venerdì 31 agosto 2007

Il populismo non ha confini

Chi l'ha detto che il populismo è solo italiano? Perfino negli Stati Uniti le compagnie petrolifere erano state sospettate di collusione per i rincari dell'estate 2006. Oggi l'indagine dell'Antitrust a stelle e strisce si è conclusa. Riporto la notizia da Quotidiano Energia, per non essere accusato di fare il saputello che ve l'avevo detto, io.

PS In Italia andrà nello stesso modo, se l'Antitrust non accetterà gli impegni delle compagnie, con l'unica, fastidiosa variante che il Garante farà le multe, i petrolieri faranno ricorso, e vinceranno.

Roma, 31 agosto - Il forte aumento del prezzo medio della benzina negli Usa nella primavera e nell’estate 2006 è da attribuire esclusivamente a ragioni di mercato. Nessun comportamento anticompetitivo dunque da parte delle compagnie petrolifere. E’ questa la conclusione a cui è giunta la Federal Trade Commission (Ftc), l’antitrust statunitense che ieri ha consegnato i risultati del suo lavoro (disponibile sul sito di QE) al presidente Bush. Il documento finale è passato con 4 voti a favore e 1 contrario.
Sei, spiega la Ftc, i motivi alla base dei rincari, nessuno dei quali è in violazione delle normative Antitrust Usa. Si va dagli effetti della driving season, alla crescita del prezzo del greggio, agli aumenti registrati nel prezzo dell’etanolo, ai guasti alle raffinerie provocati dagli uragani Rita e Katrina, ad altri problemi inattesi o eventi esterni e manutenzioni degli impianti, fino ad una domanda di prodotto più alta del solito.
Tutto regolare quindi. L’indagine era stata aperta in concomitanza dell’inchiesta sul comportamento delle compagnie nel periodo immediatamente successivo ai due disastrosi uragani, conclusasi anche in quel caso con un’assoluzione piena per le major (QE 21/6/06).

La concorrenza ha un paladino sulla Piazza Rossa

La Russia non ci sta e punta i piedi contro il piano annunciato dall'Unione Europea contro gli investimenti di imprese extra-UE nel settore dell'energia (di cui ho scritto ieri su Liberalizzazioni.it). Il vicesegretario del Cremlino per la Stampa, Dimistri Peskov, ha detto che "misure discriminatorie verso le imprese russe sarebbero del tutto inique" e che "non penso che questo sia in agenda. La Russia userà ogni mezzo legale messo a disposizione dalle leggi internazionali per garantire uguale accesso delle sue compagnie ai mercati". E' paradossale, ma oggi pare che i consumatori europei abbiano trovato un paladino sulla Piazza Rossa.

Il progetto europeo non ha nulla a che fare coi temi della sicurezza energetica - lo stesso Peskov ha riconosciuto, giustamente, che "la Russia è tanto interessata a fornire gas dall'Europa quanto l'Europa lo è a riceverlo", ed è una quasi tautologia. Secondo quanto riferisce il Ft, Bruxelles starebbe considerando provvedimenti quali la concessione di nuovi poteri di scrutinio alla Commissione, l'introduzione di una clausola di reciprocità, o addirittura il divieto per imprese extraeuropee di entrare nel capitale delle infrastrutture strategiche.

Dove porterebbero, questi provvedimenti? Verso una sola destinazione: la riduzione del grado di contendibilità delle imprese europee (o almeno di quelle ritenute "strategiche", qualunque cosa ciò significhi) e quindi sul rilassamento delle pressioni competitive. A farne le spese sarebbero dunque l'efficienza del mercato e i consumatori.

E' vero che c'è un problema di reciprocità, nel senso che le imprese europee in Russia fanno vita grama. Ma la reciprocità non può divenire una clava politica; soprattutto se la sua funzione non è quella di tutelare le imprese europee che vorrebbero operare all'estero, ma quella di tutelare gli incumbent europei sul mercato interno.

giovedì 30 agosto 2007

Se tutti sono d'accordo su qualcosa...

E' una balla. Date un'occhiata a questo sondaggio su 528 paper sul cambiamento climatico disponibili su ISI - Web of Science. Solo il 7 per cento si schierano esplicitamente dalla parte del presunto consenso sull'esistenza di un cambiamento del clima antropogenico e drammatico: un altro 38 per cento può essere considerato come implicitamente schierato. Ma tutto il resto, ed è la maggioranza, è neutrale o contrario al consenso. Di tutti i paper esaminati (pubblicati nel 2004-2007) solo uno parla chiaramente di conseguenze catastrofiche del global warming.

La veglia degli ecologisti genera mostri

Un comunicato stampa del Wwf di qualche giorno fa annunciava la nuova iniziativa dell'organizzazione ecologista: la Campagna mondiale dei testimoni del clima, cioè "una raccolta di testimonianze dirette di decine di cittadini ai diversi capi del mondo che hanno subito in varia misura le conseguenze del riscaldamento globale". Riporto, da una mailing list dedicata a questi temi, un commento di Luigi Mariani (autore per noi di questo Focus) che mi sembra più che azzeccato.

