lunedì 30 giugno 2008

Il ritorno dello Stato imprenditore

Tra le trovate del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ci sarebbe il ritorno alla programmazione economica. Un provvedimento anticipato da Mf e commentato oggi da Giuseppe Sarcina sul Corriere Economia istituirebbe infatti il "Comitato strategico per lo sviluppo e la tutela all'estero degli interessi nazionali", il quale dovrebbe valutare gli investimenti stranieri di tutte le imprese "a partecipazione pubblica". La cosa è molto grave perché gli investimenti di aziende parzialmente o maggioritariamente private (Eni ed Enel sono private al 70 per cento, anche se troppo spesso lo si dimentica) non possono essere subordinati ai desiderara di un organismo dichiaratamente politico. Se questo avviene, allora l'autonomia del management ne è grandemente ridotta, senza contare il fatto che spesso (fu il caso dell'opa Enel su Endesa) certe operazioni devono essere mantenute segrete fino all'ultimo. La sensazione, guardando a questo provvedimento e in generale alle azioni e parole di Tremonti, è che stiamo assistendo al ritorno dello Stato imprenditore.

domenica 29 giugno 2008

La vera storia del caro benzina

Ottima presentazione sul sito dell'Institute for Energy Research che spiega il caro benzina, cosa c'è dietro, cosa dobbiamo aspettarci.

sabato 28 giugno 2008

Quota 150?

Le quotazioni del greggio continuano a salire e ormai quota 150 è a un passo. Verrà inevitabilmente raggiunta, non foss'altro perché qualche burlone si divertirà ad acquistare un lotto di Wti a un prezzo tanto alto per il mero gusto di segnare un nuovo record, come accadde il 2 gennaio quando, con 100.000 dollari per 1000 barili, Richard Arens superò per primo la soglia psicologica dei 100 dollari. Non c'è ragione, insomma, per cui non possa verificarsi lo stesso, e per cui non possa essere raggiunto il target dei 150 dollari. C'è qualche ragione in più per cui, invece, questi livelli dei prezzi non sono sostenibili - e sono dunque destinati, necessariamente, a calare. La prima ragione riguarda la domanda: in Europa e soprattutto negli Usa si sono già osservata le prime, vistose, contrazioni, e adesso l'aumento delle tariffe in Cina comincerà (finalmente) a fare il suo mestiere. L'Agenzia internazionale dell'energia ha rivisto le stime sulla crescita dei consumi, riducendole (per il 2008) dall'1,2 allo 0,9 per cento.

Restano, tuttavia, numerosi punti interrogativi, sia di natura politica - fino a che punto paesi come Cina e Russia si spingeranno nell'adeguare i prezzi interni a quelli internazionali? - sia di natura economica e finanziaria. La principale questione riguarda il perché ogni giorno venga raggiunto un nuovo record, perché la corsa rialzista sembri non finire mai. Sul Sole 24 Ore di oggi, un bell'articolo di Sissi Bellomo riflette sul rapporto tra fondamentali e speculazione, dando quella che - a mio avviso - è un'interpretazione corretta e convincente. Non si può pensare che i fondamentali da soli spieghino la crescita dei prezzi degli ultimi 6 mesi, perché i fondamentali non sono cambiati (comunque non sono peggiorati) mentre la domanda, al netto di alcuni picchi durante i giorni più freddi dell'inverno, si è moderata (e in ogni caso non ha accelerato). Quindi, e questa è la tesi che da qualche settimana cerco di sostenere su questo blog, la differenza deve necessariamente essere spiegata da qualcos'altro: cioè dalla speculazione, che è sua volta riconducibile a tre fattori: l'indebolimento del dollaro (moneta in cui sono denominati gli scambi petroliferi), la crisi borsistica (che spinge gli investitori a cercare sicurezza sotto il tetto delle commodities, e in questo modo innesca il circolo vizioso descritto da Bellomo), e la speculazione in senso stretto. Con questo non voglio né demonizzare la speculazione, né attribuirle colpe che non le spettano. E non solo perché i volumi di paper barrels sono spesso esagerati e vanno misurati con attenzione e seguendo l'ancestrale avvertimento a confrontare pere con pere e mele con mele, come ha dettagliatamente dimostrato Donal Ripple su Oil & Gas Journal (subscription only).

Se anche il trading speculativo fosse così ampio come affermano i suoi detrattori, ciò non muterebbe i termini del problema: la speculazione non sta creando i prezzi del petrolio, e non sta facendo danni, il contrario: sta solo facendo il suo mestiere. Per questo trovo ridicole tanto le grida manzoniane approvate dalla House negli Stati Uniti, quanto le accuse rivolte ai mercati finanziari, tra gli altri, dal nostro ministro dell'Economia. Se i fondamentali fossero più tranquilizzanti, la speculazione non potrebbe scatenare una volatilità tanto alta né determinare uno scollamento tanto significativo dei prezzi del greggio. La speculazione ha un impatto così visibile perché la spare capacity è bassa, seppure in lieve ripresa: tanto bassa da essere esposta a rischi di ogni tipo, e da non essere sufficiente a coprire eventuali interruzioni dovute a cause politiche (come eventuali, ulteriori colpi di testa a Caracas o ulteriori aumenti della violenza in Nigeria) o di altra natura (uragani, guasti tecnici, attentati terroristici...). A fronte di questi problemi, la soluzione non può essere, come molti semplicisticamente pensano, un mero aumento della produzione. Tant'è che l'annuncio dei sauditi a Gedda, che aggiungeranno 200.000 barili al giorno, è stato accolto dai mercati con una pernacchia. Quello che serve è altro: cioé un aumento della capacità produttiva. Cioè investimenti. Gli investimenti, nonostante tutto e forse con maggiore lentezza di quanto si potesse sperare, sono in corso, e man mano che arriveranno a regime creeranno probabilmente le condizioni per un aumento della spare capacity e uno sgonfiamento dell'attuale bolla petrolifera. In tutto questo, la speculazione non solo non ostacola gli investimenti: li incentiva. Cioè, fa il suo mestiere. Quindi, anziché indulgere in un facile populismo, teniamocela stretta.

martedì 24 giugno 2008

Oro nero alla patria - per cosa?

