giovedì 31 luglio 2008

Autorità Energia: ci riprovano

"Sarebbe meglio che le nomine per l'Autorità per l'energia elettrica e il gas avvenissero a maggioranza semplice". Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, torna alla carica contro l'organismo guidato da Alessandro Ortis, questa volta mettendone in discussione le modalità di nomina e la durata (7 anni). E' ovvio che la richiesta di una maggioranza bipartisan e lo sfasamento rispetto ai cicli elettorali sono due strumenti per garantire la relativa indipendenza del regolatore. Scardinare questo sistema - tutt'altro che perfetto - per riallineare l'Autorità agli andirivieni della politica vorrebbe dire introdurre un (ulteriore) elemento di instabilità, incertezze e volatilità nella regolazione del mercato. Questo è particolarmente dannoso in un settore come questo, ad alta intensità di capitale e dunque caratterizzato da tempi molto lunghi per i ritorni. Di fatto, un'autorità politicizzata, non importa quanto prestigiosi siano i suoi membri, farebbe crescere il country risk e disincentiverebbe gli investimenti. Sarebbe condizionata dalle esigenze politiche di breve termine e perderebbe la visuale di lungo termine. Il problema, insomma, non è Ortis o non Ortis, ma ben più profondo e importante: regolazione indipendente oppure tiritere partitiche.

mercoledì 30 luglio 2008

La Topolino, l'insalata e la benzina

Ieri notte ho acquistato, all'autogrill, un cd di Paolo Conte. Mentre guidavo, ho ascoltato una canzone che mi ha suscitato una riflessione sui prezzi della benzina. La canzone, intitolata "La topolino amaranto", attacca così: "Oggi la benzina è rincarata / è l'estate del Quarantasei / un litro vale un chilo d'insalata". Anche oggi la benzina è rincarata, ed è l'estate del 2008: assumendo che la ricostruzione di Paolo Conte sia affidabile, la benzina costa più o meno? La benzina costa attorno a 1,5 euro per litro sulla rete autostradale, in zona Genova; l'insalata nella stessa provincia, escluse le varietà più pregiate, costa attorno ai 2,4 euro medi al chilo. Quindi oggi un litro di benzina costa poco più di 6 etti di insalata, il 40 per cento in meno che ai tempi di Paolo Conte. Però, si potrebbe obiettare, nel 2008 abbiamo auto più pesanti ed energivore che nel 1946.

La Topolino del Quarantasei consumava mediamente 6 litri per 100 chilometri, cioè con un litro (= un chilo di insalata) poteva percorrere 16,6 chilometri. Secondo un dossier di Legambiente del 2005, la media di consumo urbano (quindi una sovrastima del consumo medio) dei dieci Suv più venduti è 7,7 chilometri al litro, ossia 7,7 chilometri per 6 etti di insalata. Con un chilo di insalata, il Suv medio in città percorre 12,8 chilometri, cioè il 23 per cento in meno della Topolino. Detta in altri termini, il costo-chilometro è passato da 6 etti di insalata nel 1946 a 7,8 etti di insalata nel 2008. La differenza è che, anziché star seduti in una Topolino, state seduti in un mezzo più ampio, più comodo, più sicuro, con l'aria condizionata (che incrementa i consumi), l'autoradio, eccetera. E, naturalmente, se avessi considerato il consumo medio reale (non solo urbano) e veicoli più leggeri, avremmo trovato che viaggiare oggi costa meno. Ciò sarebbe ancor più evidente se avessi confrontato il peso di un chilo di insalata sul reddito medio. Tutto sommato, non ce la passiamo così male.

martedì 29 luglio 2008

Dal toro all'orso?

E' presto per dirlo, e vista la volatilità del barile delle ultime settimane, sarebbe azzardato interpretare il raffreddamento delle quotazioni degli ultimi giorni come un'inversione di tendenza. Del resto, il Wti resta su valori molto alti, superiori ai 120 dollari. Però 120 sono meno - molto meno - di 140, e questo è un fatto. Un altro fatto, assai interessante, è che i mercati sono stati sostanzialmente insensibili alle gravi difficoltà della Shell in Nigeria. La stessa notizia, solo una quindicina di giorni fa, avrebbe forse infiammato gli scambi. Però, se uno unisce i puntini, e mette questo assieme alle indicazioni che l'Arabia Saudita manterrà effettivamente le sue promesse, alla cautela di Chakib Khelil (i falchi dell'Opec perdono quota?), e insomma se si guarda all'immagine nel suo insieme, forse che forse ci siamo.

Una road map per il nucleare

L'agenzia Ref. ha pubblicato, sull'ultimo numero della Newsletter dell'Osservatorio energia (qui il resoconto su Quotidiano Energia e qui la versione integrale, in entrambi i casi subscription required) un articolo relativo a come cambierebbe il panorama energetico italiano, prendendo sul serio gli impegni del governo sul nucleare. Al di là della simulazione numerica, la parte interessante è quella che evidenzia le criticità, in particolare relative ai tempi e al tema del consenso.

Per quel che riguarda i tempi, gli analisti di Ref. rilevano quel che è ovvio: le promesse dell'esecutivo sono semplicemente folli. Da un lato esse sarebbero estremamente ottimistiche perfino in paesi di più consolidata tradizione nucleare e con percorsi amministrativi più lineari, dall'altro alle normali incombenze (individuazione dei siti, preparazione dei progetti, normale iter autorizzativo, ricorsi e controricorsi...) si aggiunge la necessità di riscrivere, da cima a fondo, le regole. Un compito, questo, non facile e certo non rapido. La pretesa di dettare un'agenda a ritmi serrati non è solo naif, è anche dannosa: in un settore come quello energetico, e a maggior ragione quando c'è in ballo una tecnologia altamente capital intensive come l'atomo, il normale espediente politico di promettere (o chiedere) 100 per dare 10 non funziona. Le imprese non vogliono fuochi d'artificio, ma certezze. E se il governo comincia con affermazione scarsamente o per nulla credibili, stiamo freschi.

