanda crescente. Dall'altro, incombe la questione climatica: c'è il global warming? Quali ne sono le cause? Quali politiche vanno adottate per combatterlo? E, non meno importante, vale la pena farlo? Sullo sfondo, resta chiaramente la discussione su quali siano gli arrangiamenti istituzionali più appropriati a favorire le evoluzioni che si ritengono desiderabili. Dunque, gli uni guardano a un progressivo ampliamento degli spazi di mercato, gli altri invocano politiche più o meno stringenti. In relazione a quest'ultimo punto, segnalo anche un convegno di altissimo livello organizzato dal Centro Studi Americani assieme alla ExxonMobil. Di grandissimo interesse è stato l'intervento di Alberto Clò, che ha presentato i risultati di uno studio sulla fattibilità ("che è non fattibile", ha detto) degli obiettivi europei del 20-20-20. Gli aspetti maggiormente critici del discorso del direttore di Energia riguardavano due questioni: la natura intrinsecamente dirigistica dei target, che cozza con la politica di liberalizzazioni, e l'assenza di valutazioni ragionate dietro di esse. Anche i politici presenti - in particolar modo Stefano Saglia e Pierluigi Bersani - hanno esposto considerazioni molto ragionevoli e "pancia a terra". Questo è incoraggiante. Resta da capire, ed è un dubbio perfino più profondo di quello sull'origine dei mutamenti climatici, quanto le loro parole verranno distorte durante il processo di formazione di una posizione delle due coalizioni.

mercoledì 7 novembre 2007

Sciusciâ e sciurbî

Ditecelo: Il problema è l'euro forte o il caro petrolio? Perché se il nemico è il caro petrolio, allora Dio benedica l'euro (che sconta di quasi il 50 per cento il barile). Se invece bisogna muovere guerra a Francoforte perché indebolisca la valuta europea, allora rassegnamoci a un aumento del prezzo reale del greggio. Dalle mie parti si dice: sciusciâ e sciurbî o no se peu (traduzione).

giovedì 1 novembre 2007

Le novità energetiche della finanziaria

La Commissione Bilancio del Senato ha approvato, ieri, la riforma delle rinnovabili. Due articoli sono di particolare interesse: uno osceno, l'altro buono.

Il primo riguarda l'aumento (ancora!) dell'incentivazione alle energie rinnovabili, nonostante l'Italia sia uno dei paesi europei che spende più soldi (e peggio) su questo capitolo: "Le sovvenzioni per l’energia rinnovabile sono attualmente ben consolidate nei 15 vecchi Stati membri dell’UE (UE-15). Ciascuno Stato membro fornisce una combinazione di sostegno dei prezzi mediante sistemi in 'conto energia' (feed-in tariffs), obbligazioni o gare d’appalto, oltre ad una serie di sussidi in conto capitale e meccanismi fiscali. Nel 2001 i livelli di sovvenzione complessivi sono stati più elevati in Germania ed in Italia, ove si è erogato più di 1 miliardo di euro, in particolare nella forma di sistemi in 'conto energia'", dice un Briefing dell'Agenzia europea per l'ambiente. Non stupisce - almeno non chi si occupa di queste cose: gli altri resteranno a bocca aperta - che l'Italia sia, in Europa, uno dei paesi dove le rinnovabili hanno la maggior penetrazione: nel 2005, esse rappresentavano il 5,8 per cento del consumo primario (ben più del 4,83 per cento tedesco e dell'1,61 per cento britannico) e il 13,93 per cento della generazione elettrica (contro il 10,37 tedesco e il 4,32 britannico) (qui tutti i dati, riportati anche sotto nelle figure).


Quota delle fonti rinnovabili sul consumo primario (2005). Cliccare l'immagine per ingrandire. Fonte: Commissione Europea.


Quota delle fonti rinnovabili sulla generazione elettrica (2005). Cliccare l'immagine per ingrandire. Fonte: Commissione Europea.

Ebbene, in questo contesto uno si aspetterebbe che l'Italia valorizzasse, in sede europea, la sua buona (rispetto ai discutibili obiettivi di promozione delle rinnovabili) performance. Macché: invece di prendere atto che molto è stato fatto su questo fronte e concentrarsi su altre questioni che, a chi sia dotato di un animo forse non sufficientemente sensibile all'ambiente, appaiono ben più serie, come la rimozione dei vincoli amministrativi agli investimenti (compresi gli investimenti in rinnovabili), la Finanziaria 2008 getta altri soldi nel calderone e, soprattutto, lo fa accompagnata da dichiarazioni paradossali. Come quelle dei senatori Francesco Ferrante ed Edo Ronchi, che rivendicano l'iniziativa di un aumento annuo della quota obbligatoria di rinnovabili per le compagnie elettriche dello 0,75 per cento nel 2007-2012 (era lo 0,5 per cento annuo nel testo originale, contro lo 0,35 attuale). Spiegano Ferrante e Ronchi: "E’ senza dubbio una riforma decisiva, che innescherà un grande sviluppo di tali fonti anche in Italia così come è già avvenuto in altri Paesi europei. I maggiori oneri sono ampiamente compensati dalla riduzione del consumo di fonti fossili e in particolare del petrolio che ormai supera i 90 dollari al barile, dalla riduzione delle emissioni di gas serra, nonché dai vantaggi occupazionali e tecnologici per il nostro Paese". Ora, la dichiarazione è paradossale perché delle due l'una: o l'introduzione di più rinnovabili è un maggior onere, oppure non lo è. Anche lasciando perdere il breve termine - per cui non v'è dubbio che lo sia - nel medio o lungo termine le rinnovabili sono o no competitive? Nel primo caso, non si spiega il supporto. Nel secondo, lo si capisce. E' ovvio che uno scenario di prezzi del petrolio stabilmente attorno o sopra i 90 dollari (no way IMHO) aiuta le rinnovabili. Ma basta? A leggere in filigrana le parole di Ferrante e Ronchi, i due senatori sono convinti di no. E questo dà una misura tangibile di cosa siano, dal punto di vista economico, le fonti "verdi": un buco nell'acqua.

Quanto ai presunti vantaggi occupazionali, si tratta di una chiarissima illusione ottica: qualunque settore economico, se adeguatamente sovvenzionato, può attrarre lavoro, ma questo va a scapito dell'efficienza complessiva del sistema - che si trova a pagare di più, direttamente o indirettamente - e quindi sia del potere d'acquisto dei salari, sia della possibilità di sviluppare altri settori più produttivi. Quindi, è probabile che la creazione di posti di lavoro vada a scapito di una più che proporzionale perdita di occupazione altrove.

