sabato 30 agosto 2008

Go Sarah Go

La scelta di Sarah Palin come running mate di John McCain spariglia le carte, accende gli entusiasmi, riposiziona la barra repubblicana nella direzione in cui si suppone essa sia. La governatrice dell'Alaska (qui il ritratto del Foglio) ha infatti riscosso un generale e diffuso apprezzamento nella blogosfera conservatrice e libertaria americana. I toni sono sorprendentemente concilianti anche da parte di chi, normalmente, non si fa scappare un'occasione per bocciare il partito dell'Elefantino: da Reason - qui con Ron Bailey e qui con Jacob Sullum - a LRC. Su PlanetGore, Greg Pollowitz rafforza la presa di posizione molto esplicita della National Review. Keith Johnson di EnvironmentalCapital ragiona su come le posizioni di Palin abbiano l'effetto di blindare il feeling repubblicano con le trivelle - nel senso di una maggiore facilità di esplorazione e coltivazione degli idrocarburi, non certo perché la fanciulla ecceda in affettuosità con Big Oil, come osserva H. Josef Hebert su Townhall (diciamo che ha fatto una mezza tremontata, come ricorda Chris Edwards, ma gliela perdoniamo un po' perché non si può aver tutto dalla vita, un po' perché se non altro lì i windfall profits ci sono davvero, e la questione è politica - se tassarli o no - non ontologica - se esistano oppure no, e in Italia non esistono. Sul punto, perplessità anche da Phastidio). Il compito essenziale di Sarah resta, comunque, quello di coprire il Maverick "a destra", dando fiato a tutto quell'ampio elettorato conservatore che non sempre segue le sterzate di McCain. Lo notano qui Andrea Mancia e qui Helen Smith di PajamasMedia. Insomma, finalmente anche chi come me guarda con qualche perplessità al senatore dell'Arizona, ha finalmente un motivo per sperare con convinzione nella vittoria repubblicana - senza più doversela augurare semplicemente per scongiurare l'elezione di Obama (che avrebbe un solo aspetto realmente positivo, ma per il resto fuffa).

venerdì 29 agosto 2008

Go John Go!

Se Sarah Palin diventa vicepresidente, ci divertiamo.

PS Su segnalazione di Camillo, qui un'intervista di Sarah, un mesetto fa a Giuseppe De Bellis sul Giornale.

Il nucleare, i sussidi, l'autorità

Enel Green Power in borsa e via alla corsa al nucleare. E' quanto afferma l'amministratore delegato dell'Enel, Fulvio Conti, in un'intervista al Corriere della sera (che non riesco a trovare online). E' sull'atomo che Conti fa affermazioni piuttosto significative: intanto, afferma che introducendo più carbone pulito e nucleare nel mix italiano i prezzi per i consumatori potrebbero scendere del 15-20 per cento. Pur essendo vero che lo stacco tra Italia ed Europa è spiegato largamente dalle differenze nel mix, mi pare una stima eccessiva. Secondo i dati del regolatore (si veda per esempio il grafico a pagina 97) i costi di produzione (che sono dominati dai combustibili, ma includono anche altre voci non trascurabili) rappresentano circa il 65 per cento del prezzo medio dell'elettricità al netto delle imposte. Per ottenerne una riduzione del 20-25 per cento attraverso una variazione del mix - che riguarda appunto questa voce - occorrerebbe che i costi di produzione si riducessero di una quota tra un terzo e la metà. Conti afferma che il costo medio del kWh nucleare sarebbe attorno ai 50 euro / MWh, contro i 100 euro / MWh a gas, ma questa previsione (a) è vera ai prezzi attuali del metano, che nel lungo termine probabilmente si ridurranno e soprattutto (b) assume condizioni di credito nel finanziamento degli impianti atomici molto favorevoli.

Ed è proprio questo il grande assente dall'intervista di Conti: l'ad dell'Enel ha ragione quando afferma che la maggiore compagnia italiana dispone della capacità di mettere in campo i nuovi impianti; forse è vero, al di là del tono di doveroso rispetto, che il governo si sta impegnando per ottenere una riforma che chiarisca le regole per la realizzazione, l'esercizio e lo smantellamento degli impianti nucleari. Ma tutto questo, pur necessario, non è neppure lontanamente sufficiente. Una centrale nucleare di paga a 30 anni, circa: perché essa sia bancabile, occorre avere la garanzia che non vi saranno, nei prossimi decenni, grandi cambiamenti regolatori, e tanto meno che arriverà un giorno un governo che, per decisione politica, ritirerà o annullerà le autorizzazioni. Questa certezza oggi non c'è: c'è, semmai, la ragionevole certezza del contrario. Il governo e l'opposizione non hanno, per quel che è possibile sapere, avviato alcuna seria riflessione di lungo termine sul nucleare e, più in generale, sulla politica energetica (e Dio solo sa quanto ce ne sarebbe bisogno).

Resta dunque una sola opzione: i sussidi. L'erogazione di generosi sussidi può accorciare il payoff degli investimenti, e quindi renderli convenienti anche in presenza di un forte rischio politico. Sarebbe, però, la soluzione peggiore di tutti: perché finirebbe che gli italiani pagano, attraverso la fiscalità generale oppure per mezzo di componenti tariffarie, per delle strutture che tutti si aspettano non verranno utilizzate fino in fondo, ossia non saranno remunerate dal mercato.