Per quanto attiene, invece, al consenso, Ref. evidenzia una questione fondamentale: non si può pensare di eludere del tutto la questione immaginando una gestione militaresca dell'autorizzazione, della realizzazione, e dell'esercizio degli impianti. Esperienze apparentemente banali, come la riconversione a carbone della centrale a olio di Civitavecchia (che diminuirà l'inquinamento) mostrano che, al di là degli ostacoli burocratici (che ci sono e andrebbero rimossi non solo per il nucleare, ma per tutto: dal carbone alle rinnovabili), contano molto di più le opposizioni sociali. Quindi, tutti gli attori interessati - e principalmente le imprese che si dicono interessante a investire sull'atomo - farebbero bene, anziché cercare scappatoie, a impegnarsi per costruire quel consenso. Attraverso campagne informative ma soprattutto investendo sulla propria reputazione e credibilità come soggetti affidabili: in modo che chi abita vicino ai siti nucleari possa dormire sonni tranquilli. Sembra banale, ma se non si affronta questo passaggio, il futuro dell'atomo in questo paese, se non verrà prima affossato dalla pasticcioneria dei suoi sponsor politici, sarà costellato di tante Scanzano.

domenica 27 luglio 2008

Petrolio: a tutta mancina

Anche il presidente dell'Antitrust, Antonio Catricalà, aderisce ufficialmente all'armata antispeculazione. Intervistato dal bravo Orazio Carabini sul Sole 24 Ore di giovedì, Catricalà ha tremonteggiato che "bisogna verificare che non ci siano fenomeni speculativi dietro l'andamento dei mercati finanziari e delle materie prime. Ciascuno di noi sensibilizzerà le proprie consorelle europee e mondiali. Per quanto riguarda l'Antitrust, del resto, il tema della speculazione è molto vicino a quello dell'intesa collusiva. Il confine è labile e se viene superato noi siamo obbligati a intervenire". E' naturalmente vera la seconda parte dell'affermazione - l'Antitrust sta lì proprio per vigilare contro i cartelli e abusi di posizione dominante (sebbene non sempre questo fervore sia condivisibile). Solo che confondere la manipolazione dei mercati con la mera attività speculativa - che è l'essenza dei mercati finanziari - è un errore piuttosto pacchiano, e, soprattutto, trascina il Garante nella posizione ideale per qualunque politico: quella di indicare un nemico che forse non esiste, se esiste non può essere colpito, e ricondurre i problemi ad azioni che non si è in grado di compiere, rispetto alle quali non si può essere misurati, come ha notato Alberto Mingardi @ Liberalizzazioni.it. Ma le parole di Catricalà nascondono anche delle profonde incomprensioni sulla natura della crisi petrolifera in corso. Anzitutto, per quel che riguarda il ruolo dei mercati finanziari e della speculazione: in un certo senso, le due cose coincidono. Non c'è finanza senza speculazione. E la speculazione, lo ha detto molto bene Benedetto Della Vedova, può giocare un ruolo molto positivo, perché consente di anticipare il futuro e, quindi, di prevenirlo. Nel caso del greggio, la speculazione rende visibile l'esigenza di creare nuova capacità produttiva, e incentiva gli investimenti, contribuendo così a porre le basi per una riduzione significativa delle quotazioni del barile.

Tra l'altro, i mercati petroliferi sono molto liquidi e popolati da un gran numero di operatori, per cui porre in atto manovre manipolative è oggettivamente complesso e improbabile. Questo, ancora una volta, non significa che la speculazione non esista - sbaglia secondo me chi lo afferma, e per inciso non trovo convincenti le prove di Paul Krugman - ma solo che la speculazione fa il suo mestiere in un mercato teso. Conscio di trovarsi su un terreno minato, Catricalà di fatto svia le domande di Carabini, dirigendosi sui lidi più confortevoli (ma altrettanto non solidi) dell'aumento dei prezzi delle commodities alimentari, che attribuisce a "un presunto cartello nel settore dei cereali" (non una parola sugli effetti deleteri della Pac, o sulla follia degli incentivi europei e americani a biocarburanti). L'unica proposta pratica del presidente dell'Antitrust - "per esempio rendendo identificabile chi tratta i derivati" - nelle sue parole "non è una materia di nostra competenza. Noi dobbiamo intervenire quando sospettiamo atteggiamenti collusivi". L'Antitrust italiano non ha aperto alcun fascicolo relativo alla collusione, o qualunque altra violazione del diritto della concorrenza, sui mercati petroliferi. A fortiori, non sospetta alcun atteggiamento collusivo, quindi quelle rilasciate al quotidiano di Confindustria sono parole in libertà. All'osservazione che un cartello dichiarato esiste, cioè l'Opec, Catricalà svicola a tutta mancina ("a esportare petrolio sono delle imprese, non gli Stati"), come se la sua risposta volesse dire qualcosa. Giova comunque ricordare che i prezzi del barile non li fanno gli esportatori.

