martedì 30 ottobre 2007

Italia: più gas e rinnovabili, meno petrolio

La fotografia dell'Italia elettrica scattata da Terna parla chiaro: nel 2006 la domanda di energia elettrica è aumentata del 2,1 per cento rispetto al 2006, crescendo più velocemente del Pil (segno che i consumi sono difficilmente comprimibili). Anche il mix evolve seguendo le tendenze strutturali da tempo in atto: cresce del 5,9 per cento il metano, da cui viene ormai generato il 60,5 per cento della produzione domestica, pari a 158,1 miliardi di kWh (+161 per cento rispetto al 1997), aumenta leggermente il carbone (+1,4 per cento), si riducono i prodotti petroliferi (-5,6 per cento). La produzione rinnovabili sale del 4,7 per cento, fino a 52,2 miliardi di kWh, pari al 15,4 per cento, soprattutto idroelettrico. Calano le importazioni (13,3 per cento del fabbisogno). Cosa significa questo? Si possono trarre essenzialmente due conclusioni. La prima è che, nel breve termine, non è possibile immaginare significativi guadagni in efficienza. Nel lungo termine forse, anche se la convenienza economica è dubbia e va analizzata con attenzione. La seconda è che le resistenze contro il carbone e l'impossibilità del nucleare, assieme all'inevitabile declino dell'olio combustibile, trovano sfogo soprattutto - e non può essere altrimenti - nel gas metano. Le fonti rinnovabili, idro escluso, restano marginali e non hanno grandi prospettive di crescita, almeno in termini di quota sul mix complessivo. L'obiettivo del 20 per cento di rinnovabili sul primario (che significa, a occhio e croce, 35-45 per cento sull'elettrico) è semplicemente irraggiungibile, a meno che (a) il nucleare non venga conteggiato come assimilato alle rinnovabili grazie alle pressioni francesi e (b) contro le pressioni francesi, venga attribuito a chi lo consuma e non chi lo genera. Un altro aspetto è che, vista la rilevanza che il gas ha e avrà, è essenziale premere l'acceleratore sulla liberalizzazione del settore, ossia semplificare le procedure amministrative per la realizzazione di nuove infrastrutture di adduzione (la dipendenza dall'estero è destinata ad aumentare a meno che non si intenda rimuovere il blocco dell'Alto Adriatico) e arrivare finalmente a sciogliere il nodo di Snam Rete Gas. Oppure, si può continuare a parlare di conto energia, sussidiare pale eoliche e pannelli fotovoltaici, pagare gli agricoltori per produrre biocarburanti, e continuare a tirare la corda finché non si spezza.

venerdì 26 ottobre 2007

Il bidone Sarkozy

Nicolas Sarkozy è un bidone. Non è colpa sua. E' che un politico è, in un certo senso, fatto a immagine e somiglianza della società che lo elegge. L'inquilino dell'Eliseo non è il Reagan parigino, ma semplicemente lo stesso prodotto politico che sempre s'impone oltralpe. Egli è, semplicemente, un cocktail di orgoglio nazionalistico e opportunismo protezionistico. La sua ultima uscita - declamata a braccetto col premio nobel per la Propaganda Al Gore - non è altro che protezionismo tinto di verde, e il fatto che i Verdi applaudano ne è una dimostrazione (i Verdi sono sempre protezionisti). Il presidente francese ha essenzialmente avanzato tre proposte: una tassa sulla CO2, che non sostituisce il cap & trade europeo (in questo caso sarebbe magari un passo avanti) ma lo integra, un New Deal ecologico, e una tassa europea sui beni importanti da paesi extra-Kyoto.

La tassa sull'anidride carbonica ha un unico scopo: mettere fuori mercato la concorrenza nel settore elettrico, in modo da mantenere il predominio di Edf nonostante la liberalizzazione. Infatti, Edf detiene e conserverà il monopolio del nucleare, fonte emissions-free. La nuova libertà d'ingresso, obbligata dalle direttive europee, svanisce nel momento in cui le altre fonti vengono gravate di uno svantaggio competitivo che si somma ai vari sussidi, diretti o indiretti, di cui l'azienda pubblica già gode. Il New Deal ecologico è più New Deal che ecologico: Sarko ha in mente un grande piano di interventi pubblici, giusto per essere sicuri che Parigi non molli la stretta sulla sua economia. E la tassa europea sui paesi no-Kyoto è l'ennesimo dazio contro le importazioni da nazioni come gli Usa e la Cina, che ha l'effetto di tutelare i produttori domestici.

