martedì 20 novembre 2007

Aristotele era un fesso

Un comunicato Ansa ci informa di un nuovo studio secondo cui, nel passato, i cambiamenti climatici avrebbero causato indirettamente guerre e conflitti. In particolare, sarebbero stati i periodi "freddi" a essere associati con un aumento delle attività belliche. ''La nostra ipotesi e' che i cambiamenti climatici abbiano avuto un effetto diretto sulla produzione agricola, diminuendola sensibilmente - spiegano gli autori - la carestia a sua volta genera conflitti ed epidemie che si riflettono in una riduzione della popolazione globale''.

Aristotele, che con la logica ci sapeva fare, avrebbe dedotto che (a) i cambiamenti climatici c'erano anche prima delle industrie e (b) poiché il freddo e il raffreddamento portano guerra, il caldo e il riscaldamento - avendo un effetto diretto sulla produzione agricola, aumentandola sensibilmente - determinerebbero abbondanza di cibo, crescita economica e pace. Fin qui quel povero fesso di un greco. I ricercatori dello University College di Londra, invece, spiccano il seguente triplo salto carpiato: "Adesso siamo nella fase piu' calda del clima degli ultimi due millenni mentre negli anni che abbiamo esaminato eravamo nella 'piccola era glaciale' ma entrambe le situazioni hanno effetti diretti sulla produzione di cibo, anche perche' la maggior parte delle popolazioni del mondo vive ancora di un'agricoltura su piccola scala estremamente sensibile alle variazioni climatiche. Anche se ora ci sono istituzioni mondiali piu' robuste e avanzamenti tecnologici impensabili in passato, la popolazione della Terra e' molto piu' numerosa e i consumi molto piu' alti, e questo rende il rischio di conseguenze catastrofiche ancora molto alto''.

Con tutto il rispetto, mi pare paragonabile alla Corazzata Potemkin: non solo perché le conclusioni (non argomentate) contraddicono il paper, ma anche e soprattutto perché, come gli stessi autori riconoscono, la tecnologia oggi è un cicinìn diversa da quella del passato e consente di nutrire, di più e meglio, una popolazione assai più numerosa. Comunque il punto vero è il primo. Un aumento delle temperature, e soprattutto la crescita delle concentrazioni atmosferiche di CO2, rende - a parità di altre condizioni - l'agricoltura più produttiva. Detto questo, a me pare poco convincente la proiezione nel futuro di fenomeni che si sono verificati nel passato, non fosse altro perché oggi, a livello globale aggregato, non vi è certo scarsità di generi alimentari. C'è semmai un problema di deficit di mercato, per cui troppi pezzi troppo grandi del pianeta non sono ancora stati investiti dai benefici della globalizzazione. Ma questo è un altro discorso, e l'interventismo pubblico che viene sollecitato dai fondamentalisti del clima anziché risolvere il problema, l'aggraverebbe.

lunedì 19 novembre 2007

Osservatorio sui miti del riscaldamento globale

Con una riflessione sul ciclone Sidr, Piercamillo Falasca inaugura una nuova rubrica di Epistemes, quella dedicata alla razionalità climatica. Il punto di Falasca, che mi pare del tutto condivisibile, è che il ciclone Sidr insegna una cosa importante: che la tecnologia può salvare vite, e tante. Persino in un paese come il Bangladesh, persino di fronte a un fenomento climatico tanto estremo, le conseguenze avrebbero potuto essere ben peggiori nel passato. E molto resta da fare per arginare ulteriormente i danni di cataclismi che, effetto serra oppure no, quelle aree le hanno sempre colpite. Quindi, il singolo driver più importante è la crescita economica, perché un Bangladesh più ricco sarebbe anche un Bangladesh meglio in grado di resistere alle emergenze. Del resto, queste sono le conclusioni anche di Indur Goklany, espresse per esempio all'indomani di Katrina su The Commons. Insomma: anziché fissarsi sul dito ambientalista, meglio guardare alla luna.