Dalla lettura del comunicato Wwf mi viene anzitutto spontanea la domanda seguente: il destino della scienza è davvero quello di essere sostituita in futuro da "sensazioni", "impressioni", "chiacchiere da bar", fondate sulla più crassa ignoranza di ciò che distingue la meteorologia dal clima e di ciò che distingue i fenomeni globali da quelli a scala locale o a microscala?
Qualcuno crede davvero che il signor José Luis Oliveros Zafra, scoprendo che le sue terre non sono più produttive come in passato a causa della siccità, abbia toccato con mano l’aumento di temperatura di 0,7 gradi nell’ultimo secolo? Che c'azzecca l'aumento globale di 0.7°C con la produttività dell'azienda di questo signore (ovvero, Zafra potrà essere il miglior agricoltore di questo mondo ma come giudicare della bontà delle sue affermazioni senza disporre dei dati di temperatura e pioggia - e magari anche radiazione e vento - effettivamente verificatisi sul territorio della sua azienda e che con il clima globale c'entrano come i cavoli a merenda?).
Mi fa anche specie che simili fesserie (sorry, "testimonianze") verranno pubblicate "sul sito della Conferenza nazionale sul clima".
Qualcuno si rende conto che esiste il rischio concreto che, grazie al supporto di ambientalisti, media e politici (vedi la citazione del ministro Pecoraro nel comunicato stampa qui sotto), questo approccio ai problemi, che ci riporta dritto dritto a millenni prima della rivoluzione scientifica del '600 e che in tal senso mi sento di definire pre-scientifico o meglio a-scientifico o meglio ancora barbarico, sarà la tomba non solo della climatologia ma anche dell'approccio razionale alla soluzione dei problemi, in quanto l'agenda per la soluzione degli stessi verrà irrimediabilmente falsata ?

Dove è finito il DNA degli illuministi che pure in Italia, fra '700 e e '800, ci furono ed operarono, ed il cui lascito è quello per cui non si possono impostare politiche senza disporre di dati rappresentativi della realtà su cui si andrà ad operare?
Possibile che al lascito degli illuministi si sostituisca oggi il "vox populi vox Dei" tipico di tutti gli ancien regime di questo mondo e che, ironia della sorte, ci viene dispensato da gente che si definisce progressista e di sinistra?
Quale tipo di manipolazione genetica ha suscitato i fantasmi di cui ci troviamo qui a discutere, o forse per spiegare il tutto basta un icastico "il sonno della ragione genera mostri"?

venerdì 24 agosto 2007

Il cocomero Tremonti

L'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti, intervenendo ieri al Meeting di Rimini, ha rilanciato la sua proposta di un "5 per mille ambientale". Nello stesso giorno in cui, intervistato da Aldo Cazzullo per il Corriere, dava l'endorsement allo sciopero fiscale proposto da Umberto Bossi (in salsa gandhiana: ve li vedete il commercialista di Sondrio e l'uomo di Gemonio a percorrere 240 chilometri a piedi? - segnalo il commento di Alberto Mingardi su Liberalizzazioni.it), Tremonti in un dibattito con Piero Fassino ha suggerito di destinare il 5 per mille delle imposte ("e magari portandolo al 7 per mille che è un numero magico") alle organizzazioni ecologiste, perché "non è vero che gli italiani non vogliono pagare le tasse, anzi le vogliono pagare, e volentieri, se sanno a chi vanno". Tremonti non ha precisato se intende sottrarre questo 5 per mille al gettito attuale (quindi: quali spese saranno tagliate?) oppure se ha in animo di aumentare le tasse, che in fondo gli italiani sono felici di pagare se sanno dove vanno (non che oggi non lo sappiano).

Tecnicalità a parte, la proposta Tremonti l'aveva già formulata qualche settimana fa, trasformandola in una proposta di legge firmata anche da Silvio Berlusconi, suppongo con la mano sinistra, essendo la destra impegnata a imbastire il nuovo partito anti-tasse di Michela Brambilla. “Non c’è in Europa una cosa del genere, si potrà dare il 5 per mille al Wwf, ma anche a un parco naturale, alla Protezione civile, alla Forestale, ai Vigili del Fuoco o ad altre iniziative”, aveva dettoTremonti, “è un modo diverso da quello concepito dalla sinistra, che quando c’è un problema mette una tassa in più che va a ricadere sempre sui più poveri”. Già qui qualcosa mi sfugge: i poveri potrebbero evitare di pagarlo, il 5 per mille ambientale? E poi, che cos'è un'associazione ecologista? E' ecologista chiunque si definisca tale, anche se promuove battaglie o stili di vita la cui sostenibilità ambientale è dubbia? Ma il punto vero è un altro.

Le associazioni ambientaliste sono tutto fuorché bisognose di quattrini. Un'indagine di Giovanni Paci, pubblicata qualche tempo fa sul Corriere Economia, ha rivelato che i bilanci delle maggiori organizzazioni ecologiste sono stratosferici: il Wwf citato da Tremonti, 300 mila soci e 119 dipendenti, nel 2005 ha ricevuto sponsorizzazioni per 1,15 milioni di euro, a cui si aggiungono i proventi delle campagne di tesseramento (circa il 70 per cento del budget) e i finanziamenti pubblici (a fondo perso oppure a progetto, come quelli relativi all'indottrinamento nelle scuole o la gestione delle Oasi ecologiche), per un totale di oltre 18 milioni di euro di entrate (qui il bilancio 2005). Il Wwf, scrive Paci, "ha costituito una Fondazione per controllare società di capitale che sviluppano attività commerciali o di consulenza, i cui profitti finanziaeranno il Wwf tramite donazioni erogate dalla Fondazione stessa". Peraltro, il Wwf e le altre organizzazioni ecologiste già godono nel 5 per mille destinato alle organizzazioni non profit.

Cosa dimostra questo? Che gli italiani che vogliono finanziare le organizzazioni ecologiste già lo fanno. Ma che ne sarebbe della vasta maggioranza della popolazione che non ha intenzione di farlo, se l'idea di Tremonti si traducesse in realtà? Che ne sarebbe di tutti coloro che ritengono immorale e non condivisibile la politica di realtà come il Wwf e compagnia, che si battono per l'aumento delle tasse sull'energia, l'introduzione di nuove regolamentazioni, l'adozione di politiche denataliste, l'esproprio di massa attraverso la creazione di parchi naturali di cui esse stesse poi vogliono la gestione? Non si allargherebbe ulteriormente il gigantesco conflitto di interessi di organizzazioni come il Wwf - presieduto da Fulco Pratesi, che presiede anche il Parco Nazionale d'Abruzzo e fa un vanto del suo stile di vita poco igienico?