Se questo è il disegno, si capisce meglio - al di là dei fattori personali e di ambizione politica - la guerra del governo contro l'Autorità per l'energia. Ed è dunque con questi occhi che va letto l'ottimo intervento di Pippo Ranci, già a capo del regolatore, sul Sole 24 Ore (neppure questo lo trovo online). Ranci sottolinea le ragioni per cui l'indipendenza dell'Autorità è un elemento essenziale per il buon funzionamento del mercato, evidenziando anche come una delle scuse addotte dal governo - l'esigenza di creare un'agenzia di sicurezza nucleare - non regga, in quanto ovviamente non è compito dell'Autorità occuparsi di questioni di sicurezza sanitaria o ambientale. Ma il punto è un altro: l'indipendenza dell'Autorità costituisce in qualche misura un ostacolo ai disegni dirigistici, perché l'attività di regolazione del mercato non può tollerare l'aggiramento delle regole - o almeno costringe a renderlo esplicito.

Spero di sbagliarmi, ma se unisco i puntini vedo uno scenario per nulla incoraggiante.

venerdì 22 agosto 2008

Petrolio. I prezzi scenderanno...

...e Mike Lynch vi spiega come guadagnarci, in questo splendido paper lanciato oggi dall'IBL.

giovedì 21 agosto 2008

Le strane risposte del professor Ghidini

UPDATE: Ottimo Davide Tabarelli.

Il professor Gustavo Ghidini è tornato ieri a parlare dei prezzi dei carburanti in Italia, rispondendo sul Corriere della sera a una mia lettera (qui una versione più articolata) che a sua volta riprendeva criticamente le tesi del giurista milanese. Ecco la replica di Ghidini:

In replica ( Corriere, 17 agosto) a un mio articolo del 12 agosto («Lo strano caso della benzina lenta»), il direttore Ricerche e studi dell'Istituto Leoni sottolinea giustamente il profilo (da me non trattato) delle inefficienze del sistema distributivo di benzina e gasolio in Italia. E in queste, in sostanza, esaurisce le cause della nostra abnorme situazione dei prezzi. Ma così non spiega i fatti che avevo richiamato: 1) il prezzo industriale (al netto del Fisco) praticato dalle compagnie ai distributori è sensibilmente più alto — sino a 7 centesimi per litro di benzina, e sino a 9 per il gasolio — di quanto avviene in altri Paesi europei a noi comparabili, ad es., Germania, Francia, Spagna. 2) I prezzi praticati ai gestori registrano variazioni veramente minime fra compagnia e compagnia: 3-5millesimi di euro. Insisto dunque: in un mercato tanto «volatile» nei prezzi internazionali e tanto «ingessato» nelle politiche di prezzo nazionali, servirebbe anche una pur eccezionale cura di trasparenza (di prezzi e di responsabilità), basata sull'indicazione, presso ciascuna stazione, del doppio prezzo: dalla compagnia al gestore, dal gestore al pubblico.E a proposito di trasparenza, non confondiamo gli attuali piccoli e rari pannelli luminosi che accorpano i prezzi di tutte le stazioni operanti su lunghissimi tratti — prezzi così difficili da memorizzare — con i totem digitali, di alta efficacia visiva, che sino al 2002, prima di ciascuna stazione, e ben visibili dall'autostrada, segnalavano i prezzi offerti nella stazione stessa.

Mi pare che Ghidini insista nel non guardare alle cose come stanno. Al di là della sua stima sullo stacco che mi pare esagerata (può essersi verificato, occasionalmente, un delta tanto elevato, ma mediamente siamo intorno ai 4-5 centesimi, ed è la media su un periodo sufficientemente lungo che conta, non i dati puntuali), le inefficienze della rete impattano, eccome, il prezzo industriale, per almeno due ragioni. La prima è che gli investimenti sulla maggior parte delle pompe colorate (quelle che battono la bandiera delle compagnie) sono di competenza delle compagnie stesse, e quindi i loro costi devono essere ripagati dai prezzi di vendita (cosa del resto evidente se solo si guarda alla differenza tra i prezzi in rete ed extrarete). E' ovvio, del resto, che essendo uguale il costo della materia prima, la differenza sul prezzo finale deve poter essere spiegata o da maggiori profitti (saremmo grati al professor Ghidini se ce li mostrasse, visto che vi allude continuamente) oppure a diverse e meno efficienti modalità organizzative. Secondariamente, in altri paesi dove la Gdo ha un ruolo importante, essa può contare su sconti molto importanti grazie all'entità dei contingenti che acquista dai raffinatori, certo non paragonabili a quelli comprati dai singoli rivenditori, siano essi bianchi o colorati. Tutto questo per dire che, tra le altre cose, l'inefficienza della rete ha un effetto reale a monte.

Sulle variazioni di prezzo, non so dove Ghidini abbia raccolto i suoi dati. Nei distributori dove normalmente mi reco io a far benzina si trovano differenze più ampie, e lo stesso mostrano tutte le rilevazioni sui prezzi in circolazione. Ma in ogni caso, 4-5 millesimi di euro per litro costituiscono il 10 per cento (circa) del margine netto delle compagnie, così come il 10 per cento del margine dei gestori, quindi non è una cifra così triviale.

Sulla trasparenza, ho già detto nella mia lettera precedente. I totem sono una buona idea, e più ce n'è meglio è; ma misure del genere, e soprattutto l'indicazione del doppio prezzo su cui Ghidini insiste tanto, sarebbero oggi inammissibili per ragioni antitrust, in quanto costituirebbero uno "strumento facilitante" la collusione. La mia opinione è ben diversa, ma conta nulla: il fatto è che le compagnie, che dopo le ripetute batoste dell'Autorità e dei ministri Bersani e Scajola hanno paura della propria ombra, non hanno certo voglia di aprire l'ennesimo contenziooso per far felice il pur interessante e autorevole professor Ghidini.

