sabato 30 giugno 2007

Il global warming lo fa ammosciare

Ieri un mio amico mi ha telefonato tutto preoccupato per una notizia che aveva sentito alla radio. La notizia era che con l'aumento delle temperature medie globali non solo il mare s'alzerà miriadi morranno malattie povertà desertificazione il cielo cadrà e peste e sciagura ci coglieranno. Il veneratissimo fallo di Shiva si scioglierà. Ora, non che io voglia dar la sensazione del cattocolonialista che guarda col sopracciglio alzato la religione altrui, però mi immedesimo nelle generazioni che per secoli si sono inginocchiate di fronte all'immane pisello e penso che, tutto sommato, magari il bicchiere c'è chi lo vede mezzo pieno.

martedì 26 giugno 2007

Otto paesi europei per l'unbundling proprietario. E l'Italia?

Il Financial Times di oggi (ripreso da Quotidiano Energia) racconta che otto Stati membri hanno scritto una lettera al commissario europeo per l'Energia, Andris Piebalgs, chiedendogli di premere l'acceleratore sulle liberalizzazioni e in particolare di procedere alla separazione proprietaria delle reti dagli incumbents. Gli otto sono Danimarca (capofila), Regno Unito, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Svezia, Finlandia e Romania. Pretendono troppo? Decisamente no, visto che, come notano loro stessi, la centralità dell'unbundling è ben rimarcata nel documento del 10 gennaio 2007 della Commissione sulla nuova politica energetica per l'Europa, che afferma:
Le informazioni economiche disponibili suggeriscono che la separazione della
proprietà costituisce il mezzo più efficace per garantire una scelta ai
consumatori e incentivare gli investimenti, in quanto crea una rete di imprese
che non sono condizionate da interessi legati alla fornitura/produzione che
condizionano le loro decisioni in materia di investimenti; la separazione non
richiede una regolamentazione dettagliata, complessa e vincolante e non impone
modifiche amministrative sproporzionate.

Inoltre, l'unbundling è la precondizione politica necessaria a forzare la mano verso un mercato interno che sia veramente integrato. Perché non si riesce ad arrivare a un obiettivo di cui si parla da anni? Non solo perché vi sono anche controindicazioni, che sono state ricordate su questo blog da Massimo Nicolazzi. E' ovvio che la separazione delle reti, come tutti gli atti con cui i governi mettono il becco nell'organizzazione industriale, presenta tutta una serie di limiti e rischi ed effetti perversi. Figurarsi se un liberale non ha l'allergia a queste cose. Ma resto convinto che, stante la condizione di partenza di monopoli pubblici, i benefici siano maggiori dei rischi. Comunque, non è questo che frena l'unbundling. E non è neppure la scarsa convinzione di Bruxelles: Piebalgs e il presidente Barroso nell'urgenza della separazione proprietaria ci credono (ci crede a corrente alternata il presidente dell'Antitrust italiano Antonio Catricalà, ma questo è un altro discorso. Però nella presentazione della relazione annuale Catricalà di Snam Rete Gas non parla, ed è grave). Il problema è che due paesi: Francia e Germania, per difendere gli interessi di un pugno di imprese (nomi? Gdf, Edf, E.On, eccetera), fanno quadrato contro le liberalizzazioni.

E l'Italia? L'Italia si trova in una situazione bizzarra. Nel settore elettrico, è uno dei pochi paesi europei ad aver completato con successo l'unbundling proprietario (con qualche problema connesso alle partecipazioni pubbliche in conflitto di interessi, ma vabbé). Nel gas, invece, siamo molto indietro. Non mancano i fautori della separazione: tra gli altri i presidenti della Commissione Attività produttive della Camera, Daniele Capezzone, e della Commissione Bilancio del Senato, Enrico Morando. Con qualche oscillazione anche il ministro Pierluigi Bersani è favorevole all'unbundling. E quando si occupava di queste cose pure Enrico Letta (se ci sei, batti un colpo). L'elenco potrebbe continuare. Ma la forza del partito Snam - che è un vero transpartito che va dalla Lega Nord a Rifondazione Comunista - è, per ora, prevalente.

Sapere che, in Europa, otto paesi sono usciti allo scoperto è incoraggiante. Attendo fiducioso di sapere quale posizione prenderà l'Italia, se la prenderà, se saprà prenderla, se si accorgerà che anche questo è un problema, se capirà di cosa si sta parlando.

venerdì 22 giugno 2007

And the winner is...