Tremonti questi problemi non se li pone, perché, pur parlando ogni due per tre del ritorno dei "valori", la sua mentalità è quella di un burocrate che sa ciò che è meglio per la società e se ne fotte, dei valori delle persone in carne e ossa. Così, avendo deciso che una certa quantità di denaro deve andare alle associazioni ecologiste, preferisce obbligare gli italiani a sovvenzionarle per via fiscale (ok, dando loro libertà di scelta in relazione a quale di esse finanziare) anzichè ampliare la quota di reddito disponibile e consentire loro di associarsi a quel che vogliono, se lo vogliono. Tremonti è come il cocomero: verde fuori e rosso dentro.


Il 5 per mille ambientale di Tremonti.

mercoledì 22 agosto 2007

Carburanti: Bersani dà torto a Bersani e ragione all'IBL

Il ministro dello Sviluppo economico Pierluigi Bersani, intervistato dal settimanale Gente in edicola oggi, dice che contro il caro-benzina "oltre al self service occorre avere anche distributori che vendano anche altri prodotti, che non abbiano limiti di distanza l'uno dall'altro e che possano, in parte, collocarsi anche presso la grande distribuzione commerciale". Cioè, Bersani dice quello che abbiamo sempre detto noi. Bersani aggiunge (pur ammorbidendolo con un "sempre che l'Antitrust ce lo consenta") che "il problema è di un'informazione ai consumatori che non è ancora adeguata", tanto che alle compagnie viene richiesta "una sempre maggiore trasparenza nei confronti dei consumatori". Bisogna forse dedurne che stiamo assistento a uno scontro sotterraneo tra il ministro e Antonio Catricalà? Il Garante per la concorrenza, infatti, mette al centro del suo teorema proprio la trasparenza dei prezzi, che a suo avviso costituirebbe la smoking gun della collusione.

Ora, quindi, lasciatemi ricostruire. Bersani il 10 agosto convoca con urgenza i petrolieri accusandoli di complottare per mantenere alti i prezzi dei carburanti. Due settimane dopo dice che il problema sta nella scarsa liberalizzazione (che non dipende dai petrolieri) e nella scarsa trasparenza. Poiché la trasparenza è, agli occhi di Catricalà, il mezzo con cui le compagnie pongono in essere il loro accordo collusivo, delle due l'una: o Bersani ritiene che la collusione ci sia ma non sia abbastanza (ergo ci vuole più trasparenza che porterebbe a più collusione!) oppure Bersani, a differenza di Catricalà, pensa che la collusione non sia il problema. Se è vera la prima ipotesi, allora Bersani dovrebbe avere il coraggio di proporre una radicale riforma del diritto della concorrenza la quale dica che, in sostanza, i cartelli sono leciti; se è vera la seconda ipotesi, Bersani dovrebbe scusarsi con le compagnie petrolifere per aver scatenato contro di loro una bufera mediatica e dovrebbe essere chiamato a rispondere di circonvenzione di incapace, poiché per giorni ha illuso le associazioni dei consumatori di averne imbroccata una.

venerdì 10 agosto 2007

Carburanti: meno accise per tutti

Daniele Capezzone ha illustrato stamattina, durante una conferenza stampa, la proposta IBL/Decidere.net di riduzione delle accise su benzina e gasolio a 0,359 e 0,302 centesimi di euro per litro rispettivamente (contro gli attuali 0,564 e 0,403). Abbiamo anche effettuato una simulazione (qui per la benzina e qui per il gasolio) su come cambierebbe il costo del pieno di una normale auto con un serbatoio da 50 litri (sulla base dei prezzi industriali medi al 30 luglio 2007): il risparmio sarebbe, rispettivamente, di 12,3 euro su 67,44 (-18 per cento) e 7,26 euro su 58,62 (-12 per cento). Così si fa, se si ritiene che il prezzo dei carburanti sia troppo alto.

Qualche perplessità - pur ritenendola meglio di nulla - abbiamo invece sul panicello caldo offerto dal viceministro dell'Economia Vincenzo Visco. Visco ha in mente un regime di accise flessibili, in modo da smorzare gli aumenti durante i periodi di tensione sulle quotazioni internazionali. La logica del provvedimento è: poiché sul prezzo industriale insiste l'Iva al 20 per cento, oltre un certo limite il prelievo fiscale diventa predatorio e rende ancor più gravosi gli aumenti per i consumatori. Bene. Ma nella pratica, cosa significa accise flessibili? Se il riferimento è il prezzo del greggio, si rischia di scivolare su una buccia di banana. Di quale greggio stiamo parlando? Wti? Brent? Iranian Light? Dubai Crude? La differenza è sostanziale. E poi, visto che il greggio è venduto in dollari e la benzina in euro, il cambio dovrà pure entrare nell'equazione. Il rischio, dunque, è quello di entrare in un ginepraio. Il riferimento corretto dovrebbe essere il Platt's Cif Med (cioè il prezzo della materia prima sul nostro mercato di riferimento), ma anche in questo caso, come stabilire il livello "massimo" oltre cui far scattare la flessibilità delle accise? Ci ho pensato a lungo - un tempo ero assai meno critico verso questo strumento - e alla fine sono giunto alla conclusione che l'unico modo per rendere utili le accise flessibili è quello di fissare un tetto al prelievo fiscale. Noi decidiamo che, a prescindere dalle fluttuazioni del greggio e del Platt's e del dollaro e di quel che volete voi, da ogni litro di benzina non vogliamo estrarre più di, diciamo, 50 centesimi di euro. Anche perché, se spinte oltre un certo limite, le accise flessibili possono essere dannose. Se non ricordo male, qualcuno tempo fa proponeva di utilizzarle non per stabilizzare il prelievo, ma per stabilizzare il prezzo alla pompa. Sarebbe un errore gravissimo, perché oltre una certa soglia farebbe venir meno la percezione degli aumenti e, quindi, i relativi adeguamenti nei consumi. E' invece doveroso che i prezzi siano lasciati liberi di fluttuare, indicando giorno per giorno se, in qualche punto della filiera, c'è un collo di bottiglia e fornendo così i necessari incentivi ai consumatori - siano essi incentivi al consumo o al risparmio.

