giovedì 31 maggio 2007

Che i russi paghino

La Lex Column di oggi, sul Financial Times, propone una interessante analisi sul settore elettrico in Russia. Secondo quanto ha dichiarato lo stesso presidente Vladimir Putin, da qui al 2020 il settore richiede almeno 460 miliardi di dollari di investimenti, pari a circa un terzo dell'attuale Pil (gonfiato dalle quotazioni del greggio). La coraggiosa decisione di privatizzare (facendone spezzatino) il monopolista elettrico Unified Energy System (che dal punto di vista politico è, se non una sconfitta, neppure una vittoria per il Cremlino), è una via obbligata, ricca di opportunità per il paese e per gli operatori stranieri (compresi Enel ed Eni, che non intendono perdere questo treno). Ma richiede anche un passo impopolare: far gradualmente salire le tariffe elettriche, che oggi (come quelle del gas) si assestano nettamente al di sotto dei prezzi di mercato.

C'è anche un altro elemento di rischio: apparentemente Mosca vuole liberalizzare l'elettricità, ma quali garanzie offre che, ad investimenti effettuati, non seguiranno colpi di mano? Dopo tutto, nel settore petrolifero e del gas è andata così: il combinato disposto tra un cambiamento politico interno (l'ascesa del "partito Kgb") e aumento dei prezzi del barile ha determinato una politica aggressiva da parte di Putin, che ha riportato tutti i progetti sotto il controllo (diretto o indiretto) della politica, attraverso Gazprom soprattutto. Nel caso dell'elettricità sono due i fattori tranquilizzanti. Il primo riguarda il fatto che difficilmente l'elettricità può essere utilizzata, come il gas, quale strumento di potenza a livello geopolitico: al massimo espropri o cambiamenti regolatori potrebbero avere la funzione di avvertimento, ma ciò sarebbe ben poco saggio. Secondariamente, proprio l'esperienza di Gazprom dovrebbe mettere sull'avviso i consiglieri economici del Cremlino, come nota oggi sul Wsj: sul piano finanziario, Gazprom è una mezza Caporetto, e se i prezzi del petrolio scenderanno ulteriormente si troverà in gravi difficoltà. Già oggi vi sono seri dubbi sulla sua capacità di reggere l'aumento della domanda interna e internazionale.

