venerdì 26 settembre 2008

Lehman Brothers come Enron

Enron, la società energetica non proprio modello di virtù aziendale, cercò in ogni modo di convincere l'amministrazione americana a sottoscrivere il protocollo di Kyoto perché in tal modo avrebbe potuto fare buoni profitti con l’acquisto e la vendita dei permessi di emissione. Sappiamo poi come è andata a finire. Ora la storia smbra ripetersi.
Lo scorso anno Lehman Brothers pubblicò uno studio sul cambiamento climatico volto ad incentivare gli investitori ad approfittare delle occasioni offerte dallo schema di emission trading posto in essere dopo la ratifica del protocollo di Kyoto.
Nello studio si fanno previsioni sullo stato del clima fra cento anni. Nessuna previsione però su quanto sarebbe accaduto alla stessa banca d'affari solo un anno dopo. Istruttivo.

5 o 500, pari sono. Parola del Corriere

Il Corriere della sera è il maggior quotidiano italiano, è considerato e si considera il più autorevole, e pubblica spesso cose interessanti. Però ci sono dei limiti di professionalità, e decenza, (o di mancanza di queste cose) che non dovrebbe essere superati mai. Carlo Vulpio li ha, invece, ampiamente sorpassati nel suo servizio del 22 settembre sullo sfruttamento degli idrocarburi in Basilicata. Il pezzo è straordinariamente disinformato, come emerge non solo da una rapida lettura, ma anche da un'occhiata alla pagina delle lettere nei giorni successivi. Mercoledì 24 settembre, sono arrivate le prime due contestazioni: una dal ministero dello Sviluppo economico, l'altra da Maurizio D'Auria, un chimico i cui lavori erano stati erroneamente citati da Vulpio. Scrive D'Auria: "i risultati del mio lavoro sono stati riportati in maniera parziale e in modo tale da portare a conclusioni ben lontane da quelle cui io volevo giungere".

Più complessa la questione sollevata dal Mse. Vulpio, in un colonnino di pseudo-inchiesta a latere dell'articolo principale, aveva denunciato l'opacità dei controlli e, nella sostanza, aveva affermato che solo le compagnie petrolifere conoscono l'esatto ammontare del petrolio estratto dal sottosuolo lucano (sulla base del qual vengono calcolate le royalties del 7 per cento), e che dunque c'è un cortocircuito tra controllato e controllore. Per Vulpio, alla precisa richiesta del presidente della regione, Vito De Filippo, l'Ufficio nazionale minerario (che dipende dal Mse) avrebbe risposto con "tabelle e spiegazioni varie" (non è particolarmente strano, a pensarci bene) tra cui, però, mancava il dato puntuale. Primo: senza bisogno di presentare petizioni ufficiali, i dati si trovano qui. Questo diceva la replica di Paolo Mazzanti, capo ufficio stampa del Mse. Aggiungendo: la procedura per la verifica della produzione "prevede, nelle «facoltà» di disporre accertamenti, ricognizioni trimestrali delle produzioni e dei consumi interni, verifiche trimestrali dei misuratori dei gasdotti con strumentazione campione certificata, tarature annuali dei misuratori di livello elettronico digitale di livello e temperatura dei serbatoi, ecc., il tutto eseguito dall'autorità di controllo, in veste di ufficiali giudiziari". Che è una risposta chiarissima: l'Unmig può richiedere (e richiede) controlli da parte di soggetti terzi, che vengono eseguiti dall'autorità di controllo. Pensate che Vulpio si sia limitato a prenderne atto? Macché. Ecco la sua replica: "Le osservazioni dell'Unmig (nota: non dell'Unmig, ma del Mse. Piccola distrazione?) non solo non smentiscono, ma addirittura rafforzano i contenuti del «Focus» del Corriere sul petrolio lucano. Confermano che i controllati, cioè le compagnie petrolifere, sono di fatto i controllori".

Quella della "smentita che conferma" dev'essere una formula prestampata nelle repliche di Vulpio, perché vi fa ricorso anche oggi. Nel suo pezzullo scandalistico (che si rifà a un'inchiesta del settimanale lucano Il Resto, di cui confesso di ignorare l'esistenza - e che non mi pare disponga di un sito internet, se qualcuno lo conosce me lo segnali per piacere), Vulpio racconta di un presunto traffico che avrebbe coinvolto la società Medoilgas, titolare di una concessione di ricerca sul sito di Monte Grosso (sotto il quale si potrebbe trovare un giacimento delle dimensioni stimate di 100 milioni di barili). E' importante sottolineare che l'estensione del giacimento sono stimate: finché non si scende e non si effettuano delle perforazioni, è impossibile conoscerle con esattezza. Potrebbe essere più piccolo; il greggio potrebbe essere di cattiva qualità; o il suo ricupero potrebbe non essere economico. Quando una compagnia petrolifera investe nell'esplorazione, non sa mai con certezza cosa troverà nel sottosuolo: questo è il motivo per cui il business petrolifero è tanto rischioso. Comunque, secondo Vulpio il fatto che il gruppo avesse assunto un paragnosta ("c'era ben poco da ricercare, ma solo da scavare. Là sotto, il petrolio stava aspettando chi sapeva che c'era"), avesse a lui affidato la definizione di investimenti dell'ordine di qualche decina di milioni di euro, e avesse convinto gli azionisti a fidarsene sarebbe dimostrato da un trading sospetto su più di 2 milioni di azioni "del valore di 369 milioni di sterline, pari a 500 milioni di euro".

Oggi il Corriere ospita la replica di Sergio Morandi, amministratore di Medoilgas (qui la versione integrale). Oltre a spiegare che di "strano" nelle modalità con cui Medoilgas è subentrata ai precedenti titolari della concessione, sottolinea che (a) il trading misterioso non si è mai verificato, e soprattutto (b) "grossolano errore aver poi valutato in 360 ml di sterline (500 ml di euro) il valore degli scambi su 2.373.000 azioni Medoil il 19 ottobre 2007, valorizzando l'azione 155 sterline quando il titolo non ha mai superato le 2 sterline. Il valore degli scambi quel giorno è stato infatti di circa 5 ml di euro, 100 volte di meno (qualcuno, immaginiamo, ha preso pence per pound)". Quello di Vulpio è un errore pacchiano, bestiale. 500 milioni di euro sono una cifra enorme (per il tipo di investimento in questione), 5 milioni una cifra di ridotte dimensioni.

