sabato 31 maggio 2008

Meno tasse sui carburanti

Oggi il Sole 24 Ore dedica il terzo editorialino alla spinosa faccenda dei prezzi dei carburanti, mettendo in evidenza una questione molto vera: ai due estremi del mondo, si pongono problemi opposti. Da un lato, in Europa, vi è chi cerca una scappatoia da una fiscalità troppo opprimente (come ha raccontato Luigi De Biase sul Foglio di ieri). Quindi il problema è che i prezzi oggi sono vicini a un punto di rottura, ma se si allarga lo sguardo si può affermare che gli europei hanno consumato troppo poca benzina (e gasolio) negli ultimi anni. Dall'altro, nelle grandi economie emergenti, i prezzi dei carburanti sono pesantemente sussidiati: si ha dunque l'effetto opposto, la domanda continua a crescere baldanzosa a dispetto del barile che vola sempre più in alto, semplicemente perché questo segnale di prezzo non raggiunge il consumatore finale. In mezzo, gli Stati Uniti, storicamente caratterizzati da una fiscalità moderata e però incerti sul futuro, e spaventati da uno scenario - certo possibile ancorché improbabile - di prezzi in crescita ininterrotta. Il quotidiano di Confindustria conclude con una nota di ottimismo: "alla fine Washington lascerà fare al mercato". Che significa "tenere la macchina in parcheggio", oggi, ma anche accettare che - ieri e domani - chi vuole possa permettersi auto dai consumi molto pronunciati. Dovremmo far lo stesso anche in Europa. Credo sia importante ridurre le accise sui carburanti, ma era altrettanto importante cinque anni fa, quando il greggio era su livelli incredibilmente più bassi degli attuali. Invece, in questo lustro le accise sono state ripetutamente aumentate, prima da Silvio Berlusconi e poi da Romano Prodi. Il problema, insomma, è ridurre strutturalmente la pressione fiscale, non farlo selettivamente quando si vuole imbrigliare il vento del populismo.

martedì 27 maggio 2008

With Rex we stand

Si terrà domani l'assemblea degli azionisti di ExxonMobil, ma maggior compagnia petrolifera al mondo nonché la più grande società privata quotata in borsa (capitalizza quasi 500 miliardi di dollari). Il gruppo, come nella tradizione, dichiara utili record e un conto economico di una solidità invidiabile. Questa volta, però, andrà in scena uno scontro all'arma bianca: da un lato gli eredi del fondatore John D. Rockefeller, dall'altra il management guidato dal Ceo e chairman Rex Tillerson. La famiglia Rockefeller chiede sostanzialmente due cose: la separazione delle funzioni di chairman e Ceo, e una maggiore sensibilità agli investimenti ecologici. Tradotto, questo vuol dire ridurre i poteri di Tillerson - che oggi, forte dei risultati, regna incontrastato sull'azienda - cambiare il modello di business, abbandonando la focalizzazione sul core business petrolifero per diversificare verso le fonti rinnovabili e simili.

La famiglia Rockefeller è un piccolo azionista della compagnia, per quanto blasonato, quindi non è in grado di battere i pugni più di tanto. Ha così scelto una strategia diversa: quella della campagna pubblica. Che è culminata in un articolo sul Financial Times del 22 maggio, firmato da Peter O'Neill e Neva Rockefeller Goodwin. Cosa si nasconde, dietro? In verità una battaglia simbolica. ExxonMobil è l'emblema della multinazionale che resta fedele alla sua mission di creare valore per gli azionisti. Non è meno rispettosa dell'ambiente delle sue concorrenti: del resto, anche Exxon deve sottostare alle regolamentazioni ambientali che valgono per tutti, nei paesi in cui opera, e come tutti affronta investimenti per cementare il consenso sociale attorno alle sue attività. La vera differenza sta nella scelta di non utilizzare il denaro degli azionisti per investimenti che non vengono giudicati promettenti. Miopia? Forse. Ma, semmai, si tratta di una miopia ben confortata dai numeri; anche perché le rinnovabili (grazie ai sussidi) possono dare molti utili, ma anche esporre a un significativo rischio politico.

La risposta migliore ai Rockefeller, comunque, è arrivata da Chuck Canterbury, capo di un sindacato di poliziotti con 324 mila soci. Queste persone, come moltissime altre, affidano i loro risparmi a un fondo pensione che detiene quote significative di ExxonMobil - certo più significative dei Rockefeller. In una lettera a Tillerson del 17 maggio, Canterbury ha scritto che "ExxonMobil è un esempio di come il duro lavoro, un management efficiente e un'attività imprenditoriale innovativa portano al successo. Le richieste dei Rockefeller minacciano di degradare il valore della società". E ancora: le loro risoluzioni imporrebbero "condizioni rigide e ideologiche", che "danneggerebbero la profittabilità e la crescita di ExxonMobil, e quindi danneggerebbe direttamente i poliziotti, i pompieri, gli insegnanti e gli altri dipendenti pubblici i cui contributi pensionistici vengono investiti nella compagnia". I blue collars hanno messo al loro posto i green collars, e c'è da sperare che la maggioranza degli azionisti non dia retta agli eredi ricchi e viziati dell'uomo che ha creato Standard Oil e, con essa, ha aperto le porte della modernità.

PS Della questione si occupano oggi Il Foglio e Il Riformista.

Petrolio: bolla è

Interessante articolo di Justin Lahart dal Wsj di ieri.

Commodity Prices Soar, But Are They in a Bubble?

By JUSTIN LAHARTMay 26, 2008

After being buffeted by the dot-com, housing and credit bubbles -- not to mention the Chinese stock-market bubble -- there is a readiness by people on Wall Street and elsewhere to ascribe the term "bubble" to all sorts of things. But when it comes to commodities like crude oil and corn, that may be off the mark.

A bubble, says "The New Palgrave Dictionary of Economics," "refers to asset prices that exceed an asset's fundamental value because current owners believe they can resell the asset at an even higher price."

But figuring out whether a commodity exceeds its fundamental value is difficult: Because there is no income stream, there is no equivalent to the price-to-earnings ratios that people use to value stocks.

Prices, to be sure, are soaring -- crude oil fetched $132.19 a barrel in New York on Friday, up 103% from $64.97 a year earlier. Yet crude has posted similarly massive increases a number of times in the past three decades. Most notably, in the spring of 1980, as gasoline lines lengthened, the price of crude oil was 150% above the year-before level.

That price spike was caused mainly by a production cutback by the Organization of Petroleum Exporting Countries -- coupled with the fact that consumers had few alternatives. But over time, the high prices spurred conservation by consumers and increased exploration and production in non-OPEC countries. Oil prices collapsed.

The episode is a textbook example of the huge price swings that can occur when supply and demand are relatively inelastic in the short run, but not in the long run, says Harvard economist Greg Mankiw, who cited it in an economics textbook he wrote.