L'oscar alle scempiaggini oggi va, per acclamazione, al sottosegretario alle Politiche agricole Stefano Boco, il quale, commentando su Repubblica l'arrivo delle trivelle nel Chianti, ha detto quanto segue: "E' una follia ricercare l'oro nero sotto terra [e dove sennò, di grazia?] quando l'unico grande tesoro sono il lavoro degli uomini, la bellezza paesaggistica, i valori naturali. Sarebbe un errore da pagare caro". Si è anche augurato che "possibile da parte delle autorità regionali rivedere i permessi" - vedi alla voce "certezza del diritto".


martedì 19 giugno 2007

Le notorie scempiaggini sullo scempio di Noto

Lo scrittore Andrea Camilleri, con la cooperazione di Giovanni Valentini e della Repubblica, si è lanciato contro la ditta texana Panther Eureka, colpevole di voler cercare "petrolio" (in realtà gas, ma Camilleri e Valentini non se ne sono accorti, o non conoscono la differenza, oppure fanno finta di niente, o tutte e tre le cose) nella Val di Noto. Camilleri ha scritto un accorato appello su Rep, grazie al quale sono state raccolte oltre 70 mila firme contro le trivelle. Intervistato dallo stesso quotidiano, lo scrittore siciliano proclama: "mi sono battuto come Montalbano". Minchia. Camilleri e Valentini hanno tutte le ragioni, nell'universo parallelo in cui vivono. Nel nostro mondo, invece, hanno torto marcio, perché o non conoscono le cose di cui scrivono (legittimo, per carità) oppure le sanno e raccontano balle. Tranquillizzatevi: il barocco siciliano non è a rischio. Lo è solo la potenzialità della Sicilia come terra d'idrocarburi. Ne ho scritto in una lettera aperta, grazie all'aiuto e all'assistenza di un rude perforatore che ha guidato la mia mano nel vergare battutacce da bar, volgari e irriverenti, che io mai mi sarei sognato di fare ;-)

sabato 16 giugno 2007

Polveri sottilissime e naturali

Naturale = buono. Artificiale, "chimico" = cattivo. E' questo uno dei miti fondanti del movimento ambientalista.
Ma, come spesso accade, i fatti hanno il brutto difetto di non volere andare d'accordo con le ideologe.
Nel suo gustosissimo Il segreto della chimica, Gianni Fochi della Normale di Pisa spiega come nei frutti si ritrovino pesticidi di origine naturale in quantità di gran lunga superiore a quella che deriva dai trattamenti con prodotti sintetici. Anzi, questi ultimi riducono la produzione dei pesticidi naturali ed inoltre, rimanendo in gran parte sulla buccia, possono non essere ingeriti.
Una recente ricerca svolta in Provincia di Bolzano, Stiria e Cariniza, sembra giungere ad analoghe conclusioni per le famigerate polveri sottili la cui pericolosità, ci si dice, cresce al diminuire delle dimensioni delle particelle. Ebbene, secondo i risultati studio si ha: "una prevalente presenza di particolato più corposo, PM10, nelle aree cittadine fortemente trafficate della valle dell'Adige, mentre nelle zone di background prevalono le particelle più fini PM 2,5 e PM 1...In Val Venosta, a Laces, è da evidenziare che, a differenza di quanto pensato, circa il 90 per cento delle polveri sottili sono costituite da particelle molto fini quali le PM 2,5 e PM 1"
Da dove arrivano tali particelle? Sono "i residui della combustione di legna".
Peggio un camino o un falò di un tubo di scappamento?

giovedì 14 giugno 2007

Vaclav Klaus: il riscaldamento globale e il futuro della libertà

Sul Financial Times di oggi c'è un imperdibile commento del presidente ceco Vaclav Klaus sul tema delle politiche climatiche. "Da persona che ha vissuto sotto il comunismo per la maggior parte della sua vita - scrive Klaus - mi sento in dovere di dire vedo la più grave minaccia alla libertà, alla democrazia, all'economia di mercato e alla prosperità non nel comunismo, ma nell'ambientalismo. Questa ideologia vuole sostituire la libera e spontanea evoluzione del genere umano con una sorta di pianificazione centrale (ora globale)". Chapeu.