Almeno in questo caso, vi aspettate le scuse, o almeno il silenzio, di Vulpio? Ancora una volta: macché. Ecco il suo commento: "Quanto al valore dei 2.373.000 azioni di Med Oil scambiate (scambio che dunque non viene smentito), va detto che nei prospetti informativi di Borsa ogni azione è valutata «p. 1.583» senza mai specificare se si tratti di pence o di pound. Ma anche se fosse stato commesso un errore nella valutazione delle azioni la sostanza della vicenda non cambierebbe di una virgola". Primo: Morandi smentisce lo scambio. Secondo: un fattore cento di differenza non è che non cambi di una virgola le cose, le cambia eccome, le cambia fottutissimamente (come, suppongo, lo stesso Vulpio ammetterebbe se Rcs gli versasse lo stipendio in cent, anziché in euro). Terzo: nessuno ha specificato se "p." fossero pence o pounds per la banalissima ragione che tutti (tranne Vulpio) sanno che "p." sono i pence, mentre i pounds sono £ oppure GBP (lo dico nella speranza che Vulpio legga queste righe). Quarto: nessuno, peraltro, ha specificato se "p." fossero pence, pounds, o pesos. In quest'ultimo caso, il volume scambiato sarebbe stato pari a circa 23 milioni di euro. Quinto: un mio amico, che è anche un rude perforatore, mi suggerisce con qualche ragione che nessuno ha neppure significato se "p." stesse per pirlas.

mercoledì 24 settembre 2008

Clima: Una sfida agli apocalittici

Climate Change Policy: Challenging the Activists. E' questo il titolo dell'ultimo libro pubblicato dall'Institute of Economic Affairs. Il volume, curato da Colin Robinson, raccoglie contributi di Ian Byatt, David Henderson, Russell Lewis, Julian Morris e Alan Peacock. Da leggere subito.

martedì 23 settembre 2008

La Germania tira il target e poi nasconde l'industria

Per chi non se lo ricordasse, il 20-20-20 è un'invenzione tedesca. Berlino ha lanciato l'idea, Berlino l'ha sponsorizzata e Berlino ne è stato il maggior promotore fino al lancio, all'inizio di quest'anno, della proposta di un pacchetto di direttive da parte della Commissione. Da quel momento la Germania ha innestato la retromarcia e avviato un profondo ripensamento, che ha portato da un lato i suoi sherpa e negoziare target vagamente accettabili, dall'altro un aumento del volume delle critiche ufficiali rivolte alla politica energetica europea. (Per comodità e propaganda tutti, compresi i signori di Bruxelles, continuano a chiamarla politica energetica, ma tecnicamente si tratta di scelte di politica ambientale, poiché sull'energia l'Europa non ha sostanzialmente poteri).

Ormai, comunque, l'inversione di rotta è chiarissima. Come racconta oggi il Financial Times, Angela Merkel se n'è uscita tranquillamente, qualche giorno fa, con la minaccia che "non lascerò distruggere posti di lavoro tedeschi da una politica climatica mal consigliata". Al centro della critica c'è la determinazione (corretta, se si accetta la bontà degli obiettivi) della Commissione di passare da un sistema di distribuzione gratuita delle quote di emissioni da parte dei governi nazionali, a un sistema comunitario di assegnazione tramite asta. Il meccanismo del grandfathering (che teoricamente si basa sul record storico, ma nella pratica concede vasto arbitrio ai governi) nella prima fase del mercato europeo delle quote (2005-7) ha consentito a Berlino di inondare il mercato di carta straccia, tutelando nella sostanza il nerbo dell'industria europea e danneggiando solo i paesi politicamente deboli (come l'Italia). Il maggior rigore dimostrato dalla Commissione nell'accettazione dei Piani nazionali di allocazione nella seconda gase (2008-12) ha solo parzialmente corretto le cose. Ora, Berlino chiarisce di voler fare ampio ricorso alla clausola delle direttive proposte secondo cui, laddove sia messa a repentaglio la competitività di alcuni settori industriali, è possibile procedere all'erogazione di quote gratuite o addirittura esenzioni totali. Il ministro tedesco per l'Ambiente, Sigmar Gabriel, ha ulteriormente chiarito: "finché in Europa resteranno in vigore politiche climatiche più severe di quelle dei paesi competitori come la Cina, dovremo cercare di stabilire regole speciali", che vuol dire dare l'assalto alla diligenza. Ancora una volta, a causa anche (non solo) dell'atteggiamento negoziale contraddittorio adottato dal governo italiano precedente (col realismo di Pierluigi Bersani soccombente rispetto agli eccessi di Alfonso Pecoraro Scanio) il nostro paese subirà queste decisioni a caro prezzo.

Diventa sempre più chiaro, comunque, che quella che ipocritamente chiamiamo politica industriale è, nelle intenzioni dei suoi proponenti (al di là di qualche illuso o esagitato), qualcosa di più solido: politica industriale. Quei paesi che hanno interpretato nei termini corretti il processo, vivranno per un po' all'ombra della pioggia di soldi drenata agli Stati membri che, invece, sono stati meno determinati o meno capaci.

La politica del clima è una tassa pagata da persone come gli italiani a persone come i tedeschi.

And the winner is...