PS E' appena il caso di notare che giochetti come la Robin Hood Tax avranno l'effetto probabile di aumentare lo stacco Italia-Europa (ne parliamo tra un annetto, dati alla mano) perché aumentano la pressione fiscale sulle compagnie (cioè i loro costi) e soprattutto il rischio paese, cioè il costo-opportunità degli investimenti.

martedì 19 agosto 2008

La tragedia dei commons regolati

I parcheggi di Firenze insegnano una importante lezione di policy. Come racconta sul blog di Aspo Ugo Bardi, in questi giorni agostani i parcheggi per residenti sono semivuoti; eppure ai non residenti è vietato parcheggiarvi, anche a pagamento. Cosa suggerisce questo? Secondo Bardi,

Questo è un piccolo esempio del problema degli "anti-commons". Vi ricorderete che Garrett Hardin, nel 1966, aveva pubblicato il suo saggio dal titolo "la tragedia dei commons", ovvero "la tragedia dei beni comuni". La tragedia di cui parlava Hardin è dovuta al fatto che quando certe risorse costano troppo poco, o addirittura sono "di libero accesso", si tende a sovrastruttarle e, alla fine, a distruggerle. Questo è, evidentemente, quello che è successo per la maggior parte delle strade e dei parcheggi delle città storiche italiane. Fino a non molto tempo fa, parcheggi e strade erano di libero accesso a tutti e questo ha portato a un bel disastro di inquinamento e congestione. Oggi, ovunque, si cerca di rimediare mettendo tariffe e bloccando l'accesso ai parcheggi e alle strade ai non-residenti. L'unico modo per evitare la tragedia dei commons, in effetti, è privatizzarli; è quello che si fa per i parcheggi "solo per residenti".Peraltro, si può anche esagerare e cadere nell'eccesso opposto: quello della tragedia degli anti-commons. Ovvero, bloccare artificialmente l'accesso a un bene e quindi sotto-sfruttarlo. La questione dei parcheggi vuoti non è una tragedia e si risolverà ben presto con il ritorno dalle ferie.

La tragedia dei beni comuni è la banale conseguenza della ferrea legge della domanda e dell'offerta. Se il prezzo di un certo bene tende a zero, la domanda tenderà all'infinito. Poiché tutte le risorse sono scarse nel breve termine, le risorse ad accesso libero tendono a essere sovrasfruttate: è il caso dei pascoli di Hardin, dei parcheggi di Firenze, delle strade di Milano, e di una infinità di altre risorse. Come è possibile evitare il sovrasfruttamento? Esistono, schematizzando, due strade.

La prima è quella di privatizzare e creare un mercato: creare un mercato e mettere la risorsa in mani private significa far emergere un sistema dei prezzi che, si suppone, dovrebbe equilibrare domanda e offerta. Cioè, in altre parole, ci aspettiamo che i prezzi di mercato del bene in questione - pascoli, parcheggi o strade - sia sufficientemente alto da limitare la domanda a un livello sostenibile, ossia tale da massimizzare il reddito presente sotto il vincolo di mantenere un reddito futuro atteso sufficientemente alto. O, per usare le parole di R.J. Smith, "quando godiamo di una proprietà privata esclusiva, che essa sia organizzata attraverso una fondazione a scopo di lucro oppure nonprofit, vi sono degli incentivi per i proprietari a preservare la risorsa... La proprietà privata consente al proprietario di catturare il pieno valore capitale della risorsa, e l'interesse personale e gli incentivi economici guidano il proprietario verso il mantenimento del suo valore di lungo termine". La seconda strada, che è quella suggerita da Hardin nel suo saggio, è la regolazione dell'accesso ai commons. In alcuni casi è facile individuare la soluzione migliore e, potendo scegliere, quasi tutti concordano che la proprietà privata sia preferibile. Tra i casi in cui si è optato per la regolazione, anche in virtù di difficoltà oggettive che possono esistere, ricordo i limiti alla raccolta dei funghi o al pescato.

I parcheggi di Firenze sono, a mio avviso, un esempio di commons regolati, non di privatizzazione - e in questo dissento da Bardi. La proprietà privata, per essere piena e pienamente funzionante, dev'essere "3D": definable, defendable, divestible. La proprietà sui parcheggi per residenti è sicuramente defendable (tant'è che se Bardi vi parcheggiasse, sarebbe multato); ho qualche dubbio sul fatto che sia definita, in quanto tutti i parcheggi sono di tutti i residenti, quindi siamo in presenza di una specie di ibrido; ma soprattutto non è divestible, cioè nessun residente può cedere (o vendere) il "suo" parcheggio, o il suo diritto a parcheggiare, a terzi, in sua assenza. Ed è questo che causa il fenomeno di sottosfruttamento notato da Bardi. Non siamo in presenza di una tragedia dei commons, ma di una tragedia della regolazione - o dei commons regolati - e della sua rigidità.

Per risolvere la maggior parte delle tragedie dei beni comuni, e sicuramente quella dei parcheggi di Firenze, basterebbe definire chiaramente dei diritti di proprietà.

lunedì 18 agosto 2008

Il vademecum del perfetto ecologista

Ragazzi, oggi comprate La Stampa. Comprate La Stampa e leggete l' "inchiesta" di Mario Tozzi, partenza in prima e piombate interne. Leggetela e sganasciatevi. Tozzi ci fornisce alcuni esempi di "piccoli gesti quotidiani" che possono rendere i nostri comportamenti quotidiani "ugualmente efficaci ma rispettosi dell'ambiente". Poco prima di spiegare che i noccioli d'albicocca inquinano (bando agli albicocchi!) perché impiegano diversi anni a decomporsi, Tozzi ci educa a consegnare l'olio di frittura "a un consorzio, come si fa con i lubrificanti". Ho controllato e il consorzio più vicino a casa mia si trova a circa 48,1 km, cioè 96,2 km contando il ritorno. Primo dubbio amletico: è più inquinante l'olio nello sciacquone oppure la CO2 che dovrò emettere per recarmi al consorzio? A Tozzi l'ardua sentenza.

