domenica 30 dicembre 2007

Europa 2008: l'energia tra scelte incerte o sbagliate

Il 2007 dell’energia sarà probabilmente ricordato come l’anno in cui il petrolio lambì quota 100 dollari – un traguardo mai raggiunto (sebbene, in termini reali, resti al di sotto del picco dei primi anni ’80). Servirà a poco ricordare che il principale driver del caro-greggio è del tutto esogeno, ed è la debolezza del dollaro, che secondo alcuni spiega almeno 20-25 dollari del prezzo del barile. In ogni caso, questo scenario trascina verso l’alto il valore di tutte le materie prime energetiche e, di conseguenza, di prodotti quali i carburanti, il gas e l’elettricità. Ciononostante, il mondo pare reggere piuttosto bene la “crisi” e quindi, a ben vedere, non è su di essa che dovrebbe concentrarsi l’attenzione di chi voglia trarre un primo bilancio.

Neppure dal punto di vista delle negoziazioni ambientali si sono osservati mutamenti imprevisti. Bali, che per gli entusiasti avrebbe dovuto partorire la cornice per il post-Kyoto (ormai nessuno lo chiama più Kyoto 2, come andava di moda dire fino all’anno scorso), non ha prodotto nulla se non le consuete divisioni. E la causa prima del fallimento annunciato è la testardaggine europea nel proporre una strategia – quella degli obiettivi vincolanti di breve termine – che nessuno condivide.

Questo conduce a quella che è la vera notizia energetica del 2007, almeno per chi sia condannato a subirne gli effetti, ossia la determinazione del Consiglio europeo di primavera a fissare i cosiddetti obiettivi del 20-20-20 (20 per cento meno emissioni rispetto al 1990, 20 per cento meno consumi rispetto al tendenziale, 20 per cento rinnovabili sul consumo totale, tutto entro il 2020). Gli obiettivi sono stati adottati, per quel che è dato conoscere, senza alcuno studio preliminare sulla fattibilità o sui costi. Si tratta di uno slogan, ma uno slogan vincolante è uno slogan pericoloso. A destare preoccupazioni non sono solo la portata del cambiamento in un lasso di tempo così breve (12 anni), o l’entità della bolletta che i consumatori europei saranno chiamati a pagare. Più ancora di tutto ciò, due fattori sono pericolosi. Il primo riguarda gli incentivi che la Commissione – da cui ci si attende una direttiva per fine gennaio – manderà agli attori economici. Un approfondito studio di Alberto Clò e Stefano Verde, pubblicato sull’ultimo numero della rivista Energia, spiega che il combinato disposto degli obiettivi previsti nella Nuova Politica Energetica (Nep) “comporta nel 2020 un minor fabbisogno delle altre fonti tradizionali per 430 milioni di Tep (-25,6 per cento)”. In particolare, “il gas metano, che in base alle previsioni tendenziali avrebbe dovuto conoscere la maggior crescita assoluta passando dai 445 milioni di Tep del 2005 a 556 milioni di Tep (+25 per cento), nel caso programmato dovrebbe invece ridursi dell’11 per cento” (questi valori sono calcolati sulla base di un obiettivo di riduzione del 20 per cento dei consumi primari, mentre sembra che la Commissione imporrà il target rispetto al consumo finale, ma l’ordine di grandezza non è destinato a cambiare). Quindi,
l’aspetto centrale e più critico è se e in che misura debbano rivedersi verso il basso i fabbisogni che fino al 7 marzo 2007 erano ritenuti indispensabili e imprescindibili nello sviluppo delle infrastrutture e delle forniture per assicurare piena copertura della domanda in condizioni di competitività e sicurezza. Nell’ipotesi di un pieno raggiungimento degli obiettivi di Berlino, l’attuale dotazione di infrastrutture e di forniture di metano risulterebbe, infatti, assolutamente idonea a fronteggiare il livello dei futuri consumi, mentre il mancato raggiungimento degli obiettivi richiederebbe sin d’ora, come d’altra parte sta avvenendo, l’accelerazione degli investimenti.
Detto in termini più triviali: servono ancora i rigassificatori? Un’ulteriore questione riguarda la cornice istituzionale che dovrà sorreggere un simile mutamento strutturale del settore energetico in Europa. Fino a che punto una politica europea instabile, imprevedibile, e che demanda al pubblico scelte di indirizzo fondamentali (che vanno dal controllo della domanda alla pianificazione dell’offerta) è compatibile con le liberalizzazioni? Non solo tale domanda è finora restata senza risposta da parte delle autorità europee, ma neppure la Commissione pare essersi posta il problema. E questo, più ancora del merito delle decisioni, ci fa temere che il sentiero europeo condurrà dove tipicamente vanno le strade lastricate di buone intenzioni.