Non tutto, comunque, è negativo all'interno del "pacchetto energia" della Finanziaria. Un altro emendamento, firmato dal relatore Giovanni Legnini, assegna all'Autorità per l'Energia pieni poteri per quel che riguarda il Cip6. Il Cip6 è uno dei più grandi scandali italiani. Ce ne siamo occupati, come IBL, assieme alla rivista Formiche in un Position Paper intitolato "Dai privilegi ai pregiudizi". In quell'occasione cercavamo una quadra tra l'esigenza di smantellare al più presto quella orrenda fabbrica di rendite, e le (parzialmente giuste) rimostranze di quanti, avendo avviato investimenti sulla base della garanzia di sussidi, vedono a rischio i loro ritorni. Pacta sunt servanda, dunque, ma con giudizio. In questo senso l'iniziativa dell'Autorità guidata da Alessandro Ortis, che aveva corretto (al ribasso) uno dei parametri dell'incentivazione (il costo evitato di combustibile: ironicamente, lo stesso concetto espresso da Ferrante e Ronchi) va accolta positivamente. Purtroppo il Tar ha sospeso la delibera, e ieri il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso dell'agenzia. Del tema, Ortis si era occupato ampiamente durante la presentazione della relazione annuale, di cui anche noi a suo tempo ci eravamo occupati. Secondo Ortis, "uno degli elementi di riferimento per la definizione del prezzo dell'energia Cip6, il c.d. costo evitato di combustibile (Cec), era indicizzato, fino al 2006, ad un accordo Snam/Unapace del 1998. A seguito della scadenza di tale contratto abbiamo definito un nuovo criterio di aggiornamento della componente Cec del 2007. Il nuovo criterio comporterebbe, già per il 2007, una riduzione a favore dei consumatoridi 600 milioni di euro". Se, come spero, l'emendamento Legnini di fatto consente all'Autorità di dribblare lo scoglio del Tar e di aggiornare la componente Cec per la definizione del prezzo riconosciuto agli impianti Cip6, la maggioranza su questo tema ha fatto davvero qualcosa di buono.

martedì 30 ottobre 2007

Italia: più gas e rinnovabili, meno petrolio

La fotografia dell'Italia elettrica scattata da Terna parla chiaro: nel 2006 la domanda di energia elettrica è aumentata del 2,1 per cento rispetto al 2006, crescendo più velocemente del Pil (segno che i consumi sono difficilmente comprimibili). Anche il mix evolve seguendo le tendenze strutturali da tempo in atto: cresce del 5,9 per cento il metano, da cui viene ormai generato il 60,5 per cento della produzione domestica, pari a 158,1 miliardi di kWh (+161 per cento rispetto al 1997), aumenta leggermente il carbone (+1,4 per cento), si riducono i prodotti petroliferi (-5,6 per cento). La produzione rinnovabili sale del 4,7 per cento, fino a 52,2 miliardi di kWh, pari al 15,4 per cento, soprattutto idroelettrico. Calano le importazioni (13,3 per cento del fabbisogno). Cosa significa questo? Si possono trarre essenzialmente due conclusioni. La prima è che, nel breve termine, non è possibile immaginare significativi guadagni in efficienza. Nel lungo termine forse, anche se la convenienza economica è dubbia e va analizzata con attenzione. La seconda è che le resistenze contro il carbone e l'impossibilità del nucleare, assieme all'inevitabile declino dell'olio combustibile, trovano sfogo soprattutto - e non può essere altrimenti - nel gas metano. Le fonti rinnovabili, idro escluso, restano marginali e non hanno grandi prospettive di crescita, almeno in termini di quota sul mix complessivo. L'obiettivo del 20 per cento di rinnovabili sul primario (che significa, a occhio e croce, 35-45 per cento sull'elettrico) è semplicemente irraggiungibile, a meno che (a) il nucleare non venga conteggiato come assimilato alle rinnovabili grazie alle pressioni francesi e (b) contro le pressioni francesi, venga attribuito a chi lo consuma e non chi lo genera. Un altro aspetto è che, vista la rilevanza che il gas ha e avrà, è essenziale premere l'acceleratore sulla liberalizzazione del settore, ossia semplificare le procedure amministrative per la realizzazione di nuove infrastrutture di adduzione (la dipendenza dall'estero è destinata ad aumentare a meno che non si intenda rimuovere il blocco dell'Alto Adriatico) e arrivare finalmente a sciogliere il nodo di Snam Rete Gas. Oppure, si può continuare a parlare di conto energia, sussidiare pale eoliche e pannelli fotovoltaici, pagare gli agricoltori per produrre biocarburanti, e continuare a tirare la corda finché non si spezza.

venerdì 26 ottobre 2007

Il bidone Sarkozy

Nicolas Sarkozy è un bidone. Non è colpa sua. E' che un politico è, in un certo senso, fatto a immagine e somiglianza della società che lo elegge. L'inquilino dell'Eliseo non è il Reagan parigino, ma semplicemente lo stesso prodotto politico che sempre s'impone oltralpe. Egli è, semplicemente, un cocktail di orgoglio nazionalistico e opportunismo protezionistico. La sua ultima uscita - declamata a braccetto col premio nobel per la Propaganda Al Gore - non è altro che protezionismo tinto di verde, e il fatto che i Verdi applaudano ne è una dimostrazione (i Verdi sono sempre protezionisti). Il presidente francese ha essenzialmente avanzato tre proposte: una tassa sulla CO2, che non sostituisce il cap & trade europeo (in questo caso sarebbe magari un passo avanti) ma lo integra, un New Deal ecologico, e una tassa europea sui beni importanti da paesi extra-Kyoto.

La tassa sull'anidride carbonica ha un unico scopo: mettere fuori mercato la concorrenza nel settore elettrico, in modo da mantenere il predominio di Edf nonostante la liberalizzazione. Infatti, Edf detiene e conserverà il monopolio del nucleare, fonte emissions-free. La nuova libertà d'ingresso, obbligata dalle direttive europee, svanisce nel momento in cui le altre fonti vengono gravate di uno svantaggio competitivo che si somma ai vari sussidi, diretti o indiretti, di cui l'azienda pubblica già gode. Il New Deal ecologico è più New Deal che ecologico: Sarko ha in mente un grande piano di interventi pubblici, giusto per essere sicuri che Parigi non molli la stretta sulla sua economia. E la tassa europea sui paesi no-Kyoto è l'ennesimo dazio contro le importazioni da nazioni come gli Usa e la Cina, che ha l'effetto di tutelare i produttori domestici.

Non c'è nulla di verde, l'ambiente è una scusa, l'ecologia non c'entra. E' semplicemente un modo politically correct di esprimere le posizioni che da sempre contraddistinguono la Francia.

martedì 23 ottobre 2007

Il sole che se la ride

Segnalo che, sul sito IBL, abbiamo appena pubblicato un mio Position Paper a proposito degli obiettivi europei sulle rinnovabili (il famigerato 20-20-20: praticamente il Cip6 europeo) e le riflessioni preliminari del governo sul tema.

Chi è Phil Cooney?

Ieri sera Rai2 ha mandato in onda una puntata molto particolare del programma di Giovanni Minoli La storia siamo noi (qui lo spot): oggetto della puntata era un'inchiesta sulle mistificazioni della Casa Bianca sul clima e, in particolare, il sordido ruolo giocato da Phil Cooney, capo bushista del Consiglio sulla qualità ambientale, e Myron Ebell, direttore Energia e clima del Competitive Enterprise Institute. L'inchiesta rappresenta il primo passo di un nuovo programma, e-cubo, firmato e condotto da Marianna Madia. Marianna è bravissima e le faccio i migliori auguri, anche se so (e lei sa) che mi farà venire più di un mal di pancia. Però l'inchiesta iniziale mi pare si appoggi un po' troppo acriticamente al rapporto della Union of Concerned Scientists, un'organizzazione politicamente schierata e che, sul global warming, ha una posizione onestamente e faziosamente allarmista. Tale rapporto ricostruisce un immaginifico complotto orchestrato dall'industria petrolifera americana, la quale avrebbe nei think tank liberisti la sua longa manus e nel Cei il sicario più spietato. Nulla di più fuorviante.

