martedì 27 maggio 2008

With Rex we stand

Si terrà domani l'assemblea degli azionisti di ExxonMobil, ma maggior compagnia petrolifera al mondo nonché la più grande società privata quotata in borsa (capitalizza quasi 500 miliardi di dollari). Il gruppo, come nella tradizione, dichiara utili record e un conto economico di una solidità invidiabile. Questa volta, però, andrà in scena uno scontro all'arma bianca: da un lato gli eredi del fondatore John D. Rockefeller, dall'altra il management guidato dal Ceo e chairman Rex Tillerson. La famiglia Rockefeller chiede sostanzialmente due cose: la separazione delle funzioni di chairman e Ceo, e una maggiore sensibilità agli investimenti ecologici. Tradotto, questo vuol dire ridurre i poteri di Tillerson - che oggi, forte dei risultati, regna incontrastato sull'azienda - cambiare il modello di business, abbandonando la focalizzazione sul core business petrolifero per diversificare verso le fonti rinnovabili e simili.

La famiglia Rockefeller è un piccolo azionista della compagnia, per quanto blasonato, quindi non è in grado di battere i pugni più di tanto. Ha così scelto una strategia diversa: quella della campagna pubblica. Che è culminata in un articolo sul Financial Times del 22 maggio, firmato da Peter O'Neill e Neva Rockefeller Goodwin. Cosa si nasconde, dietro? In verità una battaglia simbolica. ExxonMobil è l'emblema della multinazionale che resta fedele alla sua mission di creare valore per gli azionisti. Non è meno rispettosa dell'ambiente delle sue concorrenti: del resto, anche Exxon deve sottostare alle regolamentazioni ambientali che valgono per tutti, nei paesi in cui opera, e come tutti affronta investimenti per cementare il consenso sociale attorno alle sue attività. La vera differenza sta nella scelta di non utilizzare il denaro degli azionisti per investimenti che non vengono giudicati promettenti. Miopia? Forse. Ma, semmai, si tratta di una miopia ben confortata dai numeri; anche perché le rinnovabili (grazie ai sussidi) possono dare molti utili, ma anche esporre a un significativo rischio politico.

La risposta migliore ai Rockefeller, comunque, è arrivata da Chuck Canterbury, capo di un sindacato di poliziotti con 324 mila soci. Queste persone, come moltissime altre, affidano i loro risparmi a un fondo pensione che detiene quote significative di ExxonMobil - certo più significative dei Rockefeller. In una lettera a Tillerson del 17 maggio, Canterbury ha scritto che "ExxonMobil è un esempio di come il duro lavoro, un management efficiente e un'attività imprenditoriale innovativa portano al successo. Le richieste dei Rockefeller minacciano di degradare il valore della società". E ancora: le loro risoluzioni imporrebbero "condizioni rigide e ideologiche", che "danneggerebbero la profittabilità e la crescita di ExxonMobil, e quindi danneggerebbe direttamente i poliziotti, i pompieri, gli insegnanti e gli altri dipendenti pubblici i cui contributi pensionistici vengono investiti nella compagnia". I blue collars hanno messo al loro posto i green collars, e c'è da sperare che la maggioranza degli azionisti non dia retta agli eredi ricchi e viziati dell'uomo che ha creato Standard Oil e, con essa, ha aperto le porte della modernità.

PS Della questione si occupano oggi Il Foglio e Il Riformista.

2 commenti:

Stein ha detto...

Ammiro gli stoici eredi di Rockefeller per l'intenzione dimostrata di voler combattere una battaglia già persa; con il petrolio a 130 dollari al barile anche un poliziotto o un pompiere può "diventare" un petroliere...scusate la rima.

Anonimo ha detto...

Non so chi tu sia (il fatto che scrivi per il il foglietto dice molto), ma sei un vero religioso. Il tuo dio si chiama ego, e si aggruma in denaro e potere. Ovviamente a un dio si può sacrificare tutto, potenza del sacro. Sono fermamente convinto di questo tuo fervore religioso, venderesti anche un tuo figlio per quel tuo dio. Tramontino gli dei, sorga la ragione che riconosce il bene di tutti il proprio bene. Ci fanno crescere con l'idea di trovarci in un mondo avanzato, ma il cammino nella cultura e la conoscenza di queste nostre società non fa che confermare la nostra tremenda arretratezza. Tu fai di questo mondo qualcosa di peggiore.
Prof. G.Rocci, Roma