Come ampiamente previsto, gettata la maschera di Robin Hood, il ministro dell'Economia indossa quella dello sceriffo di Nottingham. Dopo un mese abbondante di fanfara sulla tassa che avrebbe tolto ai petrolieri per dare ai consumatori afflitti dal caro greggio, man mano che si delineano i contorni della nuova imposta, ne emerge con sempre maggior chiarezza il profilo. Intanto, non colpisce gli "extra profitti" da caro-greggio (qualunque cosa essi siano) ma l'intero settore energetico, compresa l'industria elettrica. La rivalutazione delle scorte - la vera una tantum di quest'anno, mentre la restante parte della manovra è un aumento dell'Ires, quindi un provvedimento strutturale che resterà in vigore anche quando il barile si sgonfierà - impatta pure i distributori, che anziché trarre vantaggio dall'apprezzamento del Brent, ne sono danneggiati (come rileva giustamente il capo di Assopetroli, Enrico Risaliti, in una lettera a Giulio Tremonti). Ma la cosa più surreale di questa manovra - "oro nero alla patria", l'ha definita Giorgio Carlevaro - è che viene strutturata in modo tale che l'intero gettito sia a disposizione del governo in maniera del tutto arbitraria. Secondo quanto anticipato da Quotidiano Energia, infatti, non solo l'esecutivo ha blindato (contro le promesse della campagna elettorale) Eni ed Enel, ma nella bozza di Dpef afferma che il "soccorso fiscale" - cioè la temporanea riduzione delle accise per contrastare gli aumenti "eccessivi" dei carburanti - scatterebbe, a partire dal 2009, qualora i prezzi superassero i 128 dollari a barile (mi par di capire in media trimestrale), che è una prospettiva francamente molto, molto improbabile. Sic transit gloria Tremonti.

2006: Emissioni Ue in calo

Il consueto rapporto dell'Agenzia europea per l'ambiente informa che, nel 2006, le emissioni dell'Ue27 sono scese dello 0,3 per cento, mentre nell'Ue15 si sono ridotte dello 0,8 per cento. Rispetto al 1990 (anno di riferimento per le direttive europee e per il protocollo di Kyoto), l'Ue27 si trova molto vicina al target - le emissioni sono infatti del 7,7 per cento più basse - mentre l'Ue15 ne è tuttora assai lontana, assestandosi ad appena 2,7 punti percentuali in meno. Come si spiega la differenza? La risposta è tutta burocratica. I nuovi Stati membri hanno attraversato una lunga crisi economica, che ha portato a una secca riduzione delle emissioni dopo il collasso del comunismo. Inoltre, l'integrazione nell'Ue ha consentito un'accelerazione del tasso di ricambio tecnologico. Le emissioni dell'Ue27 sono scese molto rapidamente dal 1990 al 1994, poi sono leggermente risalite, poi sono tornate a scendere fino a stabilizzarsi tra il 1998 e il 2002, e poi risalire lievemente e sostanzialmente stabilizzarsi negli ultimi due anni. Nell'Ue15, invece, si è osservata una brusca riduzione tra il 1991 e il 1993 (conseguenza dell'unificazione tedesca), e poi le emissioni hanno avuto un trend leggermente crescente. Il dato rilevante non è, dunque, che esse sono scese rispetto al 1990, ma che sono salite dal 1998 e sono tuttora ben più in alto di allora. A ulteriore conferma della costosa inefficacia delle politiche europee, il rapporto dell'Aea ricorda che il principale driver della riduzione osservata tra 2005 e il 2006 è stato, come al solito, il tempo: l'inverno mite ha ridotto i consumi per il riscaldamento.

sabato 21 giugno 2008

Le grida robinhoodiane

Il decreto fiscale che istituisce la Robin Hood Tax è perfino peggio di quanto previsto. Era pacifico da alcuni giorni che non sarebbe stata solo una "una tantum" a carico delle compagnie petrolifere, ma che avremmo visto un generale aumento della pressione fiscale. Quello che proprio nessuno si aspettava era il coinvolgimento, tra le imprese interessate all'aumento dell'Ires, delle utilities. In questa maniera si tratta di un'operazione a 360 gradi su tutto il settore energetico, e di converso su tutta la società (perché l'aggravio aggiuntivo verrà necessariamente spalmato in parte sui prezzi finali, in parte sui dividendi, e in parte sugli azionisti, con un raro effetto antiparetiano: tutti stanno peggio senza che nessuno stia meglio). Ma l'articolato contiene anche un autentico capolavoro di arroganza, impotenza, coglioneria e delirio di onnipotenza come la disposizione sotto riportata, che lascio a disposizione dei lettori senza commentarla ulteriormente. (Immagine dalla Staffetta)

Art.3, comma 3 (bozza anticipata ieri dal Sole 24 Ore)
E' fatto divieto agli operatori economici dei settori richiamati al comma 1 di traslare l'onere della maggiorazione d'imposta sui prezzi al consumo. L'Autorità per l'energia elettrica e il gas vigila sulla puntuale osservanza della disposizione di cui al precedente periodo.

venerdì 20 giugno 2008

Perché Chavéz non è credibile

Oggi il presidente venezuelano Hugo Chavéz ha minacciato ritorsioni - attraverso l'arma del greggio - contro i paesi europei che adotteranno politiche restrittive sull'immigrazione. Non è una minaccia credibile. Intanto perché il mercato petrolifero internazionale è molto liquido e consente ampie possibilità di arbitraggio. Ma soprattutto Caracas non ha la forza di giocare la carta della geopolitica delle risorse, perché il suo settore petrolifero è disastrato proprio dalla pessima gestione di questi ultimi anni, in cui la compagnia di bandiera Pdvsa è stata utilizzata come strumento clientelare, molti manager e lavoratori qualificati sono stati cacciati per motivi politici (determinandone un impoverimento del capitale umano), e il giro di vite sulle compagnie internazionali ha ridotto il flusso di investimenti dall'estero. Lo spiega bene, in un Occasional Paper dell'IBL che è anche una straordinaria testimonianza di prima mano, l'ex capo di Pdvsa Luis Giusti. Il documento non è importante solo per l'autorevolezza dell'autore, ma anche perché mostra come la politicizzazione di un settore complesso come quello petrolifero, anche in periodo di prezzi crescenti e profitti (relativamente) facili, non possa far altro che danni. Anche al paese che la pratica.

giovedì 19 giugno 2008

Il mercato funziona

Ho detto più volte di essere convinto che siamo in presenza di una bolla petrolifera. Questo non significa che i fondamentali siano "tranquilli" (sebbene siano probabilmente meglio di un paio di anni fa). Anzi, se la coperta dei fondamentali fosse meno corta, la speculazione non potrebbe innestarsi. Comunque, la notizia qui sotto mostra che il mercato funziona. Mi pare una buona notizia.