Full disclosure: al Cei sono legato da profonde amicizie, compresa quella con Myron. Quindi il mio ragionamento è anche volto a difendere la rispettabilità di una persona a cui voglio bene, oltre a stimarla. Ma è lo stesso Myron, in un suo intervento su OpenMarket.com, a spiegare come andarono le cose e quale sia il significato reale delle email "incriminate". Ecco:

When Phil Cooney called me back, he explained that the help he wanted
was for us to stop attacking EPA and not to call for President Bush to fire
Christie Todd Whitman because Whitman had nothing to do with the report to the
UN and EPA was not ultimately responsible for the report. As an interagency
document on an environmental issue, CEQ was in charge of conducting the
interagency review and on producing the final version of the report. As chief of
staff at CEQ, he–Phil Cooney–had directed the interagency review and final
edits. Thus the help Phil Cooney wanted to ask me for was to blame him and ask
for him to be fired rather than Christie Todd Whitman. I replied that we would
stop attacking Whitman, but wouldn’t attack him personally because he was not an appointee nominated by the President and confirmed by the Senate.


Se lo scambio di email è, dunque, frutto di un'esagerazione e rappresenta semplicemente uno scambio di opinioni tra due persone che si conoscono (alzi la mano chi, facendo il nostro mestiere, non ha avuto modo di confrontarsi, anche per email, anche utilizzando un linguaggio diverso da quello che userebbe in pubblico, con persone che orbitano attorno alla politica), che dire della grande accusa a Cooney, cioé quella di aver alterato documenti scientifici? Ancora Ebell:

The second story claimed that in producing Climate Action Report 2002 the
White House had doctored the science. This goofy claim is based on the fact that
in using a big chunk of the National Assessment in Climate Action Report 2002,
Phil Cooney had edited the text. Since Climate Action Report 2002 is not a
scientific report but an official U. S. government policy document, editing the
text to reflect accurately administration policy should be obligatory. Rather
than doing anything wrong, Phil Cooney was doing his job. Moreover, in editing
the text what he was trying to do (as an examination of the edits he made will
show) was to correct the National Assessment text by replacing the most obvious
junk science claims with information and conclusions taken from the UN
Intergovernmental Panel on Climate Change’s Third Assessment Report. Rather than suppressing science, Phil Cooney was trying to get the science right in the
document he was editing.
Non è obbligatorio, naturalmente, credere a Myron. Uno può benissimo non fidarsi. Ma non vedo con quale criterio si possa trovare affidabile la ricostruzione dei "concerned scientists" (per inciso: guardate le cifre, spalmatele sull'intervallo temporale, e vi accorgerete che sono un'inezia rispetto ai finanziamenti di cui godono le organizzazioni ecologiste).

lunedì 22 ottobre 2007

Gratta Galan e trovi Pecoraro

UPDATE. Su suggerimento di un lettore, segnalo l'ottimo intervento di Benedetto Della Vedova al Congresso, di cui si occupano anche sul sito IBL Lene Johansen e Waldemar Ingdahl.

Il governatore del Veneto Giancarlo Galan ha sferrato un attacco preventivo alla ricerca di idrocarburi nell'Alto Adriatico. Non che vi sia, al momento, alcun progetto formalizzato: semplicemente, due emendamenti alla legge di conversione del decreto fiscale, firmati dall'Udc Libé e dal forzista Vegas (bravi!), propongono di rimuovere i vincoli che oggi rendono l'area off limits. Se gli emendamenti passassero (temo sia improbabile ma non si sa mai) non è che chiunque potrebbe far quel che vuole: resterebbero in vigore tutte le normali confusioni italiche, per cui per ricercare ed estrarre gas sarebbe necessario ottenere tutte le consuete due miliardi di autorizzazioni. Cioè, nei fatti, l'Alto Adriatico resterebbe inviolabile, ma almeno in teoria qualcuno potrebbe mettergli gli occhi addosso. E' grave che un paese fortemente dipendente dal gas e in seria difficoltà con l'approvvigionamento di tale combustibile, voglia masochisticamente precludersi la possibilità di aumentare, tanto o poco che sia, la produzione nazionale. Ma è ancor più grave che lo si faccia senza reali motivazioni. La subsidenza è un fenomeno che può essere studiato e controllato: non si può semplicemente scandire la parola come se fosse un eterno stop a tutto. Galan usa un solo argomento: "il divieto fu voluto tenacemente e non verrà cambiato". I politici sono (quasi) tutti uguali: gratta gratta, dentro c'è sempre un Pecoraro Scanio.

domenica 14 ottobre 2007

"Le Dolomiti sono così belle perché sono sempre crollate"

Qualunque cosa accada, il colpevole è sempre lo stesso: il riscaldamento globale.
Nel 2004, il coordinatore nazionale dei verdi Angelo Bonelli, con raro sprezzo del ridicolo, riuscì a porre in correlazione lo tsunami con l'effetto serra. Da allora il copione è stato ripetuto più e più volte. L'ultima, due giorni fa con il crollo di roccia sulle Dolomiti seguito da una valanga di dichiarazioni, da Mario Tozzi a Reinhold Messner, che mettono sul banco degli imputati i cambiamenti climatici. Ma, per fortuna, come già successo in occasione dell'ultima conferenza sul clima, dalla comunità scientifica viene un richiamo alla realtà dei fatti. Dopo Franco Prodi, è la volta di Alfonso Bosellini, cattedra di geologia all'università di Ferrara che, intervistato dal Corriere, afferma: "E' assurdo, i cambiamenti climatici che ci sono adesso non c'entrano assolutamente".
L'ennesima smentita di coloro che, a partire dall'ultimo premio Nobel per la pace, dicono di parlare a nome della scienza e, spesso, non fanno altro che propanganda di basso profilo.