domenica 10 giugno 2007

G8: Un clima amerikano

In un breve articolo sull'Occidentale ho sostenuto che al G8 di Heiligendamm, coerentemente con le mie previsioni della vigilia e contrariamente a quanto credevo accadesse al termine della prima giornata, si è raggiunto un accordo che sostanzialmente rispecchia la posizione americana. Naturalmente George W. Bush ha fatto concessioni anche sostanziali - su tutte, ha accettato il ruolo delle Nazioni Unite - ma, se si guarda alle strategie che i grandi indicano per affrontare il tema del global warming, a prevalere è l'idea che la questione vada risolta nel lungo termine, attraverso un approccio inclusivo e puntando sull'innovazione e il trasferimento tecnologico. Il documento finale del G8 di Heiligendamm rispecchia, nella sostanza, le conclusioni del vertice del 2005 a Gleneagles (qui un mio articolo dell'epoca), che erano in qualche maniera state messe tra parentesi a Montreal. Il primo commento, quindi, è che le rigidità europee hanno fatto perdere almeno due anni.

Fatta questa premessa, necessaria a contestualizzare quanto accaduto, può essere interessante un'analisi nel dettaglio della dichirazione di Heiligendamm. Commenterò punto per punto i paragrafi relativi a energia e clima, che cominciano dal numero 40.