Mr. Mankiw, like many others, thinks that increasing demand from China and other developing countries is behind much of the rise in oil prices.

High prices are sparking some conservation efforts -- on his blog, he has noted that some people are switching to mass transit, buying bicycles and, in the case of one Tennessee farmer, switching from tractor to mule.

"But it takes years for people to fully adapt," Mr. Mankiw says.

In the meantime, the response of oil producers to rising oil prices seems more sluggish than ever, leading worries that crude production has peaked.

The Paris-based International Energy Agency, which is conducting a comprehensive study of the world's top oil fields, is preparing to revise its oil-supply forecast downward.

For other commodities, supply and demand change more quickly in response to higher prices.

Some of the biggest recent price drops have occurred in commodities like wheat and cotton, which are renewable and have potential substitutes, says Howard Simons, a strategist at Chicago-based Bianco Research.

By contrast, oil and natural gas aren't renewable, aren't recyclable and don't have easy substitutes. Corn is renewable, but because much of the corn crop is getting diverted toward making ethanol, its prices are rising as well.

So it is far from clear that the first part of the bubble definition -- prices in excess of their fundamental value -- is in place. But the second part -- that people are buying in anticipation of selling at a higher price -- certainly is.

Speculation has long played a role in the commodities markets, but in recent years it has become much larger.

The traditional role of the commodity-futures markets was to allow players such as farmers and oil refiners to hedge against unexpected price swings. Now, more institutional investors are wading into commodity markets to invest, rather than hedge.

In February, the board of the California Public Employees' Retirement System, or Calpers, the largest pension fund in the U.S., authorized putting as much as 3% of its $240 billion portfolio in commodities. Hedge-fund manager Michael Masters told a U.S. Senate committee last week that institutional investors "are one of, if not the primary, factors affecting commodities prices today."

But Bianco Research's Mr. Simons say that because the final buyers of commodities are consumers rather than investors, the role of speculation is limited. "Commodities, unlike financial assets, cannot take on hope values very much," he says. "At some point, the price gets to the point where the buyer walks away."

In commodity markets, what is traded aren't physical commodities but contracts that are essentially bets on where prices will go, Harvard's Mr. Mankiw says. The final effect of the bets is limited unless they encourage speculation in the commodity itself -- encouraging, say, a coffee broker to warehouse coffee in hopes of getting a higher price later.

And that is what is happening, according to Mr. Mankiw's Harvard colleague Jeffrey Frankel, who says such speculative behavior is due to the sharp reduction in interest rates by the U.S. Federal Reserve. Low rates encourage commodity stockpiling, he says, by making it less attractive to sell commodities and put the proceeds into bonds and other debt instruments.

Critics of Mr. Frankel's theory say the expected rise in commodity inventories hasn't shown up. Mr. Frankel has acknowledged that, but also notes that perhaps oil producers are leaving those inventories in the ground. That could be one reason why the Saudi king rebuffed U.S. President George W. Bush's request for increased oil production earlier this month.That would be a reckless game to play, because it could lead to the types of shifts that caused energy prices to drop precipitously in the 1980s, inflicting heavy damage on the Saudi and other OPEC economies. Indeed, the combination of a change in consumer behavior and an economic slowdown that is showing signs of spreading beyond the U.S. may already augur just the kind of sharp drop in prices that occurred back then. But if that happens, it won't be because oil prices were in a bubble; it will just be because that is the way commodity markets work.

sabato 24 maggio 2008

Nucleare e mercato

La maggior parte dei commenti al mio ultimo post sul nucleare riguardano la presunta incompatibilità tra il nucleare e il mercato. Questa posizione è stata espressa anche, tra gli altri, da Ermete Realacci e Gianni Silvestrini. La mia sensazione è che questo dibattito sia del tutto inutile e fuorviante. La vera questione non è nucleare sì o nucleare no: questo tema riguarda solo le aziende che intendono scommettere su questa opzione e i loro azionisti. La competitività del nucleare dipende da una marea di variabili, la maggior parte delle quali esogene (i prezzi del petrolio nei prossimi 30 anni, le condizioni del mercato del credito, eccetera). Una sola leva è a disposizione del governo: il rischio politico ossia, in termini più espliciti, la credibilità della politica energetica dell'esecutivo.

In altre parole, la via che dovremmo seguire non è quella dell'obbligo o del divieto - che invece mi pare sia la più gettonata - bensì quella del nucleare possibile. Qual è il fattore dominante, e quale dovrebbe essere l'impegno della maggioranza? La risposta è semplice: la creazione di un framework normativo e regolatorio chiaro e stabile (per questo dicevo che non si può pensare di procedere, su un terreno del genere, a suon di forzature parlamentari). Anche chi è contrario al nucleare per ragioni di natura economica e finanziaria non dovrebbe avere obiezioni. Quel di cui il paese ha un maledetto bisogno è di un percorso autorizzativo ben definito e di un'attività regolatoria calibrata con la possibilità che qualcuno tra gli attori operanti in Italia (oppure un nuovo entrante) voglia tentare la carta dell'atomo. L'Autorità per l'energia non ha alcuna competenza in materia di nucleare. Analogamente, l'iter amministrativo oggi esistente è stato concepito ai tempi del monopolio pubblico e non è coerente con un sistema liberalizzato.

Se il governo saprà definire il quadro generale entro cui le aziende si possano muovere, avrà reso un grande servizio al paese. L'obbligo di chi crede nel mercato è assumere una posizione in qualche modo defilata e impopolare: battersi perché il nucleare sia possibile, ma anche perché non sia erogato un solo euro di denaro pubblico (o perché l'intero costo degli impianti vada in bolletta, non in tariffa). Queste cose il mercato le vede, e provvede di conseguenza. Se, nonostante tutto, nessuno vorrà effettivamente investire sul nucleare, non sarà un fallimento del mercato, ma un fallimento di quella specifica tecnologia (così come l'assenza di competitività è un fallimento, per esempio, del solare fotovoltaico). Quello che proprio non mi appassiona è la logica del derby. Se vogliamo scannarci e urlare cori da stadio, allora non è il caso di scomodare Enrico Fermi. E' più utile e divertente sbrigarla da uomini.