martedì 9 ottobre 2007

L'ultimo incredibile ecoallarme che promuove il modello Cuba

da Il Foglio, 9 ottobre 2007

L’umanità consuma più di quanto il pianeta sia in grado di produrre. Nel 2007 il giorno in cui il nostro conto ambientale è andato in rosso era il 6 ottobre; nel 1995 era il 21 novembre, segno che il mammifero-uomo sta sfruttando la Terra oltre il limite della sostenibilità. Lo afferma una ricerca del Global Footprint Network, rilanciata con grande enfasi sul Corriere della sera di domenica in un lungo pezzo a firma di Mario Porqueddu. L’impronta ecologica – l’indicatore immaginato dall’organizzazione californiana diretta da Mathis Wackernagel – “misura la quantità di terra e acqua di cui la popolazione umana ha bisogno per produrre le risorse che consuma e assorbire i rifiuti nelle attuali condizioni tecnologiche”. “Oggi – si legge sul sito del Network – l’impronta ecologica dell’umanità è del 23 per cento superiore a ciò che il pianeta può generare. In altre parole, alla Terra servono un anno e due mesi per generare quello che noi usiamo in un solo anno”. Per gli autori dello studio, è come se il globo fosse un conto in banca: finché il titolare spende annualmente un ammontare uguale o inferiore agli interessi, tutto bene. Quando però intacca il capitale iniziale, innesca la spirale dell’insostenibilità che, se non viene invertita, conduce dritti alla catastrofe, cioè all’esaurimento delle risorse. L’incrocio tra crescita demografica e crescita economica sarebbe all’origine del problema: quindi, l’una e l’altra andrebbero ripensate nell’ottica della compatibilità ecologica. “Se tutti gli abitanti della Terra avessero uno stile di vita e un livello di consumo pari a quello italiano – ha detto al quotidiano di via Solferino il fisico dell’Università di Siena Simone Bastianoni – per soddisfare le loro necessità servirebbero 2,3 pianeti”.
E’ il momento di prendere contromisure oppure sono stime che lasciano il tempo che trovano? Fortunatamente, la seconda spiegazione è la più plausibile. Il concetto di impronta ecologica ha due limiti che ne determinano l’inutilizzabilità pratica. Il primo è che considera gli esseri umani come dei semplici bipedi che consumano più degli altri animali. E’ sicuramente vero che due persone richiedono più risorse di una sola; è ugualmente vero però che l’uomo non è fatto solo del suo stomaco, ma pure del suo cervello. La conseguenza, che coincide col secondo motivo di perplessità, è che le risorse non esistono in natura, a prescindere dall’uomo. In effetti, è l’ingegno umano che crea le risorse, immaginando dei possibili nuovi utilizzi delle cose messe a disposizione dalla natura. Questo significa che non esiste uno stock dato di risorse, tale che un maggiore consumo oggi implichi una minore disponibilità domani. Nel suo monumentale trattato “Capitalism”, l’economista George Reisman scrive: “il problema delle risorse naturali non ha in alcun modo a che fare con la loro scarsità intrinseca. Da un punto di vista strettamente chimico-fisico, le risorse naturali sono una cosa sola con la quantità di materia ed energia che esiste al mondo e, invero, nell’universo. Tecnicamente, tale quantità può essere descritta come finita, ma a tutti gli effetti pratici è infinita”. Bisogna, cioè, distinguere il concetto fisico di risorsa – che è statico – da quello economico. Banalizzando, se l’approccio dell’impronta ecologica fosse stato adottato un secolo fa, ci si sarebbe convinti che non c’era modo di nutrire più di sei miliardi di individui. Eppure oggi una tale popolazione vive – e in larga misura meglio di quanto facessero i suoi predecessori – perché, grazie ai miglioramenti introdotti dalla tecnologia, la resa agricola dei terreni è aumentata più che proporzionalmente.
L’impronta ecologica, per così dire, scatta un’istantanea delle risorse e dei consumi; ma le loro dinamiche non possono essere comprese se non guardando un film, che inserisce novità e colpi di scena inattesi ad ogni fotogramma. C’è poi un altro punto, di natura politica, che emerge chiaramente dal rapporto “Living Planet” del Wwf, il quale incrocia l’impronta ecologica con l’Indice di sviluppo umano dell’Onu: “nessuna regione, né il mondo nella sua globalità, soddisfaceva i due criteri dello sviluppo sostenibile – sta scritto nel documento – Li soddisfaceva solo Cuba”. L’albero si vede dai frutti.

giovedì 4 ottobre 2007

Codice della strada: comfort vietato

Il nuovo Codice della Strada (la quinta modifica in sei anni) ha ricevuto, lo scorso 2 ottobre, il via libera del Senato. Oltre al consueto, populista, impopolare e inefficace inasprimento delle sanzioni per chi preme il piede sull'acceleratore, fa la sua comparsa una norma che mi strabuzzo gli occhi e anche le orecchie: "Nel provvedimento è stato poi previsto il divieto di tenere acceso il motore durante la sosta e la fermata del veicolo allo scopo di mantenere in funzione l'impianto di condizionamento d'aria nel veicolo stesso: tale comportamento è stato sanzionato con il pagamento di una somma da € 200 a € 400". La cosa è semplicemente folle, per principio, per il metodo, e per il livello della sazione. Nel principio, perché colpisce un'abitudine affatto naturale e spesso quasi obbligata dalle condizioni meteorologiche. Quando fa caldo ma veramente caldo, lasciare il motore acceso è perfettamente razionale; in alcuni casi doveroso, per esempio se si resta in macchina con un bambino o un animale (la legge è molto sensibile alle esigenze degli animali, naturalmente se ne fotte se ad abbrustolire al sole c'è un adulto in buona salute). E' folle per il metodo, poiché - se capisco bene - vorrebbe essere un contributo alla lotta ai mutamenti climatici, cioè alla riduzione delle emissioni, e dunque dovrebbe semmai colpire il motore acceso in sosta, anche quando e se il condizionatore è spento. E perché non lo sbrinatore, poi? E' folle, infine, nel livello della sanzione, che supera o pareggia quella prevista per una serie di comportamenti assai più pericolosi che tenere il condizionatore acceso (come passare col rosso o non rispettare lo stop). D'altronde, il ministro Bianchi - artefice della riforma - nessuno lo accuserà mai di aver ecceduto nella ragionevolezza.

lunedì 1 ottobre 2007

Sì-Triv: Interviene l'ex sindaco Raffaele Leone

“La presa di posizione del sindaco di Ragusa, di altri quattro primi cittadini di quella provincia e di larghi settori del mondo politico ed imprenditoriale ibleo (Consorzio ASI, Assindustria, CGIL, CISL e UIL) in favore del “sì alle trivellazioni in Val di Noto”, ha squarciato il muro di conformismo, che l’attivismo di minoranze facinorose e di politici alla ricerca di facile popolarità aveva creato su questa materia, eretta impropriamente a problema nazionale, al di là della sua reale (e modesta) consistenza.Ora finalmente si sta capendo che le voci solitarie di chi, come me, ha sempre sostenuto che il clamore contro le trivellazioni era una solenne sciocchezza, non erano opinioni bizzarre di singoli, ma avevano una loro ragionevolezza. In realtà nessuna delle vestali del “NO”, oltre a declinare slogans e a pronunciare anatemi, ha mai spiegato perché scavare uno o più pozzi per cercare ed eventualmente estrarre metano sia incompatibile col nostro “modello di sviluppo”. Mi chiedo chi ha mai deciso quale debba essere il “modello di sviluppo”: c’è stato un referendum, del quale non mi sono accorto, o una delibera del consiglio comunale? Ma soprattutto si è mai deciso che debba esserci una monocultura, un unico settore economico da praticare? Qui mi astengo dall’aprire un altro argomento di discussione. Ma ci sarebbe da chiedersi che cosa fanno quanti si stracciano le vesti contro le trivellazioni per far crescere quella che loro ritengono debba essere la sola nostra attività economica: pensano che bastino le loro pregiudiziali per sviluppare il turismo?Dalla lettura delle relazioni, che accompagnano le richieste della impresa texana (quale orrore: americana e per giunta “texana”!), si desume che dal punto di vista visivo i pozzi hanno un impatto ambientale assolutamente trascurabile, molto vicino a quello di una normale trivella per l’emungimento di acqua. Non ci sono emissioni nell’aria, né nell’acqua, né nel suolo. Per il materiale di scarto della perforazione è previsto il riuso. Non si capisce perciò in che modo ne potrebbe soffrire il barocco, lo sviluppo turistico (sul quale, sì, occorrerebbe aprire il dibattito e fare una seria riflessione), l’UNESCO e quanto altro.A quest’ultimo proposito va ricordato che l’iscrizione nella Lista del Patrimonio dell’Umanità riguarda il centro storico barocco di Noto, esteso circa 1 kmq, mentre il territorio del nostro Comune, che non è tutelato dall’UNESCO, è di 554 kmq e la concessione rilasciata dalla Regione ai “texani” riguarda addirittura tre Province. Che cosa c’entra quindi l’UNESCO? E’ perciò una balla che questo organismo internazionale abbia mai preso in considerazione l’idea di escludere Noto nel caso in cui venissero fatte trivellazioni di idrocarburi. Né potrebbe essere diversamente, dal momento che Ragusa Ibla è stata iscritta nella medesima Lista quando da oltre cinquant’anni nelle sue vicinanze si estrae petrolio. E durante questi cinquant’anni Ragusa ha inoltre ottenuto il riconoscimento della DOP per il caciocavallo e per l’olio degli Iblei. Non se ne è accorta l’Unione Europea che a Ragusa c’erano i petrolieri?!Essere contrari alle trivellazioni è un diritto. Argomentare la propria contrarietà con menzogne no.Il sindaco di Noto, che non trascura di apparire sui mass media per professare la sua fede antitriv., non è stato in grado di presentare neppure uno straccio di memoria - come avrebbe dovuto, se avesse avuto argomenti da spendere - nel procedimento di valutazione dell’impatto ambientale attivato nei mesi scorsi dalla Regione Siciliana. Naturalmente, come per qualsiasi iniziativa economica, vanno tenuti gli occhi aperti. Le istituzioni non possono rinunciare al loro potere-dovere di governare i fenomeni sociali. Ma va rifiutata la demonizzazione, il “NO” a prescindere, la pretesa che qualcuno sia portatore del vero e del giusto. Alla logica del “NO”, duro e puro, va sostituita quella del “Sì, parliamone”, perché una comunità non cresce con i tabù, ma guardando in faccia la realtà e cercando di capirla. “