domenica 23 dicembre 2007

giovedì 20 dicembre 2007

Antitrust: accettati gli impegni delle compagnie petrolifere

Come anticipato, l'Antitrust ha accettato gli impegni delle compagnie. La collusione, che pure non è mai esistita o almeno non è mai stata provata, come mai è stato provato che i consumatori siano stati danneggiati, adesso ufficialmente non esiste più. Gli impegni sono a tratti interessanti, ma privi di legame con l'accusa, e questo tanto per sottolineare il populismo del Garante. Lo scontro ha evidentemente un vincitore (Antonio Catricalà) e un vinto (l'Eni, che è stata costretta, lo ripeto: costretta). Ma vinto è il mercato nel suo complesso, visto che diverse compagnie, per far decadere l'accusa, si sono spinte a concordare con l'Authority le loro strategie commerciali e di pricing, una roba mai vista (al di qua della cortina di ferro, intendo).

Il paraculismo automobilistico

Il desolante scontro lobbistico sull'entità delle riduzioni delle emissioni nel comparto automobilistico, con la Commissione arroccata su una posizione contestata dall'industria e (politicamente parlando) dalla non-tanto-verde Germania (se si tratta di danneggiare i colossi tedschi dell'auto) fornisce uno spaccato della vera natura delle politiche climatiche europee. Politica, tutta politica, nient'altro che politica: del clima, non c'è traccia. Lo scontro è sia interno alla lobby automobilistica (con le aziende italiane e francesi, produttrici soprattutto di auto leggere, contro quelle tedesche), sia tra questa e altri comparti industriali (i fabbricanti di macchine non hanno mai contestato gli obiettivi della Commissione su raffinerie, trasporto aereo, eccetera). Questo, più di tanti altri trattati o chiacchiere, mostra che, al di là del giudizio di merito sull'utilità delle riduzioni, le strategie europee sono inefficaci e paraculistiche. Lo spazio concesso all'arbitrio politico, e dunque alla persuasività dei rent seekers, è semplicemente troppo ampio. Ma se questo spazio venisse compresso, tutto il castello di carte cadrebbe, dacché le politiche europee del clima sono studiate, promosse e messe in atto esattamente per conseguire effetti redistributivi.

giovedì 13 dicembre 2007

America 2009: quale politica energetica

Il National Center for Policy Analysis ha compilato delle schede sulle proposte di politica energetica di tutti i potenziali candidati alla Casa Bianca, democratici e repubblicani. Interessante, utile, a tratti agghiacciante.

mercoledì 12 dicembre 2007

Segnalazione

Andrea Asoni e Piercamillo Falasca hanno firmato un divertente Focus per Epistemes sulla "teoria del freddo caldo", ossia l'idea fantascientifica (avallata da Al Gore e accarezzata informalmente dall'Ipcc, che pure nei suoi rapporti la boccia) che lo scioglimento dei ghiacciai artici possa condurre allo spegnimento della corrente del Golfo e dunque al raffreddamento del globo. E' una teoria di grande utilità per i fanatici del clima, perchè consente di dire che se fa caldo, è colpa del global warming, ma anche se fa freddo, è colpa del global warming, e perfino se non cambia un fico secco, non ha mai fatto così caldo/freddo (a seconda delle medie giornaliere), e quindi deve essere colpa del global warming.