40. Aria fritta: gli otto leader dicono che le temperature medie globali aumentano, che l'uomo ne è responsabile (boh), e che bisogna fare qualcosa.
41. Ancora aria fritta: riconosciamo che tutto può servire e quindi useremo tutto (diciamo a Genova: tutto ven a tagio, fin-na g'unge pe peä l'agio). La parte conclusiva del punto, però, è più esplicita (e non particolarmente incoraggiante, per i consumatori e l'industria - evidentemente fa parte delle concessioni americane all'Europa): "Le economie forti, assieme a un ampio raggio di strumenti politici come i meccanismi di mercato, tra cui l'emissions trading, gli incentivi fiscali, e provvedimenti regolatori così come la cooperazione tecnologica e una visione di lungo termine, sono cruciali per guidare le decisioni di investimento, per generare la commercializzazione delle tecnologie, per promuovere lo sviluppo sostenibile e per rallentare, stabilizzare e quindi tagliare significativamente le emissioni globali di gas serra".
42. Ancora aria fritta: siamo tutti determinati a salvare il mondo. Unico aspetto di contenuto, il riconoscimento di un ruolo importante al meeting dell'Onu in Indonesia a fine 2007.
43. Qui prevale invece la visuale americana, che in genere in questi meeting coincide col buonsenso, o è la cosa ad esso più vicina: "l'energia è un fondamentale driver di crescita e sviluppo in tutto il mondo". In breve si cerca la quadratura del cerchio, impegnandosi a promuovere l'accesso all'energia pulita (qualunque cosa significhi) e si riconosce che la sfida della sicurezza energetica richiede una riflessione globale, in particolare sulla "trasparenza dei mercati, l'efficienza energetica (vabbé), la diversificazione degli approvvigionamenti di energia e lo sviluppo e l'adozione di nuove tecnologie".
44. Il G8 si ricorda che il G8 si occupa di energia.
45. Fondamentale: qui viene recepita una delle condizioni americane, e cioè il coinvolgimento delle economie emergenti. Non capisco la logica del ribadire l'utilità delle riserve strategiche di petrolio, che nessuno mette in discussione e che invece andrebbero messe in discussione perchè sono inutili e costose.
46. E' importante migliorare l'efficienza energetica. Verissimo, per carità. Siamo grati agli otto grandi per aver scoperto che non solo l'acqua è bagnata, ma anche che i triangoli hanno tre lati.
47. Siamo felici dei progressi fatti a Gleneagles. Devo essermi perso qualcosa, perchè su quei progressi l'Europa ha prima tirato il freno a mano, poi ingranato la marcia indietro, come dicevo prima.
48. Vittoria europea: gli otto grandi dicono che l'Ipcc ha sempre ragione.
49. Ancora impegni a tagliare le emissioni, sempre generici (si parla di tagli "sostanziali" alle emissioni "globali"). Notare l'equilibrismo: "prenderemo in seria considerazione le decisioni di Unione Europea, Canada e Giappone, che includono almeno il dimezzamento delle emissioni entro il 2050". L'equilibrismo consiste nel fatto che il G8 prenderà in considerazione (tradotto: pacche sulle spalle a chi lo fa) la linea dei tre paesi citati, ma pone un target, per quanto generico, rispetto alle emissioni globali, che dipendono (in prospettiva) solo in misura minoritaria da Ue, Giappone e Canada (e anche Usa).
50. Problemi globali richiedono soluzioni globali. Se gli europei ci fossero arrivati prima, ci risparmieremmo oggi fastidiose complicazioni.
51. Europa über alles: "ulteriori azioni dovrebbero basarsi sul principio della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici della responsabilità comune ma differenziata e delle rispettive capacità" (da ognuno secondo possibilità e ad ognuno secondo necessità?). Precisazione americana: "riconosciamo che gli sforzi delle economie sviluppate non saranno sufficienti e che sono necessari nuovi approcci per i contributi da parte degli altri paesi".
52. Ancora linguaggio europeo: le Nazioni Unite sono "il luogo appropriato per negoziare le future azioni sul cambiamento del clima".
53. Questo è l'articolo chiave del compromesso: è "vitale che le maggiori economie [quindi non solo o prevalentemente i paesi sviluppati] che usano la maggior parte dell'energia e generano la maggior parte delle emissioni di gas serra trovino un accordo su un dettagliato contributo a un nuovo quadro globale entro la fine del 2008 che porti a un accordo globale nell'ambito dellOnu entro il 2009".
54. Si riconosce l'importanza della tecnologia (America rules) e si assume l'impegno a favorire innovazione e adozione di nuove tecnologie.
55. Questo è un articolo che mi fa soffrire, perché afferma l'importanza dei "meccanismi di mercato", cioè della "concorrenza pianificata".
56. Per ridurre le emissioni bisogna anche ridurre la deforestazione. In astratto è vero, ma bisogna vedere come si intende perseguire tale obiettivo. E' improbabile che gli otto pensino a forme di privatizzazione delle foreste o comunque a soluzioni di mercato, quindi temo che gli effetti saranno nulli o negativi.
57. Testualmente, qui si parla di: "migliorare la cooperazione internazionale nell'area della gestione sostenibile delle foreste". Comunismo planetario nel nome degli alberi?
58. Dopo la pugnalata (per un liberista) dell'articolo 57, il 58 mi piace, in quanto riconosce che l'adattamento è la strategia fondamentale.
59. Si commemora il protocollo di Montreal sul buco nell'ozono.
60. Decidiamo di decidere alla riunione del G8 del 2009
61. La biodiversità è importante.
62. Il potenziale globale del risparmio energetico è vasto.
63. Come possiamo fare senza cooperazione internazionale? Sopravviveremo.
64. Le economie industrializzate e quella in via di sviluppo "hanno un fondamentale interesse comune" (mi pare discutibile, almeno nel breve termine, visto che il livello tecnologico è clamorosamente diverso).
65. Ribadiamo quanto sopra.
66. E naturalmente ci impegneremo di più.
67. Come potremmo non ricordare l'enorme potenziale dell'edilizia sostenibile?
68. Anche i trasporti sono un tema importante. Qui c'è l'impegno ad aumentare l'efficienza del settore trasporti (vedi alla voce: wishful thinking), promuovere i biocarburanti (rabbrividiamo), introdurre la certificazione delle centrali elettriche (qualunque cosa voglia dire, non è una bella cosa).
69. Anche la generazione elettrica deve essere resa più efficiente.
70. Ci impegniamo a stimolare investimenti, incentivare ricerca & sviluppo, promuovere la cogenerazione.
71. Importante, giusto e amerikano: poiché il grosso della generazione elettrica, e soprattutto la maggior parte del potenziale di maggiore efficienza, è e sempre più sarà nelle economie emergenti, è essenziale la cooperazione internazionale nel settore e a questo fine è cruciale avviare un dialogo con l'industria. Mi piacerebbe che questo punto fosse approfondito e che venisse riconosciuto il ruolo dell'apertura dei mercati, che è l'unico strumento efficace per accelerare il ricambio tecnologico nei paesi in via di sviluppo.
72. Omaggio di prammatica al sequestro e stoccaggio del carbonio.
73. Bisogna ridurre la distruzione del gas connessa all'estrazione petrolifera.
74. La domanda di energia aumenterà e quindi è importante migliorare l'efficienza energetica dell'industria. Occorre quindi "cooperare maggiormente con le più grandi economie emergenti e con l'industria per migliorare l'efficienza energetica nelle imprese energivore". Non viene però ammesso neppure in questo caso che la via migliore è quella dell'apertura e dell'integrazione dei mercati. Verranno promosse le tecnologie "costo-efficienti" (qualunque cosa voglia dire, è positiva) e la solita ricerca e sviluppo, che forse richiede meno incentivi e maggiore libertà.
75. Diversificare, diversificare, diversificare.
76. A tale scopo ci impegnamo a "sviluppare e implementare le cornici politiche per supportare il ricorso intensivo all'uso globale dei combustibili puliti"; "riaffermiamo la nostra adesione all'uso pacifico dell'energia nucleare" (quest'ultimo è un passaggio rilevante, anche se ammorbidito dal fatto che alcuni si impegnano a uscire o non entrare nel nucleare, che è un po' ipocrita ("il nucleare fatelo, ma a casa vostra"). Finalmente viene citato, ed è la prima volta, che è fon-da-men-ta-le "lavorare verso la riduzione o, dove appropriato, l'eliminazione delle barriere tariffarie e no ai beni e servizi ambientali attraverso le negoziazioni di Doha".
77. Attenzione al rischio di usi militari del nucleare. Fair enough.
78. Continueremo a impegnarci in tal senso.
79. Ci impegnamo anche a intensificare gli aiuti per l'Ucraina a riprendersi dall'incidente di Chernobyl.
80. Le materie prime sono importanti per i paesi sviluppati e possono costituire un volano di crescita per quelli in via di sviluppo. Ma va?
81. Altro punto importantissimo, ed è triste che arrivi alla fine: "Mercati liberi, trasparenti e aperti sono fondamentali per la crescita globale, la stabilità e lo sviluppo sostenibile". Quindi bisogna impegnarsi di più per il successo di Doha. Lo dicono sempre, anche se quasi se ne vergognano mai, ma non si impegnano mai. Speriamo sia la volta buona.
82. Talvolta l'estrazione e la raffinazione delle risorse minerali è associata a "un cattivo uso delle entrate, distruzione ambientale, conflitti armati e fragilità statale". Bisognerebbe dire che il problema sta nella nazionalizzazione delle risorse, vigente in quasi tutti i paesi produttori, ma non lo dicono.
83. Ci vuole maggiore trasparenza nel settore estrattivo.
84. Quindi abbiamo bisogno di un set di principi consolidati e linee guida per il settore minerario.
85. Dio mio, i sistemi di certificazione no! Perché non dicono che bisogna liberalizzare? Risposta: perché i russi abbandonerebbero il tavolo. Ma allora a cosa serve, il tavolo?
86. Le piccole imprese estrattive spesso non rispettano neppure standard minimi ambientali e del lavoro. La smettessero di demonizzare le multinazionali, allora. E chiedessero liberalizzazioni.
87. Naturalmente ci impegnamo a combattere la corruzione.