Raffaele Leone
ex sindaco di noto

comitato.si@tiscali.it

martedì 25 settembre 2007

Gli scienziati rispondono a Mussi

Al Signor Ministro dell'Università e della Ricerca

Signor Ministro,La ringraziamo sentitamente per la cortese e sollecita risposta.Siamo confortati nel sapere da Lei che il Ministero non ha partecipato ad alcuna fase preparatoria della Conferenza sui Cambiamenti Climatici. È, infatti, il mancato rigore scientifico di tale Conferenza che suscita in noi lo sdegno che Le abbiamo manifestato.Per quanto riguarda il tema centrale della Sua risposta, in verità, esso ci coglie di sorpresa. Nella nostra lettera, si intendeva esemplificare come l’assenza di un dibattito preliminare sui presupposti e sui contenuti delle comunicazioni presentate inficiasse il rigore scientifico della conferenza, minandone così l’autorevolezza dei risultati. Ben lungi da noi era l’intenzione di sostenere, in una lettera a Lei indirizzata, una tesi o un’altra. Ebbene, viste le successive polemiche riportate dagli organi d’informazione, siamo stati dei facili profeti. Sentiamo sollievo, quindi, nel sapere che le critiche non possono toccare direttamente il Suo Dicastero, mentre ribadiamo che, la presenza di veri esperti di variazioni climatiche, con la loro responsabilità di trasferire i saperi alle nuove generazioni, avrebbe garantito miglior sorte alla Conferenza stessa.Il Suo interrogativo (“Tutto sbagliato?”), infine, ispira in noi una rinnovata spinta che ci muove, al di là del nostro doveroso assenso, a rispondere nelle modalità che Ella riterrà più opportuno. Come afferma Cartesio, infatti, il dubbio è l’inizio della Sapienza. Abbiamo anche la speranza che questo dialogo cosi’ accidentalmente prodotto aiuti a trovare un giusto equilibrio fra chi produce conoscenza e chi la deve utilizzare per il bene del Paese fra la Comunità Scientifica tutta ed il Governo nelle sue articolazioni (nazionale, regionali e locali). Troppe volte si verifica infatti che decisioni importanti vengano prese senza il doveroso coinvolgimento e la corretta consultazione di chi produce ricerca e cura la trasmissione della conoscenza .Precisiamo infine che siamo la totalità e non un gruppo degli ordinari del settore scientifico disciplinare FIS06.In attesa di Sue indicazioni su come attuare l’invito alla auspicata discussione Le porgiamo i nostri rispettosi saluti.

Franco Prodi (decano)
Paolo Gasparini
Arnaldo Longhetto
Domenico Patella
Renato Santangelo
Antonio Speranza
Alfonso Sutera
Paolo Trivero
Umberto Villante
Guido Visconti

20 Settembre 2007

domenica 23 settembre 2007

Noto: i Sì-Triv fanno outing

Ricevo e volentieri pubblico.

COMUNICATO STAMPA : “ NASCE IL COMITATO PER IL Sì”

In relazione alla questione delle trivellazioni nel Val di Noto,
alcuni cittadini del sud-est della Sicilia e della città Noto si mettono
insieme per dare vita ad un comitato per dire SI alla valorizzazione
delle riserve di gas-metano del sottosuolo del proprio territorio.

PERCHE’ SIAMO PER IL SI’