PS A quelli che non credono che lo sviluppo faccia bene all'uomo e all'ambiente, segnalo la lista dei dieci luoghi più inquinati al mondo.

giovedì 15 novembre 2007

Ogm. Quando le lobby vanno al governo

Il senatore Paolo Scarpa Bonazza Buora ha presentato un'interrogazione urgente al ministro dell'Agricoltura. Anche noi attendiamo risposta.
A proposito di ogm, segnalo anche l'intervento di Giancarlo Loquenzi a proposito del mistero dello studio scomparso (o insabbiato?).

INTERROGAZIONE URGENTE
AL MINISTRO DELLE POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI

premesso che:

- l’indagine dell'Eurobarometro sulla percezione dei rischi per la salute legati alla sicurezza alimentare, realizzata nel 2006 dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare e dalla Direzione generale Salute e tutela dei consumatori della Commissione Europea, ha evidenziato che i consumatori italiani hanno un’opinione estremamente positiva e fiduciosa degli alimenti;
- dalla lettura dell’indagine in questione emerge che le principali preoccupazioni per i consumatori sono associate soprattutto a rischi causati da fattori esterni scarsamente controllabili come i residui di pesticidi, la diffusione di nuovi virus, contaminazioni batteriche ed i problemi derivati dalla scarsa igiene nella manipolazione degli alimenti;
- l’indagine mette anche in luce una crescita della fiducia riposta dai consumatori nelle biotecnologie applicate all’agricoltura e nei confronti degli organismi geneticamente modificati nonostante l'impressionante campagna mediatica di demonizzazione di tali prodotti;
- il regolamento (CE) n. 1829/2003 stabilisce inoltre che tutti i mangimi OGM, debbano riportare in etichetta la dicitura relativa alla presenza di OGM;
- tutti i Consorzi di tutela italiani ( Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Prosciutto di Parma, Prosciutto di Sandaniele, etc.) rispettano tale normativa nelle loro produzioni a marchio DOP ed IGP e che i vari consorzi rispettano altresì le normative Europee connesse quali quelle fissate in modo specifico per questo settore dal regolamento (CE) n. 1830/2003, che definisce la tracciabilità come la capacità di rintracciare OGM e prodotti ottenuti da OGM in tutte le fasi dell'immissione in commercio attraverso la catena di produzione e di distribuzione;
- secondo le norme relative all'emissione deliberata nell'ambiente (direttiva 2001/18/CE e, in precedenza, direttiva 90/220/CEE), 18 OGM in Europa sono stati finora autorizzati per vari impieghi: per la coltivazione, l'importazione o la trasformazione, come prodotti per l'alimentazione degli animali e come prodotti per l'alimentazione umana;
- le più importanti Agenzie che si occupano di salute e sicurezza dei cittadini, come l' Autorità europea per la sicurezza alimentare e l'Organizzazione mondiale dell Sanità (WHO) oltre all'Unione Europea, la FAO, le Nazioni unite e tutte le più prestigiose Accademie scientifiche mondiali, inclusa la Pontificia Accademia per le Scienze hanno attestato la sicurezza degli OGM per l'ambiente e la salute animale ed umana;
- è attualmente in atto una gigantesca "campagna di informazione" da parte della Fondazione dei Diritti Genetici, un'organizzazione pregiudizialmente contraria agli OGM;
- la campagna è patrocinata dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali che in un comunicato stampa diramato il 3 ottobre scorso ha affermato di voler sostenere direttamente l'iniziativa anche attraverso progetti di comunicazione;
