mercoledì 31 dicembre 2008

Buon 2009

Il 2008 è stato un anno straordinario. Non nel senso di "particolarmente bello", ma in quello, più neutro e descrittivo, di "fuori dall'ordinario".

Nessuno, a gennaio, si sarebbe mai aspettato che a metà luglio il barile avrebbe sfiorato i 150 dollari (e pochi, a dicembre 2007, avrebbero scommesso su "quota 100"). Nessuno, a luglio, avrebbe mai preso sul serio la possibilità di crollare sotto i 40 dollari entro la fine dell'anno. Io stesso consideravo possibile che si avverasse la profezia di Goldman Sachs, che parlava di 200 dollari (non mi sarei spinto più in là). Ero convinto che il petrolio sarebbe tornato a moderarsi con la fine della crisi dei subprime. In un certo senso ho avuto ragione, ma inconsapevolmente. La crisi finanziaria si è trasformata e incancrenita, diventando qualcosa di peggio e di più grave e difficile da curare. La mia convinzione era che il ritorno alla crescita sostenuta e alla fiducia nello stock market avrebbe sgonfiato la bolla speculativa che aveva dominato la crescita delle quotazioni petrolifere. E' accaduto il contrario: la crisi si è trasformata in recessione, si è riversata sulla domanda e il crollo di quest'ultima, già nel 2008, ha determinato istantaneamente un tale eccesso di offerta da far precipitare il barile, nonostante tutti gli sforzi contrari da parte dell'Opec. Cinicamente potrei dire che chi, come me, per mestiere deve osservare e cercare di interpretare questi fenomeni, ha avuto una fortuna sfacciata: in soli 12 mesi abbiamo assistito a una crisi da offerta, una crisi da domanda, una colossale bolla speculativa, la transizione immediata dall'enfasi sulla sicurezza degli approvvigionamenti a quella sulla sicurezza della domanda, e altro ancora. Il 2008 ci darà materiale su cui riflettere e scrivere per un bel po' di tempo.

Il gas naturale ha sostanzialmente seguito lo stesso percorso del petrolio, pur con tutte le sue peculiarità. Il 2008 è stato l'anno del gas naturale liquefatto: l'attenzione per questa tecnologia è cresciuta come mai prima. Anche il Gnl, però, rischia di essere una vittima eccellente della crisi. Le aspettative ribassiste sulla domanda e il crollo dei prezzi (cioè dei margini) hanno fatto e faranno derubricare molti e importanti investimenti. Resto tuttavia convinto che i benefici del Gnl siano robusti, e quindi penso che siamo di fronte a una pausa, più che a un ripensamento. Ovviamente, anche in questo caso molto dipende da come evolverà la crisi, e quanto male ci farà.

Infine, il 2008 è stato un anno straordinario per il clima e la politica (i due termini sono, notoriamente, sinonimi). L'Unione europea, dopo un lungo braccio di ferro di cui l'Italia è stata tra i protagonisti, ha definito la cornice entro cui declinerà il suo piano 20-20-20. Sebbene molto resti ancora da chiarire, è ormai certo che Bruxelles varerà, nel 2013, il primo piano quinquennale di sette anni della storia. Negli Stati Uniti, la vittoria di Barack Obama ha acceso le speranze di molti. Obama è fortemente "ambientalista" e ha promesso di fare degli investimenti verdi il perno del suo piano anticrisi. Vedremo. Dubito però - o almeno lo spero - che il nuovo presidente si spingerà fino a esporre gli Stati Uniti a un trattato internazionale simil-Kyoto. Non è nel suo interesse, tantomeno in tempi di vacche magre. Ironicamente, la crisi economica e petrolifera ha danneggiato più l'industria rinnovabile che quella petrolifera.

In Italia, il governo di Romano Prodi è caduto ed è arrivato quello di Silvio Berlusconi. Sicuramente positivo è il venir meno di un ambientalismo ottuso come quello interpretato dal precedente governo; mentre mi sembra che l'attenzione per il tema delle liberalizzazioni si sia ulteriormente ridotta. Sul fronte energetico, il governo si è voluto caratterizzare principalmente col rilancio del nucleare, ma tra il dire e il fare c'è di mezzo un mare che, sinceramente, l'attuale compagine governativa non mi sembra adeguatamente attrezzata per solcare.

Restano moltissime incognite, sia in Italia che in Europa e nel mondo. Il 2009 sarà un anno interessante.

domenica 28 dicembre 2008

Copenhagen 2009

Le aspettative europee di raggiungere un accordo internazionale sul clima, con la partecipazione di Usa, Cina e India, sono altissime. E' in parte su questo che si gioca la scommessa del 20-20-20: in assenza di un framework globale, per quanto lasco, il raggiungimento dei due/tre obiettivi europei causerebbe uno svantaggio competitivo che sarebbe difficile colmare, nonostante tutti i meccanismi correttivi che già sono stati previsti per ridurre gli impatti del pacchetto e scaricarne una quota relativamente più alta del costo sulla platea più ampia dei consumatori.

In passato ho scritto che, a mio avviso, Barack Obama non traghetterà gli Stati Uniti verso un Kyoto-2. Questo non significa che non marcherà un cambiamento di passo, nelle politiche ambientali, rispetto a George W. Bush: la retorica climatica è e resterà alta, i crediti di imposta aumenteranno (soprattutto a favore dell'eolico e dei biocarburanti, le due lobby più influenti a Washington), e forse verrà creato qualche schema di "cap & trade" volontario. E' proprio qui il punto: non credo all'eventualità di un sistema vincolante, e soprattutto non credo che esso verrà creato nel prossimo anno o due, o finché durerà la crisi. Se la mia intuizione è corretta, allora è impossibile che Obama firmi a Copenhagen una cambiale in bianco, cioè qualsiasi cosa diversa da una vaga espressione di impegno e di principio.

La mia convinzione è rafforzata dalla lettura di questa interessante intervista di Stuart Eizenstat con Euractiv. Ambasciatore americano presso l'Unione europea dal 1993 al 1996, Eizenstat ha occupato numerosi ruoli chiave nell'amministrazione americana sotto i presidenti Jimmy Carter e Bill Clinton, e oggi affianca il suo servizio in un grande studio legale di Washington (di cui è partner) all'esercizio di influenza e potere sulle alte sfere democratiche, compreso, si dice, il presidente eletto. Dice Eizenstat: "il presidente eletto, Barack Obama, vuole trasformare l'economia americana e usare il pacchetto di stimolo economico per dare spazio alle tecnologie verdi, infrastrutture verdi, e creare posti di lavoro verdi. Ma un accordo conclusivo a livello globale, con tutti i puntini sulle i, sarà un'impresa ardua" (vorrei tradurre, ma forse sarebbe un po' troppo libero, "un altro paio di maniche"). Eizenstat conferma la mia sensazione che Obama, anche perché costretto a confrontarsi con la crisi, sarà proiettato soprattutto su misure domestiche - che ai fautori del green deal piaceranno e a me no, ma non è questo il punto - che avranno la precedenza rispetto a qualunque evoluzione internazionale. Anche perché le prime sono direttamente controllabili dalla Casa Bianca e, nel gioco lobbistico, rientrano tra gli equilibri che il nuovo presidente dovrà costruire per creare la sua base di potere. Eventuali sviluppi internazionali ridurrebbero la libertà di manovra di Washington, e questo è un passo che difficilmente un presidente, per quanto carismatico, può e vuole compiere, soprattutto avendo a che fare con una crisi epocale e con un Congresso tuttora ostile, sebbene più disponibile rispetto al passato.

Ma Eizenstat si spinge oltre, e fa una dichiarazione che mi sembra importantissima, specie se la si vuole leggere in controluce: "è assolutamente importante che a Copenhagen definiamo almeno una cornice per un accordo definitivo, forse nel 2010". Queste parole sono molto interessanti, in primo luogo perché costituiscono una doccia fredda - e certo da fonte non sospettabile di bushismo - sulle speranze europee per il 2009, e poi perché sembrano anticipare il ripetersi di un film già visto: tra grandi fanfare, il vertice delle Nazioni Unite potrebbe finire per decidere... che si deciderà l'anno prossimo. Se ciò accadesse, si aprirebbe una nuova finestra di opportunità: perché se anche nel 2010 la scena si ripresentasse sempre uguale a se stessa, come del resto accade da anni, andremmo al 2011, anno di rinnovo dei seggi al Congresso. A quel punto, occhi fissi sul Senato. Se i Repubblicani tornassero a crescere, e se fosse la corrente più conservatrice a imporsi, il rischio di una ratifica americana di eventuali trattati internazionali sarebbe molto ridotto.

Ci sono molti se in questo ragionamento, ma sono tutti collegati e nessuno di essi sottende una grande improbabilità. Per chi teme il dirigismo ecologico, il 2011 è almeno altrettanto importante che il 2008 e l'elezione di Obama per quanti militano sul fronte verde.

sabato 27 dicembre 2008

Economie di scala

Altro che nucleare. Con queste tecniche, potremmo trasformare Silvio Berlusconi in una raffineria.

martedì 23 dicembre 2008

Edf/British Energy. Il "sì però" della Commissione

La telenovela che si è svolta negli scorsi mesi sul teatrino elettrico britannico finalmente si avvia al lieto fine. La Commissione europea ha infatti dato il via libera al matrimonio tra Edf, il monopolista elettrico francese, e British Energy, che porta in dote otto centrali atomiche presenti oltre Manica. Il prezzo imposto da Bruxelles è, però, molto alto: il nuovo gruppo dovrà, tra le altre cose, cedere due impianti (Sutton Bridge, oggi controllata da Edf, e Eggborough, attualmente in pancia a British Energy); abbandonare un sito che potrebbe ospitare nuove centrali (a scelta tra Dungeness e Heysham); abbandonare alcuni dei suoi diritti di connessione alla rete nazionale; e impegnarsi alla vendita di quantitativi minimi di elettricità sul mercato all'ingrosso. Le condizioni derivano dalla preoccupazione che, in caso contrario, Edf potrebbe esercitare il suo potere di mercato in funzione anticoncorrenziale. Sarebbero quattro gli strumenti a sua disposizione: ritirare energia dal mercato per aumentare i prezzi; ridurre l'offerta aumentando l'utilizzo proprio della capacità disponibile; assumere il controllo di fatto della generazione atomica; e, infine, sfruttare i suoi diritti di connessione alla rete nazionale per limitare l'accesso dei concorrenti.

Restano aperte due questioni. Una, di minore interesse, riguarda la strategia di Edf: dopo una prima fase "espansionista", che aveva destato forti reazioni protezionistiche in molti paesi (Italia compresa), la compagnia ha scelto il basso profilo, ma ultimamente ha accelerato, cercando di occupare una posizione chiave rispetto alla fornitura di energia nucleare in Gran Bretagna (attraverso British Energy) e negli Stati Uniti (dove è ancora aperto il corteggiamento a Constellation Energy). La scommessa di fondo è quella su un rinnovato e forte interesse per l'atomo (interesse economico e politico) al di fuori della "sua" Francia, ma certo l'incombere della crisi e il petrolio che continua a cedere terreno non incoraggiano. Per questo, dice Paul Betts sul Financial Times, "sorgono più domande che risposte". Il secondo e più rilevante tema, riguarda però l'atteggiamento della Commissione. In parte le sue preoccupazioni possono avere qualche fondamento, ma non bisogna trascurare che il mercato britannico è uno tra i più concorrenziali in Europa (e al mondo): il paese dispone di sufficienti anticorpi per reagire a strategie opportunistiche, a partire da una credibile e attenta e indipendente autorità di regolazione. A che pro, entrare a gamba tesa su una negoziazione che già ha dovuto passare attraverso un pesantissimo scrutinio, motivato dai pur remoti istinti protezionisti degli inglesi che non gradivano farsi colonizzare dal colosso francese, per giunta pubblico?