Il cerchio si chiude quando Carabini ricorda a Catricalà l'unica leva su cui effettivamente l'Autorità potrebbe intervenire, unendo le forze col regolatore energetico: la separazione di Snam Rete Gas (e Stogit) dall'Eni. Ecco la reazione del presidente dell'Antitrust: "e chi la compra? L'Eni vuole incassare il premio di maggioranza ed è lecito temere che si facciano avanti mani forti". Mamma li russi? "Sono convinto che la soluzione europea sia più efficace", cioè la creazione di una rete europea e poi lo scorporo dagli ex monopolisti. Ora, è ovvio che noi non possiamo sapere chi comprerà la rete italiana finché non viene messa in vendita; ed è anche ovvio che l'Eni, in caso fosse forzata a cedere il controllo, vorrebbe essere compensato al giusto prezzo, cioè al valore di mercaro delle azioni di Snam e Stogit. So what? Pure il timore sotteso alle parole di Catricalà è piuttosto naif; la separazione delle infrastrutture essenziali dagli operatori del settore non è un provvedimento ad personam, ma presuppone l'incompatibilità tra l'esercizio della rete (o la proprietà di un pacchetto significativo, diciamo sopra il 5 per cento), e le attività di commercializzazione o vendita del gas. Quindi Gazprom, o Gdf, o qualunque altro colosso pubblico, europeo e no, sarebbe soggetto alle stesse limitazioni dell'Eni. La separazione delle reti, del resto, non serve a garantire questo o quello, ma a far funzionare il mercato, come ha più volte ricordato Alessandro Ortis. Altro che Opec e speculazione, il problema è qui e ora, e l'Antitrust - assieme all'Autorità per l'Energia - dispone, se non del bottone per risolverlo, almeno di alcuni importanti, ma impegnativi e faticosi, spazi di intervento. Guardare alla "soluzione europea", come la chiama Catricalà, è solo un modo per rimandare alle calende greche; per non fare oggi quello che potrebbe non essere fatto mai.

venerdì 18 luglio 2008

Ignoranza economica e razzismo, ecco la vera verità scomoda

Ieri, l'ex vicepresidente americano e premio Nobel per la Pace, Al Gore, ha tenuto un importante discorso a Washington (qui disponibile in versione annotata da Andrew Revkin). Nel suo intervento, Gore sembra spostare molto l'enfasi dalle paure climatiche alle questioni di sicurezza energetica e dei prezzi dell'energia, riflettendo il mutamento del clima dell'opinione pubblica, che pare aver accantonato i timori futuri per dare la precedenza ai rischi presenti. Inoltre, Gore lancia una sfida agli Stati Uniti: di generare il 100 per cento dell'elettricità americana da fonti di energia carbon-free entro il 2020. (E' il genere di impegno che si prende quando non si ricopre, e non ci aspetta di ricoprire, alcun ruolo di responsabilità, per cui non si può essere giudicati). Allo squillo di tromba hanno risposto altri squilli, per esempio dalle parti di Aspo (dove Ugo Bardi prende sul serio la sfida di Gore) e di The Oil Drum, dove invece Jerome Guillet fa una doccia fredda di realismo e dimezza l'obiettivo (ragiona sul 50 per cento di elettricità rinnovabile entro il 2020), pur mantenendosi ben oltre la linea della realtà. La riflessione di Guillet è molto interessante perché (a) si propone come approccio "pancia a terra" al problema e (b) l'obiettivo del 50 per cento di energia elettrica rinnovabile negli Usa è molto simile agli obiettivi europei al 2020 (coprire il 20 per cento del consumo totale di energia con fonti rinnovabili richiede, vuoto per pieno, almeno un 40 per cento di elettricità rinnovabile). A me pare comunque non convincente - e comunque esplicitamente sottende l'abolizione del mercato nel settore elettrico - ma è significativo che persino una persona sensibile alle corde sfiorate da Gore, ma con una indubbia conoscenza dei problemi, si affretti a smentirlo.

Non voglio, però, soffermarmi su Guillet oggi; vorrei piuttosto commentare un'affermazione di Gore, che ne nasconde la clamorosa ignoranza economica. Afferma Gore:
To those who say the costs are still too high: I ask them to consider whether
the costs of oil and coal will ever stop increasing if we keep relying on
quickly depleting energy sources to feed a rapidly growing demand all around the
world. When demand for oil and coal increases, their price goes up. When demand
for solar cells increases, the price often comes down.When we send money to
foreign countries to buy nearly 70 percent of the oil we use every day, they
build new skyscrapers and we lose jobs. When we spend that money building solar
arrays and windmills, we build competitive industries and gain jobs here at
home.
Anzitutto, per quel che riguarda i prezzi di petrolio e carbone, ci sono tante buone ragioni per pensare che, nel lungo termine, scenderanno. Una di esse è, paradossalmente, proprio la progressiva diffusione delle rinnovabili (oltre che di altre fonti alternative, come il nucleare); se una quota crescente della domanda viene soddisfatta da esse, la domanda di greggio e carbone finirà per raggiungere un picco e poi calare, facendo venir meno la pressione sull'offerta e creando le condizioni per una riduzione dei prezzi. Una seconda ragione sta negli investimenti in esplorazione che stanno avvenendo in questi anni, nonostante le numerose difficoltà di natura soprattutto politica nell'accesso alla risorsa. Una terza ragione sta nel fatto che siamo in presenza di una bolla petrolifera, dovuta a ragioni finanziarie tra cui le principali sono l'indebolimento del dollaro (e l'aspettativa di ulteriori indebolimenti) e la crisi finanziaria.