lunedì 28 maggio 2007

Rete Gas

Il destino proprietario di Snam Rete Gas accende dibattito e fantasie. Per liberalizzare l’energia è necessario sottrarla al controllo dell’Eni; la rete è un patrimonio nazionale che sarebbe delittuoso lasciare in mani straniere (e soprattutto russe); fondiamo Snam Rete Gas con Terna e costituiamo il trasportatore unico; e così di seguito.
Eppure sul fatto che Rete Gas c’entri qualcosa con liberalizzazioni e concorrenza qualche dubbio lo si dovrebbe avere. Stiamo parlando di un tubo di trentunomila chilometri (sommando rete nazionale e regionale) il cui utilizzo è interamente soggetto a regolamentazione pubblicistica. Rete Gas non ha il potere di decidere che entra e chi no; e Rete Gas non ha il potere di decidere quanto si paga. Il tubo è un’autostrada dove il pedaggio è fissato dall’autorità ed è (sostanzialmente) eguale per tutti. Tutti possono avervi accesso su basi non discriminatorie; e se è pieno vi sono regole per ripartire gli accessi assolutamente fuori dal controllo e dall’influenza della società. Se queste sono le regole, come può influire sulla concorrenza l’identità del proprietario? Delle due l’una. O le regole funzionano bene e sono comunque controllabili e coercibili, nel qual caso che il proprietario sia monopolista di qualcos’altro, o italiano, o libico o russo non fa nessuna differenza; oppure c’è una qualche irriducibile smagliatura che può consentire al proprietario di favorire sé stesso, e perciò in pratica (e seppur magari legalmente) di “barare”. L’ultima sarebbe come ipotizzare che se Fiat fosse concessionaria autostradale cercherebbe di costruire e gestire le strade in modo da favorire i propri veicoli; ed anche se è difficile capire il come, è giusto scontare che il sospetto magari verrebbe, e che Madama Concorrenza si ispira liberamente alla moglie di Cesare. Apparenza ed etica della concorrenza possono essere più importanti della concorrenza stessa.
Togliamoci dunque l’Eni e tacitiamo il sospetto. Ci serve comunque qualcuno che il tubo però lo sappia far funzionare; e che magari non esiti a investirci se serve rafforzarlo o allungarlo. L’ultima è la più facile, perché il tubo è in fondo (finanziariamente) una rendita; ed anche in terra di capitalismo senza capitale (proprio) i soldi per comprarsi una rendita si trovano, e semmai in eccesso. Non a caso, è tutto un correre e un fiorire di Fondi Infrastrutture, che tradotti vogliono dire che il sistema bancario ed alcuni privilegiati vorrebbero trattenersi un paio di punti almeno del rendimento atteso giusto per intermediarlo con il parco buoi (del che, e cioè delle modalità della distribuzione delle rendite dei settori regolati, forse sarebbe ora di cominciare a parlare).
Garantire un servizio di trasporto di gas naturale che copre l’intero Paese e assicurare la gestione e manutenzione delle infrastrutture di trasporto non è per converso uno scherzo. Si tratta di movimentare una novantina di miliardi di metri cubi di gas all’anno a pressioni variabili sulle rete nazionale dai 24 ai 75 bar, gestire undici centrali di compressione e tutto il dispacciamento, pianificare e dare puntuale corso alle esigenze di ampliamento della domanda e della capacità. Servono insomma professionalità elevate ed un management con vocazione non solo finanziaria. In definitiva, il cambio di proprietà e controllo apre una questione di competenza ben più che di concorrenza. La proprietà è, o dovrebbe essere, tendenzialmente indifferente a fini concorrenziali (la rete si può autofinanziare quasi per intero a debito); ma la garanzia di saper esprimere un buon management è essenziale. Da questo punto di vista, è lecito il dubbio che un management espresso dalla Cassa Depositi e Prestiti o altrimenti di nomina comunque politica sappia far funzionare il tubo meglio di Gazprom; ed anche che l’unificarla alla rete elettrica e perciò a Terna rischi di farla gestire da un holding di partecipazioni non propriamente pratica di tubi, reti e pressioni..
Lo sviluppo ed il buon funzionamento della rete non sono necessariamente oggetto di concorrenza; ma ne sono piuttosto il presupposto ed il supporto indispensabile. Forse non è una buonissima idea togliere la rete all’ Eni. E comunque, se in prospettiva vogliamo togliergliela, ci tocca di assicurare che continui ad essere gestita con l’efficienza e la competenza che ne hanno fatto la storia. Indipendentemente dalla proprietà, sarebbe forse una buona idea quella di garantire che alla scelta del management della rete partecipino anzitutto i suoi utilizzatori.

Distribuzione carburanti: l'Antitrust chiede orari liberi

L'Autorità garante per la concorrenza e il mercato ha inviato al governo e al parlamento una segnalazione che, in merito alla "liberalizzazione" (sort of) della distribuzione carburanti recita quanto segue: "l’Autorità ritiene che la prevista eliminazione, all’articolo 1, comma 1 del disegno di legge AC 2272-bis, di restrizioni quantitative all’accesso al mercato, di vincoli all’abbinamento di prodotti oil e non-oil, nonché dei vincoli in tema di orari possano portare ad un’evoluzione in senso maggiormente concorrenziale dell’attività di vendita di carburanti per autotrazione. In questa prospettiva, l’Autorità rileva che nel medesimo comma 1 è stata prevista la possibilità di prolungare gli orari di apertura degli impianti di distribuzione di carburanti solamente nei casi in cui essi siano abbinati ad esercizi di vendita di altri prodotti e servizi. Si ritiene che tale previsione, ancorché favorisca una maggiore flessibilità di orari per una parte del mercato rispetto alla situazione esistente, conduca ad una disparità di trattamento fra impianti di distribuzione e non sia sufficiente a garantire una maggiore concorrenza sul prezzo ed un ammodernamento della rete di distribuzione. L’Autorità auspica pertanto che si colga l’occasione della modifica normativa in corso per adottare una disciplina che attribuisca a tutti gli impianti di distribuzione una maggiore libertà e flessibilità negli orari di apertura al pubblico, in linea con le reali esigenze dei consumatori".