Non c'è nulla di verde, l'ambiente è una scusa, l'ecologia non c'entra. E' semplicemente un modo politically correct di esprimere le posizioni che da sempre contraddistinguono la Francia.

martedì 23 ottobre 2007

Il sole che se la ride

Segnalo che, sul sito IBL, abbiamo appena pubblicato un mio Position Paper a proposito degli obiettivi europei sulle rinnovabili (il famigerato 20-20-20: praticamente il Cip6 europeo) e le riflessioni preliminari del governo sul tema.

Chi è Phil Cooney?

Ieri sera Rai2 ha mandato in onda una puntata molto particolare del programma di Giovanni Minoli La storia siamo noi (qui lo spot): oggetto della puntata era un'inchiesta sulle mistificazioni della Casa Bianca sul clima e, in particolare, il sordido ruolo giocato da Phil Cooney, capo bushista del Consiglio sulla qualità ambientale, e Myron Ebell, direttore Energia e clima del Competitive Enterprise Institute. L'inchiesta rappresenta il primo passo di un nuovo programma, e-cubo, firmato e condotto da Marianna Madia. Marianna è bravissima e le faccio i migliori auguri, anche se so (e lei sa) che mi farà venire più di un mal di pancia. Però l'inchiesta iniziale mi pare si appoggi un po' troppo acriticamente al rapporto della Union of Concerned Scientists, un'organizzazione politicamente schierata e che, sul global warming, ha una posizione onestamente e faziosamente allarmista. Tale rapporto ricostruisce un immaginifico complotto orchestrato dall'industria petrolifera americana, la quale avrebbe nei think tank liberisti la sua longa manus e nel Cei il sicario più spietato. Nulla di più fuorviante.

Full disclosure: al Cei sono legato da profonde amicizie, compresa quella con Myron. Quindi il mio ragionamento è anche volto a difendere la rispettabilità di una persona a cui voglio bene, oltre a stimarla. Ma è lo stesso Myron, in un suo intervento su OpenMarket.com, a spiegare come andarono le cose e quale sia il significato reale delle email "incriminate". Ecco:

When Phil Cooney called me back, he explained that the help he wanted
was for us to stop attacking EPA and not to call for President Bush to fire
Christie Todd Whitman because Whitman had nothing to do with the report to the
UN and EPA was not ultimately responsible for the report. As an interagency
document on an environmental issue, CEQ was in charge of conducting the
interagency review and on producing the final version of the report. As chief of
staff at CEQ, he–Phil Cooney–had directed the interagency review and final
edits. Thus the help Phil Cooney wanted to ask me for was to blame him and ask
for him to be fired rather than Christie Todd Whitman. I replied that we would
stop attacking Whitman, but wouldn’t attack him personally because he was not an appointee nominated by the President and confirmed by the Senate.


Se lo scambio di email è, dunque, frutto di un'esagerazione e rappresenta semplicemente uno scambio di opinioni tra due persone che si conoscono (alzi la mano chi, facendo il nostro mestiere, non ha avuto modo di confrontarsi, anche per email, anche utilizzando un linguaggio diverso da quello che userebbe in pubblico, con persone che orbitano attorno alla politica), che dire della grande accusa a Cooney, cioé quella di aver alterato documenti scientifici? Ancora Ebell:

The second story claimed that in producing Climate Action Report 2002 the
White House had doctored the science. This goofy claim is based on the fact that
in using a big chunk of the National Assessment in Climate Action Report 2002,
Phil Cooney had edited the text. Since Climate Action Report 2002 is not a
scientific report but an official U. S. government policy document, editing the
text to reflect accurately administration policy should be obligatory. Rather
than doing anything wrong, Phil Cooney was doing his job. Moreover, in editing
the text what he was trying to do (as an examination of the edits he made will
show) was to correct the National Assessment text by replacing the most obvious
junk science claims with information and conclusions taken from the UN
Intergovernmental Panel on Climate Change’s Third Assessment Report. Rather than suppressing science, Phil Cooney was trying to get the science right in the
document he was editing.
Non è obbligatorio, naturalmente, credere a Myron. Uno può benissimo non fidarsi. Ma non vedo con quale criterio si possa trovare affidabile la ricostruzione dei "concerned scientists" (per inciso: guardate le cifre, spalmatele sull'intervallo temporale, e vi accorgerete che sono un'inezia rispetto ai finanziamenti di cui godono le organizzazioni ecologiste).

lunedì 22 ottobre 2007

Gratta Galan e trovi Pecoraro

UPDATE. Su suggerimento di un lettore, segnalo l'ottimo intervento di Benedetto Della Vedova al Congresso, di cui si occupano anche sul sito IBL Lene Johansen e Waldemar Ingdahl.