Secondariamente, non si capisce l'affermazione di Gore secondo cui, all'aumentare della domanda, i prezzi delle cellule fotovoltaiche diminuiranno. Ciò potrà accadere - anzi accadrà, probabilmente - nel lungo termine, se e quando si saranno verificate le seguenti condizioni: (a) se ci sarà un'aspettativa di domanda crescente; (b) se tale aspettativa sarà sufficientemente alta da determinare un volume sufficientemente alto di investimenti; (c) se tali investimenti porteranno a miglioramenti significativi dell'efficienza dei pannelli. Non è chiaro se tutto ciò accadrà; è possibile, forse anche probabile, ma la logica che dovrebbe spingerci a prevedere la riduzione dei prezzi dei pannelli è la stessa che ci porta a prevedere la riduzione dei prezzi del petrolio. Non si può sostenere l'una cosa e negare l'altra, a parità di condizioni al contorno (secondo me la parità non c'è perché la domanda di petrolio è robusta e di mercato, la domanda di energia fotovoltaica è dominata dai sussidi pubblici e quindi più incerta. Quindi è possibile che il prezzo di lungo termine dei pannelli fotovoltaici non scenda). Tra l'altro: l'ingrediente basilare dei pannelli fotovoltaici è il silicio, risorsa finita quanto il petrolio. Chi teme il picco del petrolio, suppongo tema anche il picco del silicio. Quindi l'energia fotovoltaica è una fonte non rinnovabile, allo stato attuale delle conoscenze tecnologiche. (Prevengo l'obiezioni: so bene che ci sono filoni di ricerca, anche molto interessanti, per sfruttare l'energia solare dribblando il silicio. Benissimo, vedremo i risultati. Ma va anche detto che un osservatore attento e ultra-pro-solare, Trevis Bradford, nel suo bel libro La rivoluzione solare dice che queste tecnologie saranno competitive nei prossimi 30 anni o più. Buona fortuna).

Tutto questo potrebbe anche essere perdonato - fa parte della normale dialettica politica, come viene definito il chiacchiericcio da bar quando proviene dalla bocca di uomini importanti - se Gore non si fosse avventurato nell'improvvida affermazione successiva, che è davvero da manuale. La riporto perché - giuro - leggendola inizialmente credevo di aver visto male:
When we send money to foreign countries to buy nearly 70 percent of the oil we
use every day, they build new skyscrapers and we lose jobs. When we spend that
money building solar arrays and windmills, we build competitive industries and
gain jobs here at home.
Mi spiego. Secondo Al Gore, quando compriamo petrolio noi "mandiamo soldi nei paesi esteri" per "costruire grattacieli" con l'effetto di "perdere posti di lavoro". Ci sono mille ragioni per cui questa affermazione - che poi è una formulazione perfino piuttosto rozza della richiesta di indipendenza energetica - è sbagliata. La prima e più ovvia è che noi (e gli americani e chiunque altro) non compriamo il petrolio per generosità, ma perché riteniamo che le alternative, laddove disponibili, siano più costose. Quindi, l'interdipendenza energetica ci rende più ricchi, non più poveri. Questa maggior ricchezza ci consente di creare nuovi posti di lavoro in altri settori dove sono relativamente più produttivi. Tra l'altro, seppure in crescita, i tassi di disoccupazione americani sono prossimi ai livelli "fisiologici". D'altronde, se si accetta il principio dell'autarchia energetica, perché non dovremmo estenderlo anche ad altri settori? E perché - per esempio - noi europei dovremmo continuare ad acquistare Ipod americani, trasferendo denaro ai perfidi americani che lo usano per costruire grattacieli, e con ciò perdendo posti di lavoro nell'industria nazionale dei mangiacassette?

Nel suo libro Gusher of Lies, Robert Bryce riporta (nell'Appendice A) una lista, per forza di cose incompleta, delle principali commodities minerarie che gli Usa importano dall'estero: le prime due pagine sono una impressionante lista di commodities per cui gli Stati Uniti sono interamente dipendenti dall'estero, dal manganese alla bauxite; poi si comincia a calare, fino al petrolio, importato per il 60 per cento. In tutto son cinque pagine di minerali essenziali per la modernità, che derivano per la maggioranza dall'estero. E' proprio l'interdipendenza che ha reso ricchi gli Usa, ed è l'indipendenza che può renderli poveri. Quanto poi alla potenzialità dell'industria rinnovabile di creare occupazioni, si tratta di un mito sciocco. Un paper recentemente pubblicato su Energy Journal e dedicato ad approfondire il "miracolo tedesco" (subscription required), dimostra come l'industria rinnovabile possa avere un effetto netto positivo sull'occupazione (cioè i posti di lavoro da essa creati sono superiori a quelli distrutti dai più alti costi dell'energia) solo se riesce a far leva sull'esportazione di tecnologia. Cioè, da un lato se le lobby rinnovabili riescono a convincere altri paesi ad adottare politiche favorevoli all'industria nazionale (ucci ucci); dall'altro, per essere efficiente, l'industria rinnovabile richiede un panorama di interdipendenza, cioè l'opposto di quello vaneggiato da Gore.

Ma mi fa ancor più arrabbiare l'altra implicazione delle parole di Gore, che cioè i paesi produttori di risorse usino i soldi che ricevono dai paesi consumatori per "costruire grattacieli". Non che ci sia nulla di male nei grattacieli, come dimostra quella splendida città che è New York. Ma il punto è che Al Gore fa un'affermazione di razzismo inaudito. L'opportunità di trarre beneficio dalla vendita del petrolio può rappresentare, per i paesi produttori, una grandiosa occasione di sviluppo e crescita; può essere la leva per uscire dalla povertà. E' vero che molte nazioni non la stanno sfruttando adeguatamente - come il Venezuela, che non a caso ottiene dalle sue risorse dei ritorni assai inferiori a quanto sarebbe possibile - ma questo non è un buon argomento per guardare ai poveri del pianeta e, con un sorriso sprezzante, commentare la loro miseria con la frase "cazzi vostri".

PS Questo è il mio ultimo post prevacanziero, credo. Vi saluto e ci vediamo il 28 luglio

giovedì 17 luglio 2008

La terza crisi petrolifera?