In pratica l'organismo presieduto da Antonio Catricalà dice che la "liberalizzazione", in questo caso, ha seguito un percorso discriminatorio, in quanto ha consentito solo a una parte dei competitori di non sottostare a una ridicola limitazione di orari che fa sì che i benzinai italiani siano quelli che lavorano meno in Europa - 10 ore al giorno per 280 giorni all'anno contro una media europea di 15 ore per 335 giorni. In un IBL Briefing Paper, Stefano Verde e io abbiamo analizzato i problemi della rete distribuzione carburanti in Italia, prendendo spunto dall'avvio di un'istruttoria da parte della stessa Antitrust contro le compagnie petrolifere, accusate di aver formato un cartello per tenere alti i prezzi. A nostro avviso l'attacco dell'Autorità era molto debole; questa ultima segnalazione è una conferma indiretta del fatto che avevamo e abbiamo ragione. Il livello dei prezzi dipende largamente dalla componente fiscale (se non avete problemi di fegato, andare su www.StopAccise.com). Il collo di bottiglia anticoncorrenziale, nel settore, dipende da una cornice legislativa e regolatoria che inibisce la possibilità, per i gestori e le compagnie, di farsi concorrenza sul prezzo. Ora qualcosa sta cambiando, probabilmente in meglio, ma, come rileva Catricalà (non lo dice, ma questo è il senso della segnalazione), solo grazie alla spinta - diciamo così - di alcuni, precisi interessi particolari. E' mai possibile che in Italia non si riesca a liberalizzare neppure la distribuzione dei carburanti come Dio comanda?

Gore Exposed

Il futuro è offshore

Interessante servizio su Energy Tribune.

Ipse dixit

"Il Monopolio che c’era prima, non era cosi trasparente e cosi chiaro per chi lo conosce, il mercato. Era però protettivo dei deboli. Mentre invece il mercato libero è Homo homini lupus"

Renzo Capra, monopolista (da Report di ieri)

La trasmissione di Milena Gabanelli è sempre molto informata e coraggiosa, e la puntata di ieri - dedicate alla "via del gas" - non ha fatto eccezione. Rispetto ad altre volte, però, si è avvertita in maniera più pressante la visuale politica degli autori. Niente di male, per carità. Solo che la notalgia del buon vecchio monopolio, affidata per giunta a un monopolista locale di oggi, strappa un sorriso. Perché tutti gli indicatori suggeriscono che la transizione verso un sistema liberalizzato abbia favorito i consumatori. Report avrebbe forse dovuto, per completezza di informazione, eseguire dei confronti tra la situazione attuale e quella pre-liberalizzazione, tenendo anche conto del fatto che il processo di liberalizzazione del gas, in Italia e in Europa, è tutt'altro che compiuto.

sabato 26 maggio 2007

Scaroni non vuole cedere la rete, la politica rimanda (cioè non fa)

A margine della presentazione del bilancio Eni 2006, con oltre 86 miliardi di euro di ricavi e 9 miliardi di utile netto, l'amministratore delegato Paolo Scaroni è tornato a ripetere che "non ho nessuna intenzione di vendere Snam Rete Gas", ma "se dovessimo farlo si porrebbe il problema di massimizzare il valore per gli azionisti". Più o meno con lo stesso atteggiamento Scaroni affronta il tema della cessione di Stogit, la società controllata dall'Eni che gestisce gli stoccaggi di gas. L'ennesima presa di posizione del capo della compagnia petrolifera di bandiera ha provocato la reazione di Antonello Cabras, responsabile economico dei Ds, che, intervistato da Federico Rendina sul Sole 24 Ore, ha definito la separazione proprietaria un passo necessario "non solo per garantire condizioni di terzietà e non discriminazione nell'accesso ai gasdotti, ma anche per stimolare una politica di investimenti non opportunistica". Cabras ricorda che la questione ha già ampiamente debordato dai termini della buona creanza, tanto che l'Antitrust italiano ha inflitto all'Eni una multa record per il mancato sbottigliamento del gasdotto tunisino Ttpc e, soprattutto, l'Antitrust europeo ha avviato un'indagine contro il Cane a sei zampe per abuso di posizione dominante.