Il geologo più engagé d'Italia prosegue sconsigliandoci di mettere sul grill "una bistecca o un branzino" a causa dello "spreco in acqua, energia, cibo e territorio che ciò comporta". Ci metteremo una pigna. Poi ci spiega che dobbiamo, in pratica, distruggere casa nostra per installare un pannello solare termico per riscaldare l'acqua, e cambiare lavastoviglie in modo da introdurre direttamente acqua calda da una condotta dedicata (non laveremo più i piatti di notte, quando l'elettricità costa meno e non chiama in funziona gli impianti marginali, più costosi e inquinanti). Ah, dimenticavo: occorre strofinare i piatti non sotto l'acqua, ma con un fazzoletto sporco (magari anche con uno strappo di carta igienica, usata pure quella, aggiungo). Dobbiamo usare poco i climatizzatori, non gettare carta, metalli, legno, eccetera, non comprare avorio che "significa uccidere elefanti" (Tozzi non ha letto Elefanti al guinzaglio, e non mi stupisce) e, naturalmente, non far scorrere l'acqua quando ci laviamo i denti e ci radiamo. Per risparmiare emissioni durante le vacanze, suggerisce le ferie in teleconferenza (!) e comunque vieta l'utilizzo dell'aereo. Infine, Tozzi ci spiega come fabbricarci il detersivo fai da te con aceto, bicarbonato, pietra pomice e alcol.

Sarà anche alla moda essere un perfetto ecologista, ma se queste sono le regole, la linea che le separa dal ridicolo è davvero sottile.

sabato 16 agosto 2008

Le strane proposte del professor Ghidini

Sul Corriere della sera di martedì 12 agosto, Gustavo Ghidini ha denunciato lo stacco, sistematicamente positivo, del costo dei carburanti in Italia rispetto ai grandi paesi europei. Il professor Ghidini riconduce questo problema al comportamento delle compagnie petrolifere.

Dei rimedi che suggerisce, il primo, la riattivazione dei totem autostradali con l'indicazione dei prezzi praticati nei successivi distributori, era già previsto dalla lenzuolata di Pierluigi Bersani, e sta (lentamente) avvenendo. Il secondo, cioè l'obbligo di "far indicare, da ciascun distributore, il doppio prezzo: quello praticato a lui dalle compagnie, e quello da lui al consumatore" sarebbe probabilmente bocciato dall'Autorità Antitrust, che ha attaccato i petrolieri proprio sulla trasparenza dei prezzi. E proprio dalla (debole) accusa del Garante occorre partire per avviare una seria riflessione sul tema: l'istruttoria del 2007 si è conclusa con l'accettazione degli impegni proposti dalle compagnie, i quali a giudizio dell'Authority avrebbero fatto venir meno i presunti profili anticoncorrenziali criticati. Quindi, in assenza di ulteriori richiami, bisogna presumere che la competizione sia efficace e non esistano extraprofitti da cartello.

Bisogna dunque guardare altrove. Lo stacco tra Italia-Europa è riconducibile a quattro fattori, che uno studio di Nomisma Energia del 2007 classifica in differenze strutturali e maggiori inefficienze. Tra le prime, il mercato italiano paga una rete di distribuzione pletorica (con oltre 20 mila stazioni di rifornimento, come Spagna e Regno Unito messi assieme, e un erogato medio pari alla metà di Francia, Germania e UK), e la sostanziale assenza dei supermercati dal business (mentre in Francia hanno una quota superiore al 50 per cento, nel Regno Unito di più del 30 per cento, e in Germania attorno al 10 per cento). Tra le inefficienze, si contano invece da un lato la rigidità di orari e turni (i benzinai italiani sono aperti 10 ore al giorno per 280 giorni all'anno, contro una media europea di 15 ore al giorno per 335 giorni) e la marginalità della vendita di prodotti non oil (che in Italia contribuiscono a meno del 5 per cento del fatturato, contro una fetta attorno al 30 per cento in Germania e Irlanda e superiore al 40 per cento in UK). Dall'altro, pesa la scarsa diffusione del self service, che nel nostro paese si assesta al 20 per cento contro una quota prossima al 100 per cento quasi ovunque in Europa.

L'unico modo di ricuperare i 4-5 centesimi di differenza tra l'Italia e imaggiori paesi europei è, dunque, la liberalizzazione: necessaria, del resto, per conformità coi vincoli comunitari. E' però essenziale comprendere che i provvedimenti necessari sono di natura generale, e come tali avranno effetti solo nel medio termine. Bisogna, infatti, sia rilassare le restrizioni sugli orari di apertura, sia eliminare ogni limite al mix merceologico. Cioè consentire tanto l'installazione di pompe di benzina nei supermercati, quanto l'apertura di minimarket presso i benzinai (compresa la libertà di vendita di beni complementari ai carburanti quali tabacchi e giornali).