"Questa è una nuova crisi petrolifera. I prezzi del petrolio sono molto alti". Nel passato le crisi "sono state causate da una mancanza di offerta, ma ora la causa va cercata nei problemi del meccanismo di price-setting". Lo ha detto l'ex ministro del Petrolio dell'Arabia Saudita, e primo presidente dell'Opec, Ahmed Zaki Yamani, al quotidiano giapponese Nikkei, ripreso sull'ultimo numero di Oil & Gas Journal (subscription required). La fonte è talmente autorevole che non si può prenderla alla leggera. Anche perché dice poi una cosa molto giusta: "i traders comprano e vendono sulla base della speculazione e dei rumors, non della domanda e dell'offerta". Ma ci sono anche cause sostanziali: i mercati, per esempio, scontano il rischio e l'incertezza sottesa alla questione iraniana. In assenza di sviluppi drammatici su questo fronte, però, Yamani si aspetta una riduzione dei prezzi ("70 dollari al barile nel 2010" - secondo me è possibile anche meno) come effetto combinato della riduzione della domanda (soprattutto se le grandi economie emergenti ridurranno i sussidi), dell'ampliamento dell'offerta, e dello sgonfiamento della bolla speculativa. La tesi di Yamani sembra collimare, ma in realtà si discosta, da quanto il re saudita Abdullah ha dichiarato ieri in una lunga intervista a Repubblica, che ho brevemente commentato sul sito del Foglio. Anche Abdullah sostiene che i prezzi siano trainati dalla speculazione, e non rispondano solo ai fondamentali. Ma esprime, su questo, una sorta di valutazione morale, che gli consente di praticare il blame game e lasciare in ombra le difficoltà del regno saudita a ripristinare quel cuscinetto produttivo che tanto a lungo ne aveva fatto il produttore di ultima istanza. Se dunque si combinano queste opinioni - di altissimo peso specifico - e si tenta di leggerle tra le righe, mi pare che ne esca rafforzata la tesi che l'ondata speculativa non è il male, ma un sintomo, il quale peraltro ha origini anche fuori dai mercati petroliferi. Il vero problema sta nella scarsa capacità produttiva, e l'unica medicina sono gli investimenti. Cvd.

mercoledì 16 luglio 2008

Il barile tra speculazione e tasse

Sull'Occidentale acceso dibattito tra lo sciagurato Massimo Nicolazzi, che difende le tasse, e il candido autore di questo post, il quale afferma che petrolio e Coca Cola pari sono.

Update: Sull'Occidentale sono comparsi due commenti, uno dei quali di Massimo, che risponde alla mia risposta. Riporto integralmente:

Rivelo uno scoop. Stagnaro è proprietario di un Suv. Aggiungo che i morti e feriti (?) dello sviluppo europeo (in America no casualties?) non sono vittime dell'imposta sulla benzina, che la stessa non ha ridotto il numero delle auto ma solo il volume dei motori,e che la vecchia 500 (quella vera) per come ci ha esercitato e stimolato la fantasia ha contribuito alla nostra educazione sentimentale ben più di quanto abbiano potuto fare i pick-up per i miei poveri coetanei americani. Nel merito, mi sono permesso di sottoporre una delle tesi di Stagnaro - e precisamente quella sulla (in)differenza ontologica di meloni, petrolio e coca-cola - a verifica empirica. Ho messo sul tavolo due banconote da 5 Euro. Ontologicamente identiche. Una l'ho scambiata con un future sui meloni, e l'altra con un future sul greggio. Il computer non ha segnalato differenze ontologiche tra i due papers. Ho ripetuto l'esperimento con due altre banconote. Con la prima ho comprato coca-cola, e con l'altra petrolio. Ho messo i due contenitori sul tavolo, ed ho notato quantomeno delle affinità (per come era scuro, doveva essere un greggio pesante). Ho concluso l'esperimento bevendo il petrolio. Oggi non mi sento particolarmente bene, ed anche un po' sciagurato.

Mia risposta alla risposta di Nicolazzi alla mia risposta:

Caro Massimo, i morti e feriti, fuor di metafora, sono tutte quelle persone che, a parità di reddito, hanno avuto in Italia ed Europa un tenore di vita inferiore ai loro omologhi americani; cioè tutti. E anche coloro che, a parità di condizioni, hanno avuto un reddito inferiore, cioè tutti. Nel senso che sono mille e mille più le ragioni se gli Usa sono più ricchi e crescono di più dell'Ue, ma sicuramente una di esse è il più facile accesso all'energia, dovuto al suo minor costo (ossia al più ridotto peso del prelievo fiscale). C'è anche l'altra faccia della medaglia: a parità di aumento della materia prima, il prezzo alla pompa negli Usa è cresciuto assai più visibilmente che da noi. E allora? Quanto al tuo esperimento col petrolio, forse l'effetto è dovuto al fatto che hai bevuto un heavy oil, magari sour, mentre la Coca era light ;-)

Marcia indietro (per ora)

L'emendamento del leghista Maurizio Fugatti, che avrebbe soppresso il collegio dell'Autorità per l'energia, sarà stralciato. E' una notizia buona ma, come si dice, non finisce qui. Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ha infatti argomentato che, sebbene questa norma non possa essere inserita in un decreto (meno male che se ne sono accorti), entrerà probabilmente nel ddl. Appuntamento, quindi, rimandato a settembre.

