lunedì 31 marzo 2008

Maledetta primavera

La Giunta municipale di Imperia ha deliberato, stamani, la proroga dell'accensione degli impianti di riscaldamento fino al 15 aprile prossimo per un massimo di cinque ore al giorno. La decisione nasce dal perdurare delle basse temperature, malgrado il recente avvento della primavera. (ANSA).

(Grazie a Giuseppe De Filippi per la segnalazione)

L'energia nei programmi

La questione energetica e ambientale viene seguita con attenzione quotidiana dalla stampa, dando anche spazio talvolta eccessivo a tesi con nessuno o pochi fondamenti. E' quindi importante capire come tutto questo si rifletta sui programmi dei partiti politici. Il portale AgiEnergia ha dedicato al tema uno speciale, aperto da un'analisi di Stefano Da Empoli, che ospita anche due interessanti interviste di Stefano Saglia (quanto sarebbe bello, se il centrodestra gli somigliasse di più) ed Ermete Realacci (insolitamente cauto, slogan a parte). Ma il documento forse più interessante è la ricostruzione di Simona Manna delle posizioni dei partiti sui temi specifici: nucleare, rigassificatori, rinnovabili e risparmio energetico. Ovviamente non tutto si riassume in questi aspetti, anzi, ma essi sono una componente essenziale dei programmi e, in un certo senso, una sorta di proxy per ciò che non entra direttamente in tabella. Credo possa essere di qualche utilità comparare le posizioni dei partiti con le valutazioni che ne abbiamo dato prendendo come benchmark il Manuale delle riforme dell'IBL. Nel merito, noi abbiamo attribuito maggior peso alle questioni legate alle liberalizzazioni e al rispetto per le dinamiche di mercato - che, forse contro le aspettative di qualcuno, penalizza il centrodestra (che in questo somiglia ben poco a Saglia, purtroppo). Speriamo (a) di esserci sbagliati, (b) che se centrodestra vincerà, il programma, almeno in questo campo, non venga rispettato, (c) che il centrosinistra, in caso di vittoria, lasci perdere le parti retoriche del programma e si concentri maggiormente su quelle in cui si avverte la mano di Enrico Morando (a partire dalla politica delle reti), e (d) più importante di tutto, che Dio ce la mandi buona.

mercoledì 19 marzo 2008

La tecnologia è una cosa bellissima

Senza parole.

Se n'è andato Arthur C. Clarke

Lo ricorda Maurizio Stefanini.

cap and trade & carbon tax: cosa dicono gli inglesi

nell'ultimo mese realismoenergetico ha ospitato un interessante dibattito intorno alla carbon tax, evidenziandone pregi e fattibilità.
Stagnaro ha evidenziato un punto focale: la carbon tax è di facile misurazione, utile quindi come benchmark per valutare la bontà delle politiche ambientali europee e dell'ETS: un faro che illuimini gli errori di questa europa pioneristica in materia ambientale e che indichii nello scenario internazionale la via migliore per una regolamentazione non distorsiva.
per chi è interessato ad approndire l'argomento, vale la pena di sfogliare l'articolo di Newbery & Grubb, tra i più esperti economisti inglesi nel campo energetico ed ambientale.
come riporta l'abstract dell'articolo: "They (...) discuss the theoretical merits of taxes versus quotas, concluding that theoretically a stable tax would best reflect the true social cost of emissions, which should not change with market conditions".

buona pasqua, buona lettura

la casa editrice Springer promuove tra marzo ed aprile le seguenti riviste ambientali ed energetiche consentendone un libero accesso. a coloro che, costretti in casa da improvvisa pioggia e global cooling pasquale, auguriamo una buona lettura


EcoHealth
Small-scale Forestry
Regional Environmental Change
Environmental and Ecological Statistics
The Environmentalist
Environmental Modeling & Assessment
Limnology
Paddy and Water Environment
Radiation and Environmental Biophysics
Environmental Chemistry Letters

venerdì 14 marzo 2008

Carbon tax: parlarne serve

Caro Stefano,

Capisco benissimo, e per certi versi condivido, le tue perplessità sul tema della carbon tax. Il fatto è che ci troviamo di fronte a un triplice problema: valutare l'opportunità (o l'utilità) di avere delle politiche specifiche per il clima (è mia convinzione, al contrario, che la sfida climatica, ammesso che ve ne sia una, trovi una risposta più efficace attraverso riforme di carattere generale come le liberalizzazioni e l'integrazione economica); l'efficacia delle politiche; e la loro efficienza. Ora, è ovvio che l'opzione "zero" - quella che io trovo più ragionevole e razionale - non è oggi in discussione in Europa. Bene, anzi male, ma è così. Quindi dobbiamo muoverci tra i second best. A me pare che la carbon tax sia il compromesso migliore: alcuni anni fa la pensavo diversamente, negli ultimi mesi me ne sono sempre più convinto. Ma neppure il second best è, oggi, un'opzione in Europa: perché l'Ue ha già fatto le sue scelte e ha già creato una burocrazia che, come tutte le burocrazie, sarà difficilissimo togliere di mezzo. Se uno si ferma a questi fatti, ha ragione Stefano: non ha senso parlare di carbon tax.

