La minaccia di Giulio Tremonti ("pensiamo che qualche sacrificio debbano farlo banche e petrolieri") suona di populismo lontano un miglio, ma potrebbe anche nascondere il concreto rischio di un aumento delle tasse. La tesi del ministro dell'Economia è che la bolla petrolifera attualmente in corso (*) determini una extra-rendita per i petrolieri, e che questa debba essere almeno parzialmente incamerata dallo Stato a favore dei cittadini. Questo, nel mondo di Giulio oltre lo specchio. La realtà è, a seconda dei punti di vista, più complessa e più semplice. La cosiddetta rendita petrolifera (è un termine scorretto e fuorviante, ma continuerò a utilizzarlo per comodità) è confinata al segmento upstream. In pratica, la incassa chi ha i pozzi.
Visto che l'unico petroliere italiano ad avere pozzi significativi è l'Eni (ok, c'è anche qualcun altro in Basilicata e ci sono i piccoli qui e là), una tassazione sulla rendita petrolifera sarebbe più che altro una partita di giro. Oggi, lo Stato incassa la sua parte (senza particolare beneficio per i cittadini) attraverso i maxidividendi della compagnia pubblica; all'altro modo la otterrebbe per via fiscale. Per le finanze pubbliche non farebbe una gran differenza, e neppure per l'Eni, che nell'un caso come nell'altro dovrebbe sacrificare gli investimenti in esplorazione (con seri problemi per le sue prospettive di lungo termine, come hanno evidenziato, tra gli altri, Orazio Carabini e Massimo Mucchetti). Oddio, ci sarebbe un effetto in prospettiva: l'aumento delle imposte sull'upstream scoraggerebbe le attività estrattive da parte dei soggetti diversi dall'Eni, con un'ulteriore contrazione della concorrenza nel settore. L'Italia è un piccolo paese produttore, ma - col Wti sopra i 127 dollari - ogni goccia di greggio è benvenuto. Comunque, su tutte queste cose - e sul rapporto tra i prezzi italiani di benzina e gasolio e quelli europei - è pienamente condivisibile l'analisi di Giulio Zanella su noise From Amerika.
Dove non mi trovo d'accordo con Zanella è sulla conclusione: "se vogliamo tassare i petrolieri perché hanno guadagnato così tanto dall'aumento dei prezzi (nulla da obiettare: se poi questo avesse la conseguenza involontaria di stimolare lo sviluppo di fonti alternative, allora sarebbe anche una buona notizia) in base allo stesso principio è anche lo stato a dover stringere un po' la cinghia". Non mi trovo d'accordo per due ragioni.
1. Non capisco bene cosa Zanella voglia tassare. Visto che lui stesso ci ha spiegato che le imposte sull'upstream (cioè sulla rendita petrolifera di Tremonti) in Italia avrebbero poco o nessun effetto, forse si riferisce al downstream. Ma il downstream è in (relativa) sofferenza (tranne le raffinerie), come sempre accade quando i prezzi del greggio sono alti. E, in ogni caso, non sarebbe difficile per le compagnie trasferire quasi integralmente la tassazione aggiuntiva al consumatore, col risultato che, di fatto, la "redistribuzione della rendita" si trasformerebbe in un aumento della tassazione (nel breve termine, la domanda è rigida e l'offerta è relativamente elastica: in queste condizioni gran parte dell'incremento della pressione fiscale può essere shiftato).
2. Ancora meno condividuo l'auspicio che il gettito della tassazione venga utilizzato per incentivare (ancora!!) le fonti rinnovabili. Le cosiddette fonti verdi godono di una mole ingiustificata di sovvenzioni: i certificati verdi, il Cip6, le quote di emissione e le accise (gli ultimi due non sono finanziamenti diretti), eccetera (#). Per non dire dell'autentico scandalo del conto energia, che valorizza a 44 centesimi il kWh fotovoltaico, contro un prezzo di mercato di circa 13. Creando, così, una duplice e perversa forma di redistribuzione: mentre la totalità della popolazione (compresi i poveri, anzi, soprattutto loro) è costretta a pagare via tariffa, i cosiddetti sviluppatori e gli installatori si mangiano la loro bella fetta, e l'altra fetta se la mangiano i ricchi con la villa ben esposta al sole. Tutti i lettori che vivono in un appartamento, magari all'ombra, stanno pagando le pompe della piscina dei paperoni.
Tutto questo mi conduce a una, non sorprendente, conclusione: tassare la "rendita petrolifera" è sbagliato e controproducente. In un paese come il nostro, forse sarebbe più opportuno discutere di riduzione del carico fiscale.
(*) Mia opinione: i prezzi continueranno ad aumentare fino alla fine dell'estate (forse con una flessione a giugno) in corrispondenza con la driving season, che metterà sotto pressione le raffinerie europee e americane e farà crescere all'inverosimile la domanda di greggi di buona qualità (i sauditi continueranno ad avere in giacenza vagonate di olio sour, che nessuno vorrà pigliarsi). Dopo l'estate, però, i prezzi potrebbero gradualmente scendere. L'assunzione critica dietro questa sensazione (non la chiamerei previsione) è che la crisi finanziaria sia a sua volta destinata a rallentare, nei prossimi mesi, e che anche alla Fed salirà la domanda di camomilla. In caso contrario, l'olio continuerà ovviamente a salire.
(#) Sul Corriere economia, il capo del Wwf Enzo Venini propone cinque ragioni per dubitare del nucleare. Mi stupisco che un uomo della sua intelligenza non si renda conto che gli stessi argomenti possono essere utilizzati, e a maggior ragione, contro i sussidi alle rinnovabili, il solare in particolare.
lunedì 19 maggio 2008
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2 commenti:
Carlo, ti ringrazio per l'attenzione al mio articolo -- una lettrice di nFA mi ha segnalato questo tuo pezzo.
Una brevissima replica, per rispondere ai tuoi dubbi:
(1) Tu scrivi: "Non capisco bene cosa Zanella voglia tassare".
Io non voglio tassare niente: quello che dico e' che se Tremonti vuole spremere i petrolieri, faccia pure. Ma anche il governo ha guadagnato molto dall'aumento dei prezzi del petrolio, e quindi dovrebbe restituire questa sua "rendita". Come vedi non suggerisco di tassare ma di detassare (il che richiede di ridurre la spesa al contempo, ovviamente)
(2) Tu scrivi: "Ancora meno condividuo l'auspicio che il gettito della tassazione venga utilizzato per incentivare (ancora!!) le fonti rinnovabili."
Non ho auspicato questo. Parlo di una possibile "conseguenza involontaria" per cui se l'industria petrolifera e' tassata di piu' chi vuole investire nel settore energetico potrebbe trovare piu' conveniente investire in altre industrie nello stesso settore.
Grazie, spero di poter continuare la discussione qui o su nFA.
Giulio Zanella
Giulio, ti ringrazio delle precisazioni e mi scuso di aver frainteso il tuo pensiero. Siamo pienamente d'accordo sull'esigenza di detassare - anche se io il problema non lo vedo tanto nei termini di restituire la rendita pubblica, quando di ridurre strutturalmente la pressione fiscale sull'energia.
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