martedì 4 dicembre 2007

Il mito tedesco

Ci sono dei miti che faticano a tramontare. Uno di essi è quello della Germania "modello verde". Del tema mi ero già occupato su questo blog, ma poiché il mito continua a riemergere vale la pena tornare a trattarlo. Se ne è parlato anche questa mattina a Radio Anch'io, dove ho cercato di fare un po' di ordine. Ma, finalmente, non mi sento più solo. Germany News (che la questione l'aveva già affrontata qui e qui) mi segnala che perfino gli ecologisti tedeschi se ne sono accorti. La Germania ha un parco rinnovabile inferiore a quello italiano e consumi ed emissioni pro capite più alti dei nostri. La ragione è semplice: il mix elettrico tedesco è dominato dal carbone, il nostro dal gas, un combustibile relativamente più pulito. Il mix tedesco è solido ed efficiente, quindi lungi da me il criticarlo. Solo, mi fa un po' ridere questo atteggiamento di chi crede talmente tanto nell'immagine strabica che ha costruito della realtà, da scambiarla con le cose-come-stanno.

lunedì 3 dicembre 2007

Sia il vostro parlare sì sì, no no

Oggi il Consiglio europeo ha discusso di unbundling delle reti elettrica e del gas. Si sono ripresentate le consuete divisioni, con 11 paesi capitanati dalla Gran Bretagna favorevoli alla separazione, e altri 7 guidati dall'asse franco-tedesco (apparentemente inossidabile, su questo tema) contrari, mentre i rimanenti 9 avrebbero assunto una posizione interlocutoria. L'Italia, rappresentata dal sottosegretario allo Sviluppo economico Filippo Bubbico, faceva parte del primo gruppo. Di questo siamo felici di rendere merito al governo e alla maggioranza, che pure alle parole non fa seguire i fatti, schiava anche qui dei veti della sinistra radicale (parola di Enrico Morando). Parigi e Berlino hanno annunciato che a gennaio porteranno in Europa una terza proposta, alternativa a quelle di separazione proprietaria e funzionale. Suppongo sarà qualche complicata forma di regolazione volta a mantenere gli ex monopolisti verticalmente integrati, perché questo è l'obiettivo dei due paesi che finora si sono dimostrati maggiormente impermeabili ai propositi liberalizzatori.

Comunque, fin qui nulla di nuovo, nel senso che - al netto della fantomatica terza via franco-tedesca - è un dibattito che da anni si trascina sempre uguale a se stesso. Non è nuova neppure la scelta italiana, in fondo, la quale di fatto ricalca gli atteggiamenti passati. Di nuovo c'è però l'enfasi, già invocata dal ministro Pierluigi Bersani, sulla clausola di reciprocità. Ha infatti chiarito Bubbico che l'Italia "è a favore della separazione proprietaria, ma in condizioni di reciprocità: le stesse condizioni devono essere applicate anche agli operatori dei paesi terzi che investono nel mercato Ue". Inoltre, la separazione dovrebbe essere applicata simmetricamente in tutti gli Stati membri dell'Unione.

La reciprocità è la più frusta delle scuse. Non dubito che Bubbico sia in buona fede, ma - come dimostra la tormentata vita delle liberalizzazioni in Europa - richiedere che tutti procedano con l'unbundling è wishful thinking, ossia una furbata per evitare la separazione senza ammetterlo oppure la dimostrazione di una scarsa comprensione della realtà. Il presupposto della reciprocità, del resto, è esso stesso debole. Sembrerebbe infatti presupporre che l'unbundling indebolisca il mercato domestico e lo esponga ai predatori stranieri. Nulla di più sbagliato. Da un lato, infatti, l'incompatibilità tra operare nel mercato e gestire le reti varrebbe per tutti, comprese le aziende straniere attive in Italia. Dall'altro, un mercato più contendibile e concorrenziale favorisce soprattutto il paese che riesce a crearlo, e quindi è nell'interesse di tutti premere l'acceleratore, anche se gli altri non lo fanno. Gli italiani hanno sotto gli occhi il buon funzionamento del mercato elettrico, e non c'è ragione di credere che le cose non andrebbero altrettanto bene nel caso del gas.