Credo però che farlo sia invece più che sensato: necessario, per due ulteriori ragioni. La prima è interna all'Europa: è difficile, per non dire impossibile, esprimere un giudizio sull'Ets se non si dispone di benchmark. La proposta di una carbon tax - io ho anche azzardato una cifra, 25 euro a tonnellata di CO2, sulla base di una serie di opinioni mie e discussioni che ho avuto con persone che stimo - può servire appunto a questo: una carbon tax avrebbe fatto meglio o peggio? Non è difficile rispondere perché, almeno nel breve termine, la domanda dei beni colpiti da una carbon tax è relativamente rigida, quindi è facile stimare sia il gettito, sia l'effetto nel medio termine. Inoltre, una carbon tax sarebbe costata più o meno? (Probabilmente di più, nel 2005-7, se si guarda al solo costo "visibile"; probabilmente meno, nello stesso intervallo di tempo, se si considera anche il costo sotteso alla prossima domanda). Infine, una carbon tax sarebbe stata più o meno distorsiva delle dinamiche di mercato? Che la questione non possa essere ignorata lo dimostra anche quel po' di interesse che il rapporto IBL, che per l'amor di Dio è una piccola cosa, è riuscito a destare (qui, qui e qui).

Secondariamente, fuori dell'Europa c'è il resto del mondo, e il resto del mondo sta guardando con attenzione all'Europa per capire quali mosse fare rispetto al clima. Negli Usa c'è un dibattito molto acceso su questi temi - McCain, Hillary Clintone Obama sono tutti sostenitori, in vario modo e con diversa convinzione, del cap & trade. Alla conferenza dell'Heartland Institute, non a caso, quello della carbon tax vs. cap & trade è stato un tema molto caldo. E' importante, allora, dare anche agli americani degli strumenti per compiere scelte informate. Se gli Usa resteranno fuori dalla follia del cap & trade - e nulla è ancora realmente deciso, IMHO - anche al prezzo di una carbon tax (provvedimento sommamente impopolare), dipenderà anche dall'impressione che gli osservatori americani si saranno fatti dell'esperienza europea e dell'attitudine sia degli esperti, sia dell'opinione pubblica. Se possiamo dare un piccolo contributo a questa dinamica che è ovviamente mille miliardi di volte più grande di noi, avremo fatto il nostro mestiere.

giovedì 6 marzo 2008

Carbon Tax in Europa: ha senso parlarne?

Questo post ha il dichiarato intento di provocare Carlo il prvocatore.
Ammesso che le emissioni debbano essere regolate per mitigare il cambiamento climatico, un buon approccio economico è valutare costi e benefici dei diversi meccanismi regolatori alternativi. Carbon tax o Cap and trade? agli inzi del nuovo millennio gli economisti sembravano propendere per il cap and trade; basti leggere i paper in materia pubblicati tra il 2003 e 2004 (prima dell'avvio dell'ETS): diversi autori riportano stime dei minori costi che, grazie all'ETS, si sarebbero dovuti sostenere in Europa per ridurre le emissioni e rispettare Kyoto. Oggi, visti i fallimenti parziali dell'ETS, gli ecoomisti tendono a rivedere le loro posizioni e molti sostengono che la carbon tax sia meno distorsiva e più cost-effective (stesso risultato al minor costo). Quello che gli economisti non tengono in considerazione (soprattutto quelli americani, vedi Mankiw) è la realtà politica Europea e la sua diversità rispetto ad altri sistemi giuridici, come quello americano.
in realtà già negli anni'90 si diffonde la consapevolezza che l'ETS sarebbe nato come una second-best solution (meno cost-effective della carbon tax)..la letteratura economica mostra già 15-20 anni fa come la carbon tax possa portare agli stessi risultati del cap and trade ma con minori costi amministrativi (per non parlare dei costi di monitoraggio, tempi di implementazione e distorsioni del mercato). tuttavia, nel dover decidere a livello europeo per quale opzione propendere, diversi politici, tra cui l'allora ministro dell'ambiente tedesco Angela Merkel, sottolieavano come la carbon tax non sarebbe stata mai una alternativa plausibile per chiare ragioni, non economiche, ma politiche e strategiche.
Oggigiorno le poltiche monetarie vengono definite in Europa prevalentemente a livello comunitario, ma le politche fiscali rimangono sotto la sfera decisionale nazionale. Imporre una carbon tax in Europa significa creare un precedente legale molto rischiso, significa dichiarare la superiorità decisionale dell'Europa sugli Stati Membri in materia fiscale. E quale Paese è disposto a rinunciare alla sovranità nazionale sul tema fiscale? ai lettori la risposta.
l'ETS ha prevalso sulla carbon tax perchè "politically acceptable" e anche questo è un costo che spesso gli economisti non prendono in considerazione, forse perchè difficilmente quantificabile in termini monetari.
Considerando vantaggi e svantaggi si può (ed è importante) valuatare quali siano i migliori meccanismi regolatori, ma se si parla di European carbon Tax è bene avere chiaro fin dall'inizio che questi studi sono destinati a rimanere nell'iperuranio teorico, senza mai avere alcuna applicabilità reale

domenica 2 marzo 2008

Meglio la carbon tax

Non avrei mai creduto di dire una cosa del genere, ma una carbon tax è - nell'Europa di oggi - il minore dei mali. Cerco di argomentarlo in un rapporto dell'IBL. Naturalmente, il problema è che non ha senso adottare politiche climatiche unilaterali, come sta facendo l'Europa. Se però non c'è modo di uscire da questo tunnel, allora una imposta sulle emissioni è probabilmente meno distorsiva e meno anti-innovazione di quanto non sia quel mostro burocratico che è l'Ets (il sistema di scambio delle emissioni nell'Ue).

Anche di questo si parlerà nei prossimi due giorni a New York, nella conferenza internazionale sul clima organizzata dall'Heartland Institute assieme a una coalizione di think tank tra cui l'IBL.

sabato 1 marzo 2008