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giovedì 22 maggio 2008

Italy goes nuclear: Domande a Scajola

Le dichiarazioni di oggi del ministro delle Attività produttive Claudio Scajola sul ritorno al nucleare sembrano lasciare pochi dubbi. Il ministro ha promesso che, entro il 2013, verrà gettato il primo calcestruzzo. Scajola può contare sull'autorevole copertura del premier Silvio Berlusconi, che aveva citato il nucleare nel suo discorso d'insediamento (e l'ha ribadito al termine del primo consiglio dei ministri) senza destare particolare scandalo nell'opposizione (che ha affidato una timida reazione al solito Della Seta). Reazioni positive da Enel ed Edison, fortemente negative da Legambiente e gli altri gruppi e gruppuscoli ambientalisti. Fin qui, nulla di nuovo. La novità sta proprio nell'esplicito e forte commitment dell'esecutivo: dobbiamo pensare che, questa volta, verrà davvero invertita la scelta del 1987? E' ancora presto per dirlo: talk is cheap. Però non è presto per porsi alcune domande, per così dire, di contorno. Dalla risposta che il governo fornirà, se la fornirà, dipende il futuro dell'atomo in Italia.

La prima domanda riguarda lo stato della regolazione - tecnica ed economica - delle attività connesse alla filiera nucleare in Italia. E' adeguata alla situazione attuale del mercato? Ovviamente no. Perché è stata concepita - e non ha subito sostanziali cambiamenti da allora - in un "mondo" completamente diverso da quello in cui viviamo oggi. Allora, il nucleare era un affare di stato, gestito secondo driver politici attraverso un monopolista pubblico. Adesso, invece, il mercato è liberalizzato: questo richiede una più chiara definizione del processo regolatorio e autorizzativo, e una razionalizzazione dei ruoli. Come intende muoversi, il governo, su questo terreno?

La seconda domanda riguarda gli attori: chi ha in mente, Scajola, se ha in mente qualcuno, quando parla di rilancio del nucleare? Potrebbe benissimo darsi che, al di là delle aperture iniziali, nessuna azienda sia effettivamente interessata. Oppure potrebbe darsi che lo siano molte. Come intende muoversi, il governo? Per esempio: il governo ritiene di individuare a priori un numero "ottimo" di impianti, identificarne la localizzazione, e poi mettere i siti a gara? Oppure, come spero, sarà il mercato a decidere se e quanto far ricorso all'atomo?

La terza domanda riguarda la credibilità. Il nucleare è una tecnologia costosa e complessa, che può funzionare solo se il rischio politico è ridotto. Quanto è credibile il commitment del governo? E sarà possibile trovare un approccio bipartisan? Questo è essenziale: una centrale è un giocattolo del costo di 4-5 miliardi di euro, a spanne. Nessuno metterebbe sul piatto tanti soldi se non avesse la certezza che, nel caso fosse il Partito democratico a vincere le elezioni nel 2013 (assumendo che la legislatura arrivi alla sua fine naturale), le regole del gioco non cambierebbero.

La quarta domanda riguarda il ruolo pubblico: secondo il governo, l'intera filiera nucleare può essere affidata al mercato - cioè ad attori privati in competizione - oppure vi sono segmenti da demandare a una gestione pubblica?

La quinta domanda riguarda i costi: secondo il governo, tutti i costi possono essere coperti dai meccanismi del mercato, oppure alcuni vanno affrontati per mezzo di politiche pubbliche, facendo ricorso alla fiscalità generale o tariffandoli?

La sesta domanda riguarda le politiche europee. Il primo "20" del 20-20-20 presuppone la riduzione del 20 per cento dei consumi al di sotto del tendenziale, cioè (grosso modo) la stabilizzazione ai livelli attuali. Creare nuova capacità nucleare significa (a) guardare a uno scenario di aumento dei consumi (quindi puntare all'infrazione dei vincoli europei) oppure (b) pensare di sostituire con impianti nucleari altri impianti? E, nel caso, quali e selezionati in che modo?

Finché queste domande non troveranno risposta, il ritorno al nucleare resterà uno slogan e non varrà la pena discuterne.

lunedì 19 maggio 2008

Opinioni in libertà

Un po' fuori stagione l'articolo di oggi sull'Opinione dedicato alla qualità dell'aria nelle nostre città. Ma i contenuti sono quelli classici:
1) "Le città sono malate di traffico con la inevitabile conseguenza che l’aria diventa sempre più irrespirabile"
2) "L’adozione dei provvedimenti antismog tampone, come il blocco della circolazione alle automobili o l’adozione della circolazione a targhe alterne, potrebbero non essere più sufficienti"
3) "C’è bisogno invece di drastici interventi per il risanamento dell’aria e provvedimenti idonei a contrastare l’inquinamento"
4) "Bisogna investire in strutture per la mobilità sostenibile e per un trasporto pubblico efficiente e di qualità"
Ma non è vero. Ripetiamolo ancora una volta:
1) L'aria nelle nostre città non è mai stata così buona come oggi
2) Investire in trasporto pubblico, car sharing, taxi collettivi, intermodalità serve a molto poco. Tutti questi provvedimenti comportano minime riduzioni del traffico privato
3) Le emissioni continueranno a ridursi grazie al rinnovo del parco circolante
Leggeremo mai opinioni non separate dai fatti?

Chi incassa la rendita petrolifera in Italia? (con una risposta a nFA)

La minaccia di Giulio Tremonti ("pensiamo che qualche sacrificio debbano farlo banche e petrolieri") suona di populismo lontano un miglio, ma potrebbe anche nascondere il concreto rischio di un aumento delle tasse. La tesi del ministro dell'Economia è che la bolla petrolifera attualmente in corso (*) determini una extra-rendita per i petrolieri, e che questa debba essere almeno parzialmente incamerata dallo Stato a favore dei cittadini. Questo, nel mondo di Giulio oltre lo specchio. La realtà è, a seconda dei punti di vista, più complessa e più semplice. La cosiddetta rendita petrolifera (è un termine scorretto e fuorviante, ma continuerò a utilizzarlo per comodità) è confinata al segmento upstream. In pratica, la incassa chi ha i pozzi.

Visto che l'unico petroliere italiano ad avere pozzi significativi è l'Eni (ok, c'è anche qualcun altro in Basilicata e ci sono i piccoli qui e là), una tassazione sulla rendita petrolifera sarebbe più che altro una partita di giro. Oggi, lo Stato incassa la sua parte (senza particolare beneficio per i cittadini) attraverso i maxidividendi della compagnia pubblica; all'altro modo la otterrebbe per via fiscale. Per le finanze pubbliche non farebbe una gran differenza, e neppure per l'Eni, che nell'un caso come nell'altro dovrebbe sacrificare gli investimenti in esplorazione (con seri problemi per le sue prospettive di lungo termine, come hanno evidenziato, tra gli altri, Orazio Carabini e Massimo Mucchetti). Oddio, ci sarebbe un effetto in prospettiva: l'aumento delle imposte sull'upstream scoraggerebbe le attività estrattive da parte dei soggetti diversi dall'Eni, con un'ulteriore contrazione della concorrenza nel settore. L'Italia è un piccolo paese produttore, ma - col Wti sopra i 127 dollari - ogni goccia di greggio è benvenuto. Comunque, su tutte queste cose - e sul rapporto tra i prezzi italiani di benzina e gasolio e quelli europei - è pienamente condivisibile l'analisi di Giulio Zanella su noise From Amerika.