Il premio per il genio politico del mese se l'è conquistato, senza ombra di dubbio, il sottosegretario allo Sviluppo economico, Ugo Martinat. Apprendo dalla Staffetta che una nota del sottosegretario afferma che "è precisa intenzione del governo mantenere l'indipendenza dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas e di questa indipendenza il governo se ne farà garante". Non gli hanno spiegato che l'indipendenza si riferisce, appunto, al governo. Ma non è finita: "la decisione di cambiare le procedure di nomina è dettata dalla necessità di bloccare l'attuale stallo nella scelta dei componenti, che ha importato all'impossibilità di nomina in ben due legislature con colore diverso". Cioé: poiché i politici non sono in grado di trovare l'accordo sui nomi dei tre membri mancanti del collegio, e non riescono a farlo essenzialmente perché i candidati sono sistematicamente politici trombati, si manda tutto a carte quarant'otto e si mette tutto quanto nelle mani del governo, il quale - ci mancherebbe - si farà garante dell'indipendenza dell'autorità da se stessa (ah ah).

lunedì 22 settembre 2008

Gli europei e il clima: sempre colpa degli altri

Secondo l'ultima rilevazione Eurobarometro, gli europei pensano che il cambiamento climatico sia una grave minaccia e ritengono che bisognerebbe fare di più, ma sostengono anche che individualmente stanno già facendo abbastanza.

Il quadro che emerge dall'indagine dell'Ufficio statistico europeo non svela nulla di nuovo, se non l'asimmetria tra desideri pubblici e comportamenti privati, e la profondità dell'indottrinamento verde nel pubblico europeo (e italiano). Secondo il campione intervistato, il riscaldamento globale è la seconda maggiore sfida che l'umanità dovrà affrontare nel prossimo secolo (62 per cento), dopo la povertà e prima del terrorismo, la guerra e la recessione. Scopro di appartenere al 7 per cento degli europei (e 8 per cento degli italiani) che non ritengono il global warming un problema serio: suvvia, considerando il bombardamento mediatico non è poco. La maggior parte degli europei - poco più della metà - dicono di essere molto o abbastanza informati.

Ora viene il bello: il 61 per cento degli europei afferma di fare qualcosa contro il cambiamento climatico (a proposito: cambiamento climatico è politicamente più sexy di riscaldamento globale. D'ora in poi userò la formula riscaldamento globale); il 56 per cento pensa che le politiche climatiche possano avere un impatto positivo sull'economia europea. Però, il 67 per cento pensa che i cittadini (gli altri) non stiano facendo abbastanza, come non stanno facendo abbastanza le imprese (76 per cento), i governi (64 per cento) e l'Europa (58 per cento). Cioè, mi spiego: la maggioranza degli europei pensa di fare abbastanza ma che gli altri non lo facciano. Non commento.

Se poi si chiede ai cittadini cosa stanno facendo, in pratica, le prime tre risposte sono: la raccolta differenziata dei rifiuti (46 per cento), che dubito possa avere grandi effetti sulle emissioni; riducono i consumi energetici a casa (39 per cento), cosa che non sembra emergere dai dati sui consumi al di fuori della componente di risparmio indotta dal caro-petrolio (che si vede soprattutto sui consumi di carburanti per autotrazione); e riducono il consumo di acqua (33 per cento). Il 44 per cento degli europei dice poi che sarebbe disponibile a pagare di più (tra l'1 e il 30 per cento) per l'energia se questo consentisse di affidarsi a energia "pulita", whatever it means. Naturalmente, anche in questo caso i fatti non seguono alle parole: se ci fosse davvero una così solida domanda per un aumento dei prezzi, le offerte commerciali si moltiplicherebbero (non lo fanno) e i sussidi non sarebbero necessari (lo sono, ahimé, per rispettare gli obiettivi sulle rinnovabili). Almeno su un punto gli europei hanno una visione realistica della realtà: solo il 25 per cento di coloro che dicono di "far qualcosa" giustificano la loro scelta dicendo che "mi fa risparmiare soldi". Per quanti pregi abbiano i comportamenti cosiddetti sostenibili, costano di più. Un incredibile 8 per cento sostiene di essere stato esposto agli effetti del riscaldamento globale: forse pioveva (o non pioveva, non ricordo più quale delle due vada di moda adesso) il giorno in cui sono stati intervistati.

Le risposte degli italiani non si discostano granché da quelle degli europei. Vi sono alcune risposte su cui, invece, la differenza si vede. Per esempio, "solo" il 47 per cento degli italiani (contro i due terzi degli europei) ritiene che il riscaldamento globale sia il più urgente problema da risolvere. E' interessante perché la risposta non riflette un atteggiamento egoistico, ma una diversa lettura delle priorità: per gli italiani, come per gli europei, il primo problema è la povertà, il secondo è il terrorismo. Solo dopo, e con meno della metà dei voti, arriva il global warming. Gli italiani si mostrano anche meno ipocriti degli europei: "solo" il 49 per cento dice di fare molto o abbastanza per contrastare il riscaldamento globale, contro il 61 per cento degli europei. Il 48 per cento "soltanto" dice di aver ridotto i consumi energetici, e questo è comprensibile perché noi abbiamo già consumi relativamente bassi a causa dei prezzi proibitivi. Neppure i consumi idrici vengono ridotti ("solo" il 42 per cento dice di farlo), per la ragione opposta: l'acqua costa pochissimo e quindi ne sprechiamo a secchiate.

Questo sondaggio dice, sostanzialmente, una cosa: gli europei (italiani compresi) sono sommersi da un mare di propaganda. Bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare.

domenica 21 settembre 2008

Giù le carte

Ci risiamo coi petrolieri cattivi. Oggi il quotidiano Libero pubblica i risultati di un'analisi del Centro Studi Sintesi, che parrebbe confermare la tesi della "doppia velocità" negli adeguamenti dei prezzi dei carburanti a quelli del greggio. Non ho voglia di dilungarmi troppo, un po' perché l'ho già fatto, un po' perché lo farò presto con un lavoro che ho svolto sulla base degli stessi dati, e che mi ha portato a conclusioni differenti. Premetto che non ho letto il testo integrale dello studio, né l'ho trovato su Internet. L'accusa si riduce, comunque, al fatto che i margini delle compagnie tendono a crescere quando i prezzi della materia prima si riducono (che sono diversi da quelli del barile, in quanto diversi sono i mercati e le componenti di costo, cosa di cui gli autori dello studio - a leggere Libero - non sembrano essersi resi conto). L'osservazione è banale. E' infatti normale che, quando il costo di un prodotto sale, il produttore per mantenere la sua quota di mercato e non vederla erosa dalla concorrenza o dalla contrazione dei consumi, cerca di tirare la cinghia. Infatti, durante la fase dei prezzi alle stelle, i margini delle compagnie operanti nella distribuzione dei carburanti (diverso è il discorso per la raffinazione o l'estrazione del greggio) hanno raggiunto i minimi storici. La cosa non meriterebbe alcun commento se non fosse utilizzata come arma contro le compagnie stesse, per nascondere poi richieste più o meno esplicite di forme di controllo dei prezzi. Non capisco, però, come mai queste richieste quasi mai emergano con chiarezza e in tutta la loro devastante portata. Se non vi va bene il modo in cui le compagnie prezzano i carburanti, cosa proponete? Coraggio, statalisti, buttate giù le carte.