Il governatore del Veneto Giancarlo Galan ha sferrato un attacco preventivo alla ricerca di idrocarburi nell'Alto Adriatico. Non che vi sia, al momento, alcun progetto formalizzato: semplicemente, due emendamenti alla legge di conversione del decreto fiscale, firmati dall'Udc Libé e dal forzista Vegas (bravi!), propongono di rimuovere i vincoli che oggi rendono l'area off limits. Se gli emendamenti passassero (temo sia improbabile ma non si sa mai) non è che chiunque potrebbe far quel che vuole: resterebbero in vigore tutte le normali confusioni italiche, per cui per ricercare ed estrarre gas sarebbe necessario ottenere tutte le consuete due miliardi di autorizzazioni. Cioè, nei fatti, l'Alto Adriatico resterebbe inviolabile, ma almeno in teoria qualcuno potrebbe mettergli gli occhi addosso. E' grave che un paese fortemente dipendente dal gas e in seria difficoltà con l'approvvigionamento di tale combustibile, voglia masochisticamente precludersi la possibilità di aumentare, tanto o poco che sia, la produzione nazionale. Ma è ancor più grave che lo si faccia senza reali motivazioni. La subsidenza è un fenomeno che può essere studiato e controllato: non si può semplicemente scandire la parola come se fosse un eterno stop a tutto. Galan usa un solo argomento: "il divieto fu voluto tenacemente e non verrà cambiato". I politici sono (quasi) tutti uguali: gratta gratta, dentro c'è sempre un Pecoraro Scanio.

domenica 14 ottobre 2007

"Le Dolomiti sono così belle perché sono sempre crollate"

Qualunque cosa accada, il colpevole è sempre lo stesso: il riscaldamento globale.
Nel 2004, il coordinatore nazionale dei verdi Angelo Bonelli, con raro sprezzo del ridicolo, riuscì a porre in correlazione lo tsunami con l'effetto serra. Da allora il copione è stato ripetuto più e più volte. L'ultima, due giorni fa con il crollo di roccia sulle Dolomiti seguito da una valanga di dichiarazioni, da Mario Tozzi a Reinhold Messner, che mettono sul banco degli imputati i cambiamenti climatici. Ma, per fortuna, come già successo in occasione dell'ultima conferenza sul clima, dalla comunità scientifica viene un richiamo alla realtà dei fatti. Dopo Franco Prodi, è la volta di Alfonso Bosellini, cattedra di geologia all'università di Ferrara che, intervistato dal Corriere, afferma: "E' assurdo, i cambiamenti climatici che ci sono adesso non c'entrano assolutamente".
L'ennesima smentita di coloro che, a partire dall'ultimo premio Nobel per la pace, dicono di parlare a nome della scienza e, spesso, non fanno altro che propanganda di basso profilo.