- questa campagna di informazione include un simil-referendum che richiede agli italiani di rispondere alla seguente domanda: "Vuoi che l'agroalimentare, il cibo e la sua genuinità, siano il cuore dello sviluppo, fatto di persone e territori, salute e qualità, sostenibile ed innovativo, fondato sulla biodiversità, libero da OGM?";
- agli interroganti questa iniziativa appare come estremamente demagogica ed utopistica visto l'ingente bisogno delle filiere zootecniche italiane di soia il fatto che oggi oltre il 90% dei mangimi italiani sono etichettati come contenenti OGM visto e considerato come l'Italia importi oltre 3 milioni di tonnellate di soia da Brasile, Argentina e Stati Uniti;
- le principali società scientifiche italiane in rappresentanza di 10.000 ricercatori hanno sottoscritto negli ulitmi 4 anni due Consensus Document che ribadiscono la sicurezza degli OGM per l'uomo, gli animali e l'ambiente e la loro possibilità di coesistere con le coltivazioni biologiche e tradizionali;
- alla Fondazione Diritti Genetici è associata Greenpeace, un'associazione ambientalista multinazionale, che recentemente ha sferrato un duro attacco contro il Consorzio del Parmigiano Reggiano, reo secondo l'associazione ambientalista di utilizzare anche soia OGM nella propria filiera;
- a conferma di ciò il Consorzio del Parmigiano Reggiano, da tempo angariato da Greenpeace sull'uso di mangimi a base di soia OGM per le bovine da latte, si è visto costretto ad aderire "Liberi da OGM" affermando al contempo di esigere la facile reperibilità a costi competitivi di materie prime non OGM e stigmatizzando il comportamento di chi "oggi sta usando in modo scorretto il Parmigiano Reggiano come bandiera contro le multinazionali" ;
- il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali non ha in nessun modo tutelato il Consorzio del Parmigiano Reggiano, che da parte sua ha piena libertà di usare le materie prime che ritiene più sicure ed economicamente sostenibili;
- l'attacco di Greenpeace potrebbe avere il chiaro intento di costringere il Consorzio a comprare la soia soltanto di cinque produttori brasiliani indicati sul suo sito internet;
- in una lettera indirizzata all'Ambasciatore degli Stati Uniti Ronald Spogli, il Presidente della Fondazione Diritti Genetici Mario Capanna ha accusato gli USA di non dire la verità sugli OGM, poiché, a suo parere, e contrariamente a quanto scritto nel rapporto dell'ambasciata USA, l'Italia avrebbe sempre espresso un voto negativo su questi prodotti in sede comunitaria;
- agli interroganti appare singolare che sia stato dato il patrocinio ed il sostegno economico ad una Fondazione che in maniera gratuita e menzognera attacca l'operato degl USA nei suoi rapporti bilaterali con l'Italia oltre a ledere l'immagine del principale prodotto di qualità italiano;
- la campagna liberi da OGM capeggiata da Mario Capanna sta di fatto anche impedendo ai nostri ricercatori di effettuare prove in campo su prodotti di interesse nazionale che secondo gli esperti del settore sono a rischio di estinzione a causa di virosi ed attacchi fungini;
- risulta inoltre agli interroganti che la raccolta firme avviene senza una chiara identificazione dei "votanti" attraverso documenti di riconoscimento;
- il Presidente della Fondazione Diritti Genetici Mario Capanna ha chiaramente espresso il suo intento di usare la leva del numero dei votanti come volano politico in Italia ed in Europa per imporre una moratoria a tempo indeterminato sull'importazione e la coltivazione di prodotti OGM.