Il punto vero, però, è che parlando di flessibilità delle accise si rischia di distogliere lo sguardo da quello che è il problema reale. Il problema non è la variabilità dei prezzi o i loro picchi, dovuti a ragioni congiunturali: il guaio è il livello dei prezzi, ed è su questo che la nostra proposta intende intervenire. Non vogliamo smorzare le variazioni, ma traslare verso il basso il livello dei prezzi. E, se questo è l'obiettivo, la leva fiscale è il mezzo, di gran lunga, più semplice ed efficace.

Non significa che sia l'unico. L'incontro di oggi tra Pierluigi Bersani e l'industria petrolifera (che, come avevo previsto, si è risolto in una pagliacciata, nel senso di un nulla di fatto che trova la sua unica ragione nel bailamme mediatico), come ha riferito in conferenza stampa il ministro dello Sviluppo economico, alla fin fine ha ruotato attorno all'unico tema possibile, e cioè le inefficienze nella rete di distribuzione. Dico l'unico tema perché la questione fiscale non era all'ordine del giorno e l'accusa di collusione non solo non spetta al ministero formularla: ma anche, quando agitata dall'Antitrust, appare ben poco credibile. Non mi dilungo sul significato delle liberalizzazioni nel settore - o sul loro impatto - perché l'ho già fatto su Liberalizzazioni.it.

Ne approfitto però per rispondere brevemente alle critiche del blog Giornalettismo militante, a cui faccio a distanza i miei complimenti perché mi sembra un sito ben fatto, sebbene difenda una prospettiva ben diversa dalla mia (trovo molto interessante, per esempio, il post sugli "aiutini disinteressati". A differenza loro, non do di venduto o mentitore a chi la pensa diversamente - primo e ultimo spunto polemico). L'anonimo estensore del post mi accusa di "non dire la verità" in quanto avrei scritto che le tasse italiane sulla benzina sono più alte della media europea. Quando mai? Ho scritto che le tasse italiane sono in linea con la media europea, ma (a) se gli altri si lasciano seviziare fiscalmente, non è una buona ragione per farlo noi pure; e (b) gli italiani guadagnano meno degli europei, quindi in proporzione pagano più tasse, cosa a mio modo di vedere fastidiosa perché le tasse in questione colpiscono la mobilità in un paese lungo e stretto e montuoso dove muoversi, nella maggioranza dei casi, significa necessariamente muoversi in macchina. Nè ho mai negato che il prezzo alla pompa della benzina e del gasolio sia, in Italia, superiore a quanto accade in altri paesi europei. Lo è per varie ragioni. Il nostro - mi ripeto - è un paese lungo e stretto e montuoso, dove i costi di distribuzione sono intrinsecamente superiori. Abbiamo una rete più numerosa e con un erogato medio più basso, e per giunta quasi nessun reddito arriva ai gestori dalla vendita di prodotti non oil (il che fa sì che i nostri impianti siano quelli col margine sul litro più alto d'Europa, o giù di lì). Non usiamo il self service. Orari e turni sono ridicolmente compressi. Non abbiamo distributori nei supermercati. Eccetera eccetera eccetera. E' una lunga lista di problemi strutturali, parte dei quali possono essere risolti liberalizzando, ma nessuno dei quali attiene al comportamente delle "cattive" compagnie petrolifere.

Quindi, riassumento, il primo passo da compiere per portare i prezzi dei carburanti a livelli umani è ridurre le tasse, il secondo è liberalizzare. Occorre anche combattere la collusione tra i petrolieri? Non voglio entrare nel dibattito teorico. Mi limito a dire che, pragmaticamente, non è questa la priorità. E anche se lo fosse, la collusione bisognerebbe dimostrarla. L'Antitrust ci ha provato nel 1999 e non c'è riuscita (la sua decisione è stata de-mo-li-ta dal Consiglio di Stato, che ne ha contestato forma e sostanza). E l'Antitrust ci riprova nel 2007, formulando un'accusa che, come ho detto e scritto in tutte le sale, più fragile non si può.