martedì 9 ottobre 2007

L'ultimo incredibile ecoallarme che promuove il modello Cuba

da Il Foglio, 9 ottobre 2007

L’umanità consuma più di quanto il pianeta sia in grado di produrre. Nel 2007 il giorno in cui il nostro conto ambientale è andato in rosso era il 6 ottobre; nel 1995 era il 21 novembre, segno che il mammifero-uomo sta sfruttando la Terra oltre il limite della sostenibilità. Lo afferma una ricerca del Global Footprint Network, rilanciata con grande enfasi sul Corriere della sera di domenica in un lungo pezzo a firma di Mario Porqueddu. L’impronta ecologica – l’indicatore immaginato dall’organizzazione californiana diretta da Mathis Wackernagel – “misura la quantità di terra e acqua di cui la popolazione umana ha bisogno per produrre le risorse che consuma e assorbire i rifiuti nelle attuali condizioni tecnologiche”. “Oggi – si legge sul sito del Network – l’impronta ecologica dell’umanità è del 23 per cento superiore a ciò che il pianeta può generare. In altre parole, alla Terra servono un anno e due mesi per generare quello che noi usiamo in un solo anno”. Per gli autori dello studio, è come se il globo fosse un conto in banca: finché il titolare spende annualmente un ammontare uguale o inferiore agli interessi, tutto bene. Quando però intacca il capitale iniziale, innesca la spirale dell’insostenibilità che, se non viene invertita, conduce dritti alla catastrofe, cioè all’esaurimento delle risorse. L’incrocio tra crescita demografica e crescita economica sarebbe all’origine del problema: quindi, l’una e l’altra andrebbero ripensate nell’ottica della compatibilità ecologica. “Se tutti gli abitanti della Terra avessero uno stile di vita e un livello di consumo pari a quello italiano – ha detto al quotidiano di via Solferino il fisico dell’Università di Siena Simone Bastianoni – per soddisfare le loro necessità servirebbero 2,3 pianeti”.
E’ il momento di prendere contromisure oppure sono stime che lasciano il tempo che trovano? Fortunatamente, la seconda spiegazione è la più plausibile. Il concetto di impronta ecologica ha due limiti che ne determinano l’inutilizzabilità pratica. Il primo è che considera gli esseri umani come dei semplici bipedi che consumano più degli altri animali. E’ sicuramente vero che due persone richiedono più risorse di una sola; è ugualmente vero però che l’uomo non è fatto solo del suo stomaco, ma pure del suo cervello. La conseguenza, che coincide col secondo motivo di perplessità, è che le risorse non esistono in natura, a prescindere dall’uomo. In effetti, è l’ingegno umano che crea le risorse, immaginando dei possibili nuovi utilizzi delle cose messe a disposizione dalla natura. Questo significa che non esiste uno stock dato di risorse, tale che un maggiore consumo oggi implichi una minore disponibilità domani. Nel suo monumentale trattato “Capitalism”, l’economista George Reisman scrive: “il problema delle risorse naturali non ha in alcun modo a che fare con la loro scarsità intrinseca. Da un punto di vista strettamente chimico-fisico, le risorse naturali sono una cosa sola con la quantità di materia ed energia che esiste al mondo e, invero, nell’universo. Tecnicamente, tale quantità può essere descritta come finita, ma a tutti gli effetti pratici è infinita”. Bisogna, cioè, distinguere il concetto fisico di risorsa – che è statico – da quello economico. Banalizzando, se l’approccio dell’impronta ecologica fosse stato adottato un secolo fa, ci si sarebbe convinti che non c’era modo di nutrire più di sei miliardi di individui. Eppure oggi una tale popolazione vive – e in larga misura meglio di quanto facessero i suoi predecessori – perché, grazie ai miglioramenti introdotti dalla tecnologia, la resa agricola dei terreni è aumentata più che proporzionalmente.
L’impronta ecologica, per così dire, scatta un’istantanea delle risorse e dei consumi; ma le loro dinamiche non possono essere comprese se non guardando un film, che inserisce novità e colpi di scena inattesi ad ogni fotogramma. C’è poi un altro punto, di natura politica, che emerge chiaramente dal rapporto “Living Planet” del Wwf, il quale incrocia l’impronta ecologica con l’Indice di sviluppo umano dell’Onu: “nessuna regione, né il mondo nella sua globalità, soddisfaceva i due criteri dello sviluppo sostenibile – sta scritto nel documento – Li soddisfaceva solo Cuba”. L’albero si vede dai frutti.

giovedì 4 ottobre 2007

Codice della strada: comfort vietato

Il nuovo Codice della Strada (la quinta modifica in sei anni) ha ricevuto, lo scorso 2 ottobre, il via libera del Senato. Oltre al consueto, populista, impopolare e inefficace inasprimento delle sanzioni per chi preme il piede sull'acceleratore, fa la sua comparsa una norma che mi strabuzzo gli occhi e anche le orecchie: "Nel provvedimento è stato poi previsto il divieto di tenere acceso il motore durante la sosta e la fermata del veicolo allo scopo di mantenere in funzione l'impianto di condizionamento d'aria nel veicolo stesso: tale comportamento è stato sanzionato con il pagamento di una somma da € 200 a € 400". La cosa è semplicemente folle, per principio, per il metodo, e per il livello della sazione. Nel principio, perché colpisce un'abitudine affatto naturale e spesso quasi obbligata dalle condizioni meteorologiche. Quando fa caldo ma veramente caldo, lasciare il motore acceso è perfettamente razionale; in alcuni casi doveroso, per esempio se si resta in macchina con un bambino o un animale (la legge è molto sensibile alle esigenze degli animali, naturalmente se ne fotte se ad abbrustolire al sole c'è un adulto in buona salute). E' folle per il metodo, poiché - se capisco bene - vorrebbe essere un contributo alla lotta ai mutamenti climatici, cioè alla riduzione delle emissioni, e dunque dovrebbe semmai colpire il motore acceso in sosta, anche quando e se il condizionatore è spento. E perché non lo sbrinatore, poi? E' folle, infine, nel livello della sanzione, che supera o pareggia quella prevista per una serie di comportamenti assai più pericolosi che tenere il condizionatore acceso (come passare col rosso o non rispettare lo stop). D'altronde, il ministro Bianchi - artefice della riforma - nessuno lo accuserà mai di aver ecceduto nella ragionevolezza.