Si chiede di sapere

Le ragioni per le quali il MIPAAF ha inteso patrocinare e dare sostegno economico alla campagna liberi da OGM promossa, tra l'altro, da un gigante della grande distribuzione quale COOP Italia, ed ingannevolmente presentata ai cittadini italiani come iniziativa indipendente;
Quali misure urgenti il MIPAAF intende intraprendere per tutelare in tutte le sedi l'immagine e la reputazione del Parmigiano Reggiano dagli attacchi pretestuosi di un'associazione ambientalista multinazionale;
Quali controlli intende porre in essere il MIPAAF - in qualità di ente patrocinante - sulla veridicità dei dati che saranno forniti dalla Fondazione Diritti Genetici in merito al numero di adesioni individuali alla campagna Liberi da OGM;
Quali misure il MIPAAF intende considerare affinché sul tema degli OGM sia data voce anche al mondo scientifico e consentita la ricerca in campo aperto come previsto dalle Direttive Comunitarie.

mercoledì 14 novembre 2007

martedì 13 novembre 2007

Petrolio: uno sguardo al picco

Mike Lynch spiega perché il peak oil è un miraggio.

Il capitalismo delle bische

Strepitoso articolo di Franco Debenedetti su Vanity Fair, che riporto integralmente.

Cento dollari per un barile di petrolio, un dollaro e mezzo per un euro: soglie che impressionano. E preoccupano: se aumenta il prezzo del petrolio aumenteranno riscaldamento, luce, trasporti, dunque tutti i beni; se l’euro forte rende più difficile alle nostre aziende vendere all’estero, diminuirà l’occupazione. I prezzi salgono per motivi reali o perché qualcuno li fa salire? Che Cina e India per sostenere la loro crescita abbiano bisogno di enormi quantità di energia, lo si sapeva già quando il barile costava 50$. Se il prezzo in poco tempo è raddoppiato è forse colpa di chi butta immense quantità di danaro per guadagnare sul rialzo? Il caso di manipolazioni del mercato più famoso in tempi recenti è quello dei fratelli Hunt di Dallas con l’argento: nel 1979-80 ne fecero incetta, fecero salire il prezzo da 8 a 50$ all’oncia, poi crollò e i due finirono in carcere. Ma il petrolio non è l’argento, nessuno può manipolare un mercato così gigantesco. La manipolazione perturba i mercati, è un reato. Invece la speculazione è quella che fa funzionare i mercati: tra l’altro si può speculare sia al rialzo sia al ribasso. I prezzi forniscono informazioni. I 100$ del petrolio ci dicono: che la crescita dei paesi emergenti continuerà a lungo a questi ritmi; che i paesi ricchi tarderanno a prendere misure di risparmio; che le scoperte di nuovo petrolio sono inferiori al consumo di quelle note. In base a queste informazioni, le società petrolifere intraprendono ricerche di petrolio altrimenti non convenienti, le popolazioni accettano centrali nucleari e torri eoliche, i consumatori acquistano case autosufficienti e cambiano l’auto con una che consumi meno. Non leggere l’informazione contenuta nel prezzo del petrolio rafforza le resistenze a politiche energetiche alternative.Non c’è un’economia reale buona opposta a una finanza cattiva. Non ci sono gnomi nei grattacieli di New York o di Zurigo che determinino “il prezzo del pane per sfamarsi o del cherosene per riscaldarsi”. Sostenere che gli hedge fund – operatori che usano metodi di gestione adatti ad alcuni tipi di investitori - siano “il capitalismo delle bische” (Marcello De Cecco, Repubblica del 9 Novembre), induce solo nei risparmiatori una diffidenza verso le attività finanziarie in generale. E poi ci si lamenta se solo il 20% dei lavoratori ha scelto di investire il proprio TFR in fondi, e la maggioranza ha preferito lasciarlo in azienda o consegnarlo all’INPS, anche se il rendimento è decisamente inferiore, sprecando un’occasione unica di costruire una futura fonte di reddito da affiancare alla pensione. Un peccato capitale: commesso per diffidenza verso la finanza.

domenica 11 novembre 2007

La quadrinatura del cerchio

Sui quotidiani il gruppo Edison ha avviato una aggressiva campagna pubblicitaria, molto ben visibile anche sul suo sito. Lo slogan - L'ecologia conviene - fa riferimento ai tre termini dell'offerta: 100 per cento dell'energia prodotta da fonti rinnovabili, 36 mesi di prezzo bloccato, 8,5 centesimi di euro al kWh (più o meno in linea con le quotazioni attuali sulla Borsa Elettrica). L'offerta appare molto vantaggiosa in uno scenario di aumento dei costi dell'elettricità, legato alla corsa del barile apparentemente inarrestabile (sul Giornale di oggi, Davide Tabarelli parla addirittura di un rischio 130 dollari, una prospettiva a mio avviso troppo allarmista e certamente di breve termine e non strutturale, ma comunque possibile). La campagna della Edison è illustrata da Altan.