PS Come mi sono ormai stancato di dire, comunque, tutta questa discussione è pura lana caprina, perché delle due l'una: o esistono ed è possibile provare meccanismi collusivi o altre irregolarità che spiegano la presunta anomalia, oppure non si tratta di anomalia ma dell'effetto di un mercato ben funzionante, sul quale produttori indipendenti e in concorrenza applicano le strategie di pricing che più gli aggradano. Per inciso, non esistono né fenomeni collusivi, né nulla di simile. Tutto il resto è noiosa ripetizione del già detto.

Perché usciremo dalla crisi

Questo video di Julian Simon risale a molto prima della crisi finanziaria. Però è molto importante, perché ci spiega che - se lasciamo il mercato libero di funzionare - ne usciremo.



(Via Don Boudreaux)

venerdì 19 settembre 2008

Caro ministro, a che serve l'Autorità? / 2

Un emendamento sostenuto dal governo, presentato ieri in Commissione Attività produttive della Camera, potrebbe trasformare l'Autorità per l'energia in un'agenzia governativa. L'emendamento contiene alcune misure del tutto condivisibili - come quella di spostare le competenze sui servizi idrici, oggi sparse tra Nars, Cipe e Comitato per le risorse idriche, sotto l'ombrello dell'Autorità. Quello che non è condivisibile è legare questo aggiornamento dei poteri del regolatore alla decadenza dell'attuale Collegio. E' vero che esso è deficitario (da anni è composto da due soli membri, perché le forze politiche non riescono a trovare un accordo sui tre membri mancanti). Ed è vero, quindi, che deve essere completato. Ma questo non implica in alcun modo che ogni modifica debba portare al suo azzeramento. Soprattutto se si guarda agli altri elementi contenuti nel progetto governativo. Uno riguarda il Cip6: la determinazione del valore del Costo evitato di combustibile, una delle mangiatoie più grasse per i beneficiari del sistema di incentivazione delle "rinnovabili e assimilate", che l'Autorità era riuscita ad aggiudicarsi dopo una lunga battaglia legale, tornerebbe nell'orbita ministeriale. Ma neppure questo è il vero obiettivo della manovra, fortemente voluta dal ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola.

Il piatto forte sta nel cambiamento delle modalità di nomina del Collegio: esso, domani come oggi, sarebbe nominato dal presidente della Repubblica su proposta del Consiglio dei ministri. Ma il parere delle due commissioni competenti di Camera e Senato non sarà più vincolante, mentre oggi è necessaria una maggioranza dei due terzi dei rispettivi componenti. Ciò significa, in pratica, che i membri del Collegio non saranno più sottratti all'influenza della politica - cosa resa possibile, per quanto lo è, dalla necessità di un accordo bipartisan su personaggi di alto profilo - ma risponderanno direttamente al governo della loro azione. Quali le conseguenze? Semplicemente, una politicizzazione della regolazione, e quindi una sua maggiore instabilità e imprevedibilità. Cioè proprio il contrario di quello che serve, particolarmente in un paese che sta affrontando massicci investimenti e di altri ancora ha bisogno. L'Autorità, se il progetto passerà, perderà la sua indipendenza e diverrà una semplice agenzia governativa.

Lo smantellamento delle liberalizzazioni comincia da qui.

Caro ministro, a che serve il rigassificatore? / 1

Oggi, il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, sarà assieme al premier, Silvio Berlusconi, a Rovigo, per inaugurare il rigassificatore da 8 miliardi di metri cubi / anno. Lo stesso ministro, intervistato dal Corriere della sera, afferma che "dobbiamo arrivare al 25 per cento di energie alternative, al 25 per cento di nucleare e al 50 per cento di combustibili fossili". Il ministro non fornisce alcun orizzonte temporale. Oggi, il gas copre una quota tra il 50 e il 60 per cento della generazione elettrica. Quanto ai consumi, la loro crescita stimata nel futuro prevedibile non è particolarmente tumultuosa (nello scenario base di Terna, da qui al 2017 avremo un aumento dell'1,3 per cento annuo). Questo significa che il raggiungimento degli obiettivi fissati dal ministro, se lo collochiamo al 2017 o agli anni immediatamente successivi, richiede una riduzione sostanziale del contributo del gas alla generazione elettrica; e poiché non c'è ragione di pensare che gli altri usi del gas avranno tassi di crescita tanto alti da controbilanciare una riduzione tanto massiccia, perché il ministro va in giro a tagliar nastri e ci prende in giro sulla necessità di nuovi terminali, che secondo i suoi target saranno perfettamente inutili?