Una postilla merita la curiosa richiesta del professor Ghidini, il quale dice di ispirarsi a Enrico De Vita, sul greggio locale: “produciamo, in Basilicata, il 6 per cento del fabbisogno: quel fabbisogno viene fatto pagare al livello del mercato dei produttori o a quello, ben più alto, del mercato degli importatori?”. Confesso che a questa domanda non so rispondere. Perché io sapevo che c’era un mercato del greggio dove un barile viene venduto al prezzo che, quotidianamente, incrocia domanda e offerta sulle principali borse che trattano commodities. Suppongo sia quello che De Vita e Ghidini chiamano “mercato degli importatori”. Se qualcuno conosce il misterioso mercato dei produttori, me lo segnala? No, perché comprare a poco e vendere a tanto è sempre stato il mio sogno.

giovedì 14 agosto 2008

Indiana Trem e la speculazione maledetta

Davvero sorprendente l'intervista del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, al Corriere della sera: a parte le varie amenità sull'invasione russa della Georgia (qui splendido pezzo di Luigi De Biase) e la lezione sulla fine della "grande illusione dell'economia che genera sviluppo perpetuo e, con questo, la pace perpetua" (la pace non so, sullo sviluppo perpetuo gli ultimi 20 mila di storia umana forniscono qualche evidenza), Tremonti interviene anche sulla questione del petrolio. In questi termini:

"L’aspetto orrendo della speculazione è sul grano, sul mais, sugli alimenti. Anche sul petrolio. Nel giro di sei mesi il prezzo è salito vertiginosamente e poi precipitato. E’ la prova che dietro c’era la speculazione. Da un lato questa ha divorato se stessa, causando recessione, dall’altro ha subito i colpi dell’azione forte di molti governi".

Non so cosa ci sia di orrendo nella speculazione. Questo è un giudizio morale che vale quel che vale, cioè nulla. Il problema è diverso: la speculazione serve. Serve a far emergere le aspettative del mercato e, con esse, a indirizzare gli investimenti. Cosa ci dice il fatto che il prezzo del greggio sia prima salito e poi sceso? Essenzialmente, tre cose. La prima è che, dal lato dei fondamentali, la spare capacity non garantisce ancora un margine sufficiente a proteggere l'offerta contro il rischio di disruptions (dovute a qualunque causa: naturale, politica, incidenti, terrorismo, eccetera). La seconda è che gli speculatori, che non sono solo tori ma anche orsi, hanno recepito il messaggio non della recessione, sulla cui esistenza ancora dubito e spero, ma di una domanda che è più elastica di quanto si riteneva. La terza è, appunto, che la speculazione non gioca solo al rialzo, ma anche al ribasso. La speculazione, quindi, non ha "divorato se stessa", che non si capisce cosa voglia dire, ma semplicemente ha seguito un corso razionale: prima ha evidenziato la necessità di investimenti (a monte) e di correzione di comportamenti troppo energy intensive (a valle); e poi ha preso atto che entrambi i meccanismi si sono messi in moto.

Quanto poi all' "azione forte dei governi", difficilmente si riesce a trattenere un sorriso, anzi una risata. Perché queste azioni forti non le ha viste nessuno, a meno che per azioni forti non si intendano le ciacole. I governi, in effetti, non hanno fatto granché, perché non c'era molto che potessero fare. Nulla contro la speculazione, anzitutto, e se l'avessero fatto sarebbe stato peggio perché avrebbero reso i prezzi del petrolio (e delle altre commodities) più volatili ancora di quanto sono (qui Mario Seminerio). Nulla, poi, a favore di un ampliamento dell'offerta (con l'unica, macroscopica eccezione dell'avvio, negli Usa, dello sblocco delle attività minerarie offshore - qui tutto quello che dovete sapere - rispetto al quale il dato rilevante è la sostanziale convergenza tra McCain e Obama). Nulla, infine, per contenere i consumi, anzi. Posto che avrei trovato paradossale interventi in questa direzione (cioè aumenti del prelievo fiscale sull'energia o simili), i governi - compreso quello italiano - si sono mossi semmai nella direzione opposta, con riduzioni temporanee e mirate ad alcuni gruppi di rent seekers del carico fiscale. A meno che Tremonti non si riferisca alla scelleratezza della Robin Hood Tax, adottata o in discussione dall'Italia e da altri paesi. Se ha un effetto, e nella bassa misura in cui l'Italia influenza i prezzi internazionali del petrolio, la Robin Tax spinge esattamente nella direzione opposta, perché drena alle compagnie petrolifere risorse che potrebbero essere investite in esplorazione e produzione, e perché aumenta il prelievo tributario.

Insomma: va bene che un politico per mestiere deve vendersi nel modo migliore possibile, ma al ridicolo dovrebbe esserci un limite.

mercoledì 13 agosto 2008

Effetto (Michele) Serra

La rubrica di Michele Serra, da Repubblica di oggi.

L'amaca

Ho letto con interesse e ammirazione del grandioso progetto europeo per rifornire di energia pulita l´intero continente, collocando nel Sahara pannelli solari pari alla superficie della Lombardia. L´idea arriva da un Forum di scienziati europei riuniti a Barcellona. C´è solo un aspetto che non mi è chiaro: il Sahara, a meno che non si faccia riferimento a un atlante scolastico di un secolo fa, appartiene geograficamente all´Africa e politicamente a quattro o cinque Stati arabi. Ma il progetto degli scienziati europei non sembra particolarmente turbato da questo dettaglio: vi si parla del Sahara come del cortile di casa (nostra), con inevitabili sfumature post o neo-coloniali che, se fossi arabo, non potrei fare a meno di considerare con fastidio.