Il problema è che l'interpretazione che la Commissione dà della concorrenza e delle liberalizzazioni soffre sempre di un margine di ambiguità, dove la promozione della competizione rischia di sconfinare nel dirigismo non necessario o dannoso. Accontentiamoci di avere un mercato sempre più integrato e "meticcio", dove la dimensione nazionale degli operatori viene gradualmente meno e tutti i mercati vedono confrontarsi tutti gli operatori, quale che sia la loro carta di identità. Sarebbe già un risultato straordinario. Se però Bruxelles fornisce la giustificazione tecnocratica alle pulsioni nazionalistiche, e se ciò accade in Gran Bretagna, cosa dobbiamo aspettarci nei paesi meno aperti e meno civili?

venerdì 19 dicembre 2008

Petrolio. Verso quota 20?

UPDATE: Interessante analisi di Ed Crooks sul Financial Times.

I mercati hanno accolto con una pernacchia il maxitaglio dell'Opec, che ha deciso di ridurre di due milioni di barili al giorno la produzione giornaliera di petrolio. La ragione è che, come ho spiegato sul Secolo XIX e all'Avvenire, che l'attuale controshock (cominciamo a chiamarlo col suo nome?) è trainato dalla domanda, la quale è sotto una fortissima pressione ribassista a causa della recessione. Quindi, difficilmente nel prossimo anno o due torneremo a vedere prezzi simili a quelli dei mesi scorsi. Come mi ha fatto notare qualche giorno fa Massimo Nicolazzi, poi, il mondo dell'energia si trova scosso da quella che forse è la prima crisi della storia nella quale il petrolio non è né causa né concausa, ma vittima. Ciò era vero durante la fase rialzista - durante la quale il barile si era largamente sganciato dai fondamentali, almeno nella prima metà del 2008 - sia in quella corrente. Comincio a pensare, contrariamente a quello che ritenevo fino a pochi giorni fa, che i prezzi potrebbero continuare a scendere, veleggiando verso i 20 e forse anche meno. Vista la profondità della recessione e il crollo della produzione industriale, infatti, ci troviamo istantaneamente con una spare capacity record, che continuerà ad ampliarsi parallelamente ai fallimenti o ai ridimensionamenti dell'economia reale. Quindi, non c'è taglio alla produzione petrolifera, voluto (come quello saudita) o subito (come in Russia), che possa cambiare le cose o le tendenze. Meno si produce, più si allarga la capacità inutilizzata e con essa la flessibilità del sistema; meno si taglia, e più si riempiono le petroliere di greggio che andrà ad accumularsi nelle scorte. Conseguenza di questo inatteso crollo e dell'incredibile volatilità che esso sottende, è una moria di investimenti nell'upstream forse senza precedenti, come testimoniano, su AgiEnergia, la puntuale analisi di Vittorio D'Ermo e questa impressionante lista. Il dramma è che mi aspetto il contro-controshock: finita la crisi, riprenderanno i consumi e con essi le tensioni sui prezzi, che ci riporteranno rapidamente almeno a 60 dollari e probabilmente più (anche se onestamente non credo a 140). Che dire? Quali politiche possono rispondere a una situazione tanto drammatica e instabile? Probabilmente nessuna. Però c'è, in tutto questo, almeno una notizia positiva: il lato buono del crollo dei prezzi è, se mi scusate l'ovvietà, che i prezzi sono crollati, e ciò contribuisce a moderare gli effetti più critici del caro-energia. Cioè, almeno sotto questo fronte, l'economia reale non deve difendersi. L'unica speranza, allora, è che la politica non si metta ad aggravare la situazione con colpi di testa che, purtroppo, mi pare incombano (come la proposta del Pd lucano di una moratoria sull'estrazione petrolifera).

lunedì 15 dicembre 2008

Lega Nord Fiamma Tricolore

Leggo qui e qui (subscription required in entrambi i casi) che la Lega Nord ha presentato un emendamento al decreto anticrisi con lo scopo di inserire "una norma che in qualche modo neutralizzi" l'ingresso di fondi sovrani stranieri nel capitale dell'Eni (il riferimento, ovviamente, è alle manovre libiche). Non è chiaro se si tratti di un provvedimento ad hoc per il monopolista del gas o se abbia portata più ampia. Secondo quanto ha riferito il parlamentare del Carroccio Giovanni Fava con la benedizione del presidente della Commissione Attività produttive della Camera, Andrea Gibelli, "il problema è l'ingresso in Eni di fondi libici non per questioni ideologiche ma per il fatto che un paese produttore entrerebbe nella stanza dei bottoni di una azienda di distribuzione delle dimensioni di Eni". Al di là di considerazioni di altro genere, c'è qui grande confusione sotto il cielo: il problema non sono i libici, i russi o li turchi, ma il monopolio che il Cane a sei zampe esercita sul settore del gas, che passa attraverso (pur non limitandosi a questo) il controllo sulla rete di distribuzione e gli stoccaggi. Se ne esce attraverso la separazione proprietaria delle infrastrutture essenziali dagli operatori del mercato, non introducendo norme cervellotiche e protezionistiche. A meno che, come forse, dico forse, è più probabile, si stia gridando allo straniero non per ragioni di oggettivo rischio monopolistico, ma per mero e nudo protezionismo. Prendiamo atto della definitiva svolta nazionalista della Lega Nord Fiamma Tricolore.

domenica 14 dicembre 2008

Sgarbi e le pale pedofile

Ricevo e volentieri pubblico da parte dell'amico Carlo Durante.

Leggo su un recente lancio Ansa che, secondo il Sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi, “le pale eoliche hanno lo stesso impatto dei pedofili”. Che a Sgarbi piacciano da sempre le metafore falliche è notorio, che da un po’ di tempo non si accontenti e debba parlare di stupri, è altrettanto noto, che adesso debba parlare di pedofilia (siamo sempre lì …) è quasi ovvio, e che tutto questo sia chiaramente, per lui, un problema irrisolto, pare evidente. Ma non si comprende per quale motivo Sgarbi sia così iracondo nei confronti delle turbine eoliche, se non a “pensar male” sul fatto che probabilmente pensa di non guadagnarci abbastanza. Da un lato sono assolutamente d’accordo quando parla di “facilitatori” che fungono solo da intermediari fra gli imprenditori e la Pubblica Amministrazione, senza che aggiungano alcun valore, anzi - lo sottolineo - troppo spesso creando solo problemi, dall’altro non condivido la posizione che riguarda l’impatto sul turismo e osservo con forte sospetto la presa di posizione circa il “convincere i sindaci a dare concessioni in cambio di pochi spiccioli”. La querelle sul turismo è storicamente falsa. Prendiamo Spagna e Germania, i due paesi più “eolici” d’Europa: il turismo è stabile, se non cresciuto (ovvero: a qualcuno piace visitare il luogo, e poi anche il parco eolico) - naturalmente - nei luoghi dove il turismo c’è, e convive con i parchi eolici. Non perdiamo dunque tempo a parlarne. Parliamo piuttosto della “mancia al territorio”, da me fin troppe volte denunciata: al contrario di quanto dice Sgarbi è spesso un’arma di ricatto del territorio stesso nei confronti degli imprenditori, e possediamo casistiche tra le più deliranti e fantasiose, nel nostro repertorio quotidiano. Intendiamoci: i Comuni non hanno un animo da ricattatori di per sé, ma, umiliati dai tagli al bilancio, si arrangiano come possono. La patologia risiede nelle esagerazioni, mentre nessuno nega il diritto ad una sana negoziazione. Ma se accettiamo il principio del Sindaco di Salemi, allora la conclusione è che lo stupro avviene ai danni del diritto alla libera impresa, non del territorio. Abbiamo casi di parchi eolici che non si faranno, almeno per il momento, per colpa del mancato accordo di fronte a troppo esose richieste di sindaci irragionevoli. Che invece gli sia andata male a Sgarbi, a Salemi? Di questo si lagna? Invece, vista la grande importanza che tutti noi operatori diamo al territorio e al rapporto che si deve avere con esso, si dovrebbe capire come la disponibilità a trovare un accordo ci sia sempre, ma non possiamo pensare di “regalare” il nostro reddito, perché questo dovrebbe premiare lo sviluppo delle rinnovabili, delle nuove tecnologie, di nuove imprese, di nuovo lavoro. Egoisticamente, al contrario, Sgarbi vorrebbe che il valore rimanesse dove la risorsa si trovava al momento del suo sfruttamento: non all’impresa, che rischia, ma alle vuote casse del suo Comune, che non rischia nulla. Visione limitata, priva di ogni futuro. Capisca che non si trova più a Milano o a Roma, ma a Salemi. Del resto, evidentemente Sgarbi punta sempre più in alto: allora, dopo una memorabile e variegata carriera, si troverà forse in futuro a governare qualche situazione più complicata, magari si troverà di fronte alla realizzazione di una centrale nucleare – oggi forse a suo avviso meglio delle “pale eoliche”. Passerà allora al prossimo livello di provocazione? Parlerà, che so, di necrofilia? Sgarbi, le sue idee e quell’alfabeto estetico fallico, che ai tempi della sua indimenticata ascesa televisiva (quando soggiornava nei programmi di Costanzo e di Ferrara) riuscivano forse ad esser forieri di un guizzo di novità (me lo conceda: nazional-popolare), ormai, come lei, stanno invecchiando.

sabato 13 dicembre 2008

Clima. Il nodo è più lento, l'Europa resta impiccata

UPDATE: Domenica 14 dicembre parteciperò a un dibattito sul tema nell'ambito della trasmissione Omnibus.

Il Consiglio europeo dell'11-12 dicembre 2008 si è concluso con l'auspicato (da alcuni) e temuto (da altri) compromesso sulla politica climatica. Il dibattito si era scaldato fino a raggiungere, nei giorni immediatamente precedenti il vertice, una temperatura critica. L'opposizione italiana si era saldata alle perplessità di altri paesi - i dieci dell'Est, la Spagna, la Germania, sotto sotto perfino pezzi importanti di Francia e Gran Bretagna - per un pacchetto che era ritenuto troppo costoso, particolarmente alla luce del nuovo contesto determinato dalla crisi. Era comunque scontato che "qualcosa" sarebbe uscito dalle stanze di Bruxelles. Come sempre in questi casi, le reazioni sono tutte di festa, perfino in modo paradossale. Come è possibile che cantino vittoria Silvio Berlusconi, che fino all'ultimo ha minacciato il veto, e José Manuel Barroso, che sul 20-20-20 ci ha scommesso quel po' di faccia che gli resta? La realtà, semplicemente, è che il compromesso non è ancora un traguardo, ma un accordo generale. Certo, lo scenario è più chiaro oggi e tutte le parti hanno fatto delle concessioni: tuttavia, alcuni nodi strutturali restano aperti, come emerge dal documento conclusivo. In questo post, voglio commentarne, criticamente, i contenuti.

Per i settori industriali non esposti alla competizione internazionale viene confermata la decisione di procedere alla vendita, per mezzo di aste, dei permessi di emissione nella fase iniziale: si partirà dal 20 per cento dei permessi nel 2013 per arrivare al 70 per cento nel 2020 e al 100 per cento nel 2027 (tutti questi target sono vincolanti). Non è del tutto chiaro - non a me, almeno - come questi settori saranno determinati, quindi mi aspetto grande frenesia lobbistica in tutti i comparti industriali che si collocano in prossimità della linea. La formula adottata è abbastanza cervellotica: si è esposti a competizione internazionale con rischio di carbon leakage se "la somma dei costi addizionali diretti e indiretti indotti dall'implementazione della direttiva porteranno a un aumento dei costi di produzione superiore al 5 per cento del valore aggiunto lordo e se il valore totale delle sue importazioni ed esportazioni diviso per il valore totale del turnover e delle importazioni eccede il 10 per cento", ma anche se "la somma dei costi addizionali diretti e indiretti... porterà a un aumento dei costi di produzione del 30 per cento del suo valore aggiunto lordo o se il valore totale delle sue esportazioni e importazioni divise per il valore totale del turnover e delle importazioni eccede il 30 per cento". Come tutte le formulazioni astruse, anche questa nasconde bottiglie magnum di champagne, vacanze premio e un aumento del fatturato dell'industria della prostituzione a Bruxelles.