UPDATE Un amico mi scrive che "il mercato può risolvere moltissimo, ma non tutto, l'innovazione tecnologica (ma anche finanziaria, gestionale, ecc.) è fondamentale, ma per qualche problema da sola non ce la fa". Quindi, "come in tutte le posizioni dogmatiche, quando incontri un problema reale (tipo global warming) che non rientra nello schema, lo risolvi negandone l'esistenza". Può darsi che a tratti io sia "dogmatico" (chi non lo è?), ma non è questo il punto. Il punto è, e vorrei che fosse chiaro, che io non nego il riscaldamento globale come fatto: lo nego come problema, o almeno come priorità. Penso che oggi la priorità sia sconfiggere la povertà globale, e con essa i problemi che le sono legati. In un certo senso anche il riscaldamento globale è un problema di povertà. Ora, in quest'ottica, che necessariamente presuppone di far leva su misure di adattamento delle quali può tranquillamente farsi carico il mercato, c'è poco spazio per la mitigazione. E' possibile, però, che la mitigazione si renda necessaria in un secondo tempo (questa è la tesi, tra gli altri, di Goklany). La ragione è semplice: se non possiamo chiedere ai paesi in via di sviluppo di assumere significative misure di mitigazione (che non siano qualche forma di trasferimento tecnologico, sussidiato od ottenuto grazie all'apertura dei mercati), analoghi provvedimenti presi da noi non mi pare che reggano a un'analisi costi-benefici, e non perchè i costi siano alti (lo sono), ma perchè i benefici sono infimi.