Sì sì no no

L'evangelico ammonimento ad avere una parola sola non suscita l'adesione del governo, almento sui temi ambientali. Il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, fin dal suo insediamento ha coraggiosamente posto il problema delle difficoltà italiane a fronte degli obiettivi europei - il cosiddetto 20-20-20 - secondo cui il nostro paese dovrebbe, entro il 2020, coprire almeno il 17 per cento dei suoi consumi con fonti rinnovabili. A quanto riferisce il quotidiano Italia Oggi, però, il sottosegretario all'Ambiente, Ugo Martinat, avrebbe promesso addirittura di arrivare al 25 per cento (non è chiaro, forse neppure a lui, se si riferisce al totale dei consumi o alla sola generazione elettrica). Chi dobbiamo ascoltare? Chi esprime la posizione dell'esecutivo? E quindi, quali e quanti aumenti tariffari dobbiamo attenderci?

martedì 16 settembre 2008

Il federalismo energetico non è un problema

Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ha chiesto una ricentralizzazione delle competenze energetiche, oggi condivise tra Stato e regioni. Il centrodestra ci aveva già provato nel 2001-2006, con la devolution. E sul tema sembra esservi la convergenza di alcuni settori del centrosinistra, oltre che di molti operatori ed esperti del settore. E' mia ferma convinzione che questo sia un falso problema e che, se davvero il Titolo V della Costituzione fosse riformato in questa direzione, tutti coloro che hanno sostenuto le virtù salvifiche di una tale operazione sarebbero investiti dalla realtà.

I due maggiori problemi, dal lato autorizzativo, sono infatti due, e diversi. Il primo è di natura, effettivamente, istituzionale: non tanto perché siano coinvolti gli enti locali, quanto perché questo coinvolgimento è strutturato in modo tale che essi abbiano un forte incentivo a dire "no" sempre e comunque. Infatti, traggono poco beneficio dall'accettare impianti industriali sul loro territorio. Ma questo sarebbe vero anche se il processo autorizzativo fosse ricentralizzato: le popolazioni continuerebbero a rivoltarsi, i comitati spontanei continuerebbero a sorgere, e come tutti sanno un'autorizzazione è alla fine un pezzo di carta che solo in uno Stato autoritario può essere fatto valere, se davvero l'0pposizione locale è forte e sentita. Alle difficoltà attuali, si darebbe una risposta molto più efficace semmai muovendosi nella direzione opposta: decentralizzando l'intero processo (nella misura in cui è possibile), responsabilizzando le amministrazioni, riallineando anche per loro costi e benefici. Quando, per combinazioni astrali casuali e fortunate, questo accade, le infrastrutture vanno lisce anche in Italia.

L'altro problema riguarda l'incertezza: anche in questo caso, l'incertezza sui processi amministrativi è solo in parte attribuibile all'architettura istituzionale, e più spesso può invece essere spiegata con l'incentivo perverso di tutti a far la voce più grossa. Senza contare i continui cambiamenti, questi al centro, di orientamento politico, gestione delle pratiche, eccetera, che danneggiano in modo irreparabile la propensione a investire di chi vede il ritorno dei suoi investimenti molto lontano nel tempo. Per esempio, la cosa migliore che il ministro Scajola potrebbe fare, invece di cambiare ancora una volta, e per l'ennesima, il meccanismo autorizzativo, sarebbe quella di impegnarsi seriamente a garantire l'autonomia e l'indipendenza dell'Autorità per l'energia, che fino a oggi i comportamenti della maggioranza e dello stesso ministro hanno leso. Altrimenti, torneremo e resteremo alle grida.

La Russia non è il problema

Ottimo articolo di Nikos Tsafos, che segnala come il timore - dunque l'obiettivo - della politica energetica europea, se mai esisterà, non dovrebbe essere ridurre la dipendenza dal gas russo, ma rimuovere le barriere interne che impediscono il buon funzionamento dei mercati energetici europei. (Grazie ad Andrea Gilli)

lunedì 15 settembre 2008

Le reti carburanti non vanno separate, ma rese efficienti

Carlo Scarpa ritiene che la separazione delle reti di distribuzione carburanti potrebbe favorire la riduzione dei prezzi di benzina e gasolio. Non è detto, naturalmente, che non sia così; e non è neppure detto che lo sia. L'integrazione verticale è un passo molto logico in un settore come questo, dove essa consente di creare economie di scala e di favorire un uso più efficiente delle informazioni raccolte, di prima mano, in tutti gli stadi della filiera. Ma anche il disimpegno ha i suoi motivi: la più grande, più redditizia e più efficiente multinazionale petrolifera, ExxonMobil, ha ceduto la rete di distribuzione dei carburanti negli Usa, in Cile, in Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca. Questo per dire che ragioni economiche e finanziarie possono condurre in una direzione o nell'altra. Non credo, però, che questo tema sia cruciale nello spiegare lo stacco tra i prezzi italiani e quelli europei; né, tanto meno, penso che il governo dovrebbe porsi il problema. Mi spiego.

I prezzi italiani sono mediamente superiori a quelli europei, tra le altre cose, perché la nostra rete carburanti è ridondante. Ma ciò non è attribuibile all'integrazione verticale: è semmai conseguenza di tutte le ruggini di un paese in cui qualunque adattamento risulta più difficile e più tortuoso che altrove. Come ho spiegato in un precedente post, la razionalizzazione della rete è un passo essenziale. Ma non facile. Chiudere dei punti vendita è, infatti, un percorso obbligato; è anche un processo in atto da anni, nel senso che l'estensione della rete carburanti italiana si è andata assottigliando, ma siamo ancora molto lontani dagli standard europei. Da questo punto di vista, concordo con Carlo sul fatto che l'ingresso dei supermercati e la diffusione delle pompe bianche possono aiutare - gli uni perché usano il carburante come bene civetta, e quindi tagliano i margini; le altre perché per definizione non ereditano extracosti dovuti alla presenza di troppi punti vendita con troppo poco erogato. Ma n0n c'è nulla che lo Stato possa fare per accelerare questo processo, se non semplificare le regole urbanistiche e rimuovere i restanti vincoli al mix merceologico (soprattutto su tabacchi e giornali).