A mio avviso la situazione resta inquietante. L'attacco ad Alessandro Ortis nasconde, in realtà, un attacco all'indipendenza del regolatore. Non stupisce che, a fronte del rischio che si staglia all'orizzonte, si siano moltiplicate le dichiarazioni a difesa dell'Autorità, da parte di amici ma anche di chi, senza averne mai fatto mistero, cordialmente antipatizza. Il problema è che se passa il principio che il collegio può essere rimosso, allora l'Autorità non è più indipendente (nella misura in cui l'indipendenza è possibile). Diventa un'agenzia al servizio del governo, e questo è grave perché crea un clima di instabilità e incertezza (ancora più di quante ne abbiamo, intendo). Un amico mi ha scritto facendomi notare che pure Ortis qualche cazzata non se l'è negata. Vero. Ma Ortis non viene accusato da chi lo vuole rimuovere di non avere le necessarie competenze, ma solo di far bene il suo mestiere - cosa che dà immensamente fastidio a chi vorrebbe un regolatore debole o al guinzaglio. Per di più, se anche il problema fosse di natura tecnica, il valore di un'Autorità sta appunto nella garanzia che essa si possa muovere con un ragionevole grado di autonomia, come ha ricordato Franco Debenedetti. Peraltro, Ortis non è che sia sceso dalla Luna, ma è stato messo al suo posto dagli stessi che oggi lo vogliono far fuori. Che poi queste stesse persone non siano state in grado, dalle dimissioni di Fabio Pistella meno di un anno dopo l'insediamento, di nominare i tre membri mancanti del collegio, e che neppure gli avversari siano stati capaci di farlo, è un altro discorso, che riguarda non Ortis ma l'incapacità del nostro ceto politico.

La manovra Fugatti (di cui sarebbe forse utile tracciare l'albero genealogico - penserete mica che sia lui il padre biologico?) arreca un danno enorme al paese. Se anche rientrasse completamente - e di questo parleremo a settembre - ha ormai creato il precedente. I regolatori non sono più liberi come lo erano prima. Questo i mercati l'hanno visto, capito, e trarranno le conseguenze. Il country risk italiano sale, sale, sale.

PS Qualcuno mi ha chiesto di commentare le strampalate dichiarazioni del primo ministro sulla fissazione del prezzo del petrolio dal lato della domanda. Mi sembrano talmente folli che ogni commento sarebbe una perdita di tempo. A' la guerre comme à la guerre - con lo scolapasta saldamente calato in testa.

PPS Sul compagno Fugatti, che oltre ad abolire l'autorità vorrebbe anche sabotare la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, si veda Luigi Ceffalo @ Liberalizzazioni.it.

domenica 13 luglio 2008

With Ortis We Stand

Non vale neppure la pena di argomentare. L'emendamento presentato dal deputato leghista Maurizio Fugatti, che avrebbe l'effetto di azzerare il collegio dell'Autorità per l'energia, è un attacco vergognoso all'indipendenza del regolatore energetico. Ortis non piace? Problemi con Fanelli? Benissimo: ditelo. Ma un'autorità ha senso solo se è indipendente, nella misura in cui lo può essere, dalla politica. Un regolatore che sia lo sgabuzzino dei politicanti non serve a nessuno, tanto meno in un periodo di crisi come quello attuale. Dopo le parole di Scajola di qualche giorno fa, questo emendamento - sia esso una mossa tattica oppure davvero quello che sembra - è un pessimo segnale, soprattutto alla luce dei sostanziali cambiamenti annunciati dal governo nel settore energetico, col ritorno al nucleare. Per quel che ci riguarda, questo regolatore non s'ha da toccare.

giovedì 10 luglio 2008

Conversazioni al Festival

Conversazioni è il titolo dell'e-book appena lanciato dal Festival dell'Energia, che contiene dialoghi di Maria Auciello, Agnese Bertello ed Emilia Blanchetti con tutti gli speaker che hanno partecipato alla tre giorni di Lecce. Una lettura divertente.

Non parlare al conducente

Ma che ha detto Alessandro Ortis, presidente dell'Autorità per l'energia, per suscitare una reazione tanto piccata del ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola? L'esponente ligure del Pdl ha diramato un comunicato stampa nel quale, dopo aver definito "complessivamente condivisibile" (che in democristianese, madrelingua del ministro, significa: mi ha fatto girare i coglioni) la relazione annuale dell'Authority, ha aggiunto: "meno condivisibili mi paiono le valutazioni su misure e assetti di politica energetica nazionale, che competono all'esclusiva responsabilità politica del parlamento e del governo". Che tradotto significa: i coglioni mi girano a mille. Dunque, torno alla domanda iniziale: a cosa si riferisce Scajola, nel suo comunicato? La Staffetta evidenzia che, tra i vari temi toccati, Ortis è tornato "a denunciare un livello insoddisfacente di concorrenza nel gas e ha invitato apertamente il Governo a dare seguito alla separazione proprietaria di Snam Rete Gas da Eni come prefigurato dalla legge 290/03. Diversi, come di consueto, sono stati nella Relazione i suggerimenti e le esortazioni in materia di politica energetica: dall'invito a promuovere l'Italia come hub del gas, all'esortazione a vigilare sull'incentivazione delle rinnovabili, a intervenire sugli oneri di sistema nella tariffa elettrica, ad ridurre le concessioni per la distribuzioen gas a circa 50, a intervenire sul dl fiscale per modificare le norme in materia di metrologia". E' vero che alcune tra queste cose non sono di stretta competenza dell'Autorità; ma è anche vero che, se il ruolo del regolatore è quello di vigilare sul buon funzionamento del mercato, l'esistenza di norme incomplete o di incrostazioni di vario genere è un problema che non può essere ignorato. Ciò è particolarmente vero per la struttura delle bollette e per la vexata quaestio della separazione proprietaria della rete gas e degli stoccaggi, ma anche dell'organizzazione della borsa elettrica che soffre di una incomprensibile asimmetria tra i prezzi dal lato dell'offerta e dal lato della domanda, la quale previene il corretto funzionamento dei segnali di prezzo e dà luogo a investimenti subottimali e rendite di congestione. Quindi, Ortis ha fatto benissimo a sottolineare le criticità esistenti: questo non significa che l'Autorità non possa far meglio (anche evitando di essere più realista del re). Significa però che Ortis ha tutto il diritto - vorrei dire il dovere - di chiedere regole eque, senza le quali non può esserci vera liberalizzazione.