giovedì 7 giugno 2007

Smog: il solito falso allarme

"Otto milioni gli italiani in zone ad alto rischio"
"Smog, in Italia il 20% dei decessi è dovuto a cause ambientali"
"Lo smog uccide 8.000 persone l'anno"
"Inquinamento: Torino maglia nera in Europa"

E allora: "L'unico rimedio è chiudere le città alle automobili"

Ma non è vero niente. Dopo averci avvertito della presenza di cocaina nell'aria, il CNR ripresenta per l'ennesima volta i dati di una vecchia ricerca. Ci ricorda che in Italia, ed in particolare nel nord, la qualità dell'aria è peggiore che nel resto d'Europa. Vero. Ma nessuno la mattina esce di casa sano e non vi fa ritorno la sera perché ucciso dallo smog (mentre ogni giorno vi sono venti morti in incidenti stradali). E nelle città più inquinate del nord si vive più a lungo che nella pulitissima Norvegia. A Torino più a lungo che in Italia o nelle altre Province piemontesi. E non vi è nessuna correlazione significativa fra inquinamento e speranza di vita. L'inquinamento si è drasticamente ridotto rispetto al passato e le auto di oggi sono pochissimo inquinanti rispetto a quelle di vent'anni fa.
Ma questo evidentemente poco importa a chi propaganda la "decrescita sostenibile" e vorrebbe imporci di vivere come piace a lui.
Vengono in mente le parole di Antonio Martino: "The threat of socialist environmentalism is subtle and deadly; its plausibility makes it acceptable even to reasonable believers in freedom; its appeal to the uninformed is enormous; the half-baked scientific assertions used to justify all kinds of government intervention for the sake of the environment require extensive information on the part of those who wish to criticize them. Potentially, environmentalism poses a risk for the future of liberty as serious as that posed by wholesale socialism in the past".

martedì 5 giugno 2007

Un merger par condicio

Update Due pezzi critici rispetto alla fusione meritano di essere segnalati: quello di Stefano Saglia su Libero Mercato, e Il Foglio.

E' ormai decisa la fusione tra la municipalizzata bresciana Asm e quella milanese Aem. Il nuovo gruppo, che per par condicio si chiamerà Asem, sempre per par condicio avrà una governance duale, in modo da non rischiare la perdita di preziosi seggi in consiglio e la conseguente riduzione del potere di premio dei sindaci delle due città. I mercati sembrano reagire positivamente al merger, e pure la politica che si esprime in un coro bipartisan d'approvazione. Giuliano Zuccoli, capo dell'utility milanese, ha manifestato soddisfazione al grido "ora siamo grandi predatori". Mai frase fu più azzeccata. Le dimensioni della compagnia sono importanti ma non particolarmente elevate secondo gli standard europei (in borsa Asem capitalizzerà meno di 10 miliardi di euro, per dire, contro i 50 del market leader Enel). Il vero valore aggiunto sta nel fatto che questa non è un'operazione di mercato, ma di potere. Non si uniscono due aziende: si fondono due monopolisti, che, puntellandosi l'un l'altro, consolidano i rispettivi monopoli. Le sinergie ci saranno anche (certo non nel management, però) ma quella più rilevante sta nel tentativo di resistere all'ondata liberalizzatrice (la cui forza non è particolarmente dirompente). Del resto, è il deus ex machina dell'azienda bresciana, Renzo Capra, ad aver recentemente ricordato i benefici dei monopoli pubblici.

lunedì 4 giugno 2007

Rachel Was Wrong

Angela Logomasini ha scritto un articolo a proposito degli errori, e delle tremende conseguenze, della battaglia inaugurata da Rachel Carson contro il ddt e le sostanze chimiche in generale. Il best seller Silent Spring ha infatti inaugurato una lunga serie di attacchi all'uso dei pesticidi in agricoltura, e in particolare al ddt, l'unica insetticida economica e davvero efficace contro la zanzara anofele, portatrice della malaria. Della Carson ricorre in questi giorni il centesimo anniversario della nascita. Il sito Rachel Was Wrong fa il punto sulla sua eredità.