I sottoscritti cittadini, ai quali interessa lo sviluppo economico,
sociale, culturale, agricolo,turistico, di questa terra Patrimonio
Culturale dell’Umanità, nella consapevolezza che tale sviluppo può
essere garantito, assicurato e governato da una politica che tenga
conto di tutte le opportunità che il territorio offre e presenta, nel
rispetto della storia, della tradizione, della cultura delle
popolazioni che vi abitano, in relazione alla vicenda conosciuta come
“Trivellazioni nel Val di Noto” dichiarano quanto segue:
a) L’affermazione che “l’estrazione di gas è incompatibile con le
attività economiche e produttive legate all’agricoltura e al turismo”
trova una colossale smentita in 50 anni di attività estrattiva dal
sottosuolo ibleo unitamente allo sviluppo dell’agricoltura, della
zootecnia, del turismo e del commercio in tutta la provincia di Ragusa;
b) L’affermazione secondo la quale “le zone dove sono previste le
perforazioni ricadono in aree di interesse naturalistico, archeologico,
paesaggistico” è palesemente falsa e non risponde alla verità dei fatti
come è dimostrato da tutta la documentazione a disposizione delle
amministrazioni comunali, provinciali e regionale;
c) È frutto di irresponsabilità politica e di scarsa lungimiranza
pensare al futuro di un territorio e delle sue popolazioni
inchiodandole ad una sola filiera di sviluppo economico;
Siamo cittadini che pur con storie, provenienze ed appartenenze
diverse, sono uniti dal comune attaccamento a questa terra e per la
quale, in epoche non sospette , si sono battuti contro insediamenti
industriali (vedi ISAB) che, quelli sì, minacciavano l’ambiente e il
territorio. Siamo cittadini che in tutti questi anni si sono battuti o
hanno lavorato per la valorizzazione culturale e artistica del
territorio, promuovendo l’azione per l’inserimento di Noto nella lista
del Patrimonio UNESCO (27 dicembre 1982 viene redatto un appello
rivolto a tutte le “Organizzazioni, Enti, Università, autorità
comunali, provinciali regionali e nazionali , all’organizzazione delle
nazioni unite e a tutta la stampa nazionale ed internazionale” per l’
inserimento del “centro settecentesco della città di Noto” fra il
Patrimonio dell’Umanità. Estensori e primi firmatari dell’appello
erano: Gigi Di Blasi, l’arch. Pagnano e C. Salemi ; 1995 l’Amm. Leone
avvia l’istruttoria per l’inserimento della città di Noto tra il
Patrimonio dell’Umanità). Abbiamo come si suol dire “le carte in
regola” per dire sì alle trivellazioni senza, per questo essere
accusati, di “subalternità”, di “compiacenza” o di scarsa sensibilità
culturale.
Con la nostra azione vogliamo far sentire a tutti gli amministratori,
a chi ci governa a livello locale, provinciale, regionale ed anche
nazionale che in questa terra c’è ancora spazio per la ragionevolezza e
il buon senso, sia rispetto alle trivellazioni, così come rispetto ad
altre iniziative economiche o infrastrutturali. Di fronte alle
opportunità offerte dalla modernità è sciocco ed anacronistico
chiudersi in no preconcetti. I fenomeni sociali ed economici, tutti i
fenomeni, non vanno demonizzati, ma governati con una azione politica
votata al bene comune.
Vogliamo sperare la logica del “NO”, per affermare invece quella del
“SI”, contro gli anatemi, gli insulti, gli allarmismi, le paure
ingiustificate e tutti gli opportunismi politici.
Riteniamo che quella delle “trivellazioni nel Val di Noto” è un’altra
occasione di sviluppo, che si presenta e che rischiamo di perdere per
la grave miopia politica di chi ci amministra e per il pregiudizio
ideologico di alcune minoranze fondamentaliste.
Quella delle trivellazioni può e deve essere l’occasione per
ridiscutere in termini economici e di benefici le ricadute che tutto
il territorio e le popolazioni interessate possono e devono avere.
La nostra azione vuole essere di aiuto a quanti amministratori,
politici locali e regionali si accingono a prendere decisioni per il
futuro della nostra terra mossi, magari, solo dalla paura di perdere
qualche consenso elettorale.
Per queste ragioni ci costituiamo come “Comitato per il Sì” e per
essere anche strumento di informazione nei confronti dell’ opinione
pubblica locale, regionale e nazionale .
Obiettivi principali del Comitato sono:
1. Salvaguardare, coordinare e stimolare l’azione degli organi
competenti volta alla protezione dell’ambiente. Attuare la pretesa
formale dei massimi standards di sicurezza durante le operazioni di
trivellazione ed eventuale produzione.
2. Avere un costante dialogo con le compagnie che opereranno nel
territorio, al fine di determinare un assoluto potere di controllo
sulla scelta dei siti individuati per le perforazioni e sugli obiettivi
minerari che dovranno essere perfettamente descritti negli atti
amministrativi e progettuali. In particolare la specifica disponibilità
del Comitato è rivolta ad accettare pozzi realizzati su siti esterni al
centro abitato, in area agricola priva di vincoli urbanistici e non
specificatamente inserita in un contesto di pregio ambientale o
paesaggistico
3. Avviare una forte azione politica nei confronti degli organi
regionali allo scopo di ottenere un incremento delle royalties definite
nella L.R. 14/2000.
4. Acquisire una forza contrattuale nei confronti delle compagnie
operanti con lo scopo di convergere alla stesura di dettagliati
Protocolli di Intesa che abbiano l’obiettivo di ottimizzare la presenza
dell’investimento nel territorio.
5. Obiettivo prioritario sarà anche la contrattazione per un prezzo
inferiore sull’erogazione e distribuzione del gas-metano alla città.


Per informazioni: comitato.si@tiscali.it

venerdì 21 settembre 2007

mercoledì 19 settembre 2007

Mussi: la scienza è roba da governi, non da scienziati

Il ministro dell'Università Fabio Mussi ha risposto in modo sorprendente alla protesta dei climatologi contro la Conferenza nazionale sul clima:

Mi confesso un po' sorpreso dell'assunto centrale della Vostra missiva, che
cioè cambiamenti climatici irreversibili non siano "discernibili e certi". Forse
la chiave è quell'"irreversibili". Ma, seguendo da profano la letteratura
mondiale, mi pare che sia ormai larghissimamente condivisa la valutazione degli
effetti delle attività umane (dopo due secoli di industrialismo) sull'ambiente,
e i conseguenti cambiamenti climatici... Ormai anche i governi più restii a
riconoscere il fatto
(come quello degli Stati Uniti e della Cina,
come ho potuto constatare con il mio omologo cinese venerdì scorso) danno
credito all'allarme.
E' incredibile che il ministro dell'Università rimproveri agli scienziati di avere posizioni non condivise dai governi; come se le posizioni dei governi avessero tutto a che fare con la scienza e nulla a che vedere con la politica. Libertà (scientifica) vo cercando.

UPDATE: Franco Prodi ha reso pubblico il testo della lettera inviata a Mussi:

Al Signor Ministro dell'Università e della Ricerca
Signor Ministro,

i Sottoscritti sono tutti i Professori Ordinari del Settore
Scientifico Disciplinare FIS/06, FISICA DELLA TERRA, DEL MEZZO CIRCUMTERRESTRE E
DEL CLIMA.
Siamo venuti a conoscenza dagli organi di stampa che il
Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha convocato
una Conferenza Nazionale sui Cambiamenti Climatici.
Essendo il Clima il tema
specifico della conferenza ci si chiede come sia possibile che nessuno fra i
sottoscritti abbia partecipato ad alcuna fase preparatoria, di gestazione e
formulazione del programma della conferenza. Probabilmente, il Ministero, di cui
Ella è il responsabile, non è stato consultato dal dicastero in questione, forse
a timore che qualche dissenso da parte dei Suoi esperti potesse turbare il
dichiarato presupposto della Conferenza: che cambiamenti climatici irreversibili
siano già discernibili e certi. In caso contrario, ci si chiede di quali esperti
il nostro Ministero si sia avvalso in modo da poter valutare, con i criteri
oggettivi che Ella tanto giustamente propugna, sia a livello nazionale che
internazionale, le credenziali scientifiche che essi vantano a giustificazione
della nostra esclusione. Ciò anche per evitare gli incresciosi episodi di cui
sono macchiati precedenti Governi per alcune nomine ai vertici di Enti di
Ricerca.
Per quello che ci riguarda Le comunichiamo che noi
disconosciamo qualunque valore scientifico alla conferenza in oggetto, così come
faremmo per qualunque altra iniziativa che non presupponesse un vaglio anonimo,
fatto da "pari", dei risultati presentati.
Sicuri come siamo che
qualsiasi verità scientifica è quella che sopravvive ai Governi, ai clamori
degli organi d'informazione, alle vanità dei singoli e ai preconcetti della
moltitudine, confidiamo che Ella, come responsabile politico dei nostri Saperi e
della loro diffusione tra le future generazioni, voglia rendere noto ai suoi
illustri Colleghi del Governo il dissenso qui manifestato.
Visto
tuttavia il clamore nazionale, e ahinoi internazionale, che tale Conferenza ha
suscitato, ci riserviamo di far pervenire il nostro dissenso ai nostri Colleghi
e tramite gli organi di stampa ai cittadini dei quali si sono, così
generosamente, usate le finanze.