Chi è, Edison? La Relazione Annuale dell'Autorità per l'Energia ci informa che si tratta del secondo gruppo italiano dell'elettricità per contributo alla produzione nazionale lorda, col 13,1 per cento nel 2006. Edison può contare su 11,4 GW di potenza installata, 68 centrali idroelettriche, 34 centrali termoelettriche, 24 campi eolici, 1,3 miliardi di metri cubi di produzione di gas, 30 miliardi di metri cubi di riserve di idrocarburi, 73 titoli minerari (gas e olio), 2 centri di stoccaggio e 1 terminale di rigassificazione in costruzione (Rovigo, di cui Edison ha il 10 per cento). Più della metà della generazione di Edison è termoelettrica, circa il 5 per cento eolica. Ma questo dice poco. Qualcosa di più dice un altro grafico disponibile in un info sheet del gruppo guidato da Umberto Quadrino, secondo cui la maggioranza della produzione Edison (40,4 TWh su 65,4) finisce sul mercato libero, ma una importante quota minoritaria (20 THw, poco meno di un terzo) ricade sotto l'ombrello Cip6.

Torniamo alla relazione dell'Autorità. Leggiamo a pagina 46: "il totale della produzione ritirata dal GSE... per il 2006 è ammontato a 48.997 GWh". Quindi, i 20 TWh, ossia 20.000 GWh, di Edison rappresentano circa il 41 per cento del totale dell'energia incentivata in Italia. Nel 2006, "i costi relativi alla remunerazione dell'energia CIP6 prodotta da impianti assimilati sono risultati in aumento rispetto al 2005, essendo passati da circa 3.989 milioni di euro a 4.362 milioni di euro, al netto della componente di costo addizionale, pari a più di 200 milioni di euro... I costi per la remunerazione dell'energia CIP6 rinnovabile sono invece rimasti sostanzialmente stabili rispetto al 2005".

Come si lega tutto ciò a Edison? Lo spiega uno studio veramente ben fatto del partito dei Verdi (!), sia pure riferito a qualche anno fa: nel 2003, Edison ha goduto del 41,2 per cento dei finanziamenti CIP6. Apprendiamo che, nel 2003 e 2004, "Edison aveva riscosso, per vendite di elettricità da fonte “assimilata CIP/6”, rispettivamente il 54,6 e il 53,4 per cento dei 3.281,4 e 3.511,5 milioni di euro erogati dal GRTN a quel titolo; cioè 1791,4 e 1875,0 milioni di euro, pari al 63,36 e al 56,7 per cento dei suoi ricavi per vendite (che erano stati 2.827 e 3.303 milioni di euro)". Capito il trucco?

Anche mio nonno (absit iniuria) sarebbe capace di offrire una tariffa vantaggiosa e stabile nel tempo, potendo far leva sulla certezza di una tasca profonda e apparentemente inesauribile. Non importa se siate o no clienti Edison, perché comunque siete voi a rendere possibile la quadrinatura del cerchio.

sabato 10 novembre 2007

L'energia diventa protagonista

Complice l'avvio della riunione romana del WEC, la rivista Aspenia dedica un numero monografico ai temi dell'energia e del clima. L'indice è denso e ghiotto, quindi il consiglio di acquistarlo è di default. Il merito principale del fascicolo sta nella capacità di mettere assieme - in parte, l'un contro l'altro - studiosi, esperti, politici e uomini d'impresa, ciascuno portatore di interessi e punti di vista differenti. Le analisi presentate ruotano sostanzialmente attorno a due grandi temi. Da un lato, quali siano gli scenari energetici che ci aspettano, a livello sia globale che europeo, e quali fonti possano essere più adeguate a rispondere alla sfida di una domanda crescente. Dall'altro, incombe la questione climatica: c'è il global warming? Quali ne sono le cause? Quali politiche vanno adottate per combatterlo? E, non meno importante, vale la pena farlo? Sullo sfondo, resta chiaramente la discussione su quali siano gli arrangiamenti istituzionali più appropriati a favorire le evoluzioni che si ritengono desiderabili. Dunque, gli uni guardano a un progressivo ampliamento degli spazi di mercato, gli altri invocano politiche più o meno stringenti. In relazione a quest'ultimo punto, segnalo anche un convegno di altissimo livello organizzato dal Centro Studi Americani assieme alla ExxonMobil. Di grandissimo interesse è stato l'intervento di Alberto Clò, che ha presentato i risultati di uno studio sulla fattibilità ("che è non fattibile", ha detto) degli obiettivi europei del 20-20-20. Gli aspetti maggiormente critici del discorso del direttore di Energia riguardavano due questioni: la natura intrinsecamente dirigistica dei target, che cozza con la politica di liberalizzazioni, e l'assenza di valutazioni ragionate dietro di esse. Anche i politici presenti - in particolar modo Stefano Saglia e Pierluigi Bersani - hanno esposto considerazioni molto ragionevoli e "pancia a terra". Questo è incoraggiante. Resta da capire, ed è un dubbio perfino più profondo di quello sull'origine dei mutamenti climatici, quanto le loro parole verranno distorte durante il processo di formazione di una posizione delle due coalizioni.