La vicenda ha dei tratti paradossali. Scaroni non ha titolo di opporsi, peraltro in maniera tanto esplicita e violenta, all'obbligo di cessione di Snam Rete Gas e Stogit, non solo nella sua veste di amministratore di una società che ha nel Tesoro il suo maggiore azionista (questo pure un problema che andrebbe risolto, e che non lo sarà: Tommaso Padoa Schioppa è stato chiarissimo nell'escludere la privatizzazione dell'Eni e delle altre aziende ancora in mano pubblica), ma anche e soprattutto in quella di titolare di una rendita di posizione e contemporaneamente di capo di un'azienda ex monopolista che ancora gode di una posizione ampiamente dominante sul mercato. Non c'è una ragione finanziaria per mantenere Snam Rete Gas e Stogit sotto l'ombrello dell'Eni: esse rappresentano solo una piccola frazione del suo bilancio.

Al contrario, dal punto di vista della liberalizzazione, dell'efficienza economica e del benessere dei consumatori la separazione proprietaria è un passaggio essenziale: come sta scritto nell'Indagine conoscitiva congiunta dell'Antitrust e dell'Autorità per l'energia sui settori dell'elettricità e del gas, "Con riferimento al permanere di un assetto verticalmente integrato di Eni nelle fasi di trasporto nazionale e stoccaggio, oltre alla ricordata possibilità di influenzare l’esito della concorrenza sui mercati della vendita con comportamenti di tipo opportunistico difficilmente monitorabili, assume rilevanza il fatto che tale impresa possa gestire l’intera flessibilità del sistema gas nazionale (flessibilità dei contratti take or pay, flessibilità degli stoccaggi, flessibilità nell’uso della capacità di trasporto, gestione del Punto di Scambio Virtuale), oltre che a proprio vantaggio, anche a detrimento della concorrenza. Si auspica, pertanto, la cessione da parte di Eni delle quote di capitale sociale detenute in Snam Rete Gas e dell’intera partecipazione detenuta in Stogit. Esito di tale processo dovrebbe essere la creazione di un Indipendent System Operator (ISO) che detiene e gestisce le infrastrutture di trasporto e di stoccaggio. Questa misura sembra necessaria, inoltre, per superare i problemi regolatori e competitivi connessi alla verifica delle condotte delle attuali società (Snam Rete Gas e Stogit) rispetto ai terzi, e per la corretta creazione di incentivi al potenziamento delle infrastrutture di trasporto e di stoccaggio".

Curiosamente, Scaroni ha recentemente trovato un alleato nel presidente dell'Antitrust Antonio Catricalà che, contraddicendo quanto la sua stessa Authority aveva detto nel documento citato e in altri, ha preso una posizione attendista (in un momento in cui rimandare significa non fare, come è accaduto finora). Catricalà ha addirittura invocato un tema come quello della reciprocità: dal punto di vista della competizione in Italia, è del tutto irrilevante se altri paesi adottino o no provvedimenti di separazione proprietaria.

giovedì 24 maggio 2007

Marchionne e Hodac ci ricordano che c'è un mondo, là fuori

"L'industria dell'automobile è uno dei settori più regolamentati in Europa". L'accusa viene da Sergio Marchionne (nella veste di presidente dell'Acea, l'associazione dei produttori europei di auto) e Ivan Hodac, segretario generale Acea, autori dell'Introduzione al Rapporto 2007 sull'industria dell'auto. "Oggi, circa 80 direttive europee e 115 pezzi di legislazione riguardano i veicoli a motore. Questo peso non dovrebbe essere sottovalutato". Sebbene la performance - consumi ed esternalità ambientali - delle auto sia notevolmente migliorata, sono sempre più frequenti le richieste di introdurre nuovi vincoli, paletti, regole: "il livello di rumore dei veicoli a motore è sceso del 90 per cento rispetto al 1970. E restiamo agli anni Settanta ancora un attimo: l'auto media prodotta allora generava tanti elementi inquinanti, come NOx e altre sostanze tossiche, quanti cento auto realizzate oggi. Si può dire che oggi il problema dell'inquinamento è stato risolto nei veicoli moderni, ma ce ne accorgeremo solo tra dieci anni quando i vecchi veicoli avranno cominciato a scomparire" (su questo tema segnalo un Briefing Paper di Francesco Ramella e un Occasional Paper di Joel Schwartz).