Dove non mi trovo d'accordo con Zanella è sulla conclusione: "se vogliamo tassare i petrolieri perché hanno guadagnato così tanto dall'aumento dei prezzi (nulla da obiettare: se poi questo avesse la conseguenza involontaria di stimolare lo sviluppo di fonti alternative, allora sarebbe anche una buona notizia) in base allo stesso principio è anche lo stato a dover stringere un po' la cinghia". Non mi trovo d'accordo per due ragioni.

1. Non capisco bene cosa Zanella voglia tassare. Visto che lui stesso ci ha spiegato che le imposte sull'upstream (cioè sulla rendita petrolifera di Tremonti) in Italia avrebbero poco o nessun effetto, forse si riferisce al downstream. Ma il downstream è in (relativa) sofferenza (tranne le raffinerie), come sempre accade quando i prezzi del greggio sono alti. E, in ogni caso, non sarebbe difficile per le compagnie trasferire quasi integralmente la tassazione aggiuntiva al consumatore, col risultato che, di fatto, la "redistribuzione della rendita" si trasformerebbe in un aumento della tassazione (nel breve termine, la domanda è rigida e l'offerta è relativamente elastica: in queste condizioni gran parte dell'incremento della pressione fiscale può essere shiftato).

2. Ancora meno condividuo l'auspicio che il gettito della tassazione venga utilizzato per incentivare (ancora!!) le fonti rinnovabili. Le cosiddette fonti verdi godono di una mole ingiustificata di sovvenzioni: i certificati verdi, il Cip6, le quote di emissione e le accise (gli ultimi due non sono finanziamenti diretti), eccetera (#). Per non dire dell'autentico scandalo del conto energia, che valorizza a 44 centesimi il kWh fotovoltaico, contro un prezzo di mercato di circa 13. Creando, così, una duplice e perversa forma di redistribuzione: mentre la totalità della popolazione (compresi i poveri, anzi, soprattutto loro) è costretta a pagare via tariffa, i cosiddetti sviluppatori e gli installatori si mangiano la loro bella fetta, e l'altra fetta se la mangiano i ricchi con la villa ben esposta al sole. Tutti i lettori che vivono in un appartamento, magari all'ombra, stanno pagando le pompe della piscina dei paperoni.

Tutto questo mi conduce a una, non sorprendente, conclusione: tassare la "rendita petrolifera" è sbagliato e controproducente. In un paese come il nostro, forse sarebbe più opportuno discutere di riduzione del carico fiscale.

(*) Mia opinione: i prezzi continueranno ad aumentare fino alla fine dell'estate (forse con una flessione a giugno) in corrispondenza con la driving season, che metterà sotto pressione le raffinerie europee e americane e farà crescere all'inverosimile la domanda di greggi di buona qualità (i sauditi continueranno ad avere in giacenza vagonate di olio sour, che nessuno vorrà pigliarsi). Dopo l'estate, però, i prezzi potrebbero gradualmente scendere. L'assunzione critica dietro questa sensazione (non la chiamerei previsione) è che la crisi finanziaria sia a sua volta destinata a rallentare, nei prossimi mesi, e che anche alla Fed salirà la domanda di camomilla. In caso contrario, l'olio continuerà ovviamente a salire.

(#) Sul Corriere economia, il capo del Wwf Enzo Venini propone cinque ragioni per dubitare del nucleare. Mi stupisco che un uomo della sua intelligenza non si renda conto che gli stessi argomenti possono essere utilizzati, e a maggior ragione, contro i sussidi alle rinnovabili, il solare in particolare.

domenica 18 maggio 2008

Fallimenti del mercato

Intervistato sul Sole 24 ore in merito all’aumento del costo del petrolio, Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, dichiara: «siamo di fronte a un caso scolastico di fallimento del mercato».
Quando gli viene chiesto perché, continua: «perché quando hai i senatori democratici americani che propongono una legge per valutare se c'è stata una speculazione del mercato vuol dire che la tentazione di regolare i mercati è forte, troppo forte per resistere».
Ora, tutti sappiamo che i fallimenti del mercato sono uno degli escamotages inventati dagli economisti per giustificare l’intervento pubblico. Solitamente, questi economisti cercano di giustificare quando e perché ci sia un fallimento del mercato che richieda l’intervento statale. Nell’articolo del Sole, invece, il meccanismo invece è circolare: c’è un fallimento del mercato perché lo stato vuole intervenire! Sarebbe come a dire che c’è un tumore perché l’oncologo ha voglia di operare…
Senza contestare la teoria generale dei fallimenti del mercato, che pure è tutt’altro che solida, vediamo più attentamente i punti d’analisi.

Il cartello.
Questo è un esempio banale di fallimento del mercato. e diventa ancora più banale quando si parla di petrolio: l’Opec. L’Opec è un cartello dichiarato, è formato da petrolieri avidi, e per di più mediorientali: come si fa a non odiarli? Peccato che da quando è in piedi, non sia riuscito una volta a tener fede alle dichiarazioni cartellistiche: troppo forte l’incentivo a “scartellare”. Non a caso, a Microeconomia – corso introduttivo, è l’esempio scolastico non della pericolosità dei cartelli, ma della loro instabilità (a causa del dilemma del prigioniero).

La guerra
Sicuramente la guerra è una brutta cosa. Sicuramente l’instabilità geopolitica del Medioriente rende più difficile il funzionamento del mercato. Ma non è un fallimento del mercato: è un fallimento della politica, della diplomazia, del genere umano, financo. È una causa esogena, non un fallimento del meccanismo di coordinamento delle attività umane che è il mercato. Sarebbe come a dire che se in seguito ai bombardamenti la gente muore è un fallimento della medicina moderna.

Investimenti
Tabarelli continua spiegando che i paesi produttori, una volta nazionalizzate le imprese, hanno perso la possibilità di usufruire della tecnologia estrattiva più avanzata, controllata dai paesi occidentali. Verissimo. Sarebbe forse più corretto dire che nazionalizzando i pozzi di petrolio, questi paesi hanno impedito la gestione da parte delle imprese più efficienti e l’hanno affidata a dei, ehm, “campioni nazionali”: ma è un fallimento del mercato o della politica?

La peste verde
Le chiacchiere ambientaliste con cui i governi dei paesi occidentali, ed in particolare l’utopica Europa del 20-20-20, amano trastullarsi stanno dando informazioni sbagliate ai produttori: fanno credere che fra qualche anno non avremo più bisogno di petrolio, e «per questo stanno spremendo quello che si può spremere per ricavare più possibile da ciò che hanno». Che l’idea di sopravvivere con i biocarburanti o l’idrogeno (e per trasformare l’idrogeno in una fonte di energia non bastano maggiori investimenti e più ricerca: bisogna abolire la seconda legge della termodinamica) sia una follia è vero. Ma, ancora una volta, chi ci ha infilati in questa follia? Il mercato, o la politica che sta drogando il mercato con decenni di incentivi all’energia verde?