Voglio essere facile profeta: come finirà? L'Autorità accetterà gli impegni delle compagnie (mi riprometto di tornare sul tema nel dettaglio), che riguardano sia l'accusa specifica, sia cose che non hanno nulla a che fare con l'accusa ma che serviranno ad Antonio Catricalà a vendere la sua immagine politica di guerrigliero dei consumatori. Le compagnie hanno presentato gli impegni perché, per loro, si tratta di una ragionevole scorciatoia rispetto alle lungaggini (e ai costi in termine d'immagine) di un procedimento giudiziario. Ma la domanda ancor più interessante è: come finirebbe? Se per qualche ragione il Garante dovesse rifiutare gli impegni e multasse le compagnie ingiungendo pure loro dei cambiamenti comportamentali (che sarebbe divertente leggere, perché non conterrebbero nulla in più di quanto già sta negli impegni dei petrolieri e forse qualcosa in meno), le compagnie farebbero certamente ricorso. Il Tar forse darebbe ragione all'Antitrust. E il Consiglio di Stato rimetterebbe le cose a posto mandando tutto all'aria. Già visto, già sentito, ma così van le cose.

lunedì 6 agosto 2007

Tassare per non liberalizzare

"Scriveva Antonio Martino in un volume uscito qualche anno fa (Noi e il fisco. La crescita della fiscalità arbitraria: cause, conseguenze e rimedi) che una delle ragioni della crescita della spesa pubblica è rappresentata dalla sua asimmetria prodotta dal contrasto nella percezione di benefici per un ridotto numero di persone e costi diffusi, ripartiti su un gran numero di contribuenti. Una decisione di distribuire 6.000 Euro all’anno a 100.000 beneficiati, conferisce ad ognuno di essi un incentivo pari a 6.000 Euro ad adoperarsi perché la decisione venga approvata. Se, d’altro canto, i 600milioni che rappresentano il costo della proposta vengono ripartiti sull’intera collettività, ognuno dei 57milioni di italiani avrà un incentivo pari a soli 10,5 Euro ad opporsi all’approvazione della decisione. Come previsto da Pareto nel lontano 1896: "In queste circostanze, l’esito è fuori di dubbio: gli sfruttatori avranno una vittoria schiacciante".
E’ quanto accadrà, una volta di più, se verrà attuato un provvedimento contenuto nel Dpef che prevede un aumento dell'accisa sulla benzina di 3 centesimi per litro per finanziare i costi del trasporto pubblico locale. Poiché le Regioni non sembrano avere alcuna intenzione di ridurre a livelli accettabili la spesa del settore, caratterizzato da un elevatissimo livello dei costi di produzione pari a circa tre volte quello registrato nel Regno Unito (s’immagini cosa accadrebbe ad una casa automobilistica italiana che vendesse un modello analogo a quello prodotto da un’industria inglese a 45mila Euro invece che a 15mila: dovrebbe forse intervenire lo Stato con un sussidio di 30mila Euro per veicolo per consentirle di “competere” sul mercato?) il Governo prospetta dunque un ulteriore aumento della tassazione sulla benzina: d’altra parte già oggi l’imposizione fiscale sul carburante ammonta a circa 75 centesimi per litro (300% del prezzo alla pompa pre-tasse), perché preoccuparsi per soli altri 3 cent?
Si prende dunque poco a molti per dare molto a pochi. Ma non basta. E’ infatti interessante domandarsi chi sono i molti e chi i pochi. Si scoprirebbe allora che, con tutta probabilità, il provvedimento contenuto nel Dpef comporterà una redistribuzione di risorse da chi ha di meno a chi ha di più. Cerchiamo di capire perché. Le risorse acquisite saranno destinate, da un lato, a finanziare le generose retribuzioni dei dipendenti del settore del trasporto collettivo: il costo medio per addetto è pari in Italia a circa 38.000 Euro a fronte dei 23.000 Euro che si registrano nel Regno Unito cifra analoga a quella che interessa nel nostro Paese gli operai specializzati del settore metalmeccanico; dall’altro, tale finanziamento aggiuntivo servirà a tutelare gli interessi dei produttori di autobus e tram favorendo un più rapido rinnovo del parco circolante. Il costo dell’operazione andrà invece a gravare soprattutto sulle categorie operaie, o del terziario meno remunerato che risiedono e lavorano in aree periferiche ai grandi centri e si muovono dunque non sulle linee radiali, ben servite (e servibili) dal trasporto pubblico, ma lungo percorsi tangenziali periferici, in cui l’uso dell’auto propria non ha alternative. Davvero un bel caso di studio da sottoporre alla riflessione dei difensori dello Stato quale tutore dell’interesse generale e distributore di risorse da chi ha di più a chi ha di meno. Forse, invece di ricorrere al “ritocchino” dell’accisa sulla benzina si potrebbe semplicemente “importare” la riforma introdotta nel Regno Unito a metà degli anni ’80 che ha consentito di dimezzare i costi di produzione e di ridurre drasticamente i trasferimenti pubblici alle aziende del trasporto pubblico locale."

PS
Scrivevamo le righe qui sopra sulle colonne de Il Sole 24 Ore il 3 agosto del 2003. Nulla sembra essere cambiato. Anzi no: se allora a subire le amorevoli cure del governo era la benzina oggi tocca al gasolio. Negli stessi giorni in cui un ministro, Bersani, convoca a Roma i petrolieri perché, secondo lui, guadagnano qualche centesimo di più dei loro colleghi europei, un altro, Bianchi, si propone di aumentare un'altra volta l'accisa sul gasolio. I soldi degli automobilisti servono, oggi come quattro anni fa, al trasporto pubblico locale che, infatti, riceve solo 4 miliardi di finanziamenti pubblici.
Chissà che il ministro "liberalizzatore", dopo aver fatto la predica ai petrolieri, non trovi qualche minuto per dire una buona parola al suo collega di governo.

+ azzurro + verde

Segnalo l'interessante iniziativa dei Riformatori Liberali: si tratta di un concorso di idee per il programma ambientale del centrodestra. L'idea di Benedetto Della Vedova è che possa esistere anche un ecologismo non statalista, non tecnofobico, non antiumano. Ne sono convinto anch'io. L'aspetto più interessante di questo concorso è però un altro: capire come i temi ambientali, tipicamente relegati ai margini dal centrodestra, sono percepiti dai suoi elettori. Ne vedremo delle belle (speriamo).

domenica 5 agosto 2007

Carburanti: fatti, non pugnette

UPDATE: Bersani promette che "non interverremo sui prezzi". (Vendere come un fioretto quel che non si può comunque fare è una tattica eccezionale). Il segretario confederale della Uil chiede alle compagnie di seguire l'esempio dell'Eni, che ha ridotto di 2 centesimi al litro il prezzo della benzina verde. Un momento, deve essermi sfuggito qualcosa: quando il prezzo scende, i cartelli diventano non solo leciti, ma addirittura da incoraggiare?