PETROLIO: QUOTAZIONI IN CALO DOPO ANNUNCIO CINA AUMENTO TARIFFE(ASCA) - Roma, 19 giu - Inverte rotta il petrolio e torna a scendere. A New York il greggio registra una flessione di 2,58 dollari scendendo a 134,10 dollari al barile. A provocare l'iversione di tendenza sulle quotazioni, l'annuncio arrivato dalla Cina attraverso l'agenzia di di stampa Xinhua che da domani verranno aumentate le tariffe petrolifere. Incremento di 145 dollari a tonnellata per benzina e gasolio e di oltre 200 dollari per il kerosene per uso aeronautico. Immediata la ripercussione anche a Londra dove il Brent accusa un calo di 2,59 dollari scendendo sotto la soglia dei 134 dollari al barile. Gli operatori temono una brisca frenata dei consumi da parte del mercato cinese. ''La Cina e' molto importante per le prospettiev di cerscita della domanda di petrolio - affermano alla Bank of Ireland - e dopo l'annuncio dell'aumento delle tariffe e' molto probabile una ripercussione sulle quotazioni spot''.

Chi si somiglia, si piglia

FINANZIARIA: CENTO (VERDI), ANTISOCIALE E ANTIECOLOGICA MA BENE ROBIN TAX = Roma, 19 giu. (Adnkronos) - 'La manovra economica di Tremonti, approvata ieri dal Consiglio dei ministri, e' un mix di populismo e di scelte dagli effetti sociali ed ambientali disastrosi. Tranne la 'Robin Hood' tax, che finalmente penalizza i petrolieri e che merita un apprezzamento il resto delle scelte del governo ha l'unico effetto di aumentare il disagio sociale e di proporre uno sviluppo senza regole sia nella tutela del lavoro che dell'ambiente'. Ad affermarlo in una nota e' Paolo Cento dei Verdi, ex sottosegretario al Ministero dell'Economia del Governo Prodi.
Particolarmente grave, oltre alla scelta scellerata delle centrali nucleari, rileva l'esponente dei Verdi, 'e' anche la decisione di considerare enti pressoche' inutili e da sopprimere i Parchi Nazionali. Lo stesso coraggio Tremonti ed il Governo non lo mettono nel tagliare l'aumento delle province che era stato uno degli obiettivi indicati dal Pdl in campagna elettorale'.
Contro questa manovra antisociale ed antiecologica, conclude, 'serve una mobilitazione sociale forte e rigorosa, capace di indicare proposte alternative sia a tutela dell'ambiente che delle fasce sociali piu' deboli'.

Robin Hood va a Parigi

La Robin Hood Tax guadagna consensi. Se in Francia hanno risolto la cosa attraverso un contributo "volontario" del campione nazionale Total, in Italia si è optato per un secco aumento fiscale articolato in una parte strutturale (l'aumento dell'Ires dal 27 al 33 per cento) più un prelievo una tantum (che insiste sul profitto virtuale derivante dalla rivalutazione delle scorte d'obbligo). La parte più surreale del provvedimento italiano è che parte almeno del gettito sarà destinato a finanziare una sorta di tessera annonaria, una manovra al tempo stesso populista e distorsiva. Come ha ricordato stamattina Nicola Rossi alla trasmissione Radio anch'io (cui ho partecipato io pure) si rischia d'innescare un commercio secondario di tessere, dai risultati imprevedibili. L'accerchiamento contro le compagnie petrolifere, però, non finisce qui.

Il presidente Nicolas Sarkozy ha invitato l'Europa a mostrare i muscoli contro il caro-greggio, senza arretrare di fronte alla crisi di legittimità causata dalla debacle referendaria in Irlanda. La posizione francese, secondo il Ft, è sostenuta anche da Italia, Belgio, Grecia, Portogallo e Spagna. Non è chiaro cosa questa coalizione dei pasticcioni abbia in mente, ma di qualunque cosa si tratti potrebbe avere conseguenze molto negative. Se fosse una Robin Hood Tax europea, in particolare, l'effetto sarebbe disastroso: non solo per il clamoroso precedente che verrebbe posto, ma anche e soprattutto perché le attività estrattive in Europa hanno un peso rilevante, assai più che in Italia. Se i profitti dei petrolieri sono intaccati, essi sono disincentivati dall'investire in Europa, e ciò significa, contro le premesse, che l'Europa finirebbe non solo per non alleviare le tensioni sui mercati delle commodities, ma addirittura per accentuarle.

Ancora una volta, come una radio rotta, mi trovo a osservare che l'interventismo pubblico non è la soluzione, ma il problema, e che nel merito esso potrebbe rendere fisiologico un problema che, per quanto grave, oggi è solo patologico.

PS Sulla Robin Tax, mio commento su Quotidiano Energia e una visione più generale sulla manovra sul Tempo.

lunedì 16 giugno 2008

Può il mercato sostenere il Nucleare in Italia?

continua il dibattito dentro e fuori da questo blog sulla volontà di rientrare a piedi pari nel mondo del Nucleare.
nelle pagine di www.arengo.info ce ne parla il professore ed ex-ministro Alberto Clò con un articolo dal titolo E' possibile e come per l'Italia rientrare nel nucleare?.
L'articolo offre una visione decisamente disincantata del mercato e delle sue virtù, spiegando come il Nucleare sia storica emerso in assenza di concorrenza.


Riportiamo un estratto:

"A 20 anni esatti dall’azzeramento di ogni produzione nucleare nel nostro Paese; a 27 anni dall’ultima centrale realizzata (da Enel a Corso, vicino a Piacenza); a circa 40 anni dalla relativa procedura di licensing, è possibile rientrarvi e a quali condizioni?E’ possibile, in altri termini, dopo aver distrutto tutto il sapere di cui disponevamo – scientifico, progettuale, manifatturiero, gestionale – realizzare in tempi brevi nuove centrali nucleari, come Enel va dichiarando, dicendosi pronta a realizzare “5 centrali da 1.800 MWe in 8 anni” (3 per l’autorizzazione, 5 per la costruzione). Roba, che se vera, farebbe schiattare di rabbia i francesi? Ancora: è possibile, per tale via, contrastare il caro-petrolio e ridurre l’enorme svantaggio competitivo nei costi/prezzi elettrici verso l’Europa?
Il meno che si possa dire è che la realtà delle cose è ben altra da quel che si cerca di rappresentare e che le risposte ai problemi da risolvere sono molto ma molto più complesse di quanto appaia dalle semplicistiche posizioni espresse nel dibattito che si è acceso al riguardo. Dibattito teso, ieri come oggi, più a far la conta dei favorevoli e dei contrari al nucleare, per fini squisitamente politici, che a comprendere se quel che si propone abbia un qualche minimo fondamento e, soprattutto, quali siano le condizioni per darvi concreto seguito.
E’ mia opinione – e lo dico essendo stato tra i pochi che si batterono contro il referendum del 1987 e contro chi oggi ne parla a sproposito o se ne dice pentito (alla Chicca Testa per intenderci) – che il rientro nel nucleare non possa che realizzarsi in un’ottica di lungo periodo e non come concreta e ravvicinata possibilità di ridurre significativamente i costi dell’elettricità. Non illudiamoci. A parte il fatto che per riuscirvi bisognerebbe realizzare molte e non poche centrali, concorrono ad impedirlo, accanto a ragioni d’ordine sociale, in un paese che non riesce a realizzare una discarica, un rigassificatore, un termovalorizzatore, altre d’ordine economico. In sintesi: l’incompatibilità del nucleare con la logica di mercato che connota oggi i sistemi elettrici e che governa le decisioni degli investitori e finanziatori.
E’ proprio il mercato che spiega l’innegabile impasse in cui il nucleare versa – checché se ne dica – nell’intero mondo industrializzato. Sulle 35 centrali attualmente in costruzione nel mondo (di cui 13 bloccate), 20 sono nei paesi emergenti (in molti casi in regimi non propriamente democratici) e appena 5 nei paesi industrializzati. Nessuna negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Germania, in Canada, in Spagna. Negli Stati Uniti, l’ultimo kWh ordinato risale al 1978, mentre dal 1990 si sono costruite in quel paese centrali a metano per 220.000 MW.
Tra 1970 e 1990 si sono costruite nel mondo 17 centrali nucleari ogni anno. Dal 1990 al 2005 appena 1,7 per lo più nei paesi emergenti. I dati, nudi e crudi, sono questi. Venute meno le condizioni che in passato favorirono gli investitori (enormi aiuti di stato, assetti monopolistici che garantivano la domanda, prezzi che coprivano i costi remunerati), essi hanno volto le loro preferenze là dove i costi di capitale sono di gran lunga inferiori; dove rischi ed incertezze di mercato sono molto minori; dove i rientri degli investimenti sono molto più rapidi. Dove, in sostanza, la redditività è più certa e maggiore (in primis: metano) o dove addirittura è garantita (con i lauti sussidi alle mitiche quanto marginali rinnovabili).
Morale: le convenienze di mercato disincentivano oggi investimenti di lungo periodo, come sono tipicamente quelli nel nucleare. Piaccia o no, ma è così. Non a caso, l’unica centrale in costruzione in Europa, in Finlandia, è stata realizzata grazie ad un modello societario che bypassa il mercato (e grazie ad aiuti di Stato che la Commissione Europea ha messo sotto indagine), attraverso una partnership chiusa tra produttori e grandi consumatori che si sono impegnati a ritirare la produzione nell’intera vita della centrale a prezzi ancorati ai costi remunerati. Quel che ha azzerato ogni rischio di mercato, con la disponibilità delle banche a finanziare la centrale a tassi la metà di quelli altrimenti praticati."

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Più petrolio saudita. E' una buona notizia?

Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha detto di aver ricevuto garanzie dal Re saudita Abdullah su un aumento della produzione di greggio di 200.000 barili/giorno a partire da luglio. E' davvero una buona notizia? Non ne sono certo. Intanto, bisogna vedere barili di cosa: se l'Arabia butterà sul mercato greggio pesante/sour, probabilmente l'impatto sarà minimo. Ma, soprattutto, il punto e la ragione dell'attuale livello dei prezzi (nella misura in cui essi dipendono dai fondamentali) non è la produzione in sé, ma la capacità produttiva, che non cresce come sperato (le cause sono molteplici, ma la principale è il tremontismo petrolifero di molti paesi produttori). Un editoriale (subscription only) su un paio di numeri fa di Oil & Gas Journal mette sotto la lente un altro aumento produttivo saudita, annunciato poche settimane fa durante la visita a Riad di George W. Bush. Dal punto di vista dei prezzi, ancor più della produzione quotidiana conta il mantenimento di un ragionevole margine di sicurezza (spare capacity - lo so, non è una traduzione fedele, ma rende l'idea) in modo ad amortizzare shock di vario motivo. Ecco quanto scrive il settimanale americano, e che sottoscrivo in pieno.
A production increase of 300,000 b/d may be all Saudi Arabia could have
implemented without spooking the market and driving up prices even more. The
Saudis have a longstanding policy of holding 1.5 million b/d of production
capacity idle as a supply buffer. This is deliberate production restraint. But
it helps consumers by providing a measure of market stability.

According to International Energy Agency and US Energy Information
administration data for April, the new output increase pulls spare Saudi
production capacity close to the 1.5 million b/d minimum. Idle capacity
scattered elsewhere in the world, all within OPEC, totals 500,000-800,000 b/d
after deductions for countries where political unrest makes production hikes
improbable. The total is barely enough to cover loss of production from, say,
Venezuela or Nigeria. The market stays jumpy when spare production capacity is
this low. A production hike much greater than 300,000 b/d would have brought the
important Saudi buffer below its floor level and legitimately alarmed traders.

Another reason the Saudi increase didn’t lower reported oil prices is
that marker crudes—the ones that make headlines—are the light, sweet oils that
the market increasingly craves and not the heavy, sour oil available from
incremental Saudi production. To sell the new oil, the Saudis will have to
discount it enough to encourage purchases for storage. The price effect will be
a widening of the spread between low and high-quality grades. The volumetric
effect will be a shift in low-value oil from one market cushion, idle production
capacity, to another, inventories. The jump in marker prices after the Saudi
announcement makes evident that the market considers a reduction in spare
production capacity more significant than low-value oil headed for storage.

La morale della favola, insomma, è che il nodo petrolifero è maledettamente complesso e non esistono soluzioni semplici e immediate. Non se ne esce con le chiacchiere, non con le tasse, e neppure coi proclami.

domenica 15 giugno 2008

Primo stop europeo per Robin Hood

UPDATE. L'ufficio propaganda si è messo al lavoro.

Un portavoce della Commissione europea ha posto il primo paletto alla populistica proposta di Giulio Tremonti di una Robin Hood Tax. Nell'attesa di vedere il provvedimento concreto, Bruxelles ammonisce che, naturalmente, il governo italiano è libero di tassare chi e quanto vuole, ma che l'inasprimento fiscale non deve inibire la capacità di investimento delle imprese del settore, e deve avere carattere transitorio. Cosa significa questo? Se ne possono dedurre un paio di cose.