Per gli altri, cioè i settori esposti al carbon leakage, sarà garantita un'esenzione al 100 per cento "al livello del benchmark della miglior tecnologia disponibile". La Commissione "studierà le conseguenze" di tutto ciò e dovrà presentare una proposta concreta entro il giugno del 2010 "alla luce del risultato delle negoziazioni internazionali". Questo è un altro dei punti della discordia: il fronte degli scettici brinda rinvenendovi la disponibilità ad annacquare il pacchetto se, per semplificare, Usa e Cina non vorranno assumere impegni vincolanti. Dal fronte ambientalista rispondono che le revisioni si fanno solo al rialzo. La mia sensazione è che la verità stia nel mezzo: l'Ue è disposta a rivedere il pacchetto, ma solo ampliando le eccezioni o introducendone di nuove. Non si tratta, dunque, di una messa in discussione, quanto piuttosto di un allargamento delle maglie.

In un contesto come quello disegnato dalle direttive e dalla politica europea, è ovvio che questa sia l'unica soluzione possibile per contemperare l'esigenza di ridurre le emissioni a quella di prevenire fenomeni troppo vasti di delocalizzazione. Nella pratica, però, le conseguenze sono surreali: saranno esclusi dallo sforzo di ridurre le emissioni proprio quei settori che maggiormente ne sono responsabili. Quindi, fermo restando l'obiettivo globale, il costo si trasferisce sulla collettività in generale. Cioè, si tratta di una partita di giro.

Per il settore elettrico, Cenerentola del clima e vittima preferita di Bruxelles, è confermato l'auctioning del 100 per cento delle quote, ma di fatto solo dal 2020; nel 2013 si partirà da un livello minimo del 30 per cento che dovrà crescere progressivamente. Ma, a differenza che negli altri casi, nei quali si tratta di definire chi è dentro e chi è fuori, qui i giochi sono ancora tutti aperti. Consumatori elettrici, continuate a tremare.

Le aste (questo è divertente) saranno effettuate dagli Stati membri, non dalla Commissione. L'88 per cento delle allowances saranno distribuite ai governi, in proporzione alle emissioni storiche (cioè, chi più emette, più può emettere); il 10 per cento sarà attribuito agli Stati membri che si trovano in condizioni svantaggiate (principalmente i paesi dell'Est); il restante 2 per cento sarà attribuito ai paesi che "nel 2005 hanno ottenuto una riduzione di almeno il 20 per cento delle emissioni" rispetto al 1990 (cioè, ancora, i paesi dell'Est, ma solo perché dopo il 1990 hanno attraversato un collasso industriale). In pratica: la regola è l'auctioning, ma almeno nelle fasi iniziali prevale di gran lunga l'eccezione; i permessi da vendere saranno regalati ai governi, premiando quelli che hanno adottato politiche meno efficienti.

Viene prevista un po' di elemosina per la cattura e sequestro del carbonio, mentre sono confermati i limiti per i meccanismi flessibili (che non potranno eccedere il 3 per cento delle emissioni 2005, e questo è davvero senza motivi che non siano protezionistici). Anche qui non mancano le eccezioni, sebbene alla fine riguardino un ammontare relativamente basso di permessi addizionali - l'1 per cento.

Un punto fondamentale, a questo punto, e per quel che ne capisco ancora quasi interamente aperto, è l'impiego del gettito delle aste. Ecco cosa dice, testualmente, il documento del Consiglio: "gli Stati membri determineranno, coerentemente coi rispettivi requisiti di budget e costituzionali, l'uso del gettito generato dalla vendita dei permessi". Tuttavia, il Consiglio "prende atto della loro volontà di usarne almeno la metà per azioni di riduzione delle emissioni di gas serra, mitigazione e adattamento al cambiamento del clima, misure di riduzione della deforestazione, sviluppo delle energie rinnovabili, efficienza energetica e altre tecnologie utili alla transizione verso un'economia sicura e sostenibile a basso contenuto di carbonio, tra cui la realizzazione di nuova capacità, i trasferimenti tecnologici, la ricerca e lo sviluppo". Questo è un passaggio centrale, perché quello che nella sostanza si dice è che almeno la metà del gettito dovrà essere speso su capitoli che già sono influenzati dalle politiche enucleate nella direttiva, e dunque l'Ue decide di moltiplicare le distorsioni. Questo è un terreno di battaglia su cui è invece importante non cedere neppure un millimetro: se infatti questo immenso flusso finanziario verrà utilizzato per qualunque scopo diverso dalla riduzione delle tasse, si sommeranno gli effetti negativi del cap & trade a quelli della carbon tax, senza avere i pregi dell'uno (a causa dell'enorme numero di eccezioni previste fin da subito) e dell'altra.

Mantengo la mia posizione ultracritica sul pacchetto. I cambiamenti introdotti grazie al governo italiano e altri, migliorano sicuramente il pacchetto, nel senso che ne riducono i costi, ma si tratta di un miglioramento effimero: è tutto giocato sul breve termine. I fattori di incertezza, la possibilità di inserire deroghe o di cancellarne, è un enorme cartello STOP di fronte alla possibilità di investimenti stranieri in settori non sussidiati. Mi dicono gli amici che non era politicamente possibile ottenere nulla di più. Forse è vero. Forse questo era l'unico compromesso possibile. Il che non ne fa, comunque, un buon compromesso.

venerdì 12 dicembre 2008

Nucleare come?

Ho già scritto diverse volte che, sul nucleare, trovo stucchevole il dibattito sì/no. Qualunque cosa si pensi di questa tecnologia, delle sue caratteristiche di sicurezza, della sua performance finanziaria, delle sue prospettive di sviluppo e sul suo possibile ruolo in un mix energetico bilanciato, ridurre tutto alla logica del derby è semplicemente ridicolo. E' ridicolo perché, quando si parla di investimenti del valore di diversi miliardi di dollari, tutto è tremendamente serio. Ed è ridicolo perché affrontare la questione dell'atomo significa anche confrontarsi con temi che vanno dalla competitività ed efficienza dei sistemi energetici alle strategie ambientali. Sul Foglio di ieri, ho scritto un articolo nella speranza di fare il punto sulle aspirazioni nucleari del governo, evidenziandone aspetti positivi e negativi.

lunedì 8 dicembre 2008

Quella coerenza tedesca....

Questa giravolta improvvisa di Frau Merkel la dice tutta su quale sia in generale il tasso di credibilità della politica. Da alfiere nella lotta al cambiamento globale- tanto da meritarsi il soprannome di Klimakanzlerin - la Cancelliera sostiene ora le maggiori associazioni tedesche dei datori di lavoro nel chiedere una revisione del programma europeo 20-20-20, che lei stessa contribuì a varare appena un anno e mezzo fa. Ma la schizofrenia non è per nulla casuale. Quando ancora le secche della recessione apparivano lontane, l’opportunità di intercettare i voti ambientalisti faceva gola a tutti i principali partiti; oggi l’ansia principale è quella di salvare il maggior numero di posti di lavoro (rectius, sacche di consenso). Anche in Germania.

Petrolio. Troppo basso e troppo presto

Il prezzo del barile sta continuando la sua discesa verso una soglia che potrebbe assestarsi attorno ai 35 dollari. Si tratta, ovviamente, di una buona notizia, in sé, anche se la principale ragione per cui ciò accade è che le aspettative sul futuro dell'economia mondiale, cioè sulla richiesta di prodotti energetici, sono pessime. Si dice che il 2009 potrebbe registrare una riduzione della domanda di greggio, un fatto del tutto inedito. Prima o poi, tuttavia, la crisi economica dovrà finire, e i consumi torneranno a crescere. A quel punto che succederà? Sicuramente la crescita della domanda sarà più lenta, almeno nell'immediato, dei tassi osservati negli scorsi anni, perché parte della riduzione, soprattutto nei paesi Ocse, è strutturale (la gente ha comprato macchine più piccole e le imprese si sono sforzate di ottimizzare i consumi). Tuttavia, il problema è che, dal punto di vista dell'offerta, i fondamentali, che oggi sono più che tranquilizzanti, potrebbero tornare a farsi tesi - come lo erano quest'estate. Ho sempre pensato, e lo penso ancora, che, anche al netto della componente speculativa, i prezzi della prima metà dell'anno fossero sopravvalutati. Per tornare su livelli realistici - che sono quelli attuali! - servivano investimenti, e il ciclo si era avviato. L'attuale crollo dei prezzi ha però innescato uno stop, una corsa a cancellare gli investimenti, come spiega Lisa Orlandi sull'ultimo numero di Notizie Statistiche Petrolifere. La surreale situazione è che ci troviamo ad avere i prezzi giusti per i motivi sbagliati; e che, dunque, non appena, speriamo presto, l'economia avrà risolto i suoi problemi, le magagne petrolifere torneranno, immutate.

venerdì 5 dicembre 2008

Efficienza energetica. Meglio tutto che niente

Come era logico, la tempesta sull'efficienza energetica si sta rapidamente esaurendo. La norma inserita nel decreto anticrisi, che avrebbe cancellato "per assenza di copertura" la detraibilità del 55 per cento delle spese sostenute per rendere energeticamente efficienti gli edifici, addirittura con effetto retroattivo, era scritta male e discutibile nel merito. La questione della retroattività non stava né in cielo né in terra, e infatti quasi subito il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ne ha annunciato la modifica (chissà se, dopo l'imbarazzante serie di pessime norme, da questa al passaggio al pay as bid in borsa elettrica, salterà qualche testa tra i tecnici del Tesoro). Al di là di questo aspetto, anche la sostanza del provvedimento lascia a desiderare, come ha giustamente sottolineato il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, in questa intervista con Salvatore Merlo per il Foglio. Nel mondo ideale, non c'è bisogno di distribuire sgravi fiscali a destra e a manca, le tasse sono basse e il livello di distorsione indotto dall'intervento - fiscale, normativo e regolatorio - dello Stato è basso. Ma noi non viviamo in quel mondo: viviamo in un mondo completamente distorto, dove per di più l'Italia deve ridurre le sue emissioni del 6,5 per cento al di sotto del livello del 1990 entro il 2012, e una quota significativa di questa riduzione è attribuita ai settori non Ets. E' quindi logico che sia necessario prendere delle misure, che magari in astratto non mi piacerebbero, e che tra queste misure siano preferibili quelle che inducono investimenti comunque ragionevoli, rendendoli più convenienti o accelerandone il payoff. E' certamente vero, d'altro canto, che dentro la detrazione c'è di tutto di più e che un intervento di razionalizzazione potrebbe essere utile. Il mio timore è che, vista la piega degli eventi, non si provi neanche a mettere le mani dentro gli sgravi per discriminare tra crediti d'imposta meritevoli e sussidi belli e buoni a imprese farlocche. Passerà la logica del (tenere) tutto o (non toccare) niente, e in questo caso è probabilmente meglio "tutto": la stabilità delle norme, a volte, fa premio necessariamente sulla loro bontà.

martedì 2 dicembre 2008

Festival dell'Energia. Call 4 Papers

Ricevo e volentieri posto. cs

"L’energia spiegata. Festival dell’Energia” lancia per l’edizione 2009 un Call for papers per promuovere la ricerca e l’innovazione e dare impulso allo sviluppo delle nuove tecnologie.

Università, Fondazioni, Associazioni, Istituti di ricerca pubblici e privati, italiani e stranieri in possesso di un intervento innovativo in campo energetico potranno inviare le loro proposte all'indirizzo callforpapers@festivaldellenergia.it entro il 16 febbraio 2009. Il progetto presentato, sottoforma di abstract, potrà avere carattere teorico o essere supportato da sperimentazioni scientifiche, brevetti o prototipi non in produzione.