mercoledì 9 luglio 2008

Unfair congestion charge

Sproporzionato e ingiusto. Così la Porsche aveva definito l'aggravio di 25 sterline al giorno per i proprietari di auto con emissioni di CO2 superiori ai 225 g/km che era stato proposto dall'ex sindaco di Londra, Ken Livingstone. Le sue ragioni sono state riconosciute valide da un tribunale londinese. Non c'è da stupirsi: l'attuale tassazione sui carburanti è già da quindici a venti superiore al costo esterno correlato alle emissioni di anidride carbonica cui dovrebbe essere proporzionata l'imposizione fiscale. Eventuali emuli di Livingstone ne prendano buona nota.

lunedì 7 luglio 2008

Cose che non vorrei vedere

A seguito del decreto Robin Hood, l'Autorità per l'energia di trasforma nello sgherro dello sceriffo di Nottngham. La "bellissima tassa" di Giulio Tremonti prevede il divieto, per le compagnie operanti nel settore energetico e colpite dall'aumento di 5,5 punti percentuali dell'Ires, il divieto di trasferire l'aumento fiscale, parzialmente o totalmente, ai consumatori. Ciò è ovviamente impossibile, non solo poiché è pressoché impossibile distinguere un aumento da un altro (almeno puntualmente), ma anche e soprattutto perché in Italia da un bel po' non esistono più i prezzi amministrati per carburanti, elettricità e gas. Ciò nonostante, il decreto assegna appunto all'Aeeg il compito di vigilare su queste dinamiche. Coerentemente col nuovo mandato (forse non desiderato), l'organismo presieduto da Alessandro Ortis ha diramato oggi una delibera in cui chiede alle imprese interessate di inviare copia del bilancio, con dettagliate informazioni sui loro margini e altri dati sensibili. Ovviamente, l'Authority non poteva fare altrimenti. Resta da chiedersi se davvero questo sia ciò di cui ha bisogno il paese e se, con tutti i problemi che ha il settore energetico (a partire dal deficit di liberalizzazioni, principalmente nel gas) quello di vigilare sui prezzi (sui quali non ha poteri) sia davvero il miglior uso delle (scarse) risorse a disposizione dell'Aeeg.

La speculazione e gli antidolorifici

Il Corriere economia di oggi dedica un lungo e interessante approfondimento alla faccenda dei prezzi del petrolio. Il dato che emerge con più insistenza dai tre contributi - un ampio articolo di Stefano Agnoli, un'intervista di Marco del Corona a Bill Emmott, e un commento di Giulio Sapelli - è come lo scenario petrolifero sia complesso e tridimensionale. Non esistono né smoking gun né facili colpevoli a portata di mano. Le quotazioni stellari del barile sono il frutto dell'interazione di diversi fattori, che vanno dall'inattesa accelerazione della domanda nell'ultimo decennio al risorto nazionalismo petrolifero in molti paesi produttori (in primis il Venezuela), fino al complicato ruolo della speculazione finanziaria. A questo proposito, ci tengo a fare una precisazione, perché alcuni commenti che ho ricevuto mi fanno pensare di non essere stato chiaro. Io penso che la speculazione, cioè la componente puramente finanziaria del prezzo, abbia un ruolo significativo, per quanto difficile da quantificare (ma anche il "rischio politico" è difficile da quantificare, eppure nessuno ne nega l'esistenza). Penso però che sia un ruolo positivo. Mi spiego con un paradosso: come si può, tecnicamente, eliminare la speculazione? Di fatto, non si può, se non cancellando i mercati finanziari, ovvero limitando le transazioni di greggio ai soli operatori fisici. Ammesso che poi una simile situazione non evolva naturalmente verso quella attuale (come sospetto, e come è accaduto nel passato, in fondo), un mondo del genere sarebbe più povero e meno efficiente. Perché la speculazione non rispecchia solo le convinzioni dei trader (le cui aspettative rialziste sono secondo me, nel lungo termine, sbagliate), ma anche e soprattutto denuncia la debolezza dei fondamentali. La speculazione, cioè, fa sì aumentare i prezzi (banalizzo), ma anche incentiva, incoraggia e accelera la soluzione del problema. La speculazione rende più convenienti gli investimenti, perché il rischio minerario diviene più accettabile in presenza di un sostanzioso payoff, e quindi rendendo particolarmente acuta la crisi petrolifera (ha ragione Daniel Yergin nell'impiegare questo termine, anche se la crisi attuale è strutturalmente diversa da quelle del passato) rende più rapida la sua soluzione. La speculazione è, in un certo senso, come il dolore per il nostro fisico: non è la causa, ma il sintomo, e la causa non può essere curata con gli antidolorifici. Tanto più che, nel caso in esame, i presunti antidolorifici avrebbero l'effetto di incancrenire il male.

venerdì 4 luglio 2008

Bruxelles sta con Robin Hood?

I giornali italiani hanno dato grande enfasi alla presunta apertura di Bruxelles nei confronti delle giaculatorie antispeculazione del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti (per esempio qui). Ma davvero la Commissione si è schierata con Robin Hood? Non mi pare. Il portavoce del commissario alla Concorrenza, Neelie Kroes, nell'ambito di un convegno avrebbe raccolto una domanda relativa alla proposta di Tremonti, di ricorrere all'articolo 81 del Trattato Ue contro la speculazione sul petrolio. In realtà, Jonathan Todd ha semplicemente detto: "le regole del Trattato contro le manipolazioni del mercato possono essere usate chiaramente contro tutte le forme di collusione. Non so dire se ci sia alcuna prova di collusione nelle speculazioni. Se ci fosse, allora l'articolo 81 potrebbe essere usato". In sostanza, ha detto l'unica cosa che poteva dire, e che è di una banalità tale da non meritare un'attenzione specifica. Todd ha spiegato che (a) il Trattato proibisce forme di collusione e altre intese anticoncorrenziali, (b) che nessuno si è mai preso la briga di verificarne l'esistenza a fronte della speculazione sulle commodities, e che (c) se ci fosse collusione si potrebbe invocare l'intervento dell'Unione. Embé? La richiesta di Tremonti (che ha la sua vera sponda europea all'Eliseo) è ben diversa: lui afferma che la speculazione è "la peste del XXI secolo", e vorrebbe colpire la speculazione in sé. C'è un abisso, e mentre si possono nutrire delle perplessità sull'uso che la Commissione ha fatto nel passato della competition policy (basti pensare al caso Microsoft), in questo momento di grave difficoltà politica occorre tracciare una linea sulla sabbia. Bruxelles sta al di qua della linea, Tremonti sta ben al di là.