La prima è che la Comunità non vuole che le politiche degli Stati membri abbiano l'effetto di aggravare la crisi. Poiché la crisi è trainata da alcuni colli di bottiglia, e in particolare quello nella fase della raffinazione, si può intuire che il messaggio a Tremonti sia stato appunto quello di non tassare gli extraprofitti delle raffinerie. L'espansione della capacità di raffinazione è uno dei passaggi necessari, ma gli investimenti in questo settore sono molto difficili: perché sono di grandi dimensioni, perché vanno incontro a numerosi problemi autorizzativi e procedurali, e perché il business della raffinazione è un business dannatamente complicato, che condanna a un alto rischio (se il greggio calerà) di operare con margini molto bassi o addirittura negativi. Cosa resta, quindi? Certo non la distribuzione dei carburanti: non avrebbe molto senso, anche perché in quella fase oggi i margini sono in sofferenza. Resta solo una sorta di imposta sulla produzione (cioè, nella pratica, un aumento delle royalties, oggi in Italia del 7 per cento, a cui si aggiungono ulteriori royalties regionali): ma anche qui non mancano le controindicazioni. A parte la facilità con cui una tale tassa potrebbe essere trasferita sui consumatori, l'effetto maggiore sarebbe quello di creare problemi soprattutto ai piccoli, mettendoli ai margini del mercato e riducendo la concorrenza nell'upstream. Non solo: poiché il maggior operatore italiano nell'upstream è l'Eni, controllata dallo Stato, si rischierebbe di andare verso un furtarello agli azionisti privati dell'Eni. Infatti, la compagnia dovrebbe pagare più tasse (che vanno interamente allo Stato) e, a parità di altre condizioni e in particolare a parità di investimenti nell'upstream, potrebbe restituire meno dividendi (che vanno al 70 per cento agli azionisti privati).

La seconda questione è che la Commissione non vuole un'imposta strutturale, perché essa si sedimenterebbe presto nei bilanci e verrebbe, nel giro di poco, integralmente trasferita sui consumatori, equivalendo dunque a un aumento secco delle accise. La Commissione dà il suo via libera, invece, a una tassa transitoria sugli extra profitti, ma questo pone una vasta gamma di domande: cosa distingue i profitti dagli extraprofitti? Quanto dovrebbero essere tassati? Perché? Ci sono molte ragioni per evitare di imboccare questa strada, ma quella essenziale a mio avviso è che una simile tassa, agli occhi di aziende che normalmente operano in molte nazioni e che in Italia non trovano né condizioni operative particolarmente attraenti né olio particolarmente pregiato; una tassa, quindi, potrebbe spingerli a investire altrove, riducendo gli investimenti nel nostro paese e, nella misura in cui la dipendenza dall'estero è un problema, aggravandola.

sabato 14 giugno 2008

La figa è bellissima

Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, definisce "bellissima" la Robin Hood Tax (facendo il verso a Tommaso Padoa Schioppa) perché "toglie ai petrolieri per dare la possibilità, a chi ha bisogno di cibo, di tirare avanti". Pane per tutti, ma l'uomo non vive di solo pane. A quando la figa tax?

L'Africa e il clima

I ministri africani dell'Ambiente hanno chiesto al mondo sviluppato maggior impegno nella riduzione delle emissioni di gas serra. A sostegno di ciò, essi avrebbero proiettato delle foto che mostrerebbero gli effetti dei cambiamenti climatici nel continente nero, il quale - pur responsabile di una frazione infima delle emissioni globali - le starebbe subendo più di altri. Non so se la questione del global warming sia effettivamente una "top priority" in Africa, ma se è così mi sembra un modo sbagliato di guardare le cose. L'Africa non soffre le conseguenze del cambiamento climatico, ma le conseguenze della povertà: non c'è praticamente nessun "male africano" di cui l'Europa e gli Stati Uniti non abbiano conosciuto gli effetti nel passato. La differenza sta nella crescita economica, la quale dovrebbe essere il vero obiettivo politico per l'Africa. La chiave per uscirne, come ha scritto Indur Goklany in uno splendido paper, sta nella creazione delle condizioni perché l'Africa possa raggiungere un livello di benessere paragonabile al nostro. Ciò richiede senza dubbio un impegno da parte dell'Occidente, soprattutto nell'effettiva apertura dei nostri mercati ai prodotti africani, ma rappresenta soprattutto una sfida per i paesi africani: finché essi non si doteranno di istituzioni compatibili col libero mercato, purtroppo, ci sarà poco che noi possiamo fare per aiutarli a uscire dalla miseria.

venerdì 13 giugno 2008

Inquinamento e luoghi comuni

Temete gli effetti dell'inquinamento atmosferico?
Spalancate le finestre di casa e non portate i bambini al parco (parola di Ivo Allegrini, Direttore dell’Istituto di Inquinamento Atmosferico del Consiglio nazionale delle Ricerche)

mercoledì 11 giugno 2008

Quando il topo balla, il gatto è in gabbia

Il consiglio europeo dell'energia ha trovato l'accordo sulla spinosa questione dell'unbundling. La soluzione è quello che, tecnicamente, si chiama "calare le braghe" (absit iniuria). In sostanza, l'accordo consiste in una forma di separazione a metà: la proprietà delle reti resterebbe in mano agli ex monopolisti, mentre la loro gestione sarebbe affidata a un fumoso ente dotato di indipendenza. Alla fin fine, non è che si ricadrà molto lontano dall'attuale assetto di Snam Rete Gas. Questa sistemazione non è soddisfacente per due ragioni.

La prima riguarda che, sebbene la separazione societaria anche spinta sia una buona garanzia contro i comportamenti discriminatori, essa non risponde all'esigenza della terzietà negli investimenti. Peggio ancora: il vantaggio dell'integrazione verticale sta nel fatto che il gestore della rete ha un continuo scambio di informazione con le società che operano a monte e a valle. Questo beneficio viene perso, senza ottenere quello che invece caratterizza la separazione proprietaria: cioé che la rete pianifichi gli investimenti nel suo proprio interesse, e non in quello della compagnia madre. Quindi, l'Europa volge la prua verso una soluzione nè carne nè pesce, che non risolve i problemi reali. Una seconda ragione di perplessità riguarda il ruolo dei regolatori: in un contesto di separazione proprietaria, le authority possono (devono) mantenere una parte residuale, in quanto gli incentivi a cui la rete è sottoposta giocano a favore della concorrenza. In assenza di separazione, ma con la pretesa di terzietà della rete, l'attività regolatoria dev'essere assai più di dettaglio e aggressiva, e questo danneggia la certezza e la stabilità della regolazione, oltre a imporre alle autorità delle responsabilità "attive" che, a rigore, sarebbe meglio esse non avessero.