Tutti i lavori pervenuti saranno analizzati e selezionati dal Comitato Scientifico del Festival in base ai contenuti innovativi proposti e all’alto profilo scientifico. I progetti selezionati saranno presentati a Lecce nei giorni del Festival dal 14 al 17 maggio 2009. All’interno di spazi espositivi dedicati, il pubblico potrà apprezzarne innovazione e potenzialità.

Per il bando di partecipazione: www.festivaldellenergia.it/index.php?page=call_for_papers/modalita_di_partecipazione

lunedì 1 dicembre 2008

IBL cambia d'abito: vieni a scoprire il nuovo sito che abbiamo pensato per te


www.brunoleoni.it cambia d'abito. Per esserti piu' vicino, abbiamo pensato un sito nuovo - con nuove funzionalità, per interloquire meglio con chi cerca un punto di vista informato ed autenticamente liberale alle questioni di policy e di attualità.

E' un sito piu' interattivo, in cui chiediamo la tua opinione, che puoi esprimere votando gli articoli che preferisci – e non dimenticare che puoi commentare sui nostri due blog tematici, Realismo Energetico e Liberalizzazioni.

Ma e' anche un sito in cui puoi sapere di più su di noi, guardando i nostri video, le nostre foto ed ascoltando il nostro podcast. E un sito che ti segue anche in viaggio, attraverso una piattaforma per smarthphone ed una per iphone.

Il nuovo www.brunoleoni.it riflette la nostra voglia di parlare con te e migliorare ogni giorno la nostra attività di ricerca, e di promozione e discussione delle idee della libertà anche in un momento in cui ben pochi si schierano a difesa del libero mercato.

Se stai leggendo queste righe, probabilmente gia' ti senti vicino alle nostre battaglie. Per te la liberta' e' importante. Vogliamo che questo sito sia, anche per te, uno strumento di comunicazione delle tue idee. Una piattaforma per poterne discutere con gli amici, per poter segnalare argomenti interessanti agli "indecisi", per conquistare giorno per giorno terreno nella battaglia delle idee.

Non sara' facile, in questo momento. Ma vale la pena provarci. Speriamo che tu torni frequentemente a visitare www.brunoleoni.it, facendone una realta' sempre piu' interessante e viva. Per aiutarci a migliorarlo ancora, ti ricordiamo che puoi sostenerci attraverso una donazione.

Crossposted@ Liberalizzazioni

Energie al verde

Un paio di giorni fa, ho scritto sul Foglio un articolo sul "green crunch", cioè il crollo degli investimenti in fonti rinnovabili in seguito alla contemporanea stretta creditizia e riduzione dei prezzi del petrolio. La prima rende meno finanziabili i progetti in fonti alternative (che sono tutte, compreso il nucleare, capital intensive), la seconda ne riduce la competitività. La conseguenza è che gli investimenti in queste fonti, e dunque il raggiungimento degli obiettivi europei, saranno maggiormente dipendenti dai sussidi e dai programmi di incentivazione, il cui costo relativo, naturalmente, aumenterà. L'indice NEX, che durante la fase espansiva della borsa aveva guadagnato più di ogni altro, adesso soffre in proporzione, anche se restano forti aspettative sulla rete di salvataggio politica. "Ci sono indicazioni - ha scritto Mike Scott sul FT - che il settore si tirerà fuori dalla fase negativa in uno stato relativamente buono. Per cominciare, il panorama politico pare più favorevole che mai". Il riferimento è, anzitutto, all'elezione di Barack Obama, che tra le promesse elettorali ha fatto anche quella di sborsare 150 miliardi di dollari tra rinnovabili ed efficienza energetica, e un assaggio della nuova (si fa per dire) stagione di sussidi si nascondeva tra le pieghe del piano Paulson. Il problema è, a questo punto, aritmetico: quante risorse possono essere estratte dal bilancio pubblico (via sussidi o crediti d'imposta) e dai consumatori (via tariffa) per promuovere le fonti rinnovabili, e quali e come? Sarebbe utile che i fautori delle "clean energies" rispondessero a queste domande, anziché continuare a menare il can per l'aia. Temo però di essere facile profeta nel dire che difficilmente avremo risposte.

venerdì 28 novembre 2008

La Germania fa meglio di Kyoto?

La notizia in realtà non c’è. In primis perché lo si sapeva da mesi. E poi perché è ormai di pubblico dominio il fatto che il "portentoso risultato" sia stato raggiunto in virtù della dismissione dei venefici impianti industriali della DDR all’indomani della riunificazione. In terzo luogo, va ricordato che la riduzione delle emissioni di gas serra non ha minimamente scalfito il primato della Repubblica federale, cui spetta ancora il primo posto in Europa per quantità di CO2 emessa nell’atmosfera. Insomma, di che stiamo parlando?

Petrolio. Non fatevi trovare lunghi

Riporto un'interessante analisi di Antonio Sileo, pubblicata un paio di giorni fa sulla Staffetta, in merito alle aspettative sui prezzi petroliferi. Le due domande che Antonio si pone e che tutti si pongono sono: quanto continueranno a scendere? e per quanto tempo? Come ho già avuto modo di scrivere, e credo di trovare conferma in questo articolo, la mia sfera di cristallo mi suggerische che probabilmente i prezzi caleranno ancora un po', verso (o attorno a) i 40 dollari barile, se dovesssi fare una cifra. Staranno in quei dintorni almeno fino a dopo la fine della crisi economica. Dopo che succederà? Questa è, davvero, la questione da un milione di dollari. Nei paesi Ocse, la domanda è in via di riduzione strutturale, quindi anche la ripresa economica non dovrebbe, almeno per qualche tempo, invertire il trend. Nei paesi in via di sviluppo, invece, sicuramente il ritorno a performance positive alimenterà i consumi. Quindi, tutto dipende da quali e quanti investimenti nell'upstream (e nelle fonti alternative, occhio dunque a carbone e nucleare) si salveranno dal ciclone negativo e dove. Lo scenario è più che mai complesso ma, mi viene da dire, il momento è catartico.

Perché il prezzo del barile potrebbe restare basso a lungo

Prezzi, domanda, aspettative e speculazione

di Antonio Sileo

Recessione economica e crisi finanziaria, ma non solo. Alla base del crollo del prezzo del barile anche cambiamenti strutturali sul fronte della domanda con particolare riguardo al settore del trasporto.

Ormai è un dato di fatto, se ne sono quasi accorti tutti: negli ultimi quattro mesi i prezzi del petrolio sono scesi di molto; anzi, come storicamente succede, sono repentinamente crollati. Due sono le domande ricorrenti: fin dove arriveranno e per quanto tempo rimarranno “bassi”.

Le risposte, naturalmente, non sono affatto facili, tuttavia, partendo anche dalla recente crisi finanziaria, possono essere tratti alcuni utili insegnamenti.

Le variabili in gioco sono essenzialmente quattro: offerta, domanda, aspettative e speculazione alle quali bisogna aggiungere il tasso di cambio Euro – Dollaro.

Per questa volta tralasciamo, con la promessa di ritornarci, sia l'offerta, con tutti gli interrogativi sulla spare capacity, che comunque non sono un problema dell'oggi (vedi tagli alla produzione), sia i rapporti di cambio.

Ci concentriamo, quindi, su domanda, aspettative e componente speculativa. Intorno alle correlazioni di tali variabili si potrebbe scrivere molto nonché richiamare opportunamente il passato, ma la recente congiuntura negativa forse può bastare: banalmente, la domanda si è arrestata, le aspettative sono state repentinamente riviste al ribasso, la speculazione (il cui peso eccesivo, a questo punto, è innegabile) si è dissolta come neve al sole.

Andiamo per ordine: la gran parte dei consumi di petrolio è legata al consumo dei carburanti e le relative domande, come non era così difficile prevedere (v. Staffetta 12/09), hanno risentito non poco dei prezzi alti. Negli Stati Uniti, tuttora il maggior consumatore, la domanda di petrolio è in calo da cinque trimestri: il prezzo della benzina dal 2002 è raddoppiato in termini reali, gli automobilisti hanno ridotto le miglia percorse e rinunciato ai SUV per orientarsi su auto più piccole ed efficienti e anche le compagnie aeree hanno ridotto i voli lasciando negli hangar gli aeroplani meno efficienti. Si tratta della maggiore flessione dal 1980, le stime del Department of Energy parlano di 1,1 milione di barili/giorno in meno, nel 2007 si erano sfiorato i 20 milioni. La vecchia Europa non è stata da meno: i consumi sono calati e sono esplose le vendite di auto alimentate in maniera alternativa (gpl, gas e ibride), così come nel Sud America, dove nel parco circolante è aumentato di molto il peso delle auto flexifuel, ovvero alimentate sia a benzina che ad etanolo. Tutto ciò – è bene ricordarlo – è avvenuto prima della crisi finanziaria e dell'affacciarsi dello spettro della recessione mondiale.

In siffatto contesto, su questa (fragile) base poggiavano le aspettative rialziste che confidavano sull'inarrestabile crescita delle nuove locomotive dell'Est: India e Cina a Sud, Russia a Nord.

E quindi, arrivata la crisi, il deterioramento delle prospettive di crescita presto è diventato generalizzato: la crescita mondiale del 2009 è stata rivista dal 2,5% al 1,7% e anche questo mese (v. Staffetta 13/11) l'Aie ha sforbiciato le stime sulle variazioni nei consumi petroliferi, sempre più vicine allo zero.

Le aspettative, obtorto collo, hanno invertito la tendenza puntando sempre più al ribasso. Il cambiamento è stato troppo precipitoso, frutto del panico e, in ultima analisi, ingiustificato?

Chi scrive pensa proprio di no. Le economie sono sempre più interconnesse: a fine luglio Lehman Brothers, rivedeva al ribasso la crescita cinese, prevedendo per il 2009 un tasso inferiore all'8%, contro l'11,4% del 2007, a settembre Lehman Brothers stessa è sparita.

Con la recessione dell'area Ocse, i sussidi del governo cinese ai prezzi alla pompa sono sempre più a rischio, in India la Tata Motors per produrre la quasi mitica Tata Nano, il cui debutto è stato ulteriormente rinviato, sarà aiutata dal governo nella costruzione delle infrastrutture ancillari allo stabilimento, che finalmente ha trovato una regione che lo ospiti.

Si dirà che c'è sempre la Russia, che in fondo nel breve termine è sempre stato il paese dove ci si aspettava il maggior incremento dei volumi, dove le auto per 1000 abitanti sono solo 200 contro le oltre 700 della media europea, dove dopo 40 anni si vende ancora, a 4.200 euro, la nostra Fiat 124 (che comunque fa più di 10 km/l), dove l'auto è ancora un super status symbol, dove non si vendono auto diesel perché ricordano i camion, dove a Mosca (di notte però, perché di giorno il traffico è già infernale) si corre a 200 all'ora nei vialoni a sei corsie; e poi, non è a un miliardario russo che General Motors sta per vendere il marchio Hummer, quello degli squadrati ed enormi fuoristrada.

Sarà, ma i produttori automobilistici stanno abbassando drasticamente le previsioni di vendita e lo spettro della stagnazione è in agguato. A Mosca il traffico è un problema così serio che viene erogato un bonus di 24 mila rubli, pari a 660 euro, per chi acquista un auto non più lunga di quattro metri, che pesi meno di una tonnellata e almeno Euro 3, i parcheggi scarseggiano e sono stati introdotti telecamere e autovelox. E poi, almeno per ora, Hummer è ancora sul groppone di GM.