Per quel che riguarda il tema più generale della rete, ogni intervento di separazione rappresenta un grave cruccio per i liberisti, poiché implica una gamba tesa pubblica (fa poca differenza, dal punto di vista dei risultati - non del metodo - se la separazione sia obbligata o indotta, per esempio con incentivi fiscali, come suggerisce Carlo). C'è, in genere, una linea di demarcazione piuttosto chiara che divide le separazioni utili e giustificabili da quelle, per me, inaccettabili: se la rete sia (a) difficilmente replicabile e (b) retaggio di investimenti operati in condizioni di monopolio protetto o pubblico. Per questo trovo più che sensata la separazione della rete gas e degli stoccaggi (e, a suo tempo, della rete elettrica), mentre mi pare eccessiva la separazione della rete di distribuzione dei carburanti. Tanto più che la distribuzione dei carburanti non è monopolio naturale, ma consente la creazione di diverse reti in competizione, e che noi non abbiamo un problema di scarsità infrastrutturale, ma l'opposto. Banalmente, sono favorevole a separare Snam Rete Gas e Stogit dall'Eni, ma non la rete Agip.

Insomma: separare le reti va bene, ma solo quando tutte le altre strade sono precluse o inefficaci.

giovedì 11 settembre 2008

Below US$ 100 per barrel. As simple as that

Oggi molti giornali si occupano della decisione dell'Opec di tagliare la produzione - o, più correttamente, di far rispettare le quote stabilite nel settembre 2007, inferiori di circa 520.000 barili / giorno alla produzione attuale - e del mancato scarto rialzista, che sarebbe stato lecito aspettarsi dopo una simile notizia comunicata alle 3 di notte. La prima ragione per cui tale scarto non c'è stato è, probabilmente, questa: il conflitto interno all'Opec si è fatto fortissimo, e vi sono forti dubbi che gli stati membri rispetteranno davvero i limiti imposti dal cartello. Ma, naturalmente, ridurre tutto al bisticcio politico tra sauditi da un lato, venezuelani e iraniani dall'altro, sarebbe semplicistico. Sul Foglio, ho provato un'analisi un po' più complessa, cercando di mettere in relazione la discesa del Brent sotto la fatidica soglia dei 100 dollari / barile col contesto più generale. In primo luogo, mi pare evidente che il rapido sgonfiamento delle quotazioni internazionali suggerisca che la componente speculativa c'era, e pesava davvero. Bisogna, però, mettersi d'accordo sui termini: se con "speculazione" si intende la facoltà di pochi e malintenzionati signori di guidare i mercati internazionali, sono ciacole. Se invece ci si riferisce all'effetto aggregato di milioni di decisioni indipendenti, allora ci avviciniamo alla realtà. Ma perché la pressione speculativa sui prezzi si è ridotta? Principalmente, perché ha colto e anticipato i movimenti dei fondamentali. Quello dominante, oggi, riguarda la domanda: prezzi troppo alti troppo a lungo hanno innescato una reazione che ha tutta l'aria di essere strutturale, con un raffreddamento dei consumi molto più vistoso di quello che si poteva attendere (l'Agenzia internazionale dell'energia ha ancora una volta tagliato le previsioni per il 2008). Ma anche sul lato dell'offerta, ci sono segnali da non trascurare: l'aumento produttivo messo in campo da Riad durante l'estate dimostra che, tutto sommato, qualche margine di movimento c'è. Inoltre, cominciano a intravverdersi per il futuro gli effetti degli enormi investimenti in esplorazione ripresi dalle compagnie in questi ultimi anni, dopo la lunga traversata nel deserto del cheap oil. Infine, gli alti prezzi hanno stimolato investimenti nelle fonti alternative, non solo rinnovabili ma soprattutto nucleare, carbone e oli pesanti, che in prospettiva renderanno l'economia mondiale ancor meno dipendente dal petrolio.

A conclusioni simili arriva, sul Sole 24 Ore, Davide Tabarelli, che però ha una prospettiva più pessimistica. A suo avviso, il cedimento dei sauditi fornisce un pessimo indizio riguardo il comportamento dell'Opec. Tuttavia, Davide sa bene che l'Opec è un caso da manuale di cartello che ha funzionato poco e male: non mi preoccuperei, dunque, eccessivamente, anche se senza dubbio nessuno si aspettava una decisione del genere, dal vertice di Vienna. Articolata è anche la posizione di Nicola Porro sul Giornale. Nicola sottolinea, giustamente, come i falchi dell'Opec stiano seriamente rischiando di tagliare il ramo su cui stanno seduti: lo sforzo di mantenere i prezzi troppo alti mette in moto le dinamiche a cui ho fatto cenno, e - pur massimizzando i loro profitti di breve termine - rischia (dal punto di vista loro) di porre le premesse per un nuovo 1986 (o 1998). A rallentare questo fenomeno è, semmai, la pratica ancora diffusa in molti paesi in via di sviluppo, Cina in testa, di sostenere i consumi energetici interni, impedendo un più rapido adattamento del mercato al nuovo scenario di prezzi. Tutto bene: smetto, però, di seguirlo quando arriva alla considerazione finale, secondo cui "la paura del greggio a 200 dollari non è passata e i governi europei hanno capito che un modello di sviluppo dei trasporti basato solo sulla benzina è destinato a finire". Posto che non vedo grandi spazi di sostituibilità del petrolio nei trasporti (il settore con cui l'oro nero ha sempre più un rapporto simbiotico), non penso né che i consumi si siano ridotti grazie alle policies, né che queste siano state o siano utili, né che i prezzi alti siano una buona cosa. Tant'è vero che la contrazione più vistosa la si è vista negli Stati Uniti, dove le politiche di risparmio sono lasche a dir poco, e dove il mutamento negli stili di vita è stato stimolato proprio dalla bassa incidenza della pressione fiscale sull'energia, che ha reso il valore relativo dei rincari molto più alto che da noi.