Franco Prodi (decano) Paolo Gasparini Arnaldo Longhetto Domenico
Patella Renato Santangelo Antonio Speranza Alfonso Sutera Paolo Trivero Umberto
Villante Guido Visconti

lunedì 17 settembre 2007

Prodi ministro dell'Ambiente subito!

Franco Prodi, che tutti hanno descritto come fratello del premier ma che è soprattutto climatologo e direttore dell'Istituto di Scienze dell'Atmosfera e del Clima del Cnr, dovrebbe fare il ministro dell'Ambiente. La sua polemica coi ministri Mussi e Pecoraro Scanio dimostra che, parentele a parte, è uno scienziato serio. Il suo argomento è molto semplice: non si può organizzare una Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici senza coinvolgere, se non marginalmente e nei suoi esponenti più "collaborazionisti", la comunità scientifica. Il problema non è solo la divulgazione di dati campati in aria - come quello, clamoroso, sul riscaldamento 4 volte più veloce in Italia che nel resto del mondo, che anche noi, pur non essendo climatologi, avevamo denunciato immediatamente - ma l'approccio nei confronti dei dati.

Perché dico che Prodi sarebbe un buon ministro dell'Ambiente? Perché dimostra di aver una visione autenticamente scientifica nella questione. Egli, pur essendo (mi pare di capire) fautore di qualche forma di intervento sotto l'ombrello del principio di precauzione, non si nasconde che vi sono enormi dubbi, incertezze e spazi oscuri che la scienza ha il compito di approfondire, capire, spiegare. Negare l'esistenza di dubbi, come ha fatto Angelo Bonelli invitando addirittura a isolare i negazionisti (che, suppongo, sarebbero gente come noi dell'IBL), significa anche delegittimare la ricerca scientifica. Prodi questo non lo farebbe.

Ciò non significa che noi non saremmo critici. Probabilmente lo saremmo. Ma lo saremmo sulla base del mutuo rispetto e della condivisione di alcuni punti fondamentali.

PS Interessante questo dibattito su Radio 24 (qui l'audio), a cui Prodi interviene assieme a Franco Battaglia, Gianni Mattioli e Maurizio Martellini.

giovedì 13 settembre 2007

Prima di parlare, documentarsi

Ricevo e volentieri pubblico dal prof. Ernesto Pedrocchi:

In merito alle affermazioni del ministro Pecoraro Scanio sul riscaldamento in Italia mi permetto segnalare che

(1) E’ risaputo che i cambiamenti climatici non sono uniformi sulla superficie terrestre. Il riscaldamento attuale è più marcato sulle regioni artiche e sul bacino del Mediterraneo, di cui l’Italia fa parte. L’Antartide praticamente non rileva cambiamenti.
(2) Il fatto che una regione evidenzi un maggior riscaldamento non è collegato con le emissioni antropiche di CO2 della regione, altrimenti dovremmo incolpare gli inuit del riscaldamento sulle regioni artiche. Il fenomeno del riscaldamento globale è molto complesso con interazione tra fenomeni diversi in luoghi diversi e con risultati di difficile interpretazione.
(3) Indubbiamente l’Italia e l’Europa occidentale, regioni molto industrializzate e con densità abitative elevate, costituiscono delle grandi “isole di calore” ovvero delle aree in cui c’è localmente una significativa immissione di calore nell’atmosfera a causa delle attività antropiche. E’ quindi naturale che si rilevi in Italia un maggior aumento rispetto al valore medio mondiale, ma questo non è legato al cambiamento climatico globale per la cui rilevazione si deve appunto depurare il dato di temperatura per l’effetto isola di calore.
(4) La non uniformità del riscaldamento potrebbe essere un indice che anche il riscaldamento globale (quello rilevato correttamente circa 0,6°C nell’ultimo secolo) non è strettamente legato all’aumento di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera che è invece abbastanza uniforme.

In sintesi mi sembra che le affermazioni del ministro dimostrino solo la sua scarsa conoscenza del fenomeno.

Dedicato ai catastrofisti del clima

Geniale Andrea Marcenaro dal Foglio ieri:

Riscaldamento globale. Foto e testimonianze dei lettori di Repubblica.it per raccontare un’Italia senza più stagioni. Il signor Duccio ha visto un geco a Milano. Questo lo ha agitato moltissimo perché li aveva sempre visti in Grecia. Il signor Antonio si è molto preoccupato perché gli è sembrato di notare che i temporali, a Cosenza, non arrivino più da ovest ma da est. Piogge d’oriente, le ha giustamente battezzate Repubblica. Gianvito Linfozzi, che abita nella pianura padana, è rimasto di sasso, andato in ferie quindici giorni, quando al rientro ha trovato i pesci rossi della vasca praticamente bolliti. Poi c’è Mario. E non c’è verso. Tutti gli anni, a ogni metà di marzo che il buon Dio manda in terra, Mario va a vedere la migrazione dei rospi al lago di Monticolo, nei pressi di Bolzano. Riscaldamento globale ha voluto che quest’anno fossero ancora girini. E Lorenzo, di Padova, racconta come le rondini, da lui, arrivino di solito a primavera e se ne vadano a settembre. “Quest’anno, invece, sono arrivate a metà maggio e il 31 agosto sono ripartite”. Cioè, arrivate come al solito e ripartite un giorno prima. Ma non si chiamavano partenze intelligenti?

sabato 8 settembre 2007

Contabilità che?

Un paio di giorni fa il consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge delega che obbliga tutte le amministrazioni pubbliche ad affiancare, ai consueti documenti contabili, anche la "contabilità ambientale" (qui il resoconto, qui il ddl). La relazione illustrativa spiega che "la crescente attenzione, nazionale ed internazionale, per le problematiche connesse alla sostenibilità ambientale delle politiche nazionali, ha rivelato la necessità di un'integrazione e di una riforma dei principali indicatori economici e degli strumenti di finanza pubblica". Il sistema che viene suggerito, e la cui definizione è demandata a una serie di decreti di cinque ministeri diversi (Economia, Ambiente, Sviluppo economico, Riforme, Affari regionali), dovrebbe fungere da "integrazione degli atti di programmazione economico-finanziaria e di bilancio... con lo scopo di garantire la piena conoscibilità delle scelte di governo e delle ricadute a carattere ambientale di quest'ultime".

Premetto che non capisco bene a cosa serva tutto ciò, nel senso che non è chiaro quale uso si debba fare della rendicontazione ambientale una volta che essa sia stata preparata ed affiancata a tutte le altre carte che devono accompagnare l'iter di una qualunque policy. Quel che pare di capire, invece, è che si tratti di un dazio pagato al partito dei Verdi il quale spera così - se mi è consentita una traduzione in italiano corrente - di rendere più onerosa, sia nella fase di pianificazione sia in quella di attuazione, l'implementazione di qualunque decisione politica, con particolare riferimento alle decisioni "strategiche" (si chiamano così, credo) in materia infrastrutturale. Il problema è che, in un contesto ingarbugliato e confuso come quello italiano, qualunque decisione è una decisione politica. L'autorizzazione alla costruzione di un'opera di dimensioni anche ridotte (dal pollaio al rigassificatore) lascia, ben al di là dei requisiti tecnici già stringenti, un ampio margine di arbitrarietà politica che, generalmente, agisce come un freno alle innovazioni e ai cambiamenti.