Ritornando alle domande iniziali si potrebbe dire che la flessione nei consumi nei paesi Ocse ha ormai carattere strutturale, gli alti prezzi hanno avuto i temuti-auspicati effetti sulla domanda, che hanno preceduto e contribuito a causare la poca crescita prima e la recessione poi. Per i new global players, invece, la diminuzione ha senz'altro caratteristiche congiunturali, i consumi ineluttabilmente riprenderanno a crescere, ben vengano quindi gli allarmi dell'Aie sul rischio di stop agli investimenti, tuttavia più tempo passa più l'efficienza e i vincoli ambientali peseranno anche lì. La gran parte dei veicoli venduti nei paesi emergenti sono parenti stretti, ancorché più anziani, di quelli venduti nei mercati maturi; più efficienza ed ecologia si realizza in questi ultimi, maggiore sarà l'effetto ambientale indiretto che si avrà nei mercati nuovi. E poi, in fondo, ogni barile tagliato è un barile risparmiato.

Se gli impatti sull'economia reale della crisi finanziaria e la recessione si protrarranno per tutto il 2009 è ben difficile che il prezzo del barile riprenda a correre. Forse l'interesse verso le opzioni put sul Wti, che danno diritto a vendere in febbraio a 30 dollari, è solo speculazione al ribasso, ma gli esperti di Goldman Sachs, l'ex banca d'affari, quelli dei 200 dollari al barile, quest'anno non prenderanno premi e, con l'aria che tira, rischiano anche il cesto natalizio.

Staffetta Quotidiana, 26 novembre 2008

Ottobre non è settembre

L'ottobre più caldo di sempre, quasi un grado sopra la media. Così dicevano i dati della NASA.
Ma non erano giusti. Si erano distratti ed avevano ricopiato quelli di settembre. Full story sul Daily Telegraph.

martedì 25 novembre 2008

Il sogno verde del Regno Unito fa i conti con la realtà

Bell'aspetto, giovane e rampante, Ed Miliband sembra un Cameroons perfetto. Tuttavia, con il leader Tory ha in comune solo la vocazione ambientale che lo ha portato alla guida del dipartimento dell'Energia e i Cambiamenti Climatici (sic!) del governo Brown.
In questi giorni, se ne è uscito con dichiarazioni semi-farneticanti in cui promette una riduzione dei gas serra dell'80% entro il 2050 e, manco a dirlo, un ruolo guida dell'Unione Europea in materia.

Tra i temi di maggior scontro nel dibattito politico inglese contemporaneo, la issue dei cambiamenti climatici e dell’ambientalismo si è ritagliata un ruolo di primissimo piano; in Gran Bretagna è addirittura in atto una vera e propria disputa sul “chi è più ambientalista” tra i due maggiori partiti del paese.
La posta in gioco è altissima: l’ecologia, per la prima volta nella storia dell’isola, si mormora che potrebbe fare la differenza nelle elezioni politiche 2009.
Se la vocazione “verde” dei Labour è ben nota e radicata nella storia stessa del partito, la vera novità da un punto di vista della comunicazione politica è stata la svolta ambientalista in atto all’interno del Partito Conservatore.

Lo speech di David Cameron che introduce, nella presentazione dei nuovi conservatives, la rinnovata visione del partito, ci fa comprendere perfettamente quali sono le nuove issues che hanno profondamente scosso la tradizione dei Tories:
"Only we Conservatives have the new ideas and the long-term policies to give people more opportunity and power over their lives, make families stronger and society more responsible, and make Britain safer and greener". Se il rendere la Gran Bretagna “safer” è un concetto in cui l’elettorato Conservative si ritrova per tradizione, la vera novità è arrivata dall’aggiunta di quel “greener”. I Cameroons ci dicono che è necessario sì un paese più sicuro ma anche più verde.

Il giovane leader conservatore ci ha parlato in questi anni di crescita economica ma le ha sempre affiancato una politica ambientale accorta. Cameron la chiama la “green growth”: una combinazione di sviluppo economico accompagnato da un impatto ambientale sostenibile, termine vago quanto pericoloso.
Tuttavia, se è vero che la comunicazione politica futura, da un voto di appartenenza partitica e ideologica dovrà concentrarsi nel cercare di far proprio un voto sui problemi, ci viene spontanea una domanda:
Fino a che punto la corda dell'ambientalismo (tematica, di per sè, meta-politica e ideologica) può essere tirata in un periodo di grave crisi economica?

I prossimi candidati britannici dovranno destreggiarsi tra la necessità di non rinnegare un tema, quello dei cambiamenti climatici, diventato cavallo di battaglia di entrambi gli schieramenti, e l'esigenza, divenuta improvvisamente prioritaria, di proporre misure concrete per tentare di risollevare l'economia.
Come è possibile dunque fare digerire il fatto che gli sforzi richiesti per ottenere i vantaggi intangibili, derivanti da una riduzione della Co2, dovranno penalizzare ulteriormente economie già di per sè in affanno?

Dopo anni di propaganda ecologica bipartisan sarà davvero dura far passare nell'elettorato il messaggio che ci si era sbagliati, ma ancora più dura sarà conciliare i propositi ideologici con il portafoglio della gente, che di ideologia non campa e per ideologia non vota più. La svolta verde della comunicazione politica (non solo britannica) rischia di impattare con la realtà.

Jurassic Parking

lunedì 24 novembre 2008

L'auto ci allunga la vita. Ma il Corriere non lo sa.

Sul Corriere di oggi si replica il solito film. Smog, la città fa ammalare, recita il titolo. Prosegue l’occhiello: “Così aumentano i danni alla respirazione”. Nell’articolo si cita un rapporto dell’Oms secondo il quale nel 2020 la Bpco (broncopneumopatia cronica ostruttiva) sarà la terza causa di decesso al mondo con 20-30 milioni di vittime. Leggendo l’articolo non si capisce di chi è la colpa: in un paragrafo l’imputato numero uno sembra essere lo smog ed in quello successivo l’accusa è rivolta al fumo di sigaretta. Ora:
1) se una malattia è in aumento ne consegue che non ha alcuna correlazione o, meglio, ne ha una negativa, con l’inquinamento atmosferico. Non da qualche anno, ma da decenni la qualità dell’aria delle nostre città è in costante miglioramento.
2) la mortalità per malattie respiratorie è crollata rispetto al passato. In un rapporto dell’ISTAT del 1999 (La mortalità in Italia nel periodo 1970-1992: evoluzione e geografia), si può leggere: “Decisamente importante è la diminuzione della mortalità per le malattie dell’apparato respiratorio e dell’apparato digerente. Per il primo gruppo di cause i tassi per il complesso delle età subiscono una riduzione davvero straordinaria: del 50% negli uomini e del 66% nelle donne." Se, da allora, vi fosse stata un’inversione di tendenza (ma è quanto mai improbabile) il colpevole sarebbe da ricercare altrove; lo “smog” degli anni ’80 non è che uno sbiadito ricordo per i nostri polmoni.
3) la speranza di vita nelle grandi città è del tutto analoga, se non superiore, a quella dei piccoli centri abitati. Nella Pianura Padana si vive più a lungo che in Norvegia nonostante la concentrazione di polveri sottili sia più che doppia. Scappare dalle città (o dall’Italia) è inutile se non dannoso.
4) l’impatto sulla nostra salute della cattiva qualità dell’aria è quindi piccolo e continuerà a ridursi nei prossimi anni senza necessità di ulteriori interventi del soggetto pubblico. Non vale la pena di accanirsi ulteriormente con provvedimenti che, a parità di beneficio, comportano un costo via via crescente (oggi per ottenere lo stesso risultato in termini di riduzione di emissioni che vent’anni fa si conseguiva fermando una sola auto, è necessario impedire la circolazione a dieci mezzi).
5) Andare a lavorare in auto invece che con i trasporti collettivi significa risparmiare ogni giorno un’ora di tempo. Nell’arco di cinquant’anni, l’auto ci regala almeno dodici mesi di vita in più. Ma il Corriere non lo sa.

sabato 22 novembre 2008

Il libro dei sogni dei Verdi tedeschi

Definirlo un libro dei sogni pare persino riduttivo. Il memorandum per le elezioni federali del 2009 di Bündnis'90/Die Grünen (i Verdi tedeschi), ratificato l'altra settimana dal congresso di Erfurt, contiene proposte tali da mettere in imbarazzo anche chi, in quel partito, ha sempre lavorato con spiccato pragmatismo e senso della misura. Ci limitiamo a segnalarne alcune, cominciando dalla più clamorosa. "Entro il 2030 (al massimo 2040)- sostengono gli ambientalisti tedeschi- l'intero approvvigionamento energetico della Repubblica federale dovrà provenire da fonti rinnovabili". Quella che di primo acchito parrebbe (ed in effetti è) una mozione folle e sconsiderata, perde gran parte della sua messianicità, se messa a confronto con un'altra, poi accantonata per salvare la faccia, che avrebbe anticipato i termini addirittura al 2020, ovvero, tecnologicamente parlando, a domani mattina. Eppure, i Verdi tedeschi, non paghi delle politiche messe a punto sinora dal governo di Grosse Koalition, alzano volentieri la posta: entro quell'anno il 100% dell'energia teutonica dovrà prodursi tramite turbine a vento* e cellule fotovoltaiche, la cui entità percentuale sul consumo complessivo è attualmente ferma a circa il 14% e la cui affidabilità contro black-out improvvisi è stata più volte messa in discussione dalla Dena (l'Agenzia federale per l'energia). Ciò significa, de facto, un aumento generalizzato dei sussidi ed in ultima analisi bollette più care per i consumatori. Dati i chiari di luna, non sembrerebbe proprio il caso... E invece i Verdi tedeschi si mostrano intransigenti fin nel midollo: no alla costruzione di nuove centrali a carbone e no ad una fuoriuscita ritardata dall'atomo (che conta oggi per più di 1/4 della produzione energetica). E questo benché ad Amburgo il primo governo regionale verde-democristiano abbia da poco dato il suo benestare alla realizzazione di un importante impianto a clean coal. Dettagli. D'altra parte neanche la tanto decantata politica tedesca è fatta solo di serietà e coerenza. Sul nucleare, per lo meno, i Verdi non hanno tentennamenti. Proprio nei giorni precedenti al Congresso di Erfurt, 15.000 manifestanti ecologisti hanno bloccato la frontiera franco-tedesca per impedire il passaggio di un convoglio ferroviario, che trasportava scorie radioattive da stoccarsi nel centro di Gorleben. Il presidio ambientalista è stato pubblicamente esaltato ed appoggiato dai nuovi vertici dei Grünen, i quali vedono nel nucleare una questione di forte presa sull'elettorato e un'occasione di sicuro riscatto per il partito, dato finora al 9%. "Quelle che vent'anni fa erano stupidaggini, oggi sono mainstream", ha detto la candidata capolista Renate Künast. Se queste sono le premesse, auguriamoci che nel 2009 ci siano i numeri per una maggioranza giallo-nera.
*Complice la crisi finanziaria, l'eolico tedesco, ritenuto appena un mese fa ormai "quasi competitivo", è in forte affanno e molti ordini fatti alle principali aziende del settore stanno per essere cancellati.