mercoledì 2 luglio 2008

Più realisti del re (anzi, del principe)

L'Aston Martin del principe Carlo?
Niente benzina, va a vino e formaggio

Miscela in bioetanolo. Il consigliere di Sua Altezza: «Il carburante odora di vodka, niente puzza di cacio»

Che Phastidio quel Tremonti

Mi ero ripromesso di stare almeno un giorno senza parlare del ministro dell'Economia. Ma oggi le ha sparate veramente troppo grosse. Tra profezie di sventura e promesse keynesiane, Tremonti si è esercitato nel tiro al piccione contro la speculazione, facile bersaglio di ogni populismo incapace di coglierne la funzione e l'utilità. Voglio però tener (quasi) fede al mio impegno, anche perché Mario Seminerio ha già detto molto di quel che c'è da dire.

Ecopass anche a Roma

L'assessore romano all'Ambiente Fabio De Lillo (uno che ha il sito in comproprietà col fratello, senatore del Pdl, ohibò) ha annunciato che la capitale potrebbe sostituire l'attuale ztl con una soluzione stile ecopass. Si tratta di una soluzione ingiusta e regressiva, come spiega qui Francesco Ramella, mentre qui Gabriele Albertini racconta cosa sarebbe stato opportuno fare nel capoluogo lombardo, e qui è possibile vedere come e quanto io mi sia sbagliato allorché l'ecopass venne annunciato per la prima volta. La tassazione dei veicoli secondo le classi di inquinamento può (forse) ridurre il traffico delle vecchie auto nel centro cittadino, ma certo non il traffico in sè. Semplicemente, verranno penalizzati coloro che non possono permettersi di cambiare la macchina. Se si vuole affrontare seriamente la questione del traffico - di cui l'inquinamento è una conseguenza, e non viceversa - occorre sì dare un prezzo, ma alle strade, non ai motori. Il principio economico di fondo dovrebbe essere quello che le strade sono un bene scarso e quindi vanno prezzate nella misura in cui sono scarse. Altrimenti, è solo un'altra tassa.

martedì 1 luglio 2008

Dio protegga la speculazione

Sul Sole 24 Ore di oggi, un articolo molto informato di Alessandro Merli sostiene che il prezzo del greggio sia dominato dai fondamentali e che la speculazione abbia un ruolo marginale. C'è, ovviamente, un fondo di verità: la criticità non sta nei movimenti finanziari, ma nel fatto che i fondamentali sono deboli. Ma ha senso negare che gli scambi virtuali abbiano un impatto? A mio avviso, no. E soprattutto questa posizione mi pare risponda più che altro a un tic politico: o si afferma che la speculazione non esiste, oppure si tremonteggia sulle contromisure. A me pare che le cose stiano diversamente, e siano più complesse. La speculazione può effettivamente avere un effetto sul prezzo del greggio perché il margine tra domanda e offerta è stretto. Se ci fosse un'ampia spare capacity, gli speculatori non andrebbero da nessuna parte. Altrimenti, non si spiega come mai - possedendo qualche sortilegio che gli consente di innescare una spirale rialzista a piacimento - essi non abbiano utilizzato la bacchetta magica anche nel passato, quando il petrolio è restato stabilmente e a lungo su valori molto bassi (dal 1986 all'inizio del nuovo millennio, per esempio).

Mi pare che una interpretazione più corretta di quanto sta accadendo l'abbia fornita, sempre sul Sole, ma un paio di giorni fa, Leonardo Maugeri, il quale spiega che la chiave per uscire dalla fase rialzista del ciclo stia nell'espansione della capacità produttiva. Come? Semplice: investendo nell'esplorazione e sviluppo dei giacimenti. Semplice a dirsi, naturalmente, ma difficile a farsi, poiché le attività minerarie sono caratterizzate da un rischio molto alto. Se la si vede da questo punto di vista, allora la speculazione esercita un ruolo positivo: trainando verso l'alto i prezzi, aumenta i profitti attesi da chi si getta alla ricerca di idrocarburi, e quindi incentiva gli investimenti. Il quadro è reso più complicato dal fatto che spesso gli investimenti sono impediti, rallentati, o disincentivati dalle politiche dei paesi produttori di risorse: il Venezuela e l'Iran, per esempio, potrebbero essere terreni fertili per l'esplorazione, ma sono off limits (l'Iran anche a causa del folle embargo americano). Anche l'Italia, nel suo piccolo, con la Robin Hood Tax si comporta da regime venezuelano.

La conseguenza è che la guerriglia politica agli investimenti, e il populismo di chi vorrebbe aggredire i presunti extraprofitti delle compagnie petrolifere (con ciò rendendo meno accettabile il rischio minerario), allungano la fase negativa del ciclo delle risorse. Se non si comprende questo fatto, non ne usciremo. Il problema non è vietare la speculazione, ma far tesoro delle informazioni che essa consente di far emergere, e degli incentivi che essa crea. Non ci servono meno speculatori, ma più investimenti.