Il costo marginalmente basso
Uno dei motivi per cui il caro-prezzi energetico, che si riverbera su tutti gli altri settori produttivi, è un fallimento del mercato è perché… «la benzina costa ancora meno dell'acqua. Considerando anche la tassazione elevata, il costo è ancora marginalmente basso... ». L’osservazione si commenta da sé.


Il prezzo del petrolio sta salendo. E salirà ancora, probabilmente, perché la domanda aumenta. Non è il mercato che può ridurre la domanda - a meno che non vogliamo augurarci che si personifichi e vada ad ammazzare un qualche miliardo di asiatici in paesi che stanno crescendo ed, orrore!, vogliono la macchina e l’elettricità in casa come noi. Il mercato non può nemmeno moltiplicare i pozzi di petrolio. Tutto quello che può fare è comunicare, attraverso i prezzi, ai produttori che c’è più gente che vuole questi prodotti: e lo sta facendo benissimo. È colpa del mercato se una serie di cause politiche non rendono possibili gli investimenti? È colpa delle sette sorelle se non gli vengono concessi i permessi per fare il loro lavoro ed aumentare l’offerta?

Qualche giorno fa, alla presentazione di un bel libro del prof. Clò, qualcuno ha detto che non possiamo fare affidamento sul mercato, per assicurarci la sicurezza energetica, perché basta un nulla per farlo crollare. L’esempio utilizzato era l’uragano Katrina, che ha allagato alcuni stabilimenti di raffinazione, mettendo in ginocchio la produzione americana. Ovviamente, se l’uragano si fosse chiamato Natasha ed avesse colpito gli stabilimenti dell’Unione Sovietica dei bei tempi, questi non si sarebbero allagati…
Anche in questo caso, invece, il mercato è stato impeccabile: aumentando i prezzi dell’energia, ha subito attirato investimenti e permesso di risistemare gli impianti in meno di due mesi.
Cosa vogliamo di più, per dichiarare che non c’è un fallimento del mercato? Che impedisca il maltempo?

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Elettricità, le voci del caro-fattura

di Jacopo Giliberto, Sole 24 ore
L'energia costa troppo, si cercano strade per limare il prezzo del chilowattora, c'è chi sostiene i vantaggi economici del carbone e chi immagina il ricorso al nucleare. Intanto nella bolletta elettrica, insieme con la corrente, ogni consumatore senza saperlo finanzia la Thyssen Krupp per le acciaierie di Terni. Ma un sottocosto speciale, pagato da tutti i consumatori, c'è anche per le Ferrovie dello Stato e i due stabilimenti Alcoa (alluminio) in Sardegna e a Marghera. Queste tariffe sottocosto ad alcune (e solamente alcune) aziende sono pagate dai consumatori 520 milioni. E poi i contributi per finanziare la corrente delle piccole isole, non collegate alla grande rete italiana. Nella bolletta elettrica si finanziano gli incentivi all'energia da fonti rinnovabili, 3,16 miliardi. E 520 milioni il nucleare che non abbiamo. Uno sconto elettrico alla grande industria che fa contratti di "interrompibilità". Per la ricerca e l'innovazione, nel 2008 pagheremo 60 milioni. E ancora le tasse, quasi il 14% del prezzo finale del chilowattora.
Sono più di una dozzina le voci nascoste della bolletta elettrica. Eredità di un passato monopolista, quando lo Stato era l'Enel e l'Enel era lo Stato, quando l'incentivo a una o all'altra fabbrica (in genere anch'essa di Stato, come lo erano le acciaierie di Terni o l'alluminio) era deciso dal Governo.
A dispetto della liberalizzazione, oggi per una famiglia classica i costi più propriamente elettrici pesano per l'80% della fattura. Secondo le stime dell'Autorità dell'energia, l'approvvigionamento (cioè quanto spendono le società elettriche per produrre i chilowattora) è il 64%, mentre la tariffa per la rete (il trasporto) e la misurazione (i contatori, i "letturisti" che bussano alla porta di casa e così via) sono il 13,9% della bolletta. Le imposte sono il 13,9% e gli oneri generali (quelle voci stravaganti accennate qui sopra) sono l'8,2%.
L'Autorità dell'energia, dove può sfòrbicia. Un poco alla volta, in cinque anni ha tagliato del 20% le tariffe di trasporto, misura e distribuzione. Non ha potuto intervenire sulle voci obbligate dalla legge, come il nucleare, gli incentivi e gli sconti pagati ad alcuni dagli altri consumatori. Nel frattempo, mentre l'Autorità limava le unghie alle bollette, il petrolio dava zampate con gli artigli.
Per avvicinare il costo del chilowattora ai veri costi di produzione, l'Autorità dell'energia ieri ha annunciato un nuovo sistema di calcolo del prezzo della corrente, che partirà con l'anno nuovo. Dal 2010 tutti i consumatori avranno le tariffe biorarie, con sconti sul chilowattora consumato di notte, nei weekend e in agosto, quando la domanda è bassa e le quotazioni alla Borsa elettrica sono meno infocate.
Tra gli oneri c'è il contestatissimo incentivo Cip6, che aiuta soprattutto le centrali elettriche delle raffinerie di petrolio, e ci sono gli "stranded cost" della liberalizzazione, che si traduce nel sovraccosto dovuto all'inghippo in cui era incappata una dozzina di anni fa l'Enel per approvvigionarsi di metano. L'Enel aveva stipulato un contratto vincolato di fornitura di gas liquefatto in Nigeria, aveva provato a costruire il rigassificatore a Montalto di Castro, poi tutto era finito in una bolla. Ma il gas era da pagare comunque, e con una complessa e costosa triangolazione si è riusciti a fa arrivare quel metano in Italia. Lo scherzetto nigeriano costa quest'anno 210 milioni.
Nella voce nucleare si pagano la Sogin per smantellare le centrali, si danno 0,02 centesimi al chilowattora per risarcire i comuni che ospitano scorie atomiche e sono state saldate le aziende che stavano costruendo le centrali bloccate dal referendum dell'87 (15mila miliardi di lire). La componente nucleare vale 0,18 centesimi per un gettito di circa 520 milioni di euro ma, di questi, 100 milioni sono prelevati direttamente dall'Erario per altri scopi.
Poi ci sono i (giustissimi) incentivi alle fonti rinnovabili, e quelli per gli impianti fotovoltaici. Costosi ma indispensabili. Tra Cip6 e fonti rinnovabili gli italiani pagano quest'anno circa 3.160 milioni.
Ogni tanto, i Governi si sono provati a ritoccare queste voci. Apriti cielo. Un caso per tutti: la Thyssen Krupp ha minacciato di chiudere l'acciaieria e a fine gennaio, quando contro l'incentivo è intervenuta perfino l'Unione europea, il Governo italiano è dovuto intervenire a Bruxelles in difesa della Thyssen Krupp.