mercoledì 19 novembre 2008

Macché Green Deal

Un editoriale sul Wall Street Journal di oggi mette in guardia contro il rischio che il bailout automobilistico sia ancora peggio di quello che sembra. Tempo fa, il Congresso americano aveva approvato un maxi-stanziamento da 25 miliardi di dollari a favore delle "Big 3" (Ford, Gm e Chrysler) per investimenti "verdi". Poiché, da allora, la situazione economico-finanziaria generale si è ingarbugliata, e le tre grandi industrie di Detroit sono sull'orlo del Chapter 11, il presidente, George W. Bush, ha proposto di utilizzare quei soldi per ricapitalizzarle. Non è la peggiore delle soluzioni: per quanto, come mostra Andrea Giuricin in suo Focus, sia in generale una cattiva idea soccorrere aziende a un passo del fallimento, quei soldi erano già stati allocati e i destinatari erano esattamente gli stessi. Quindi, nel reame delle scelte politiche (che offre, specie di questi tempi, più lesser evils che second bests), se proprio bisogna prevenire il collasso dei car makers, meglio farlo con soldi che già a loro avrebbero dovuto andare, svincolandoli dalla mission originaria. I leader democratici del Congresso, però, si sono opposti nettamente. A questo punto, la domanda che il Wsj pone, e che non è per nulla peregrina, è: ma ai democratici interessa quello che dicono, cioè salvare posti di lavoro e prevenire il fallimento della grande industria, oppure hanno altri fini, come sostenere a ogni costo la loro constituency di cui fanno parte le lobby verdi? E, soprattutto, se poi i 25 miliardi di dollari non sortissero risultati competitivi, che si farà? Si firmerà un altro assegno, sottraendo ulteriori risorse ai contribuenti già messi alle strette dalla crisi? Sono domande pesanti, di fronte alle quali cresce la speranza che, per qualche fortunato accidente del caso, i politici continuino a litigare e, nel frattempo, le Big 3 trovino il modo di risorgere oppure falliscano. Un fallimento è pur sempre meglio dell'accanimento terapeutico, specie se questosi deve concentrare sull'utilizzo di medicine farlocche che beneficiano soltanto coloro che le producono.


sabato 15 novembre 2008

Petrolio. Vendere ancora

Non solo i mercati finanziari, ma anche quelli petroliferi cominciano a sentire il panico. Il prezzo del barile si è ridotto quasi dei due terzi - dai quasi 150 dollari di metà luglio a meno di 60 oggi - e, anche tenendo conto dell'apprezzamento del dollaro, cambiano le proporzioni ma non cambia la sostanza. Molti investimenti che, fino a pochi mesi fa, erano considerati "sicuri", si rivelano oggi inaccessibili. Un esempio su tutti: il breakeven per sabbie petrolifere e scisti bituminosi è stimato nella forchetta 60-80 dollari per barile. Oggi il livello è inferiore a quello di sicurezza, e la volatilità è tale da sconsigliare scommesse finanziariamente molto importanti su questo terreno (saranno felici gli ecologisti). Il nervosismo non riguarda solo gli operatori finanziari, naturalmente, ma anche i paesi produttori. L'Agenzia internazionale per l'energia ha ancora una volta, e adesso drasticamente, tagliato le sue stime sulla domanda, portando il tasso di crescita atteso al livello più basso dal 1985. La conseguenza, non inattesa, è che la maretta interno all'Opec continua: il cartello dei paesi produttori ha fatto filtrare la notizia della convocazione di una nuova riunione, la terza in pochi mesi, al Cairo il prossimo 29 novembre, e probabilmente si assisterà a un nuovo taglio alle quote. Altrettanto probabilmente, a meno che non si tratti di una misura davvero drastica (nel qual caso sarebbe, però, poco credibile), il mercato non avrà particolari reazioni. Il fatto è che, alla luce della recessione, ci troviamo in una paradossale condizione di oversupply. Politicamente, questo rafforza i falchi (Iran e Venezuela), che ritenevano troppo poco persino 100 dollari al barile, e che infatti, a partire da settembre, avevano (infruttuosamente) dato fiato alle trombe. Perde terreno soprattutto l'Arabia Saudita, il più moderato e dialogante dei membri, che però acquista vigore sotto un altro profilo: durante l'estate, Riad aveva aumentato la produzione di 500 mila barili al giorno. Dopo l'ultimo vertice, ha dovuto tagliare questa contingente di barili, ed è possibile che le sia chiesto di ridurre ulteriormente il suo output. In questa maniera, però, i sauditi riconquisteranno la posizione che avevano perso da tempo, quella di swing producer che è in grado, con decisioni pressoché istantanee, di riequilibrare il mercato verso l'alto o il basso. Tutto sommato, questa mi pare una buona notizia. Così come è positivo il fatto che lo sgonfiamento delle quotazioni del greggio lasci in maggiori difficoltà quei paesi che avevano capitalizzato sul caro-petrolio in modo puramente politico - soprattutto, quindi, il Venezuela, e poi l'Iran - utilizzando gli extraprofitti per finanziare l'inefficienza delle rispettive compagnie di bandiera. Continuo a vedere un problema di fondo, e cioè che, per quanto il pendolo torni verso le supermajor private (e anche questo è positivo), la stagione che oggi si apre vedrà un importante processo di consolidamento, ma pochi investimenti. Quindi, prepariamoci a farci trovare impreparati dalla fine della recessione. Tra un po' - non poco, dipende dalla performance dell'economia, soprattutto nei paesi emergenti e negli Usa - potremmo tornare sopra i 100 dollari.

PS A proposito di gioco d'azzardo: il mio ultimo tiro di dadi, e credo di averlo anche scritto da qualche parte, mi suggeriva che in questa fase il petrolio potrebbe assestarsi nella fascia 30-50 dollari. Non fatevi trovare lunghi, ma state pronti a speculare al rialzo nel lungo termine. Un indicatore interessante potrebbe essere, sempre che Paulson non faccia saltare tutto, l'andamento delle quotazioni immobiliari americane.

mercoledì 12 novembre 2008

Dai Family Values al Climate Change: come è cambiata l'agenda elettorale americana

"Che auto guiderebbe Gesù?". Sembra una domanda assurda, ma è stata tra le più discusse tra gli evangelici nella campagna elettorale americana 2008. C'è perfino un sito dedicato: whatwouldjesusdrive.org il cui motto non lascia spazio a dubbi: "because transportation is a moral issue".
Qualcuno una risposta ha provato a darla: secondo il reverendo Richard Cizik (che rappresenta 45 mila chiese e circa 30 milioni di fedeli): il Signore si metterebbe al volante di una Toyota Prius a motore elettrico!
Nel 2000 il 72 per cento di questi evangelici, molti dei quali si stanno "convertendo" adesso all´ambientalismo, non avevano alcuna vocazione verde e votarono in massa per Gorge W. Bush. Percentuale che salì all´87 per cento nel 2004 , quando a determinare il voto, più dell´economia, del terrorismo e dell´Iraq, fu la questione dei valori morali: il 22% degli americani votò per difendere la famiglia tradizionale, contro il matrimonio gay e il diritto all´aborto. Di questi, il 79% scelse il Presidente che inizia e finisce ogni giornata con una preghiera.
Se Bush venne rieletto fu anche perché assomigliava all´America di allora più del rivale John Kerry: solo il 20% degli americani si descriveva come liberal, contro il 40% di quanti dichiararono di essere di fede conservatrice.

Cosa è successo nel frattempo negli Stati Uniti? Le istanze globali hanno costretto a riscrivere, almeno in parte, l´agenda elettorale dei candidati.
Da queste elezioni scopriamo che i "valori morali" hanno esaurito la propria spinta di consenso sia perché non c´è stato nessuno degno di nota a rappresentarli (tranne la controversa figura di Sarah Palin), sia perché, sulla scena politica USA sono comparse istanze molto più sentite dalla gente. Stiamo parlando delle "weighty issues", le tematiche "pesanti", come la crisi finanziaria, la sanità ma soprattutto le "kitchen table issue" , i temi "del tavolo da cucina", chiamati così per la loro vicinanza con la vita quotidiana delle persone: l´economia innanzitutto, vera top issue del 2008, e con essa il problema del costo della vita e dei mutui, la debolezza del dollaro e, di conseguenza, la questione energetica e ambientale, due cose che negli USA, di solito, vanno di pari passo. Il gas price ha condizionato davvero quest'elezione ed è stato uno dei motivi per cui la issue del "cambiamento" ha avuto così vasta popolarità.

Storicamente, il tema dell´ambiente era stato sempre inserito tra quelli di "seconda fascia" nella corsa elettorale. Tuttavia la situazione è rapidamente cambiata, rapidamente quanto sono cresciuti i prezzi dei carburanti che per noi europei (che, ahimè, non ci scandalizziamo più) sarebbero molto economici ma che per un guidatore di truck rappresentano un serio problema.
Questi problemi concreti hanno creato nell´elettorato un disagio profondo, che ha riposizionato il tema ambientale, spesso ai margini del dibattito, non più nella meta-politica ma tra quelle che abbiamo chiamato "kitchen table issues", i temi cioè che hanno un impatto quotidiano sulla vita delle persone.

Nel 2008 la percezione nell´opinione pubblica della tematica ecologica, alimentata dall'incessante (e spesso fazioso) tam tam mediatico, e il suo conseguente inserimento nell´agenda elettorale, ha costretto i candidati a prendere una posizione in merito, segnando di fatto un altro punto a favore di Barack Obama e dei Democratici che, tradizionalmente, sono più avvezzi a certa propagando rispetto al GOP.

Trovare un aggancio meta-politico al tema del carburante è stato infine meno difficile del previsto (specialmente per i Dem): il Global Warming è stato così inserito per la prima volta, e con piena dignità, nell´Agenda politica. Il riscaldamento globale è diventato, se non una "top issue", comunque una "key issue" importante per la corsa alla Casa Bianca e nei temi meta-politici Barack Obama, con la sua retorica del cambiamento e della speranza è risultato elettoralmente più efficace.

Allerta meteo

(Hat tip: Andrea Lanzone)

venerdì 7 novembre 2008

Obama. Cambierà il clima?

Il Secolo XIX, 7 novembre 2008

Il cambiamento climatico sarà una delle priorità della nuova amministrazione americana. Lo ha affermato Barack Obama nel suo primo discorso da presidente eletto, ma forse sarebbe stato meglio concludere con un punto interrogativo. Ovviamente, il campione democratico deve mostrare coerenza con gli elementi forti della sua vittoriosa campagna elettorale. L’attenzione alle questioni dell’ambiente è anche una delle ragioni della sua popolarità all’estero, specialmente in Europa, dove le posizioni del presidente uscente, George W. Bush, sono sempre state mal digerite (anche perché Bruxelles ha trovato nella lotta al riscaldamento globale uno dei suoi pilastri identitari). Obama si è mosso intelligentemente, cercando di solleticare tanto la sensibilità verde di una quota importante del suo elettorato, quanto il fascino che il concetto di “indipendenza energetica” – lo sganciamento dell’America dal petrolio e dagli sceicchi mediorientali – esercita su molti repubblicani e indipendenti. Dal punto di vista pratico, la dipendenza americana dalle importazioni di greggio non è eccessiva, e la maggior parte di esse provengono da paesi amici, come Canada e Messico. Dall’Arabia Saudita, gli Usa traggono appena 1,5 milioni di barili al giorno, su un consumo complessivo di quasi 21. Piuttosto, la faccenda ha una dimensione simbolica, che però non conduce automaticamente alla rivoluzione verde. Anzi, molti – tra cui il candidato repubblicano, John McCain – utilizzano l’argomento della dipendenza per chiedere una maggiore produzione nazionale. E lo stesso Obama non ha assunto una posizione chiara in merito. Ha giocato più che altro sulle suggestioni e le ambiguità, come è comprensibile e forse giusto fare quando l’obiettivo è raccogliere il massimo consenso, cioè ridurre al minimo il dissenso.