D'estate i carburanti costano di più. E' una regola matematica. Non serve essere un indovino per sapere che, qualunque sarà il livello dei prezzi nel 2008, ad agosto 2008 i prezzi cresceranno. E' con questa doverosa premessa che bisogna accogliere la pagliacciata del governo il quale, essendosi svegliato addì 5 agosto, ha convocato le compagnie petrolifere per il 10 di questo mese per farsi spiegare come mai (a) i prezzi di benzina e gasolio aumentano e (b) restano stabilmente più alti della media europea. Il povero Pasquale De Vita dovrà officiare lo stanco rituale del racconto di come funzionano le cose; e sarà abbastanza faticoso, per lui, ripetere per l'ennesima volta le stesse cose a orecchie che non vogliono sentire: repetita frustrant, in questi casi.

La cosa di per sé sarebbe abbastanza noiosa - più polemica balneare, tappabuchi per giornalisti assonnati, che questione reale - se non fosse il perfetto argomento populista che si presta a colpi di sole agostani e confina con ritorni di fiamma dei prezzi controllati o amministrati, obiettivo che può essere raggiunto apertamente (e non accadrà) oppure in maniera cammuffata da moral suasion (che, tradotto in italiano, significa "ricatto"). Della questione ci siamo già occupati (per esempio qui, qui e qui) e, per chi non si fidasse del sottoscritto, è disponibile un recente studio di Nomisma Energia. Il punto fondamentale, però, è che i due terzi del prezzo alla pompa sono costituiti dalla somma di accisa più Iva, cioè da tasse. Che per di più, almeno nel caso del diesel, il governo stesso ha ritoccato, naturalmente verso l'alto, poco tempo fa (alla vigilia degli aumenti estivi), come avevamo denunciato.

L'unica cosa che il governo può e deve fare, quindi, è convocare se stesso per fare una dignitosa marcia indietro, chiedere scusa alle compagnie e ai consumatori, e ridurre le tasse. L'abbiamo chiesto noi, lo ha rilanciato Stefano Saglia, speriamo che anche dalle parti del centrosinistra (se non sono troppo occupati ad indurre la morte in culla del partito democratico) qualcuno abbia un sussulto, se non di dignità, almeno di buonsenso.

sabato 4 agosto 2007

Che i regolatori siano autorevoli

Il Sole 24 Ore di oggi pubblica un bell'articolo di Alberto Clò, che riporto qui sotto, sui requisiti che dovrebbero avere i membri mancanti dell'Autorità per l'energia, di cui da lungo tempo si attende la nomina. Le indiscrezioni (qui la prima, la seconda, e la terza puntata dell'inchiesta di Quotidiano Energia) non sono del tutto incoraggianti, nel senso che il dato politico - pur inevitabile - sembra prevalere sul resto.

L’autorevolezza dei regolatori

Di Alberto Clò

Il governo ha da tempo in corso la complessa procedura di nomina dei tre membri mancanti (su cinque) dell’Autorità di regolazione dell’energia elettrica e del gas, dopo anni di colpevole negligenza del precedente esecutivo; alla quale, comunque, non è stato estraneo il gioco politico tra le parti, data la necessità di un’intesa parlamentare tra maggioranza e opposizione.

Ieri come oggi. La scelta dei nuovi componenti l’Autorità è decisione di grandissima importanza, in particolare per due ragioni.

Prima: la sua primaria responsabilità in molte materie, quali la tutela dei consumatori, le tariffe e le modalità d’accesso alle reti, i risultati economici dei produttori e le loro strategie di investimento, le politiche di promozione della concorrenza.

Seconda ragione: l’azione suppletiva che non di rado l’Autorità si è trovata a dover svolgere rispetto all’azione di governo, spesso frustrata dalle lentezze parlamentari. L’Autorità energetica è andata assumendo, anche per la talora eccessiva visibilità mediatica che ne ha accompagnato l’azione, un potere enorme in campo energetico, così da divenirne di fatto il principale decisore pubblico.

E’ quindi opportuno rammentare i criteri di nomina dei componenti l’Autorità fissati dalla legge n.481 del 14 novembre 1995, che istituì, dopo un’estenuante battaglia parlamentare durata nove mesi, con oltre 3.500 emendamenti, le Autorità di regolazione dei servizi di pubblica utilità. E rammentare, in particolare, il criterio contenuto nel comma 8 dell’articolo 2: “I componenti di ciascuna Autorità sono scelti tra persone dotate di alta e riconosciuta professionalità e competenza nel settore”.

Persone, quindi, esperte in modo comprovato e comprovabile, di energia, elettricità, reti di trasmissione e distribuzione, mercato del gas, politiche e prassi regolatorie e via dicendo. La ragione è evidente. Due sono, infatti, le condizioni affinché il regolatore possa svolgere correttamente ed efficacemente i delicati compiti che gli sono affidati: indipendenza e professionalità.

Prima condizione è la “piena autonomia e indipendenza di giudizio e di valutazione”, come detta la legge, intesa come neutralità da ogni interesse di parte: in primis dalle imprese regolate, ma anche dal ceto e dal ciclo politico, dal potere esecutivo, pur nel rispetto del rapporto di subordinazione rispetto all’autorità politica, dalle lobby sindacali e dagli stessi umori dell’opinione pubblica e delle associazioni che sostengono di rappresentare e difendere gli interessi dei consumatori.