Si spera che gli insigni progettisti si siano almeno posti qualche domanda sulle ricadute economiche e ambientali che un´idea del genere potrà avere in loco: o avranno pensato che gli arabi si limiteranno a circumnavigare sui cammelli la grandiosa centrale che alimenta i nostri frullatori e i nostri asciugacapelli? A volte basterebbe molto poco per evitare di sembrare razzisti o semplicemente prepotenti: basterebbe almeno fingere di non esserlo.

I poveri consumano meno

Bob Tippee lancia una intelligente provocazione, sull'ultimo Oil & Gas Journal (subscription only): cosa pensano, gli ambientalisti, del fallimento del Doha Round? In fondo, al probabile incremento degli scambi mondiali che sarebbe stato il risultato di Doha avrebbe fatto seguito, a parità di altri elementi, un'accelerazione della crescita economica, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, e con essa un aumento della domanda energetica. La quale, non è neppure il caso di dirlo, sarebbe stata alimentata principalmente dai combustibili fossili. A questo va aggiunto che la tecnologia in uso nei paesi in via di sviluppo non è la più sofisticata, quindi le emissioni di gas serra sarebbero probabilmente cresciute più che proporzionalmente. Dunque, un ambientalista che mette la questione climatica al di sopra di tutto dovrebbe essere felice, almeno in cuor suo, del collasso del round negoziale della Wto. "Anche se il sistema economico mondiale rimarrà in salute senza un esito positivo ed equo del Doha Round - scrive Tippee - e nonostante gli alti prezzi dell'energia e le altre magagne, è ragionevole pensare che in sua presenza sarebbe stato ancora più in salute. E' un modo per risparmiare energia. Ma è una strada molto difficile. Provate a chiedere a qualcuno che soffre la fame".

lunedì 11 agosto 2008

Pedaggio urbano: istruzioni per l'uso

Mentre a Roma ed a Torino si discute se imitare Milano ed introdurre politiche di pedaggio del traffico urbano, da Londra giungono nuovi elementi di valutazione della congestion charge voluta da Ken Livingstone.
Secondo quanto riportato nell'utlimo rapporto di London Transport, la tariffazione ha sì ridotto il numero di veicoli circolanti ma non ha avuto effetti sulla congestione. I tempi di percorrenza nel centro di Londra sono sostanzialmente invariati rispetto al periodo antecedente l'adozione della misura. L'apparente contraddizione è spiegata dal fatto che, in parallelo alla diminuzione del traffico si è avuta, a causa di lavori di manutenzione delle reti di elettricità, gas e acqua, una riduzione dello spazio stradale.
Irrilevanti sono poi gli effetti in termini di riduzione dell'inquinamento atmosferico. Lo stesso Livingstone, d'altra parte, non ha mai considerato la charge come un'iniziativa ambientale.
Analoghe conclusioni sembrano potersi trarre dopo i primi sei mesi di sperimentazione dell'Ecopass milanese che hanno avuto (come previsto) un modestissimo impatto sulla riduzione della concentrazione di sostanze inquinanti in atmosfera.
La lezione che si può trarre dal bilancio di Transport for London è che, come ovvio ma come si tende spesso a dimenticare nell'attuazione delle politiche di regolazione del traffico, a parità di altre condizioni, ridurre l'offerta di spazio stradale comporta un incremento della congestione (e dell'inquinamneto). E che, dunque, l'utilizzo migliore per le risorse raccolte con il pedaggio consiste nel realiizzare nuove infrastrutture, in particolare strade sotterranee, oppure nel ridurre ia tassazione che grava sul settore automobilistico. Un'ultima annotazione: viene spesso utilizzata come misura del successo dell'introduzione di politiche di pedaggio, l'entità degli introiti per le casse comunali. In realtà, tali risorse non rappresentano un beneficio ma un trasferimento di denaro dagli automobilisti all'amministrazione comunale. E non è affatto sicuro che l'utilizzo delle stesse da parte del soggetto pubblico porti a benefici maggiori di quelli che si sarebbero avuti lasciando quei soldi nelle tasche dei privati.

Well said, Mr Greenspan

Intervista molto interessante dell'ex capo della Fed al Financial Times.

Quanto costa il nucleare?

Dalla festa nazionale di Legambiente, arriva il solito "no" al ritorno dell'Italia al nucleare. Questa volta l'argomento non è di carattere ambientale o di sicurezza, ma strettamente economico. Secondo l'organizzazione ecologista, le stime sui costi di costruzione di un impianto nucleare sono molto volatili, e in ogni caso le imprese internazionali hanno valutazioni che si collocano nettamente al di sopra di quelle dell'Enel per l'Italia. Sarebbe facile distinguere tra costi e prezzi, e far notare che - se si ritiene che i prezzi del petrolio siano destinati a salire ininterrottamente - anche nelle previsioni più pessimistiche l'atomo sarebbe competitivo. Sarebbe anche facile sottolineare che, poiché dal punto di vista finanziario il nucleare si riassume largamente nel capitale iniziale mentre poi i costi variabili sono assai bassi, il costo reale del kW dipende criticamente dalle condizioni del credito, e quindi dalla credibilità politica del paese. Piuttosto, non riesco a seguire il mio amico Edoardo Zanchini, quando afferma:

Occorre che il governo chiarisca quali sarebbero i vantaggi per il Paese e i cittadini – commenta Edoardo Zanchini, responsabile energia di Legambiente -. Il nucleare viene presentato come strumento di lotta ai cambiamenti climatici, ma nella realtà rischia di tagliare fuori l’Italia dagli obiettivi di riduzione previsti dall’Unione Europea al 2020: il 20% di riduzione delle emissioni di CO2 - 30% nel caso di accordo internazionale -, il 20% di produzione energetica da rinnovabili e il 20% di miglioramento dell’efficienza energetica”.