Quel tempo è, però, finito, ed è giunto il momento di entrare nei dettagli. Per esempio: come intende, Obama, rendere più efficiente e meno inquinante il sistema energetico americano? Le soluzioni sono molte, e nessuna di esse è facile. La ragione è sia politica che economica. Dal punto di vista economico, ogni cambiamento comporta dei costi, tanto più elevati quanto più ambizioso è l’obiettivo. Una possibile strada è quella dell’istituzione di una carbon tax, uno strumento impopolare e soprattutto politicamente molto controverso in un momento di recessione. Un’alternativa potrebbe essere la creazione di un mercato dei diritti a emettere CO2, come ha fatto l’Europa. Per i consumatori, non ci sarebbe grande differenza, poiché si tratterebbe comunque di far crescere il costo delle fonti tradizionali in modo da rendere competitive quelle rinnovabili. Altri attori, invece, hanno preferenze precise: per esempio, agli intermediari finanziari conviene un sistema di “cap & trade”, all’interno del quale possono giocare un ruolo. Un argomento collegato è la domanda su quale sia il contesto che Obama e i suoi hanno in mente. Vogliono adottare politiche nazionali, oppure inserirle nell’ambito delle negoziazioni internazionali? Questo è ciò che si aspettano molte nazioni straniere, a partire da quelle europee. Ma non è scontato. Nel sistema politico americano, i trattati internazionali, una volta ratificati, hanno forza di legge, e il presidente può essere chiamato a rispondere in tribunale della loro eventuale non attuazione. Quindi, l’atteggiamento nei confronti di simili strumenti è tradizionalmente molto cauto. Inoltre, un passo del genere richiede il via libera del Senato, che in passato si è sempre dimostrato ostile. Se nel 1997 bocciava preventivamente, e all’unanimità, il protocollo di Kyoto, nel giugno 2008 ha respinto a maggioranza un progetto analogo, pur promosso dallo stato maggiore democratico.

Ugualmente cruciale è la questione dei costi, che dipende a sua volta da vari temi – quanto devono essere stringenti i target? Saranno introdotte esenzioni? Chi pagherà – i consumatori o i contribuenti? E, soprattutto, come farà Obama a conciliare questo sforzo con l’altra sua promessa, restituire slancio all’economia? La crisi finanziaria ha precipitato gli Stati Uniti in una recessione che si preannuncia lunga e dura, e che renderà più difficile per l’amministrazione reperire le risorse necessarie a supportare nuovi programmi. La stretta creditizia ha pure un altro risvolto: per quanto aggressive siano le spinte politiche, un cambiamento vasto del panorama energetico americano richiede uno sforzo da parte del settore privato, che però oggi fatica a trovare finanziamenti attraverso i consueti canali bancari. Per giunta, il piano anticrisi dell’attuale segretario al Tesoro, Hank Paulson, lega ulteriormente le mani al prossimo presidente: gli interventi sui mercati finanziari costeranno 700 miliardi di dollari, a cui se ne aggiungono altri 150 per spese collaterali. Si tratta di una cifra enorme, che limita molto gli spazi di manovra. Altre spese ancora saranno probabilmente necessarie per far fronte alla crescente disoccupazione, per non parlare delle riforme annunciate dal presidente eletto, per esempio nel campo della sanità.

L’agenzia Reuters ha ieri interpellato diversi economisti e operatori della green economy, ricavandone qualche speranza e molto scetticismo. Uno di loro ha detto: “penso che dovrà risolvere altri problemi, prima di dedicarsi all’ambiente”. La ragione sta nei numeri stessi forniti da Obama: ridurre le emissioni dell’80 per cento entro il 2050 e investire 150 miliardi nelle fonti alternative, significa fare una scommessa ad altissimo rischio. Il neo-presidente sostiene che in questo modo si potranno creare cinque milioni di posti di lavoro, e forse è vero. Ma per farlo, bisognerà imporre all’economia degli extracosti che avranno un impatto contrario paragonabile, e forse superiore, sull’occupazione. Compiere un passo sbagliato, potrebbe avere effetti drammatici. Per questo molti si aspettano che, al di là di qualche iniziativa segnaletica, Obama dedichi i suoi primi pensieri a risolvere la crisi economica. L’ambiente è un diritto di tutti, ma l’ambientalismo è un lusso che un’economia in panne non può permettersi.

giovedì 6 novembre 2008

Cinismo energetico?

UPDATE: Sul tema segnalo anche un dibattito tra me e Gianni Silvestrini, sul sito EnergiaSpiegata.it.

Carla, una lettrice del blog di Marianna Madia, in uno scambio di commenti mi accusa di confondere il "realismo" con il "cinismo" energetico. Non è irrealistico - sostiene, anche seguendo quanto Marianna ha scritto in suo articolo - pensare che la salvaguardia ambientale sia solo fonte di costi, e mai di opportunità di business. Sono perfettamente d'accordo, naturalmente. Il problema è che il confinte tra costi e business è, a differenza di quello tra realismo e cinismo, per nulla labile. E' enorme, e chiaramente visibile. Esso coincide col momento in cui una tecnologia, per imporsi, ha bisogno del sostegno pubblico - che esso sia declinato attraverso obblighi, target, sussidi, o tasse è abbastanza secondario. Il sostegno alle tecnologie non competitive ha vari aspetti negativi, tra cui quello di aumentare il peso che la società nel suo complesso deve sostenere (attraverso tasse, tariffe, o simili) per rendere profittevoli tecnologie che altrimenti non lo sarebbero, e molto spesso quello di avere implicazioni regressive. Il caso più clamoroso è quello dei pannelli solari: chi abita in un condominio che guarda a nord (e quindi può contare su una minore esposizione al sole e una minore superficie di tetto pro capite) paga, via tariffa, il consumo di chi può installare pannelli fotovoltaici nella sua villetta al mare. Un'altra conseguenza negativa è che le risorse spese a favore delle tecnologie non competitive non possono, naturalmente, essere investite altrove, compresi gli investimenti in innovazione. Quindi, queste politiche non solo riducono la qualità della vita oggi, ma anche, potenzialmente, quella futura. Si potrebbe obiettare che i benefici ambientali giustificano tutto ciò. Forse. Ma, in questo caso, dovete dimostrarmi che i benefici sono almeno comparabili ai costi, e prima ancora che i benefici esistono. Se è dubbio che possano esservi benefici ambientali reali da una riduzione globale delle emissioni di gas serra, non v'è alcun dubbio che non possa esservi alcun beneficio da una riduzione locale (che addirittura potrebbe produrre un loro aumento altrove). Quindi, continuo a porre la stessa domanda a cui non riesco ad avere risposta o, se ce l'ho (Marianna risponde), non ne ho una convincente. La domanda è: perché?

mercoledì 5 novembre 2008

Dove va il petrolio

Riporto qua sotto un articolo di Lisa Orlandi, pubblicato oggi sul Sole 24 Ore. La tesi di Lisa è che l'oscillazione dei prezzi del greggio osservata nell'arco di quest'anno - prima il raddoppio dei prezzi in dollari tra gennaio e luglio, e poi il dimezzamento negli ultimi tre mesi - è spiegabile soprattutto attraverso il ruolo della componente speculativa. Questo non significa che i prezzi siano del tutto disaccoppiati dai fondamentali, anzi. Sono i fondamentali stretti che hanno creato le condizioni perché i fattori finanziari potessero impattare in modo tanto visibile gli andamenti delle quotazioni. Ora questa situazione è parzialmente venuta meno, soprattutto a causa della riduzione strutturale della domanda dovuta alla recessione e alla reazione a livelli tanto superiori a quelli storici. L'altro aspetto della questione è che gli investimenti finora effettuati non hanno prodotto un aumento significativo della produzione (per ottenere il quale ci vogliono tempo e soldi). Il rischio è che gli investimenti si blocchino a causa della riduzione del livello dei prezzi - oggi attorno alla soglia di profittabilità per molti giacimenti marginali, per non dire degli oli non convenzionali. Il risultato sarebbe ritrovarci al punto di partenza quando la tempesta sarà finita.

Petrolio, speriamo non cali troppo

di Lisa Orlandi

Cosa ha portato i prezzi del greggio a 60 dollari al barile? Ciò che fino a ieri li aveva gonfiati a 140. Nell’opinione di chi scrive, la regia della pièce petrolifera è ancora nelle mani della finanza: d’altronde nessuno ha mai escluso che la speculazione potesse agire tanto al rialzo quanto al ribasso. Sono le stesse logiche finanziarie, la cui pedina principale è il mercato statunitense, ad aver di fatto determinato le recenti dinamiche della domanda petrolifera, che si limita pertanto ad essere complice e non diretta colpevole del trend ribassista. I consumi hanno sì risposto alle quotazioni record di luglio, ma il loro evidente calo non è altro che un’incisiva reazione alla componente speculativa che determinava gran parte di quei livelli di prezzo. E anche con un barile molto meno caro rispetto a quattro mesi fa, la domanda OCSE, e americana in primis, non accenna a riprendersi, questa volta influenzata dalla pesante crisi dei mercati borsistici esacerbata dal fallimento di Lehman Brothers a metà settembre.

Finanza a parte, quotazioni nell’intorno dei 60 doll./bbl, inferiori di 80 dollari a quelle di luglio, generano un evidente trade-off tra sollievo dei consumatori da un lato e panico delle compagnie e dei paesi produttori dall’altro. Questa dicotomia sottende, tuttavia, una preoccupazione di fondo che accomuna le due facce della medaglia petrolifera: la potenziale paralisi degli investimenti nel settore. Restrizione del credito e quotazioni a 60 dollari sono un cocktail esplosivo per gli operatori, che stanno significativamente rivalutando e ritardando diversi progetti, in ragione del venir meno di quella redditività che li caratterizzava quando sono stati intrapresi. Le dichiarazioni che si susseguono in tal senso sono oltremodo aggravate dall’elevato tasso di declino che sta interessando diversi giacimenti petroliferi in regioni chiave.

Premesso ciò, due possibili scenari di prezzo si delineano per il 2009. Il primo, con probabilità di realizzo pari al 60%, indica un Brent medio annuo di 70 doll./bbl, sostanzialmente in linea con il dato 2007. Le ragioni sottese ad un prezzo inferiore di circa 30 dollari a quello stimato per il 2008 (107 doll./bbl) risiedono nell’andamento della crisi in atto, con gli USA nel ruolo di key swing del mercato petrolifero: in particolare, una ripresa economica e finanziaria lenta e difficoltosa, consumi che faticano a crescere ed investitori che non scommettono al rialzo in condizioni di, seppur temporanea, oversupply. In questo scenario, ad un impatto sicuramente positivo sulle nostre tasche in termini di spesa per luce e gas, che calerebbe del 10% e 15% rispetto ai valori attuali, si contrappone il rischio di un nuovo vuoto di investimenti nell’upstream petrolifero, i cui effetti di medio termine sarebbero dannosi tanto per i consumatori quanto per i produttori. Una siffatta variabile bullish di carattere strutturale non si esaurisce infatti in brevi lassi temporali ed è potenzialmente più pericolosa di quella finanziaria, che può gonfiarsi e sgonfiarsi con maggiore rapidità. Il verificarsi di questo probabile scenario creerebbe pertanto i presupposti per il ripristino di condizioni critiche sul versante offerta: non va infatti dimenticato che l’attuale condizione di oversupply è meno solida di quel che appare, in quanto è ascrivibile al calo della domanda e non anche a significativi incrementi produttivi.

Con un 40% di probabilità, il Brent medio 2009 potrebbe invece attestarsi sui 95 doll./bbl. Le assunzioni alla base di questa previsione sono l’affievolimento della crisi grazie ai piani che (si spera) verranno attuati dalla nuova presidenza americana e a livello europeo, una moderata ripresa dei consumi petroliferi e un rinnovato interesse da parte degli investitori per la commodity petrolio, alimentato in parte dall’assottigliamento dell’attuale eccesso di offerta. Questo prezzo accontenterebbe compagnie e paesi OPEC e al contempo concederebbe un respiro, seppur modesto, alle famiglie di consumatori, che pagherebbero bollette di luce e gas inferiori a quelle attuali rispettivamente del 3,6% e del 2,5%.

Alla luce di queste considerazioni, viene spontaneo chiedersi se per l’anno a venire non sia meglio sperare in un prezzo del petrolio ancora sopra quota 90.