La dimostrazione che la via individuata da Bruxelles non sia quella corretta viene dalla semplice osservazione delle reazioni: mentre i topi ballano, il gatto si sente in gabbia.

Abbasso Robin Hood

(Da Quotidiano Energia)

Usa, Senato boccia tassa sui petrolieri

Roma, 11 giugno - Il Senato statunitense ha bocciato ieri una proposta di legge della maggioranza democratica che prevedeva una tassa sui profitti delle compagnie petrolifere, da cui sarebbe dovuto scaturire un gettito di 17 miliardi di dollari da investire nelle fonti rinnovabili. I senatori dell’opposizione repubblicana hanno infatti convinto parte dei colleghi democratici che la tassa avrebbe aggravato l’aumento dei prezzi dei carburanti per i consumatori americani e scoraggiato la ricerca di nuovi giacimenti nazionali.

Uno dei sostenitori della legge, il democratico Boehner Thornberry, ha viceversa spiegato al “New York Times” che il provvedimento avrebbe permesso di “aprire nuove raffinerie, investire nelle energie alternative e aumentare lo sfruttamento di risorse rispettose dell’ambiente al momento sottoutilizzate”.

martedì 10 giugno 2008

Le liberalizzazioni in Italia. Presentazione dell'Indice 2008

L'energia promossa sul banco delle liberalizzazioni, anche se con diverse performance. L'Indice delle liberalizzazioni 2008, che verrà presentato oggi alle 18 a Milano, promuove a pieni voti il mercato dell'elettricità, il cui grado di liberalizzazione viene valutato al 74 per cento (in crescita), mentre viene "rimandato a settembre" il mercato del gas (56 per cento, in calo). Al convegno di presentazione interverrà, tra gli altri, il presidente dell'Authority Alessandro Ortis.

venerdì 6 giugno 2008

My take on the sorry end of Lieberman-Warner-Boxer

This is my summary of what happened this week. It appears in this week’s Cooler Heads Digest, which is being e-mailed to subscribers (go to www.globalwarming.org to sign up) right now.

It was fun while it lasted, but it didn't last nearly long enough.
Senate and House disciples of the cult of Al Gore complained for years that the time for talking and holding hearings on global warming was long past. It was time to do something about it! In the 2006 campaign, Democratic leaders promised to do just that once they were in the majority.

Well, Democrats have been in the majority for a year and a half. Nearly every House and Senate committee has held a hearing on it. The committees of jurisdiction have held scores of hearings. House Speaker Nancy Pelosi (D-Calif.) even set up a select committee just to hold hearings on why immediate drastic action must be taken to save the world from global warming.

After all that jabber, Senator Barbara Boxer (D-Calif.), Chairman of the Environment and Public Works Committee, finally brought her bill to the floor this week. It hardly made a squeak. It wasn't even a mouse. It was a slug. Although to be fair to Boxer, it must be noted that it was a very big slug--filled with 491 tons of hot air to be precise.

The Senate voted on Monday evening to bring the Lieberman-Warner energy rationing bill, formerly S. 2191 but now S. 3036, to the floor. By Tuesday afternoon, Majority Leader Harry Reid (D-Nev.) was complaining that the (mostly Republican) opponents were dragging their feet. The nerve--they dared to talk about what the bill would do to raise people's gas and electricity prices and how many manufacturing jobs would be lost. Reid warned that he wouldn't put up with their delaying tactics much longer.
For comparison, as Senator Christopher Bond (R-Mo.) pointed out, the Senate debated the Clean Air Act Amendments of 1990 for five weeks and considered 180 amendments. The economic impact of Lieberman and Warner's monstrosity would be several hundred times greater.

The reason Reid started so quickly to prepare the ground to pull the bill is that Boxer and company were making a complete mess of the debate. On the other side, Senator James Inhofe (R-OK) was leading a brilliant operation involving a number of well-prepared Senators to expose the bill's countless problems and shortcomings.
On Wednesday just before 1 PM, Reid introduced on behalf of Boxer an amendment in the nature of a substitute. Whereas the Lieberman-Warner bill as passed out of committee in December was 150-some pages and the substitute that Boxer released on May 16 was about the same length, the surprise substitute was 491 pages.

Minority Leader Mitch McConnell (R-Ky.) immediately objected to the motion that the amendment be considered as read, so the Clerk then spent from 1 to 9:30 PM reading all 491 ages aloud. It gave Senators a chance to catch up on their fundraising.
The reason McConnell objected was to call attention to Reid's failure to keep his agreement to hold votes on at least three nominations for appeals court judges before the end of May. But taking all day to read it made another point relevant to the bill. Springing a new version on the Senate floor that is more than three times longer than the bill passed out of committee is outrageous. Reading it aloud gave citizens listening on C-SPAN some vague idea of the trillions of dollars of payoffs to special interests contained in the bill. But it will take weeks of study to find and analyze all the changes.

Reid then filed a motion to invoke cloture on debate and move to a vote on passage of the Boxer substitute. Not only would no amendments be debated, but Senators would be voting on cloture with almost no idea of what they were voting on.

The cloture vote, which requires sixty yes votes, was held on Friday morning at 9. It failed 48 to 36. Leader Reid is expected to pull the bill from the floor later today. That will be it this year for stopping global warming in its tracks and diverting trillions of dollars from consumers to special interests.

I am astonished at the perseverance the forces of darkness have mustered in this debate and the number of obstacles they overcame. (Reid has devoted more effort to getting post offices renamed for big donors.) It just shows what you can do when you're determined to save the planet. But they'll be back next year with a new president who supports cap-n-trade and probably more Democrats in Congress. This time was just for fun; next time will be deadly serious.

Myron Ebell
Director, Energy and Global Warming Policy
Competitive Enterprise Institute

Robin Hood o sceriffo di Nottingham?

La proposta del ministro dell'Economia Giulio Tremonti di una "Robin Hood Tax" continua a far discutere, e continua a suscitare reazioni scomposte. La più scomposta di tutte, da parte dei risparmiatori, che - temendo una nuova mannaia fiscale - si sono lanciati in un fuggi-fuggi dai titoli petroliferi. Se si mette questo su un piatto della bilancia, e sull'altro il fatto che molto probabilmente l'imposta (i cui contorni sono finora troppo incerti, come ha evidenziato Giorgio Carlevaro sulla Staffetta) si tradurrà in un aggravio dei costi per gli automobilisti, è ovvio che il giudizio non può che essere fortemente critico, pur nell'attesa di chiarimenti. La mia impressione, insomma, è che quella di Tremonti sia piuttosto una "Robbing Hood Tax", o meglio ancora una "Nottingham Tax" (che è anche filologicamente più corretto: Robin Hood non tassava, e in realtà non rubava neppure ai ricchi in generale, ma il suo vero obiettivo era restituire ai poveri i soldi ad essi sottratti per via fiscale dallo sceriffo).