lunedì 1 ottobre 2007

Sì-Triv: Interviene l'ex sindaco Raffaele Leone

“La presa di posizione del sindaco di Ragusa, di altri quattro primi cittadini di quella provincia e di larghi settori del mondo politico ed imprenditoriale ibleo (Consorzio ASI, Assindustria, CGIL, CISL e UIL) in favore del “sì alle trivellazioni in Val di Noto”, ha squarciato il muro di conformismo, che l’attivismo di minoranze facinorose e di politici alla ricerca di facile popolarità aveva creato su questa materia, eretta impropriamente a problema nazionale, al di là della sua reale (e modesta) consistenza.Ora finalmente si sta capendo che le voci solitarie di chi, come me, ha sempre sostenuto che il clamore contro le trivellazioni era una solenne sciocchezza, non erano opinioni bizzarre di singoli, ma avevano una loro ragionevolezza. In realtà nessuna delle vestali del “NO”, oltre a declinare slogans e a pronunciare anatemi, ha mai spiegato perché scavare uno o più pozzi per cercare ed eventualmente estrarre metano sia incompatibile col nostro “modello di sviluppo”. Mi chiedo chi ha mai deciso quale debba essere il “modello di sviluppo”: c’è stato un referendum, del quale non mi sono accorto, o una delibera del consiglio comunale? Ma soprattutto si è mai deciso che debba esserci una monocultura, un unico settore economico da praticare? Qui mi astengo dall’aprire un altro argomento di discussione. Ma ci sarebbe da chiedersi che cosa fanno quanti si stracciano le vesti contro le trivellazioni per far crescere quella che loro ritengono debba essere la sola nostra attività economica: pensano che bastino le loro pregiudiziali per sviluppare il turismo?Dalla lettura delle relazioni, che accompagnano le richieste della impresa texana (quale orrore: americana e per giunta “texana”!), si desume che dal punto di vista visivo i pozzi hanno un impatto ambientale assolutamente trascurabile, molto vicino a quello di una normale trivella per l’emungimento di acqua. Non ci sono emissioni nell’aria, né nell’acqua, né nel suolo. Per il materiale di scarto della perforazione è previsto il riuso. Non si capisce perciò in che modo ne potrebbe soffrire il barocco, lo sviluppo turistico (sul quale, sì, occorrerebbe aprire il dibattito e fare una seria riflessione), l’UNESCO e quanto altro.A quest’ultimo proposito va ricordato che l’iscrizione nella Lista del Patrimonio dell’Umanità riguarda il centro storico barocco di Noto, esteso circa 1 kmq, mentre il territorio del nostro Comune, che non è tutelato dall’UNESCO, è di 554 kmq e la concessione rilasciata dalla Regione ai “texani” riguarda addirittura tre Province. Che cosa c’entra quindi l’UNESCO? E’ perciò una balla che questo organismo internazionale abbia mai preso in considerazione l’idea di escludere Noto nel caso in cui venissero fatte trivellazioni di idrocarburi. Né potrebbe essere diversamente, dal momento che Ragusa Ibla è stata iscritta nella medesima Lista quando da oltre cinquant’anni nelle sue vicinanze si estrae petrolio. E durante questi cinquant’anni Ragusa ha inoltre ottenuto il riconoscimento della DOP per il caciocavallo e per l’olio degli Iblei. Non se ne è accorta l’Unione Europea che a Ragusa c’erano i petrolieri?!Essere contrari alle trivellazioni è un diritto. Argomentare la propria contrarietà con menzogne no.Il sindaco di Noto, che non trascura di apparire sui mass media per professare la sua fede antitriv., non è stato in grado di presentare neppure uno straccio di memoria - come avrebbe dovuto, se avesse avuto argomenti da spendere - nel procedimento di valutazione dell’impatto ambientale attivato nei mesi scorsi dalla Regione Siciliana. Naturalmente, come per qualsiasi iniziativa economica, vanno tenuti gli occhi aperti. Le istituzioni non possono rinunciare al loro potere-dovere di governare i fenomeni sociali. Ma va rifiutata la demonizzazione, il “NO” a prescindere, la pretesa che qualcuno sia portatore del vero e del giusto. Alla logica del “NO”, duro e puro, va sostituita quella del “Sì, parliamone”, perché una comunità non cresce con i tabù, ma guardando in faccia la realtà e cercando di capirla. “

Raffaele Leone
ex sindaco di noto

comitato.si@tiscali.it