Il Sole 24 Ore, 5 novembre 2008

venerdì 31 ottobre 2008

UE: ambientalismo d'immagine ed imposizione morale

Premessa. Da oggi inizia a collaborare come guest blogger con RE David Mazzerelli, caporedattore di Ultima Thule, rivista online della destra intelligente e liberista (l'una cosa, va da sé, implica l'altra). Questo post riassume alcune delle questioni che David ha affrontato nella sua tesi di laurea. Altri seguiranno. Benvenuto. (cs)

Chi si è stupito della cocciutaggine di Sarkò nel portare avanti la dissennata politica ambientale e climatica della UE, non deve solo limitarsi a maledire i soliti francesi ma può ritracciare le origini di questa scelta nell'immagine di sè che il Leviatano di Bruxelles ha deciso di dare al mondo intero, confidando nell'esistenza (tutta teorica) di una coalition of willing mondiale disposta a seguire le proprie indicazioni.

La recente scelta dell'Italia, coraggiosa ed encomiabile, di smarcarsi da questa politica è quindi scandalosa a livello europeo per due ragioni principali: la prima perchè la politica del power sharing non prevede teste calde (o di buon senso, a seconda di come la si veda), seconda perchè un'immagine per essere efficace deve essere coerente.

Partiamo dal primo punto: la politica della delega e della riduzione progressiva delle sovranità nazionali ha trovato nelle policy ambientali un terreno più che favorevole, una questione meta-politica e buonista a cui tutti, apparentemente, non potranno che essere d'accordo.

Tuttavia non sempre è stato così: l’impegno europeo sull’ambiente è molto recente, se si pensa che la politica ecologica non era nemmeno menzionata nel Trattato di Roma del 1957, dato che in quel periodo storico l’ambiente non rappresentava nemmeno una questione all’ordine del giorno.
Le ragioni di immagine sono presto dette: i negoziati sull’ambiente globale risultano un’arena perfetta per dimostrare a tutto il mondo che il vecchio continente è un interlocutore serio ed affidabile, oltre che un protagonista convinto, delle battaglie più "nobili" per il bene dell’intero pianeta.

Nessuno, come la UE, ha proposto più iniziative e ha sottoscritto più accordi internazionali, disponendosi ad un sacrificio non indifferente per le proprie economie, pur di ridurre il quantitativo di CO2 emesso nell’atmosfera dalle sue industrie e dai suoi abitanti.
L’opinione pubblica del vecchio continente sembra aver posto il problema della lotta per la protezione del pianeta tra le principali priorità politiche. Per l’Unione Europea, comunicare la propria sensibilità ecologica, è diventata insomma, negli anni, una fondamentale questione di immagine.

La UE utilizza la issue dei cambiamenti climatici come leva di consenso tra i suoi cittadini: educare per fare in modo che ciascuno di noi abbia più fiducia nelle istituzioni comunitarie, spesso accusate (giustamente, diamine) di inefficienze ed eccessiva burocratizzazione. Barroso ha ripetuto spesso come sia dovere della Comunità Europea consigliare ai propri cittadini come comportarsi, specificando però che "Bruxelles non intende imporre i comportamenti". Tuttavia, come dimostra la recente attualità, i toni che vengono usati per redarguire l'Italia sono inevitabilmente gli stessi che poi si riversano sui cittadini, col risultato che, ancora una volta, la comunicazione politica dell’UE ai suoi cittadini-sudditi rischia di non essere certo un consiglio ma bensì l'ennesima imposizione morale.

giovedì 30 ottobre 2008

Clima. Le pulci all'Ue

Perché le stime italiane sui costi del pacchetto clima sono tanto diverse da quelle agitate da Bruxelles? Si possono dare due risposte. La prima è che il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, è andata a negoziare tenendo sotto braccio uno studio realizzato da una società indipendente, il Rie di Bologna. La seconda è che, anche all'interno delle valutazioni compiute dalla stessa Commissione, vengono proposti scenari diversi, che danno adito a differenti prospettive. In due articoli sulla Voce.info (che ho già criticato), Marzio Galeotti afferma che lo scenario fatto proprio dall'Italia (secondo cui il nostro paese dovrebbe subire un impatto di 18 miliardi di euro / anno) è quello meno probabile. In realtà non è così. Lo spiega, con dovizia di dati e di numeri, Stefano Clò in questo straordinario contributo per AgiEnergia. Stefano mostra quali ipotesi spieghino la dissonanza tra gli scenari Ue, e spiega perché, in verità, la scelta compiuta dal governo italiano è condivisibile. Ma anche se non lo fosse, Stefano mostra come in tutti gli scenari il nostro paese sia penalizzato. Cosa che giustifica la dura contestazione che il ministro Prestigiacomo ha mosso al pacchetto clima.

mercoledì 29 ottobre 2008

Carburanti. La leggenda dei prezzi straordinari

Viste le polemiche degli ultimi giorni, innescate da un'intervista di Davide Tabarelli alla Repubblica, sono tornato con un Focus sull'altalena dei prezzi del pieno. Ancora una volta, non mi pare di riscontrare alcuna anomalia nel movimento dei prezzi, rispetto alle quotazioni internazionali. In ogni caso è importante sottolineare che i prezzi sono liberi, quindi non ci si deve aspettare un andamento, per così dire, passo-passo. Inoltre, tutti i confronti, compreso quello che ho fatto io, prendono come parametro i prezzi medi dei carburanti rilevati in Italia, che non coincidono, ovviamente, coi prezzi effettivamente praticati nelle nostre stazioni di servizio. Con questa cautela, mi sembra che le variazioni dei prezzi italiani (al netto delle tasse) e di quelli internazionali siano sostanzialmente parallele. Davide sostiene che il margine medio sia cresciuto rispetto agli anni passati, ma questo mi pare un ragionamento difficile da seguire. Molte componenti di costo, che pure partecipano al margine, sono cambiate, e quindi diventa davvero difficile ragionare attorno a esso. Se però si restringe l'orizzonte temporale, per esempio all'ultimo anno, e si osserva il comportamento dei margini durante la fase di salita e poi la discesa delle quotazioni internazionali, non si osservano scostamenti rilevanti. Non capisco poi come Davide possa ipotizzare, per arrivare a questa conclusione, un "prezzo ottimale". Ancora una volta: non siamo in regime di prezzi amministrati o controllati, quindi per definizione non esiste un prezzo ottimale diverso da quello di mercato.

martedì 28 ottobre 2008

Quit Greenpeace


Il carbone non si rimpiazza dall'oggi al domani

Il Secolo XIX, 28 ottobre 2008

La battaglia di striscioni tra i dipendenti della centrale Enel di Genova e i militanti di Greenpeace non è lo scontro anacronistico tra economia ed ecologia, lavoro e ambiente. Il reciproco scambio di accuse, clima killer contro ecocazzari, è la versione popolare di uno tra i temi più complessi che la politica oggi si trova ad affrontare, e cioè quale valore si debba dare alla cosiddetta sostenibilità, come affrontare le tante incertezze che a essa sono sottese, e con quali tempi. E’ lo stesso tipo di confronto, per certi versi, che vede su un livello più alto opporsi l’Italia e l’Unione europea sul pacchetto clima, ma in modo più crudo e più vivo. Qui non c’è gioco lobbistico o guerra di cifre: qui c’è chi difende il proprio reddito e chi pensa che le sue attività mettano a repentaglio il futuro di tutti.

Per cominciare, dunque, i dati. L’impianto a carbone che sta tra il molo San Giorgio e l’ex Idroscalo risale al 1927-28, quando era la centrale più grande d’Europa; ma non è, ovviamente, la stessa cosa di allora. I due gruppi originari, da 25 megawatt ciascuno, sono stati più volte sostituiti, e ora la potenza installata è pari a 300 megawatt. I cambiamenti non hanno riguardato solo la crescita dimensionale, ma anche l’adeguamento alle normative ambientali, sempre più stringenti. Questo è un dato cruciale: come tutti gli impianti italiani, anche quello sotto la Lanterna deve rispettare le regole nazionali e comunitarie. Come ogni impianto alimentato a carbone, anche questo ha emissioni di anidride carbonica (CO2), sospettata di contribuire al riscaldamento globale, relativamente alte. Va però notato che la CO2 non è dannosa alla salute o all’ambiente, di per sé – tanto che chiunque la ingurgita inconsapevolmente quando beve bibite gassate. Gli stessi sforzi europei non puntano a limitare le emissioni di biossido di carbonio dalle singole centrali, ma a contenere il totale delle emissioni. Questa è una differenza sostanziale rispetto agli inquinanti propriamente detti, come il monossido di carbonio, gli SOx, gli NOx e le polveri, che in concentrazione eccessiva sono epidemiologicamente correlate a diversi mali.

Dal punto di vista pratico, la centrale genovese serve a soddisfare i consumi cittadini. Non è possibile, semplicemente premere il tasto “off”. “E’ possibile sostituire la potenza della Lanterna con fonti pulite come eolico e solare”, ha detto ieri al Secolo XIX il responsabile campagna energia e clima di Greenpeace, Francesco Tedesco. Ammesso che sia vero, non sarebbe sufficiente: l’impianto Enel lavora, mediamente, tra le quattro e le cinquemila ore all’anno, e soprattutto può entrare in funzione ogni volta che è necessario. Solare ed eolico funzionano, in media, un migliaio di ore all’anno, cioè a parità di potenza installata generano tra un quarto e un quinto dell’elettricità, e per giunta lo fanno quando le condizioni climatiche lo consentono; inoltre, costano di più, per chilowattora prodotto, e l’extracosto ricade sulle spalle dei cittadini attraverso la tariffa. Sarebbe come confrontare due automobili con lo stesso numero di cavalli: una si muove mediamente cinquantamila chilometri l’anno e si mette in moto quando girate la chiave. L’altra è alimentata dal sole: ha un costo-chilometro superiore, vi consente di percorrere al massimo diecimila chilometri all’anno, e cammina solo quando pare a lei. E’ ovvio che questi due veicoli non sono realmente alternativi, nel senso che il secondo non può sostituire il primo. Fuor di metafora, le nuove rinnovabili sono splendide, ma al momento non sono in grado, per ragioni tecnologiche ed economiche, di rimpiazzare le fonti convenzionali, cioè i combustibili fossili e il nucleare. Possono svolgere un ottimo ruolo al loro fianco, ma è irrealistico pensare che possano fare di più. Per questo il valore per la società di un chilowattora a carbone è superiore a quello dello stesso chilowattora solare o eolico – e il suo costo è inferiore.

Ciò non significa che non si possano, nel lungo termine, immaginare cambiamenti anche sostanziali nel nostro panorama energetico. Ma essi non possono non venire dal progresso tecnologico, dallo sviluppo di fonti che siano, al tempo stesso, competitive e pulite. Pretendere mutamenti drastici e immediati è utopistico, se non dannoso. Il carbone, peraltro, occupa un ruolo marginale nel paniere energetico italiano, a differenza di quanto accade, e non senza motivo, nel resto d’Europa – come ha recentemente notato il segretario nazionale della Filcem-Cgil, Giacomo Berni. Anche perché in un settore che, come quello energetico, ha un’alta intensità di capitale, le evoluzioni sono per loro stessa natura morbide, graduali. Difficilmente avvengono con degli strappi bruschi. Sul piano occupazionale, questo significa che i centoventi lavoratori della centrale Enel hanno ragione a difendere il loro posto. E’ chiaro che le loro rivendicazioni hanno l’obiettivo di tutelare la loro posizione individuale, ma essa coincide col più ampio e generale interesse a disporre di forniture energetiche affidabili, continuative, economiche e a impatto ambientale ragionevolmente contenuto. L’Enel si è impegnata con la regione Liguria a smantellare la centrale entro il 2020: dando il tempo di riqualificare il personale, una parte del quale nel frattempo andrà in pensione, e di rimpiazzare l’elettricità oggi prodotta col carbone genovese. Il passaggio da una fonte di energia a un’altra, o meglio l’evoluzione del mix energetico nel suo complesso, non può prescindere dalla creazione di un servizio migliore – cioè efficiente ed economico. Risolvere questioni complesse è difficile e richiede tempo: molto più che scalare la Lanterna.

Crossposted @ IlTigullio.info