mercoledì 7 novembre 2007

Sciusciâ e sciurbî

Ditecelo: Il problema è l'euro forte o il caro petrolio? Perché se il nemico è il caro petrolio, allora Dio benedica l'euro (che sconta di quasi il 50 per cento il barile). Se invece bisogna muovere guerra a Francoforte perché indebolisca la valuta europea, allora rassegnamoci a un aumento del prezzo reale del greggio. Dalle mie parti si dice: sciusciâ e sciurbî o no se peu (traduzione).

giovedì 1 novembre 2007

Le novità energetiche della finanziaria

La Commissione Bilancio del Senato ha approvato, ieri, la riforma delle rinnovabili. Due articoli sono di particolare interesse: uno osceno, l'altro buono.

Il primo riguarda l'aumento (ancora!) dell'incentivazione alle energie rinnovabili, nonostante l'Italia sia uno dei paesi europei che spende più soldi (e peggio) su questo capitolo: "Le sovvenzioni per l’energia rinnovabile sono attualmente ben consolidate nei 15 vecchi Stati membri dell’UE (UE-15). Ciascuno Stato membro fornisce una combinazione di sostegno dei prezzi mediante sistemi in 'conto energia' (feed-in tariffs), obbligazioni o gare d’appalto, oltre ad una serie di sussidi in conto capitale e meccanismi fiscali. Nel 2001 i livelli di sovvenzione complessivi sono stati più elevati in Germania ed in Italia, ove si è erogato più di 1 miliardo di euro, in particolare nella forma di sistemi in 'conto energia'", dice un Briefing dell'Agenzia europea per l'ambiente. Non stupisce - almeno non chi si occupa di queste cose: gli altri resteranno a bocca aperta - che l'Italia sia, in Europa, uno dei paesi dove le rinnovabili hanno la maggior penetrazione: nel 2005, esse rappresentavano il 5,8 per cento del consumo primario (ben più del 4,83 per cento tedesco e dell'1,61 per cento britannico) e il 13,93 per cento della generazione elettrica (contro il 10,37 tedesco e il 4,32 britannico) (qui tutti i dati, riportati anche sotto nelle figure).


Quota delle fonti rinnovabili sul consumo primario (2005). Cliccare l'immagine per ingrandire. Fonte: Commissione Europea.


Quota delle fonti rinnovabili sulla generazione elettrica (2005). Cliccare l'immagine per ingrandire. Fonte: Commissione Europea.