Comunque, un nuovo - duplice - contributo alla discussione arriva da Alberto Clò, che ieri ha presentato il suo ultimo libro alla Fondazione Mattei. L'economista bolognese ha sollevato due questioni, secondo il resoconto di Quotidiano Energia: da un lato, ha detto, non bisogna dimenticare fonti come il fotovoltaico, che ci costerà nei prossimi anni un gruzzolo da 10 miliardi di euro (e l'effetto fiscale dei sussidi al fotovoltaico è fortemente regressivo); dall'altro, l'extra gettito per lo Stato è stato quattro volte superiore a quello ottenuto dalle compagnie petrolifere, oltre 2000 contro 500 miliardi di euro. Quindi lo Stato dovrebbe restituire, non prelevare ancora, semmai.

giovedì 5 giugno 2008

Caro Presidente, cambi speech writer / 2

Ammetto di non essere persona particolarmente affezionata all'unità nazionale. Non mi commuovo quando sventola il Tricolore, non balzo sull'attenti quando suona l'inno di Mameli. Non mi scandalizzo se si parla di decomporre il paese penso che l'Italia abbia bisogno, semmai, di una sana e spinta competizione fiscale e istituzionale interna. Penso però che vi sia, accanto a questo modo "giusto" di dividere il paese, e uno "sbagliato". Quello sbagliato consiste nello suscitare rivalità e reciproche accuse. Ieri, il Presidente Giorgio Napolitano ne ha dato un fulgido esempio. I rifiuti tossici in Campania - ha detto il capo dello Stato - "in gran parte sono arrivati dal nord, ne sia consapevole l'opinione pubblica delle regioni del nord". Mi sembra, questa, un'affermazione qualunquista nel senso peggiore del termine. Che importanza ha da dove arrivano i rifiuti? La domanda rilevante non è questa, ma è: come e perché i rifiuti tossici, dal Nord, sono arrivati a Napoli? E perché a Napoli e non altrove? Si è trattato di traffico illegale di rifiuti? Oppure la Campania ha accettato di smaltire questi rifiuti dietro compenso? Francamente non so rispondere e spero che qualcuno tra i lettori ne sia in grado. Però, quale che sia la risposta corretta, non vedo cosa dovrebbe interessare all'opinione pubblica del Nord. Se si è trattato di un accordo commerciale, allora le imprese campane non sono state in grado di rispettare i loro impegni, e questo è grave, anche a causa di un quadro istituzionale allucinante. Se si è trattato di traffico illegale, allora vuol dire che il rispetto delle leggi è, in Campania, più aleatorio che altrove, oppure il costo dell'infrazione delle leggi è in Campania inferiore al resto d'Italia, e ancora una volta questo è un problema della Campania. Comunque la si giri, il problema è la disintegrazione delle istituzioni (che non vuol dire dello Stato: parlo delle istituzioni sociali, della convivenza civile, usate il termine che preferite) in una città e in una regione. Se non si affronta la questione per quello che è, se si cercano capri espiatori, difficilmente se ne verrà fuori. E le domande giustamente poste da Michele Boldrin resteranno senza risposta, e senza soluzione resterà il dramma di Napoli e della Campania.

mercoledì 4 giugno 2008

Il Presidente, il cibo, e uno speech writer da licenziare

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha spiegato ieri che "presupposto di un impegno in questa direzione è la constatazione che non si può, per superare la crisi alimentare e garantire una prospettiva di reale food security fare affidamento sulle virtù riequilibratrici del mercato. Si può e si deve riconoscere la necessità di politiche e di interventi che abbiano il loro quadro di riferimento e le loro espressioni operative nel sistema delle Nazioni Unite". Non so se quello che sto per fare mi renderà colpevole di vilipendio del Quirinale, ma penso che l'affermazione del presidente sia come la corazzata Potemkin. Accusare il mercato dei disordini sul mercato alimentare è surreale, stupido, ignorante, e andate pure avanti voi. Se c'è un mercato zeppo di distorsioni, frutto dell'intervento pubblico, è proprio quello alimentare e agricolo. E' un mercato drogato di sussidi, ostacolato dai dazi, incrociato dagli incentivi ai biocarburanti, fortemente politicizzato, ostaggio delle lobby agricole, viziato dalle assurde richieste di autosufficienza alimentare, eccetera. E si trova a tal punto in una situazione del tipo "chi tocca i fili muore" che il Doha Round è agonizzante da anni proprio a causa del tentativo della Wto di promuovere una riduzione significativa delle barriere al commercio. Caro Presidente, siamo nell'era della flessibilità: se vuole un consiglio, licenzi in tronco il suo speech writer.

martedì 3 giugno 2008

Robbing Hood

Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti e' tornato al suo slogan post-elettorale "anche i petrolieri piangano". Ogni idea e' legittima, per carita'. Ma Tremonti e' riuscito in un intendo mirabile: nessuno, in tutta la storia umana, aveva mai sostenuto prima che l'aumento dei prezzi lo si combatte a suon di imposte.

lunedì 2 giugno 2008

Petrolio: e se fossero i fondamentali?

L'Economist di questa settimana dedica sia il leader, sia un lungo servizio alla questione dei prezzi del greggio. Il settimanale britannico riconosce i vari fattori che contribuiscono ad arrivare nei dintorni dei 130 dollari a barile, e di cui avevo parlato qualche giorno fa. Ma la tesi di fondo è ben diversa: non si tratta di bolla, secondo l'Economist, ma della risposta del mercato ai fondamentali. Quindi, stiamo vivendo uno "shock al rallentatore" che produrrà un "controshock al rallentatore". La chiave sarebbe questa:

La verità è più prosaica. Trovare e sviluppare nuovi giacimenti è costoso e richiede tempo. I nuovi campi giganti nelle acque profonde del Brasile difficilmente produrranno petrolio prima di un decennio o più. Inoltre, il petrolio è perverso. Quando i prezzi sono bassi, i paesi produttori spalancano le porte alle imprese petrolifere caratterizzate da bassi costi, alta tecnologia e abbondanza di capitali. Ma quando i prezzi sono alti, paesi come la Russia e il Venezuela le scacciano. Allo stesso modo, gli ingegneri, le navi e le attrezzatture sismiche necessarie a trovare e produrre nuovi depositi sono costose. I costi del trovare petrolio sono, per un po', raddoppiati poiché tutti vogliono che essi lavorino.
E ancora: "I prezzi crescenti potrebbero aver stimolato l'aumento degli investimenti, anziché il contrario". "Il prezzo del petrolio resta una funzione della domanda e dell'offerta", e quindi il turning point si verificherà nel momento in cui la domanda risponderà in modo ancor più visibile di quanto stia facendo. In Occidente già accade, ma molti paesi che sono anche grandi consumatori, come la Cina, sussidiano il prezzo dei prodotti, e quindi i consumatori non reagiscono. Tutto vero. Ci troviamo in effetti nel mezzo di una tempesta perfetta in cui alla speculazione si sommano la crescita della domanda (che però sta rallentando), le rigidità intrinseche del mercato, le magagne geopolitiche, la ridotta spare capacity, il collo di bottiglia della raffinazione. Tutto vero, lo ripeto. Ma basta a spiegare gli attuali livelli dei prezzi, senza riconoscere alla speculazione un ruolo centrale? Non credo. (Nota: non uso il termine "speculazione" con accezione negativa, anzi, ritengo che i mercati finanziari assolvano a un compito fondamentale, che è quello di anticipare i prezzi e aiutare gli aggiustamenti della domanda).

Da settembre 2007 ad aprile 2008 (ultimo mese per cui sono disponibili dati) l'offerta mondiale di greggoi è salita leggermente, da 84,61 a 85,67 milioni di barili al giorno, toccando il massimo a febbraio con 85,97 milioni di barili al giorno (riflettendo il freddo invernale). Nello stesso arco di tempo il consumo è passato da 84,62 a 86,04 milioni di barili al giorno, con un picco a dicembre e febbraio pressoché identico, rispettivamente a 87,08 e 87,02 milioni di barili al giorno. Quindi la distanza tra offerta e consumo è stata massima a dicembre e febbraio, non ad aprile e maggio: perché i prezzi sono saliti nonostante la pressione sulla produzione si sia ridotta?


Questo grafico (cliccare per ingrandire) compara l'andamento di domanda/offerta e i prezzi, in dollari e in euro. Mi pare che l'informazione che traspare più chiaramente è che (a) la svalutazione del dollaro gioca un ruolo essenziale: infatti la curva dei prezzi denominata in dollari è molto più ripida di quella in euro; (b) anche al netto dell'effetto dollaro, i prezzi non possono essere spiegati interamente dalle dinamiche di domanda e offerta fisiche, perché altrimenti tra febbraio e aprile si sarebbe osservata una riduzione dei prezzi, che invece sono saliti ininterrottamente da dicembre 2007, all'incirca con la stessa pendenza. L'unica via d'uscita per comprendere questa dinamica è supporre che il ruolo determinante, negli ultimi mesi, l'abbia giocato la cosiddetta speculazione. La domanda centrale quindi si sposta: cosa causa la speculazione? La mia tesi è che essa sia largamente dovuta a fattori esogeni, e in particolare alla crisi finanziaria (se non fosse così, la speculazione sarebbe stata più intensa nel 2003-4, quando la spare capacity era inferiore). Quindi, la corsa dei prezzi probabilmente invertirà la tendenza quando la crisi rientrerà. Quindi, siamo in presenza di una bolla finanziaria.

domenica 1 giugno 2008

Temperature: tutto quello che sapete è falso

Un paper pubblicato su Nature afferma che, a causa di un cambiamento delle tecnologie utilizzate nella rilevazione delle temperature, tutte le misure effettuate dopo gli anni '40 tendono a essere sottostime. Roger Pielke Jr. ragiona su come questo fatto - se confermato - potrebbe determinare un importante shift nelle conoscenze che abbiamo (o crediamo di avere) in merito al global warming. Infatti, le serie di dati su cui si basa tutta la letteratura recente sarebbero erronee. Non necessariamente questo ha conseguenze sugli aspetti economici e politici - vale a dire, anche con le "nuove" serie vi sarà chi riterrà urgente "fare qualcosa" e chi, invece, penserà che a conti fatti le politiche climatiche sono una cura peggiore del male. Però mi sembra una discussione comunque interessante.

Parole a vanvera / Gianni Mattioli

Sul Corriere di oggi, Gianni Mattioli interviene contro il ritorno al nucleare. Per avere contezza della performance antinuclearista del fisico ed esponente verde negli anni Ottanta, suggerisco la lettura del relativo capitolo del libro di Alberto Clò, Il rebus energetico. Ma il passato non mi interessa. Basta il presente. Dice Mattioli al quotidiano di Via Solferino che l'atomo non può costituire una risposta alla crisi energetica
anche perché per la prima volta al mondo l'energia da fonti rinnovabili ha superato quella nucleare che a livello mondiale è del 6,4 per cento e provoca scorie radioattive. Dunque l'alternativa ai combustibili fossili non è il nucleare, ma risparmio e fonti rinnovabili, come è scritto nel piano energetico Ue.
Mattioli sarà anche un grandissimi fisico e un fine politico, ma di fonti energetiche non sa nulla (a meno che questa dichiarazione non sia frutto di un fraintendimento da parte del giornalista Marco Gasperetti, nel qual caso mi aspetto una repentina smentita). Perché se capisse qualcosa di fonti di energia, Mattioli saprebbe che non è la prima volta nella storia che il contributo del nucleare è inferiore a quello delle fonti rinnovabili. Anzi, è sempre stato così. Non si è mai verificato il contrario:

(Nota: il grafico non è molto accurato sui dati recenti, perché risale al 2000. E' il frutto di una rapida ricerca su Google, che anche Mattioli avrebbe potuto fare. In ogni caso il dato rilevante è il trend storico).

Il fatto che le rinnovabili siano più consistenti del nucleare non è sorprendente. Esse sono infatti dominate da due componenti: l'idroelettrico e le "biomasse" (che in tutto il mondo in via di sviluppo significano essenzialmente legname e sterco). Quindi Mattioli dice una cosa fattualmente sbagliata e ne suggerisce una ancor meno credibile: perché quando parla di rinnovabili, egli naturalmente pensa a eolico e solare e robetta del genere, il cui ruolo nel mix energetico mondiale è talmente basso che non viene quasi mai evidenziato nei grafici (perché apparirebbe come una linea piatta schiacciata sullo zero, al confronto delle altre fonti che davvero, invece, alimentano i bisogni energetici dell'umanità).

La storia si ripete, e nel 2008 - come nel 1987 - l'opposizione al nucleare, anziché sostanziarsi in argomenti seri e solidi, è tutta fuffa e disinformazione. La storia si ripete, dicevo, e se allora fu tragedia, oggi è la volta della farsa.