Un problema di più difficile soluzione è quello delle emissioni di CO2: Marchionne e Hodac lamentano una eccessiva enfasi, da parte della Commissione Europea, sulla tecnologia dei motori, che impedisce un approccio integrato ai vari fronti del problema - come la fluidificazione del traffico e l'accelerazione del turnover nel parco veicoli circolanti. Marchionne e Hodac hanno naturalmente ragione, su questo punto: il minimo che si possa dire delle politiche climatiche europee è che esse puntino solitamente a costosissimi obiettivi di breve termine, senza porsi il problema delle conseguenze nel lungo termine, nè chiedendosi se esistano modi diversi, più efficaci e meno costosi per ottenere target comparabili o superiori. Ma più in generale, a essere bacata è l'idea che la questione del riscaldamento globale, ammesso e non concesso che si tratti di un problema anziché di un semplice fatto, possa essere risolta attraverso diktat politico-regolatori i quali sembrano ignorare la piccola, insignificante realtà che c'è un mondo, là fuori, dove sta la larghissima maggioranza della popolazione mondiale, con tutto quel che ciò comporta in termini di inquinamento, consumi di energia ed emissioni di gas serra. La mancata comprensione di ciò fa sì che Bruxelles insista nell'adozione di politiche che minano la competitività europea, spingono le imprese energivore a delocalizzare (con possibili impatti ambientali negativi, dal punto di vista globale), e riducono il benessere degli europei, senza dare un grande contributo (per la verità, neppure un contributo visibile) alla lotta al global warming. Speriamo che, quando l'Europa la smetterà di fissarsi sul suo ombelico, non sia troppo tardi.

Cambia il tempo ma noi no

O forse neppure il tempo? Chi si preoccupa delle temperature sopra la media dovrebbe tener conto di due fatti. Primo: che, statisticamente, circa la metà delle temperature misurate durante un dato arco di tempo sono sopra la media (l'altra metà saranno sotto la media) perché la media è una media, non un indice di normalità. Secondo, che le temperature raggiunte in questi giorni non sono affatto prive di precedenti. L'amico Fabio Malaspina mi segnala un articolo che ricostruisce le condizioni climatiche del 23 maggio 1953, quando una tempesta spezzò la guglia della Mole a Torino: la colonnina di mercurio indicava stabilmente più di 30 gradi, col picco di 35,8 gradi raggiunto il 21 maggio. C'è di più: Malaspina mi ricorda che, nel libro Cuore, c'è un capitolo intitolato "32 gradi", temperatura del giorno 16 giugno.


mercoledì 23 maggio 2007

Venticinquesimo

La maggior compagnia petrolifera italiana ha lanciato una massiccia campagna per risparmiare soldi ed energia. Si tratta di 24 piccoli e grandi consigli per cittadini e consumatori che si tradurrebbero, dicono i promotori, in una importante riduzione dei consumi (e delle multe per lo sforamento delle quote di emissione, notano i maligni). Manca però il venticinquesimo, e fondamentale, suggerimento, quello invece che consumatori e cittadini dovrebbero rivolgere alla maggior compagnia petrolifera italiana e a chi, come lei, insiste nel sindacare i comportamenti e gli stili di vita privati: chi si fa i fatti suoi, campa cent'anni.

sabato 12 maggio 2007

Figli dei tropici

Le nostre città inquinate? Un piccolo paradiso per la biodiversità.
Il riscaldamento globale porterà all'estinzione del 30% di tutte le specie animali?
Nessuna evidenza empirica supporta tale conclusione. Al contrario, esiste una chiara correlazione fra temperatura e biodiversità: il numero di specie aumenta esponenzialmente andando verso l'equatore.
E l'uomo è capace, più di ogni altra specie, di adattarsi a qualsiasi clima da quello del deserto a quello delle regioni polari.
Tutto questo e molto altro in una intervista del biologo tedesco Josef Reichholf su Der Spiegel.

venerdì 4 maggio 2007

Seminario Rothbard: Si parla di liberalizzazione elettrica

All'appuntamento di lunedì 7 maggio col seminario Rothbard si parlerà di liberalizzazione del settore elettrico. Interverrà Fabio Domanico, economista alla Luiss. Per registrarsi o chiedere informazioni, è possibile contattare Carlo Lottieri.