Un approccio completamente diverso è, invece, quello di Ugo Bardi, che vede nella marcia indietro dei prezzi un segnale temporaneo, poiché la tendenza di lungo periodo sarebbe inesorabilmente segnato dall'approssimarsi - o del raggiungimento - del famigerato picco di produzione, dovuto alla scarsità fisica del greggio. Non entro nel merito della teoria perché il tema è complesso (e perché tutto quello che penso del tema lo spiega, meglio di quanto potrei fare io, Mike Lynch qui). Il fatto è che, così come l'aumento vertiginoso dei prezzi dai 70-80 dollari di un anno fa ai quasi 150 di quest'estate non era un fenomeno effimero - io per primo non l'ho mai sottovalutato - neppure la riduzione attuale lo è (ancora Mike, qui). L'uno e l'altro erano guidati, lo ribadisco, dalle attese dei trader: che nella prima parte dell'anno avevano creduto, con Teheran e Caracas, che l'economia mondiale avrebbe continuato a sostenere la crescita dei prezzi, mentre oggi, con Riad, la pensano all'opposto. Questa visione mi sembra più solida della prima: sia per le ragioni che ho già esposto in altri post e che spiega Mike nel paper cui ho fatto cenno prima, sulla sopravvalutazione dei rischi "geologici", sia perché soprattutto la fiammata estiva del barile ci ha mostrato che l'economia mondiale non è affatto intenzionata a seguire il petrolio oltre una certa soglia. A questo va aggiunto che perfino la quotazione attuale è largamente eccedente i valori storici, e questo è spiegabile dal persistere di tensioni geopolitiche e della restante incertezza sul futuro del dollaro e degli asset finanziari. Una delle ragioni per cui la speculazione si è scatenata sulle commodities, negli ultimi mesi, è appunto l'incertezza borsistica, che ha reso più appetibili i tradizionali beni rifugio. Il salvataggio di Fanny & Freddie, e le voci sul possibile crack col conseguente salvataggio di Lehman Brothers, spinge gli operatori finanziari a mantenere posizioni difensive, che pure hanno in parte smobilitato, e gonfia i prezzi del petrolio. Ma la tendenza di lungo termine - al di là di scarti anche vistosi, naturalmente possibile - non può che essere verso una significativa riduzione dei prezzi. Vi consiglio di non farvi trovare lunghi, quando la marea si ritirerà.

martedì 9 settembre 2008

Just in case

Nel caso domani gli scienziati di Ginevra che vogliono riprodurre il big bang premano il bottone fine-di-mondo, ci tengo a sottolineare che si tratta di un centro di ricerca pubblico. Il mercato non ha colpe.

lunedì 8 settembre 2008

Ed è subito Sarah

Il Foglio, 5 settembre 2008

Sarah, facci sognare. La running mate di John McCain, Sarah Palin, è la cosa più vicina a un libertario che sia mai arrivata a un soffio dal potere vero dai tempi di Ronald Reagan. Non si capirebbe, altrimenti, l’esplosione adrenalinica che la sua candidatura ha scatenato. Prima, il sentimento dominante tra i supporter del Maverick era soprattutto la paura di Barack Obama: ora, hanno trovato la speranza. Palin parla come loro, si comporta come loro, ragiona come loro. Sia nella politica che nella vita. La Barracuda interpreta in modo straordinariamente spontaneo l’agenda della leave-us-alone-coalition; sul Wall Street Journal di ieri, John Fund ha scritto che “i repubblicani forse hanno trovato la loro Margaret Thatcher”.

La sua retorica, tanto per cominciare, è quella con cui la destra conservatrice-libertaria va a nozze. Il governo sì però small; le tasse sì però low; la regolazione pubblica sì però sound e science-based (non ha esitato ad attaccare l’amministrazione di George W. Bush, quando il segretario all’Interno, Dick Kempthorne, ha inserito gli orsi polari tra le specie in via di estinzione). E’ brunettiana: dalla sua poltrona di Juneau (la capitale dello stato più a nord) ha cancellato il progetto faraonico del bridge to nowhere, il ponte verso il nulla che sarebbe costato ai contribuenti la bellezza di 400 milioni di dollari. E’ anche un po’ tremontiana: ha voluto una tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Una forma di deviazionismo, questa, che però le perdonano, intanto perché dimostra di non essere il pupazzo dei petrolieri, e perché comunque non è certo ostile allo sfruttamento delle risorse nordamericane di idrocarburi (Larry Kudlow riassume così la sua posizione: “drill, drill, drill – all the way”). E’ perfino berlusconiana prima maniera: la sua battaglia, in Alaska come a Washington, è contro l’establishment, le rendite, i politici in senso lato, al punto che non ha nascosto le sue simpatie, durante le primarie, per la corsa pazza di Ron Paul. E’ bossiana, anche qui prima maniera: la frequentazione giovanile coi secessionisti del suo stato, in un paese che custodisce gelosamente l’amore per la libertà e che è nato da una guerra di indipendenza, non è un handicap. Non ha, del resto, paura di sfruculiare i luoghi comuni della destra americana. Dalle parti di Reason, storica fondazione libertaria particolarmente attenta al tema dei diritti civili, hanno apprezzato la sua ragionevolezza sul tema della guerra alla droga. Palin ammette di aver fumato uno spinello (“non mi è piaciuto, ma non faccio come Bill Clinton, che sostenne di non aver inalato”) ed è contraria alla legalizzazione dell’erba, ma riconosce che le priorità sono altre e comunque lascia intendere che si può chiudere un occhio, perché in fondo il corpo è mio e lo gestisco io.

Addirittura sulla questione spinosa dell’aborto, che divide l’universo libertarian non meno della società in generale, riesce a conquistare tutti. Non è una militante pro life di maniera: ha avuto un bambino down (l’ultimo dei suoi cinque figli), l’ha voluto e lo definisce perfetto. Dicevano che sarebbe stato un boomerang. Balle. La sua scelta fa di lei una persona che sa prendere decisioni difficili in situazioni critiche, e anche questo è cruciale per chi si trova a un battito di cuore dall’essere comandante in capo dell’esercito più potente del mondo. Ha scritto l’economista Tyler Cowen: “grazie alla sua determinazione a tenere un figlio down, molti elettori non vedranno Sarah Palin come una cinica, qualunque cosa dicano i critici. Non c’è pettegolezzo sul licenziamento di poliziotto che possa rompere questo sigillo”.