Non lo seguo per due ragioni. In primo luogo, non vedo cosa dovrebbe chiarire il governo. Se mai l'Italia tornerà al nucleare, non sarà per scelta del governo, ma per decisione delle utilities elettriche, le quali riterranno così facendo di creare valore per i loro azionisti. E' ovvio che Edoardo ha in mente, e ce l'ho anch'io, il rischio che la moda nucleare di vita a una sorta di nuovo Cip6, ma se è così sarebbe opportuno esplicitarlo e vigilare contro la possibile intenzione dell'esecutivo di aprire la nuova mammella statale. Se però il governo si limiterà a creare le condizioni normative per cui il nucleare diventi un'opzione possibile, il mercato elettrico italiano farà un passo avanti. E se davvero si crede che l'atomo non sia competitivo, allora si deve anche credere che, in assenza di finanziamenti pubblici, nessuno lo realizzerà neppure potendo.

Dove però mi perdo completamente è la seconda parte dell'affermazione di Edoardo, secondo cui il nucleare non può aiutare a ridurre le emissioni di gas serra. E' ovvio che, non producendo emissioni, a parità di altri elementi il nucleare contribuisce a tagliarle; tanto più che, realisticamente, esso andrebbe a erodere, in Italia, la quota del gas naturale. E' semmai vero che l'Europa, per ragioni puramente politiche, non riconosce al nucleare quei vantaggi che invece riconosce alle fonti cosiddette rinnovabili. Ma questa è un'incoerenza nelle politiche europee, non un limite strutturale dell'atomo.

venerdì 8 agosto 2008

La class action che non esiste e il Codacons che ci marcia

L'immancabile Codacons ha annunciato una class action contro le compagnie petrolifere, a causa dell'insufficiente riduzione dei prezzi dei carburanti. A prescindere dal fatto che, come abbiamo già visto, questa accusa è una bufala, l'annuncio, prontamente ripreso dall'intera stampa italiana, è molto efficace sul piano mediatico, ma del tutto privo di sostanza. L'ingresso in vigore della class action è stato rimandato di sei mesi; è probabile che, prima del 1 gennaio 2009, la norma verrà cambiata quanto meno per limarne gli aspetti più critici (qui i suggerimenti dell'IBL e qui un commento sull'ultima versione della legge). Quindi, oggi nessuno sa cosa sarà e come funzionerà la class action, quali spazi di manovra essa offrirà, quali requisiti saranno necessari per accedervi.

Al di là di questo, c'è un problema fondamentale che né il Codacons, né il gran cancelliere Antonio Lirosi (che in questo periodo pare più preoccupato dal pane che dalla benzina), né nessun altro può ignorare: i prezzi dei carburanti in Italia sono stati liberalizzati. Sono liberi. Non sono più amministrati o soggetti ad alcun controllo. L'unico strumento di intervento contro le compagnie petrolifere è il diritto della concorrenza. L'Autorità Antitrust, in effetti, l'anno scorso aveva sollevato un gran polverone col suo fumoso teorema sull'esistenza di un accordo collusivo, che si sarebbe manifestato nel parallelismo dei prezzi di benzina e gasolio. Ma l'ipotesi di un cartello è in ogni caso venuta meno, per esplicita dichiarazione del Garante, nel momento in cui quest'ultimo ha accettato gli impegni delle compagnie, volti a far venir meno i presunti profili anticoncorrenziali. Quindi, al momento occorre presumere che sul mercato dei carburanti, in Italia, non siano in atto comportamenti anticoncorrenziali. Ossia il prezzo dei carburanti è il normale prezzo di un mercato concorrenziale, cioè il prezzo "giusto". Se fosse più alto, infatti, saremmo in presenza di un monopolio o di un cartello, ma l'Authority certifica che non è questo il caso.

Ovviamente, il Codacons si guarda bene dall'indicare il vero e unico responsabile dell'attuale livello dei prezzi (non degli aumenti, che non sono un problema, anzi devono esserci, in quanto riflettono gli andamenti sui mercati internazionali).

Conto alla rovescia

giovedì 7 agosto 2008

mercoledì 6 agosto 2008

Carburanti: ecco perché tutti mentono

Quasi tutti i quotidiani di oggi danno la notizia della denuncia del Codacons, secondo cui la velocità con cui i prezzi di benzina e gasolio scendono è asimmetrica rispetto a quella con cui sono saliti. Tutti i dati sono tutti pubblici e facilmente accessibili (qui i prezzi dei carburanti, qui le quotazioni dei principali greggi, e se proprio si voglion fare le cose per bene qui il cambio euro-dollaro, tutto in serie storica).

Cominciamo, allora, con qualche dato. Mi sono concentrato sulle medie settimanali dalla settimana del 7 gennaio 2008 alla settimana del 4 agosto 2008 (quella del 25 luglio per i greggi, poi sarà chiaro perché). Il Brent ha il minimo nella settimana del 21 gennaio (88,46 dollari / barile); la settimana successiva, non sorprendentemente, anche benzina e gasolio toccano il minimo, con prezzi industriali (cioè al netto delle componenti fiscali) rispettivamente di 0,56246 e 0,62271 euro / litro. Il Brent tocca il massimo nella settimana del 7 luglio (141,07 dollari / barile); la settimana successiva, non sorprendentemente, benzina e gasolio toccano il minimo, con prezzi industriali rispettivamente di 0,71296 e 0,85068 euro / litro. Prima constatazione: il Brent è salito di quasi il 60 per cento, mentre benzina e gasolio nello stesso periodo (con un lag di una settimana circa sulle variazioni) sono aumentati, rispettivamente, del 27 per cento e 37 per cento. Ossia, con una velocità di circa la metà.