L’indipendenza dell’Autorità costituisce la principale garanzia della sua impermeabilità ai mutamenti e agli interessi della politica. Su di essa poggia la sua maggiore credibilità rispetto al vecchio modello di regolazione svolto dalle burocrazie ministeriali.

La seconda condizione che legittima il regolatore è la professionalità del collegio dell’Autorità e della sua struttura interna. E’ necessario disporre di competenze altamente specializzate e apolitiche alle quali delegare poteri amministrativi in settori, come quello elettrico e metanifero, a elevata complessità tecnica e di primaria rilevanza sociale.

Di conseguenza l’unico metro di valutazione dell’operato dell’Autorità, che ha anche la responsabilità di rendere pienamente conto del proprio operato, non può che essere la sua capacità di adottare, nelle situazioni concrete che via via si prospettano, le soluzioni più efficaci, tempestive e accurate; e affinché l’autorevolezza dell’Autorità non diventi autoritarismo, è auspicabile che i criteri dell’indipendenza e della competenza siano oggetto di approfondita valutazione e prevalgano su ogni altra considerazione nel guidare le decisioni del governo e del parlamento.

venerdì 3 agosto 2007

Sul Peak-Oil

Qualche tempo fa Carlo Stagnaro, in uno dei suoi numerosi commenti, ha fatto riferimento alle teorie sul "peak oil" come ad un qualcosa di poco scientifico, quasi di superstizioso. Tale fatto ha indispettito alcuni lettori e li ha spinti a chiedere maggiori delucidazioni sull'argomento. Non conosco le ragioni specifiche di Carlo, ma posso portarne alcune che hanno convinto il sottoscritto a pensarla nello stesso modo.

Innanzi tutto una rapida premessa: il petrolio - come ogni altro bene - è presente in natura in quantità limitata. Questa osservazione, isolatamente, non può però portarci a dipingere scenari di scarsità come inevitabili. Quello che bisogna affiancare all'analisi dell'offerta - prima di iniziare a parlare di forniture del bene insufficienti - è un'altrettanto dettagliata analisi della domanda. Solo in seguito ad una valutazione congiunta di domanda ed offerta del bene potremo capire se ci sia ragione di credere ad un'ipotesi d'eccesso di domanda, ed in quale misura. In mancanza di dati sulla domanda, sull'offerta, o addirittura su entrambe, il giudizio esprimibile sarà inevitabilmente velato dall'incertezza, e quest'ultima - come l'eccesso di domanda - sarà caratterizzata da un'entità variabile, maggiore al diminuire della quantità e qualità dei dati disponibili.

I sostenitori della dottrina del peak-oil si rifanno al famoso articolo del 1998 "La fine del petrolio a basso costo", pubblicato sull'American Scientist ad opera dei geologi C. Campbell e J. Laherrère, i quali, applicando il modello matematico del geologo K. Hubbert, prevedono terribili shocks sul fronte dell'offerta di idrocarburi, con conseguenti scenari apocalittici in un futuro - ad oggi - imprecisato. Il modello utilizzato per elaborare le stime ha dato dimostrazione di funzionare egregiamente, infatti, nel 1956 Hubbert fu in grado di fissare al 1972 la data del peak-oil statunitense, e così, effettivamente, fu (1971). Dove sta dunque la differenza? Perchè quell'ottimo modello (trascurando i problemi connessi alla sua attualità) oggi non dovrebbe più essere affidabile? Per via dei dati. In occasione del primo impiego del modello, nel 1956, i dati riguardavano gli USA, ed Hubbert attinse tutto ciò di cui aveva bisogno da fonti universalmente riconosciute per la loro validità ed affidabilità. Nell'utilizzo più recente del medesimo modello, i dati impiegati non riguardavano più i soli Stati Uniti, ma la totalità dei Paesi produttori di petrolio. La domanda, dunque, è: possiamo ragionevolmente considerare i dati forniti dai Paesi membri dell'OPEC e dalle Compagnie petrolifere come affidabili?

Per rispondere con le parole di Guido Rampoldi ("I Giacimenti del Potere", pag. 6): "Il mondo del petrolio è così opaco, così incerti i dati e così forti gli incentivi a barare, [...] ignoriamo perfino a quanto ammontino davvero le riserve provate, cioè l'entità dei giacimenti sfruttabili. Per saperlo dovremmo conoscere a quanto ammontino realmente i giacimenti del Golfo Persico, due terzi delle riserve provate. Ma i Paesi del Golfo rifiutano di sottoporre le proprie stime alle verifiche esterne proposte dal Fondo monetario e da alcuni governi occidentali."

Sul versante dell'offerta, quindi, le valutazioni che vengono fatte sulle future capacità di servire il mercato sono tutt'altro che solide, guidate più che dai fatti dall'intuito.

Un dato più sicuro è invece disponibile sul fronte della domanda, questa, infatti, trainata da Cina e da India cresce di anno in anno.

Cercando di raccogliere i cocci del discorso ci ritroviamo - da un lato - con una domanda di energia tutto sommato prevedibile e - dall'altro - con un'offerta potenziale difficilmente quantificabile. Questo ci conduce a guardare con sospetto chi del peak-oil vorrebbe farne una religione: quella della contrazione dell'offerta (o di un suo aumento non proporzionale a quello dell'incremento della domanda) è un'evenienza possibile, ma i dati a disposizione non permettono di spingersi oltre. Avendo grandi incertezze sul se e, se si, sul quando, non possiamo far altro che considerare tutta la faccenda come un evento altamente aleatorio e non come una certezza; nella consapevolezza che per quanto poco probabile anche il peggiore degli scenari possibili sia realizzabile.