Le liberalizzazioni non si fanno per generosità, ma per egoismo, e gli unici a perdere sono coloro che godono di ingiuste rendite. Chi esita a liberalizzare convinto di rendere più forte il nostro mercato è più fesso che furbo e merita il premio Nobel per la pace.

Nello zaino per Bali

Comincia oggi la tredicesima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, nella splendida cornice di Bali. L'Europa ribadirà la sua intenzione di restare leader nella lotta all'effetto serra (leadership che, per quanto mi risulta, nessuno finora ha alcuna intenzione di aggiudicarsi), gli Stati Uniti manifesteranno la loro disponibilità a fare la loro parte ma senza accettare target vincolanti, il mondo in via di sviluppo dirà che il climate change è una questione seria ma non intende sacrificare la crescita economica per combatterlo. La conferenza si chiuderà il 14 dicembre con l'annuncio che la comunità internazionale ha ormai maturato la consapevolezza della sfida e che è giunto il momento delle decisioni irrevocabili. Infatti, i convenuti si daranno appuntamento alla conferenza dell'anno prossimo per accordarsi sui tagli.

Questo per quel che riguarda la cronaca preventiva dell'evento. A chi voglia documentarsi e capire di più quello che sta accadendo, segnalo i numeri monografici di due importanti riviste. Il fascicolo di Aspenia è intitolato "Ecocatastrofismo", e contiene interventi, tra gli altri, di Corrado Clini sui "pro e i contro dell'unilateralismo europeo", di Margo Thorning su "effetto serra: perché cambiare schema", e uno mio. Interessanti inoltre il confronto scientifico tra Stephen Schneider e Richard Lindzen. Ma sono in vario modo critici nei confronti degli orientamenti politici dominanti Emilio Gerelli, Franco Prodi, Loren Cox e altri ancora. La rivista contiene poi un approfondimento sull'energia nucleare.

Al "clima dell'energia" è dedicato l'ultimo numero di Limes, anch'esso costruito in maniera tale da far emergere i vari fronti di dibattito. Segnalo l'intervento mezzo condivisibile mezzo catastrofista di Massimo Nicolazzi, che merita di essere letto attentamente perché sviluppa una serie di argomenti molto intelligenti che meritano risposta, e poi il breve ma incisivo pezzo di Guido Visconti sul perimetro delle "certezze" scientifiche. Corrado Clini affronta le potenzialità dei biocombustibili, mentre io ho due articoli, una "anatomia" dell'Ipcc e un pezzo che ripropone le tesi di Bruce Yandle sui battisti e contrabbandieri del clima. Altre sezioni della rivista sono dedicate alla "guerra dei tubi" (con un bellissimo pezzo di Jerry Taylor e Peter Van Doren, e un interessante intervento di Angelantonio Rosato) e una discussione su "l'Italia a rischio". Di particolare rilevanza, infine, l'aggiunta Limes 2.0, un supplemento online che contiene articoli, tra gli altri, di Mike Lynch sulla sicurezza energetica e David Henderson sull'Ipcc.

La pubblicazione di questi due fascicoli segna un deciso passo avanti nel livello della discussione in Italia. Le tesi "scettiche" hanno finalmente conquistato "pari dignità" del mainstream mediatico. Il viaggio per Bali è lungo: con un po' di fortuna, qualche buona lettura durante il volo potrebbe aprire gli occhi se non ai fondamentalisti del clima, almeno ai credenti.