Dopo la settimana del 7 luglio, i greggi cominciano a scendere, fino a una media settimanale di 126,7 dollari / barile nella settimana del 28 luglio. Non sorprendentemente, anche benzina e gasolio scendono, assestandosi nella settimana successiva (quella del 4 agosto, che presumibilmente riflette i cambiamenti avvenuti in precedenza) a 0,65887 e 0,79563 euro / litro. Quindi, mentre dal massimo a oggi il Brent ha perso il 10 per cento, i prezzi di benzina e gasolio si sono ridotti, rispettivamente, del 5 e del 6,5 per cento. Cioè, di circa la metà.

Più precisamente, per ogni punto percentuale di aumento del Brent, i prezzi della benzina e del gasolio sono saliti, nella fase rialzista, rispettivamente di 0,45 e 0,62 punti percentuali; mentre, nel periodo successivo, per ogni punto percentuale di riduzione del prezzo del greggio, benzina e gasolio hanno perso rispettivamente 0,49 e 0,63 punti percentuali. Approssimativamente, il movimento è avvenuto alla stessa velocità.

PS Il Foglio sulla Tremonti-Obama Tax.

martedì 5 agosto 2008

La bolla si sgonfia?

Non ho, finora, scritto quasi nulla sulla rapida riduzione dei prezzi del petrolio - da quasi 15o a meno di 120 dollari al barile - perché il tema è delicato e bisogna andarci coi piedi di piombo. E' facile confondere un movimento occasionale con un trend, quale che sia la direzione. Però sto cominciando a convincermi che il toro sta davvero cedendo il passo all'orso. Dopo tanto affannarsi nel dibattito piuttosto stucchevole e insensato tra nemici e negatori della speculazione, adesso mi pare che le cose si stiano facendo più chiare. In primo luogo, un ridimensionamento tanto rapido dei prezzi difficilmente può essere ricondotto ai fondamentali, così come essi difficilmente potevano spiegare una corsa rialzista tanto pronunciata. Mi pare che questo indizio suggerisca l'esistenza di una componente speculativa. Secondariamente, questo effetto si salda alle conferme che (a) la produzione tiene e (b) la domanda cede. Due fatti che erano facilmente prevedibili, ma che - essendo giudicati incerti dai traders - hanno alimentato le posizioni bullish. Oggi il Wall Street Journal parla esplicitamente di possibilità di sgonfiamento della bolla. Questo non significa che torneremo, con altrettanta rapidità, a 80, e poi 50, e poi 30; ma che forse, contrariamente a quanto hanno suggerito alcuni analisti, non raggiungeremo i 200 dollari (una meta che neppure io giudicavo impossibile). I giochi restano, naturalmente, del tutto aperti. Però il cielo comincia a schiarirsi.

PS Paul Krugman, che dell'armata dei negatori della speculazione è uno dei generali, tace. L'ultimo suo post sul tema risale al 19 luglio. Gli va dato atto che aveva anticipato questa riduzione dei prezzi, attribuendola al ritardo dei mercati nel prendere atto della contrazione della domanda. Sarà. Ma perché i trader ci mettono quasi un mese a capire quello che Krugman, l'Agenzia internazionale dell'energia, e via dicendo avevano ampiamente anticipato? La prima risposta è che i traders non si informano e dunque investono a casaccio. Una risposta alternativa è che Krugman ha torto.

sabato 2 agosto 2008

AAA Zolfo vendesi

Lo sfruttamento delle sabbie petrolifere e degli scisti bituminosi rischia di far collassare il mercato dello zolfo. Lo riferisce (subscription required) Bob Tippee di Oil & Gas Journal, da Calgary, Canada, dove si è svolta la Oil Sands and Heavy Oil Conference. Il problema è questo: la lavorazione degli oli pesanti produce, come prodotto di scarto, grandi quantità di zolfo. Lo zolfo risulta da quasi ogni processo di raffinazione, ma in misura minore. Inoltre, al momento c'è un interessante mercato per lo zolfo, che viene utilizzato principalmente nell'industria dei fertilizzanti. La combinazione tra aumento della domanda e l'impiego di greggi sour avrà però l'effetto di aumentare l'ammontare di zolfo disponibile (si parla di un raddoppio dell'offerta nei prossimi 5-10 anni), mentre la domanda si sta livellando.

Cosa significa questo? Che nel medio termine - ma neppure troppo - lo zolfo potrebbe impicciare le attività delle raffinerie, che ricaverebbero meno risorse dalla sua vendita e si troverebbero a doverlo accumulare da qualche parte (in presenza di difficoltà autorizzative e regolatorie). Ovviamente, questo aumenterebbe i costi di raffinazione e ridurrebbe l'attrattività dei greggi pesanti, mettendo sotto ulteriore tensione quelli leggeri per cui il mercato è già tiratissimo. Cioè, a parità di altri elementi farebbe salire le quotazioi dei greggi di riferimento, e aumentare il delta rispetto a quelli di peggiore qualità, i quali sarebbero meno facilmente commerciabili per le raffinerie. E' chiaro che, in un momento complesso come l'attuale, non c'è proprio bisogno di ulteriori problemi. Eppure, eccoli lì, dietro l'angolo, anche se - almeno in questo caso - prevedibili e previsti.

La speranza, ovviamente, è nella fantasia dei mercati, che spesso proprio nelle situazioni di crisi tirano fuori il coniglio dal cilindro. "I soldi ci sono - ha detto un analista al settimanale americano - E' il momento di pensarci attentamente. Dobbiamo inventarci un nuovo mercato".