giovedì 15 maggio 2008

Energia: parte il Festival

Da domani sarò a Lecce per il primo Festival dell'Energia. Se possibile, seguirò in liveblogging alcuni degli eventi (se sarà disponibile copertura wireless).

mercoledì 14 maggio 2008

Turmes contro Turmes

Claude Turmes - importante esponente verde all'europarlamento e relatore della proposta di direttiva sulle fonte rinnovabili - ha rilasciato una interessante intervista nella quale dice molte cose interessanti e giuste. Turmes ha ragione nel denunciare la confusione della proposta di direttiva della Commissione in relazione al trading di certificati di origine sulle rinnovabili. Aggiungo che è assurdo limitare in qualunque modo e forma il trading - che in questo caso, a differenza che in quello della CO2, a mio avviso è la soluzione più efficiente - o porre dei limiti all'installazione di fonti rinnovabili certificate fuori dai confini dell'Ue. Dopo tutto, quello che conta (ai fini del raggiungimento del target) è che il 20 per cento dell'energia consumata in Europa sia rinnovabile: che differenza fa se viene generata in Francia oppure in Turchia?

Un secondo punto toccato da Turmes - e che condivido totalmente - è questo: "sarei molto cauto con l'obiettivo del 10 per cento di biocarburanti. Penso che stiamo correndo verso qualcosa che non è ancora ben compreso. Nel mio rapporto propongo di abbandonare questo target". Sulla cosa sono talmente d'accordo che l'avevo scritta nel 2006, anche se all'epoca ancora non si parlava di un obiettivo tanto ambizioso (o stupido). Però mi e vi chiedo: da cosa nasce la politica dei biocarburanti? La risposta è semplice: nasce dall'interesse congiunto degli amici di Turmes, cioè i movimenti ecologisti europei, e delle lobby agricole. Gli uni scioccamente appoggiano acriticamente tutto ciò che ha un prefisso come eco- oppure bio-, senza prendersi la briga di metterci il naso. Gli altri intelligentemente hanno colorato di verde i sussidi che da decenni mantengono artificialmente gonfi i loro portafogli. Ora, a me va bene che Turmes e gli ambientalisti cambino idea: ma sarebbe opportuno ammetterlo (come faccio io quando mi capita di cambiare idea, e come fanno tutte le persone perbene: mica è un reato, cambiare idea). Inoltre, i movimenti verdi non dovrebbero solo ammettere pubblicamente di essersi sbagliati: dovrebbero anche riconoscere le loro enormi responsabilità nell'avviare una politica europea da cui, oggi, vedo poche vie d'uscita.

Infine, sebbene non ne parli in quest'intervista, Turmes si fa portatore di altre due proposte, da cui dissento invece nella maniera più radicale. La prima: garantire l'allacciamento alla rete delle fonti rinnovabili senza costi, anche quando questo comporta la realizzazione di rami di reti ad hoc. Ovviamente in questo modo si falsano ulteriormente i costi delle fonti energetiche e si scarica in tariffa quello che invece è, a tutti gli effetti, una componente del costo industriale di queste tecnolgie. Vedi alla voce: sussidio mascherato. La seconda proposta è di stabilire dei target intermedi per il raggiungimento dell'obiettivo del 20 per cento di rinnovabili. La logica di Turmes è chiara - il suo timore è di andare avanti fino a un attimo prima del 2020 con promesse e pacche sulla spalla, mentre lui vuole fatti. Ma bisogna anche tener conto che, da un punto di vista pratico, la capacità di mettere in funzione nuove fonti energetiche dipende, più che dalla propensione a investire delle aziende (che c'è, almeno finchè gli investimenti in rinnovabili saranno sussidiati come lo sono oggi), dalla lentezza delle procedure di autorizzazione. Se ci vuole un anno per la posa di un campo eolico, ma tre anni per l'autorizzazione, porre dei target - diciamo - a due anni è assurdo, perché essi verranno sistematicamente mancati, senza colpa di nessuno degli attori che poi sarebbero chiamati a pagarne le conseguenze.

lunedì 12 maggio 2008

domenica 11 maggio 2008

Max Pezzali: io vivo adesso

Il testo dell'ultima canzone di Max Pezzali è semplicemente splendido. Un applauso.

venerdì 9 maggio 2008

Il trionfo del Suv

Ha destato scandalo e follia un articolo della nuova legge sulla sicurezza stradale, voluta dal ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi, che fissa a 60 kW la potenza specifica massima (cioè il rapporto tra potenza del motore e peso del veicolo) delle auto per i neopatentati. Ovviamente, hanno ragione coloro che denunciano il paradosso secondo cui i ragazzini freschi di abilitazione alla guida potrebbero tranquillamente mettersi al volante di un Pajero o di una Testarossa, ma non di una Smart o di una 500. E la norma è profondamente stupida, per cui speriamo sia presto riformata. Però c'è un aspetto interessante: la logica del provvedimento è che, a parità di altre condizioni, una macchina più pesante è anche più sicura. Sbaglio, oppure questo è lo stesso governo che, durante la prima finanziaria, ha tentato un blitz contro i Suv? E sbaglio, oppure uno degli argomenti degli anti-gipponi è proprio quello secondo cui essi sarebbero veicoli meno, e non più, sicuri degli altri? E' divertente il fatto che il peggior ministro dell'esecutivo guidato da Romano Prodi abbia implicitamente assunto una posizione a suo modo provocatoria e controintuitiva, ma corretta. E strappa un sorriso il fatto che i nemici dei fuoristrada da città non se ne siano neppure accorti. Le bugie hanno le gambe corte.

Il cap & trade non funziona

Buona lettura e istruttiva, questa, a proposito della mitologia per cui green is good.

Riscaldamento globale. Il Polo sud non collabora

Peggio di quanto previsto. L'estate più calda, l'uragano più violento, la siccità più lunga. I "più" riferiti al riscaldamento del pianeta sono sempre negativi. Almeno quelli che la fanno da padrone sui giornali ed in tv. Un "più" politicamente scorretto viene segnalato d Steve McIntyre su Climate Audit: al Polo sud mai tanto ghiaccio come negli ultimi cinque mesi da quando, trent'anni fa, sono iniziati i rilevamenti. Il clima deve essere davvero impazzito: come si permette di non conformarsi ai modelli?

giovedì 8 maggio 2008

L'euro, il dollaro, il barile

Che il Wti potesse superare la soglia dei 120 dollari al barile era impensabile fino a poco tempo fa. Adesso un rapporto della banca d'affari Goldman Sachs prevede che, nei prossimi 6-24 mesi, si potrebbero raggiungere i 150 o addirittura i 200 dollari. Addirittura il Wall Street Journal lancia un sondaggio chiedendo ai navigatori non se, ma quando tale soglia verrà infranta (solo il 25 per cento ritiene che ciò non si verificherà) (*). Cosa sta succedendo ai prezzi del petrolio? Perché tutte le previsioni, comprese le mie, sono da mesi ribassiste mentre il barile continua a crescere?