Ebbene, in questo contesto uno si aspetterebbe che l'Italia valorizzasse, in sede europea, la sua buona (rispetto ai discutibili obiettivi di promozione delle rinnovabili) performance. Macché: invece di prendere atto che molto è stato fatto su questo fronte e concentrarsi su altre questioni che, a chi sia dotato di un animo forse non sufficientemente sensibile all'ambiente, appaiono ben più serie, come la rimozione dei vincoli amministrativi agli investimenti (compresi gli investimenti in rinnovabili), la Finanziaria 2008 getta altri soldi nel calderone e, soprattutto, lo fa accompagnata da dichiarazioni paradossali. Come quelle dei senatori Francesco Ferrante ed Edo Ronchi, che rivendicano l'iniziativa di un aumento annuo della quota obbligatoria di rinnovabili per le compagnie elettriche dello 0,75 per cento nel 2007-2012 (era lo 0,5 per cento annuo nel testo originale, contro lo 0,35 attuale). Spiegano Ferrante e Ronchi: "E’ senza dubbio una riforma decisiva, che innescherà un grande sviluppo di tali fonti anche in Italia così come è già avvenuto in altri Paesi europei. I maggiori oneri sono ampiamente compensati dalla riduzione del consumo di fonti fossili e in particolare del petrolio che ormai supera i 90 dollari al barile, dalla riduzione delle emissioni di gas serra, nonché dai vantaggi occupazionali e tecnologici per il nostro Paese". Ora, la dichiarazione è paradossale perché delle due l'una: o l'introduzione di più rinnovabili è un maggior onere, oppure non lo è. Anche lasciando perdere il breve termine - per cui non v'è dubbio che lo sia - nel medio o lungo termine le rinnovabili sono o no competitive? Nel primo caso, non si spiega il supporto. Nel secondo, lo si capisce. E' ovvio che uno scenario di prezzi del petrolio stabilmente attorno o sopra i 90 dollari (no way IMHO) aiuta le rinnovabili. Ma basta? A leggere in filigrana le parole di Ferrante e Ronchi, i due senatori sono convinti di no. E questo dà una misura tangibile di cosa siano, dal punto di vista economico, le fonti "verdi": un buco nell'acqua.

Quanto ai presunti vantaggi occupazionali, si tratta di una chiarissima illusione ottica: qualunque settore economico, se adeguatamente sovvenzionato, può attrarre lavoro, ma questo va a scapito dell'efficienza complessiva del sistema - che si trova a pagare di più, direttamente o indirettamente - e quindi sia del potere d'acquisto dei salari, sia della possibilità di sviluppare altri settori più produttivi. Quindi, è probabile che la creazione di posti di lavoro vada a scapito di una più che proporzionale perdita di occupazione altrove.

Non tutto, comunque, è negativo all'interno del "pacchetto energia" della Finanziaria. Un altro emendamento, firmato dal relatore Giovanni Legnini, assegna all'Autorità per l'Energia pieni poteri per quel che riguarda il Cip6. Il Cip6 è uno dei più grandi scandali italiani. Ce ne siamo occupati, come IBL, assieme alla rivista Formiche in un Position Paper intitolato "Dai privilegi ai pregiudizi". In quell'occasione cercavamo una quadra tra l'esigenza di smantellare al più presto quella orrenda fabbrica di rendite, e le (parzialmente giuste) rimostranze di quanti, avendo avviato investimenti sulla base della garanzia di sussidi, vedono a rischio i loro ritorni. Pacta sunt servanda, dunque, ma con giudizio. In questo senso l'iniziativa dell'Autorità guidata da Alessandro Ortis, che aveva corretto (al ribasso) uno dei parametri dell'incentivazione (il costo evitato di combustibile: ironicamente, lo stesso concetto espresso da Ferrante e Ronchi) va accolta positivamente. Purtroppo il Tar ha sospeso la delibera, e ieri il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso dell'agenzia. Del tema, Ortis si era occupato ampiamente durante la presentazione della relazione annuale, di cui anche noi a suo tempo ci eravamo occupati. Secondo Ortis, "uno degli elementi di riferimento per la definizione del prezzo dell'energia Cip6, il c.d. costo evitato di combustibile (Cec), era indicizzato, fino al 2006, ad un accordo Snam/Unapace del 1998. A seguito della scadenza di tale contratto abbiamo definito un nuovo criterio di aggiornamento della componente Cec del 2007. Il nuovo criterio comporterebbe, già per il 2007, una riduzione a favore dei consumatoridi 600 milioni di euro". Se, come spero, l'emendamento Legnini di fatto consente all'Autorità di dribblare lo scoglio del Tar e di aggiornare la componente Cec per la definizione del prezzo riconosciuto agli impianti Cip6, la maggioranza su questo tema ha fatto davvero qualcosa di buono.