E' nato l'Electronic Journal on Sustainable Development

E' online il primo numero dell'Electronic Journal on Sustainable Development, la nuova rivista scientifica dell'International Policy Network. La testata, diretta da Julian Morris e Indur Goklany, intende studiare il concetto di sviluppo sostenibile e i mezzi per raggiungerlo. Il primo numero è dedicato appunto alla natura dello sviluppo sostenibile. Il secondo, per cui è già disponibile una call for papers e che sarà pronto a ottobre, sarà dedicato ai mari. Bookmark obbligatorio!

mercoledì 1 agosto 2007

Kyoto: Il Senato approva un documento sui cambiamenti climatici

La Commissione Ambiente del Senato ha approvato all'unanimità un documento sui cambiamenti climatici in vista della Conferenza nazionale di settembre. Nell'attesa di leggere il documento e basandosi sulle dichiarazioni del senatore dell'Ulivo Francesco Ferrante, è possibile cominciare a esprimere qualche commento. E qualche perplessità.

Intanto, i senatori della Commissione Ambiente - tra cui l'ex ministro Altero Matteoli - hanno dato l'endorsement agli obiettivi europei del 20-20-20-2020 (20 per cento rinnovabili, 20 per cento risparmio energetico, 20 per cento meno emissioni entro il 2020: bello slogan, no?). Naturalmente si tratta di obiettivi vincolanti, e quindi la domanda principale è come diavolo fare per (far finta di) rispettarli. Però, proprio per questo, ci si aspetterebbe un minimo interesse per le enormi problematiche tecniche (come si fa?) ed economiche (quanto costa?) sottese allo sforzo. Invece, nisba.

Vengono poi espressi sette punti qualificanti per la strategia kyotista del nostro paese:

1. Piena attuazione del Protocollo di Kyoto anche attraverso l’adesione agli
obiettivi europei: almeno il 20 per cento della produzione di energia con fonti
rinnovabili; aumento del 20 per cento l'efficienza energetica rispetto alle
proiezioni del 2020; riduzione del 20 per cento le emissioni di gas serra
rispetto ai livelli del 1990. Ovvero la riduzione vincolante del 20 per cento
della produzione dei gas nocivi entro il 2020; 2. Il dettaglio delle misure
concrete per realizzare la riduzione annua di 98 milioni di tonnellate di
anidride carbonica che ci permetterebbe di raggiungere gli obiettivi fissati dal
Protocollo di Kyoto; 3. Piena attuazione all'Agenda di Lisbona, una strada che
richiederà la predisposizione di adeguati strumenti di incentivazione, un
corretto uso degli strumenti di mercato, in modo da permettere, da una parte di
spostare l'onere fiscale, per esempio dalle tasse sul lavoro e sull’impresa a
quelle sulle attività inquinanti, dall'altra di facilitare il reperimento di
risorse per incoraggiare comportamenti virtuosi dal punta di vista ambientale,
oltre che l'innovazione e la ricerca. 4. Nelle politiche e nella Legge
Finanziaria la questione ambientale in generale e la lotta ai mutamenti
climatici in particolare dovranno avere un ruolo sempre più significativo.
‘Anche - sottolinea Ferrante - predisponendo sin dal prossimo documento di
programmazione economico-finanziario un 'Allegato Ambientale', dedicato al
rispetto dei vincoli posti dal Protocollo di Kyoto e alle politiche per
l'ambiente e per lo sviluppo sostenibile’; 5. Nei trasporti un cambiamento
radicale che incentivi finalmente il trasporto su ferro con gli adeguati
investimenti sulle infrastrutture e nei servizi. 6. Incentivazione delle fonti
rinnovabili attraverso l’estensione del conto energia attualmente previsto solo
per il fotovoltaico, e con l’emanazione di linee guida nazionali che ne
disciplinino e ne favoriscano la diffusione; 7. Utilizzo di ogni strumento, a
partire da quello fiscale, per incentivare l’innovazione tecnologica e la
ricerca, principalmente rivolte all’efficienza e al risparmio energetico.

Francamente ci vedo poca sostanza e molta confusione. Il primo punto è a metà tra il truismo e l'ignoranza, almeno formulato così (il protocollo di Kyoto scade nel 2012, gli obiettivi europei nel 2020, e sebbene possano esservi delle sinergie nelle rispettive policies i tempi degli investimenti, in particolare nel settore energetico, sono tali da imporre l'adozione di strategie distinte). Il secondo punto ricalca il primo. Il terzo punto resuscita il cadavere di Lisbona, ma Lisbona - pur contenendo obiettivi ambiziosi e talvolta lodevoli - porta dentro di sé il virus di Kyoto: non si può, contemporaneamente, aumentare la competitività dell'economia e iniettare inefficienza nel sistema energetico attraverso tasse e regolazioni oscure e confuse. Il quarto punto... boh, per quello che conta il Dpef possono fare pure quel che vogliono, se gli dà soddisfazione. Il quinto punto è simmetrico al terzo: se il trasporto su rotaia non funziona è in parte per l'assenza di liberalizzazione, e in parte perché, semplicemente, non è compatibile con le esigenze di una moderna economia, se non in misura marginale (*). Anche il sesto punto ricade nell'ambito della stessa critica: nonostante le tonnellate di incentivi di cui già oggi godono, le rinnovabili (a meno di salti tecnologici) non possono superare una soglia fisiologica dettata da ragioni tecniche (la loro imprevedibilità e intermittenza) ed econ0miche. Il settimo punto: qualcuno aveva dubbi sul fatto che anche l'ambiente potesse essere una scusa eccellente per aumentare le tasse?

(*) Guardare, per credere, i dati sulla Tav Torino-Lione, a titolo di esempio.