La questione è di estrema complessità. Mi pare però siano da isolare alcune componenti delle quotazioni internazionali del greggio. La prima è il rapporto tra euro e dollaro. Una delle ragioni della crescita degli ultimi mesi è indubbiamente il fatto che il barile sia scambiato in dollaro, moneta che - principalmente a causa della politica monetaria della Fed - si è andata svalutando. Tuttavia, gli andamenti dell'ultima settimana sembrano smentire questa tesi: come ha ricordato John Authers, da inizio maggio il petrolio è cresciuto dell'8 per cento, mentre l'euro ha ceduto al dollaro l'1,7 per cento. Si è rotto il giocattolo? Non è così. Sono intervenuti, nel frattempo, tre fattori. Il primo, di natura fisica, dipende dal timore di ulteriori problemi in Nigeria, regione critica per l'approvvigionamento petrolifero, anche se i timori sembrano rientrare. Secondo, la recessione americana - da mesi annunciata - non si fa vedere, e questo sta facendo sparire qualche nuvola dai cieli degli investitori, che iniziano a riguadagnare confidenza nel futuro. Se non vi sarà recessione, non vi sarà neppure contrazione dei consumi, quindi i mercati si aspettano il persistere di una domanda sostenuta. Terzo, il rafforzamento del dollaro sull'euro degli ultimi giorni non deriva da alchimie monetarie, ma dalla crescente convinzione dei mercati da un lato che gli Stati Uniti non entreranno in recessione, dall'altro che invece l'economia europea sia in difficoltà. La domanda europea è meno consistente di quella americana, e più rigida: quindi l'aspettativa di un raffreddamento impatta i cambi ma non il barile.

Questo per quanto riguarda le evoluzioni più recenti. Resta da capire cosa possa spiegare un livello tanto sostenuto dei prezzi. Naturalmente, l'ho già detto, la debolezza del dollaro, che in termini assoluti resta a terra, nonostante il moderato apprezzamento dell'ultima settimana. Tanto più che la Fed potrebbe insistere nella sua politica di taglio dei tassi. Secondariamente, la crisi finanziaria - la quale appare oggi forse meno grave di quanto si potesse temere, ma è ancora presto per dirlo - che spinge gli investitori a scommettere su titoli difensivi, e il mercato delle commodities lo è. Vi è poi il fatto che non passa giorno senza che a un problema risolto ne subentri uno nuovo: da mesi il barometro politico del greggio segna tempesta in Nigeria, Venezuela, Russia, e altri petrostati, senza contare la produzione irachena che non si sa, quella iraniana che resta decisamente al di sotto delle sue potenzialità, eccetera (#). A questi problemi vanno aggiunte le turbolenza al livello della raffinazione, che ancora rappresenta un collo di bottiglia. La domanda asiatica continua a salire, nonostante i prezzi alti (che quindi non sono troppo alti e potrebbero, al netto dell'effetto-crisi e dell'effetto-dollaro, continuare a salire). L'inverno è stato molto freddo, almeno in Nordamerica, e anche qui da noi si è prolungato più del normale. Al tempo stesso, ora sta iniziando la primavera, quindi possiamo attenderci un rilassamento della domanda, almeno fino all'estate (quando la domanda tornerà a salire, ragion per cui è possibile che i 150 verranno comunque raggiunti). Resto, nonostante tutto, convinto che questa dinamica sia destinata a investirsi: a dispetto degli incidenti geopolitici, gli investimenti in nuova capacità produttiva hanno portato la spare capacity a crescere rispetto ai minimi di qualche anno fa, e anche nel downstream i colli di bottiglia sono destinati gradualmente a risolversi. Credo quindi che i fondamentali siano solidi e si stiano rafforzando, dando ragione alle prospettive ribassiste. Poiché i driver della crescita del barile sono politici - si tratti di politica monetaria o di geopolitica - e finanziari, è in quella direzione che bisogna guardare per prevedere dove andrà il greggio. Se hanno ragione coloro che pensano che l'attuale crisi finanziaria sia destinata a chiudersi in tempi relativamente rapidi, e se davvero gli Usa supereranno il rallentamento dell'economia senza entrare in recessione, tra pochi mesi il boccino potrebbe spostarsi nuovamente, come non accadeva da tempo, nelle mani dell'Opec e nelle sue manovre a sostegno dei prezzi. Sono due "se" molto grandi e a cui non sono in grado di rispondere, ma sono anche due "se" incoraggianti perché suggeriscono che la crisi petrolifera non sia, a conti fatti, una crisi petrolifera.

(*) Io ho votato per lo scenario più allarmistico: faccio parte del 29 per cento che pensa sia possibile arrivare a 150 entro la fine dell'estate. Ritengo che, se non sarà raggiunto ora, non accadrà neppure in futuro. In verità, il mio allarmismo poggia su basi di ottimismo, come ho cercato di spiegare in questo post.
(#) A proposito di Iran: non fatevi convincere che la decisione di Teheran di vendere il greggio in euro anziché in dollari abbia qualche influenza reale. Infatti, già adesso a causa dell'embargo nessuna azienda americana opera giacimenti o comunque acquista greggio dal paese islamico. Inoltre i prezzi restano agganciati, e non può essere altrimenti, a quelli internazionali, che sono denominati in dollari.

mercoledì 7 maggio 2008

Il parlamento Ue dice no alla fuffa franco-tedesca

La Commissione industria del Parlamento europeo ha bocciato la "terza via" chiesta da nove Stati membri, capitanati da Francia e Germania. In realtà la terza via non è altro che la vecchia, vecchissima prima via, cioè l'integrazione verticale a favore dei monopolisti pubblici o parapubblici che siano. L'assemblea di Bruxelles ha così dato un segnale preciso a una Commissione che da mesi pare pavida e silenziosa: per avere competizione reale sui mercati europei, occorre procedere alla separazione proprietaria delle reti. L'unbundling non è sufficiente, ma è senza dubbio necessario. In Italia, questo tema riguarda soprattutto il settore del gas naturale, in quanto Snam Rete Gas (che gestisce la rete) e Stogit (che opera gli stoccaggi) sono controllati dall'Eni. Nel settore elettrico il problema è di minore rilevanza, dacché Terna è già da tempo scorporata dall'Enel, sebbene sia ancora da risolvere il conflitto di interessi che vede lo Stato, attraverso la Cassa depositi e prestiti, azionista sia dell'Enel che di Terna. In verità la risoluzione votata dal Parlamento era relativa specificamente al settore elettrico, ma non si può ignorare la sua rilevanza - seppure indiretta e solo indicativa - anche per il gas. Al momento non sono ancora disponibili (almeno, io non li trovo) i verbali della riunione. Sarà interessante vedere lungo quale linea ideologica si siano divisi gli europarlamentari. Il comunicato del Parlamento informa che la terza via è stata bocciata 26-22 (con e astenuti), ma non dice chi abbia votato come. La pagina web della Commissione industria al momento (ore 19,26 del 7 maggio) spiega che il prossimo meeting sarà il 6 maggio (cioè ieri). Aspettiamo fiduciosi.