C'è anche un problema sostanziale: come è possibile calcolare i costi "ambientali" di un provvedimento se questo interviene su settori dove mercato e proprietà privata non esistono? La stima dei costi prevede anche un sistema dei prezzi, ma un prezzo richiede la libera interazione tra proprietari. Che fare, quando di mezzo vi sono aree - per esempio le proprietà demaniali - dove non esistono proprietari che possano interagire? Facciamo un caso: un comune intende costruire un parcheggio al posto di una spiaggia, o vuole abbattere un albero per far spazio al marciapiede ai bordi di una strada. Come si fa a determinare il valore della spiaggia o dell'albero versus il valore del parcheggio o del marciapiede, in assenza di un meccanismo che consenta alle preferenze soggettive di utenti e proprietari di manifestarsi? In che modo stabilire se deve prevalere il mio diritto di parcheggiare o il tuo di sdraiarti al sole, il mio di passeggiare senza essere investito o il tuo di sonnecchiare all'ombra delle fronde?

Ma c'è anche un altro aspetto, per così dire, di reciprocità: nel momento in cui viene introdotta la contabilità ambientale per i provvedimenti (passatemi il termine) economici, perché a nessuno salta per il capo di richiedere anche la contabilità economica dei provvedimenti ambientali? L'istituzione di un parco nazionale o di un sistema di scambio delle quote di emissione comporta un costo, e non trascurabile, per chi viene (parzialmente) espropriato nell'uso che può fare dei suoi terreni o di chi emette gas serra. Poiché questo costo non è giustificato da altro che dall'arbitrio dello Stato, in un paese che voglia aspirare al minimo sindacale di civiltà esisterebbero delle forme di compensazione che in Italia non ci sono e nessuno propone (non la sinistra e neppure la destra, come dimostra la storia e il progressivo allargamento del diritto di esproprio tracciata da Silvio Boccalatte ne La proprietà e la legge, lettura ad alto tasso di incazzatura).

La contabilità ambientale, per come si configura, è il cavallo di Troia di chi vuole restringere le libertà economiche in un paese che nessuna ha mai accusato di estremismo in questo campo. E il passo dalla contabilità ambientale alle tasse ambientale è men che breve; automatico.

lunedì 3 settembre 2007

Le notorie scempiaggini di Mario Tozzi

Oggi La Stampa pubblica una mia lettera che fa seguito a un articolo di Mario Tozzi, il quale se la prendeva coi texani cercatori di gas in quel di Noto e s'accodava alle notorie scempiaggini. Tozzi mi degna anche di una sua risposta, che forse sarebbe stata più efficace se l'avesse letta, la mia lettera.

PS Se da queste parti passa qualcuno degli amici dell'Aspo, mi piacerebbe sentire il loro commento sulla definizione che Tozzi dà di picco del petrolio, e cioè "il momento in cui costerà troppo" (rispetto a cosa?).

Ho letto con un certo stupore l'intervento di Mario Tozzi sul rischio che Noto sia "svenduta per quattro soldi". Nello stesso pezzo, Tozzi scrive a poche righe di distanza prima che "nessuna attività industriale è remunerativa come l'estrazione e il commercio di idrocarburi" e poi che "lo sviluppo legato ai combustibili fossili ha il fiato corto". Prima che "l'impatto ambientale [è] praticamente assente", e poi che non ha "senso trasformare l'economia di una regione a vocazione eminentemente turistica e agricola ". Soprattutto, egli non pare rendersi conto che la ricerca e l'estrazione di gas in Sicilia (non dovrebbe, Tozzi, temere il petrolio: già l'hanno cercato e dove stava l'hanno trovato, in Val di Noto neppure una goccia) non necessariamente escludono lo sviluppo turistico e agricolo. Forse glielo spiegherà Tozzi, a quelli di Marina di Ravenna, o a quelli del parco del Ticino, che loro a causa del petrolio hanno dovuto abbandonare la vocazione turistica o agricola, perché finora non sembrano essersene accorti. - Carlo Stagnaro

Molta confusione nelle parole del signor Stagnaro, cui non giova mette­re insieme virgolettati legati a frasi e concetti diversi. Lo sviluppo legato ai combustibili fossili ha il fiato corto perché si sta per raggiungere il cosid­detto picco del petrolio, cioè il mo­mento in cui costerà troppo (ultime stime: 2011), ma ciò non toglie che questo settore renda economicamen­te - a chi lo sfrutta, cioè alle corpora­tion, non ai cittadini - ancora più di ogni altro. L'impatto ambientale del­la prospezione è assente, non quello della eventuale produzione che, co­me dimostra la Lucania, è tutt'altro che irrilevante. Per conoscenza del si­gnor Stagnaro, in Val di Noto si cerca ancora petrolio le non solo da parte delle compagnie di cui si parla oggi!. Per quanto riguarda Ravenna, poi, sarebbe opportuno informarsi sul fat­to che quella zona d'Italia è sprofon­data di oltre un metro negli ultimi anni (il fenomeno si chiama subsi­denza) a causa dell'emungimento di gas dal sottosuolo e nessuno ne è par­ticolarmente contento. L'estrazione del gas nell'area del parco del Ticino è infine talmente trascurabile da non essere menzionata in nessun re­soconto serio. - Mario Tozzi

venerdì 31 agosto 2007

Il populismo non ha confini

Chi l'ha detto che il populismo è solo italiano? Perfino negli Stati Uniti le compagnie petrolifere erano state sospettate di collusione per i rincari dell'estate 2006. Oggi l'indagine dell'Antitrust a stelle e strisce si è conclusa. Riporto la notizia da Quotidiano Energia, per non essere accusato di fare il saputello che ve l'avevo detto, io.

PS In Italia andrà nello stesso modo, se l'Antitrust non accetterà gli impegni delle compagnie, con l'unica, fastidiosa variante che il Garante farà le multe, i petrolieri faranno ricorso, e vinceranno.

Roma, 31 agosto - Il forte aumento del prezzo medio della benzina negli Usa nella primavera e nell’estate 2006 è da attribuire esclusivamente a ragioni di mercato. Nessun comportamento anticompetitivo dunque da parte delle compagnie petrolifere. E’ questa la conclusione a cui è giunta la Federal Trade Commission (Ftc), l’antitrust statunitense che ieri ha consegnato i risultati del suo lavoro (disponibile sul sito di QE) al presidente Bush. Il documento finale è passato con 4 voti a favore e 1 contrario.
Sei, spiega la Ftc, i motivi alla base dei rincari, nessuno dei quali è in violazione delle normative Antitrust Usa. Si va dagli effetti della driving season, alla crescita del prezzo del greggio, agli aumenti registrati nel prezzo dell’etanolo, ai guasti alle raffinerie provocati dagli uragani Rita e Katrina, ad altri problemi inattesi o eventi esterni e manutenzioni degli impianti, fino ad una domanda di prodotto più alta del solito.
Tutto regolare quindi. L’indagine era stata aperta in concomitanza dell’inchiesta sul comportamento delle compagnie nel periodo immediatamente successivo ai due disastrosi uragani, conclusasi anche in quel caso con un’assoluzione piena per le major (QE 21/6/06).