martedì 6 maggio 2008

domenica 4 maggio 2008

Il gasolio supera la benzina. La fine di un'illusione

Il sorpasso dei prezzi del gasolio su quelli della benzina sembra segnare la fine di un'epoca. A ben guardare, non è proprio così: pare concludersi un'illusione ottica, più che altro. Infatti, i prezzi industriali di benzina e gasolio (cliccare per vedere le serie storiche) ruotano attorno a valori molto vicini tra di loro da almeno vent'anni, e il diesel è più caro della benzina dal 2005.

A determinare la distanza, in passato, era soprattutto la componente fiscale, che per ragioni politiche era meno pesante sul diesel (il quale era però punito in altro modo, attraverso il superbollo, almeno fino a non troppo tempo fa). Per esempio, nel 1995 la componente fiscale del prezzo alla pompa del gasolio era di 0,491 euro/litro, mentre sulla benzina pesava per 0,653 euro/litro (il prezzo industriale era, rispettivamente, 0,204 e 0,234 euro/litro). A dominare la componente fiscale, in quegli anni di bassi prezzi del greggio, erano le accise. Nel frattempo, esse sono state più volte aumentate, ma sul gasolio in misura più che proporzionale. Il risultato è che, nel 2007 (gennaio-novembre), il prezzo industriale di gasolio e benzina era, rispettivamente, 0,540 e 0,507 euro/litro, laddove la componente fiscale era rispettivamente pari a 0,611 e 0,779 euro/litro. (Notate che il prezzo industriale del gasolio ha superato quello della benzina già dal 2005). Perché questo rapporto si trasmette solo adesso al prezzo alla pompa? Perché solo oggi, con prezzi record, l'effetto Iva (che dipende dal prezzo industriale, di cui rappresenta il 20 per cento) supera la differenza tra le accise (che invece sono indipendenti dal prezzo). A parità di accise, una contrazione anche modesta dei prezzi industriali riporterà il gasolio al di sotto della benzina.

Va però detto che la più rapida crescita delle accise sul gasolio è destinata a continuare, per due ragioni. La prima è nazionale: la tendenza di tutti gli ultimi governi è stata quella di aumentare l'accisa sul gasolio per rispondere alla crescita dei consumi, dettata proprio dalla convenienza del diesel. La seconda è europea: il Parlamento europeo ha accolto una proposta della Commissione che prevede di parificare, dal 2015, le accise su benzina e gasolio. In sé la proposta non è sbagliata: è giusto che la competizione tra questi due carburanti sia dettata da ragioni economiche e tecnologiche, non fiscali. E' discutibile, naturalmente, conseguire l'uguaglianza facendo progressivamente salire le accise sul gasolio ai livelli di quelle sulla benzina, anziché viceversa.

In ogni caso, cosa comporta questo fenomeno? Probabilmente, il travaso dei consumi dalla benzina al diesel, nei prossimi anni, rallenterà, come del resto traspare anche dalle previsioni al 2020 formulate dall'Unione petrolifera (che però non sembra considerare questo specifico fattore fiscale). Secondo l'associazione dei petrolieri, infatti, il trend fondamentale nei prossimi anni sarà verso una riduzione della domanda di carburanti tout court: all'interno di questa tendenza, si identificano sia la continua discesa della domanda di benzina (che però vedrà una decelerazione: nel 2010-2015 l'Up prevede che si passerà da 10,2 Mton/anno a 8,6, mentre nel successivo quinquennio il calo sarà di sole 0,4 Mton/anno). Il gasolio per autotrazione, invece, continuerà a crescere blandamente fino al 2010, quando raggiungerà il picco di 27,1 Mton/anno, per poi avviarsi in una ripida discesa fino a 25,4 Mton/anno nel 2020, valore nei dintorni di quello toccato nel 2006.

Cosa comporta, questo, dal punto di vista pratico? Poiché in Italia la vita media di un'automobile è di 14 anni, e poiché la parificazione è prevista per il 2015, se ritenete credibile l'impegno europeo su questo fronte (io ci credo) e se intendete cambiare macchina, fatevi due conti in tasca tenendo conto che è probabile che, in futuro, il diesel continuerà a costare più della benzina anche se i prezzi industriali dovessero scendere, facendo sì che l'effetto accisa torni a prevalere sull'effetto Iva. La convenienza economica (o la sua assenza) del diesel sarà sempre più legata alle prestazioni, e sempre meno ai prezzi.

PS Disclosure: io ho da poco cambiato auto. Nonostante quanto appena scritto, ho preso un diesel, perché nonostante la differenza di prezzo sia destinata strutturalmente ad attenuarsi o addirittura invertirsi (quando ho comprato la nuova macchina il gasolio era ancora stabilmente al di sotto della benzina), i consumi più ridotti mi parevano fornire un incentivo ragionevole a restare su questo combustibile. Bisogna però anche considerare che io non chiedo alla mia auto prestazioni "sportive", quindi non sono un fan della benzina, e che faccio molti chilometri, quindi la vita media di una mia auto è significativamente inferiore ai 14 anni.

sabato 3 maggio 2008

Bye Bye Ken, Welcome Boris

UPDATE: Sul Foglio splendido ritratto di Erica Scroppo, con una mia piccola chiosa.

Un sentito e felice applauso a Boris Johnson, neosindaco di Londra. Il primo cittadino uscente, Ken Livingstone "il Rosso", aveva caratterizzato la campagna elettorale sui temi ambientali: i londinesi hanno risposto con un sonoro pernacchione al suo catastrofismo. Con Boris comincia una nuova era. Per Londra e, speriamo, per i Tories.


Londoners now face a stark choice. Boris Johnson is an environmental vandal, whose main contribution to environmental policy was as a cheerleader for George W Bush's disastrous decision to oppose the Kyoto climate treaty. The election is neck and neck and everyone who cares about the environment needs to vote with the first and second preferences for myself and Sian Berry if we are to stop Boris Johnson wrecking London's environment.
--Ken Livingstone, 25 April 2008