E poi, ultima ma non meno importante, c’è quella che per molti è la questione per eccellenza: la “nostra prima libertà”, ossia quella di detenere e portare armi. Qui non c’è storia. Iscritta da sempre alla National Rifle Association, cacciatrice per hobby, Palin è una garanzia per i gun-nuts che, se i repubblicani torneranno alla Casa Bianca, il loro diritto non verrà messo in discussione. Alla fine, questa è la cartina al tornasole su cui l’America profonda misura i suoi politici. Dalla canna del fucile passa il discrimine tra chi difende la libertà, e chi la mette in dubbio. Un antico adagio, attribuito a Benjamin Franklin, recita che la democrazia sono una pecora e due lupi che votano su cosa mangiare per cena, la libertà è una pecora ben armata che contesta il risultato. Con Sarah Palin, gli americani scelgono la libertà.

Ancora sul Piano energetico nazionale

A proposito delle "proposte Pickens" per un Piano energetico nazionale americano, di cui mi sono già occupato, segnalo le "domande senza risposta" di Reece Epstein e David Ridenour.

domenica 7 settembre 2008

L'Europa, la Russia e l'antitrust

Sul Financial Times, Anders Aslund affronta il tema dei rapporti tra l'Europa e la Russia con una serie di argomenti che trovo molto criticabili - oltre che velleitari. La sua proposta è, nella pratica, quella di una "guerra freschina" giocata tutta su una interpretazione piuttosto azzardata delle norme antitrust, e una certa sopravvalutazione della forza (e dell'utilità) dell'Europa. In verità, Aslund parte da una constatazione di grande buon senso: le sanzioni economiche non sono la via giusta, sia per la loro dubbia efficacia, sia perché rischiano di rafforzare le oligarchie russe al potere. Lo studioso suggerisce quindi una strategia più articolata, il cui perno è però l'utilizzo della competition policy contro Gazprom. Non è una richiesta del tutto originale: negli Stati Uniti, la House ha approvato una proposta democratica del tutto simile in chiave anti-Opec, e anche il nostro ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha invocato gli articoli 81-82 del Trattato Ue, ora contro l'Opec, ora contro gli speculatori (qualunque cosa intenda). Rispetto a queste proposte, che sono davvero naif e populiste, quella di Aslund è più elaborata; ma ugualmente poco convincente. Il quadro generale è quello descritto da Massimo Nicolazzi, che ho commentato nel mio post di ieri; mi limiterò, quindi, alle tesi di Aslund. Ne considererò solo due, in quanto le altre tre esulano dalle questioni di politica energetica in senso stretto.

In primis, egli chiede che l'Unione europea sviluppi una politica energetica comune, e che imponga le regole della Carta dell'energia - in particolare su trasparenza, protezione degli investimenti e non discriminazione nell'accesso ai gasdotti - alla Russia. Ci sono molte ragioni per cui l'Europa avrebbe bisogno di una politica energetica comune - la prima che mi viene in mente è che gli investimenti energetici, in un mercato integrato o in via di integrazione, hanno dimensione transazionale; la seconda, più opportunistica, è che almeno Bruxelles la smetterebbe di fare politica energetica per via ambientale o antitrust. E ci sono una marea di buoni argomenti a favore della Carta dell'energia (di cui si è ampiamente occupato Silvio Boccalatte nel nostro libro Sicurezza energetica). Ma un trattato internazionale, normalmente, non lo si può imporre - non se non si è prima vinta una guerra. Occorre creare le condizioni perché la sua ratifica divenga conveniente da entrambe le parti: oggi, semplicemente, quelle condizioni non ci sono, e parte della spiegazione è che le stesse regole della Carta non sono pienamente applicate neppure in alcuni paesi chiave dell'Ue (ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale). Sul filo del paradosso si gioca, invece, la successiva affermazione di Aslund: "un'Europa unita ha un potere contrattuale poiché tutte le pipeline al di fuori dell'ex Unione sovietica si dirigono verso l'Europa". Vero. Se non fosse che (a) nel breve termine l'Europa non può rinunciare a comprare gas dalla Russia, così come la Russia non può rinunciare a vendere gas all'Europa e (b) il gas che transita per le pipeline non viene contrattato o acquistato dall'Ue o dagli Stati membri, ma dalle compagnie operanti sul mercato europeo (molte delle quali controllate dai rispettivi governi, ok, ma comunque partecipate dai privati e attive sui listini europei). Non si può avocare all'Unione il potere di fare contratti, svuotando di uno degli elementi essenziali il mercato europeo.

La seconda proposta di Aslund è altrettanto incredibile: "la Commissione europea dovrebbe costringere Gazprom a separare produzione e trasporto e rompere il suo monopolio. Perché la Commissione persegue casi antitrust contro Microsoft ma non contro Gazprom?". La risposta più semplice è: (a) perché è politicamente molto più pagante flettere i muscoli contro un'impresa americana (cioè contro gli Usa, simbolicamente) che contro una russa e (b) perché, date le condizioni dei rispettivi mercati, è probabile che Microsoft (o chi per lei) obbedisca all'Ue, mentre è improbabile che lo faccia Gazprom. Supponiamo, comunque, che il Commissario europeo alla Competizione, Neelie Kroes, apra un procedimento contro Gazprom, lo segua, e condanni il gruppo russo. Che succede, se il monopolista poi non obbedisce? La risposta, la lascio ad Aslund e a chi la pensa come lui, perché tutte le risposte che vengono in mente a me mi fanno ridere. Come ridere mi fa la seguente affermazione di Aslund: Gazprom "dovrebbe riorientare la sua rete di gasdotti al di fuori dei confini russi, abbandonare le discriminazioni di prezzo e terminare la costruzione dei gasdotti North Stream e South Stream". Ma siamo matti? Ok, per la Russia sarebbe un bel guaio, ma nessuno si chiede cosa vorrebbe dire per l'Europa? E, a prescindere da questo, Aslund sembra trascurare che i due nuovi gasdotti vedono la partecipazione attiva di imprese occidentali (tra cui Eni ed E.On) che hanno firmato contratti, investito montagne di denaro, eccetera. Anche io, se potessi scegliere, direi che Nabucco è meglio di South Stream: ma alla fine ciò che conta sono le dure ed eque leggi dell'economia, e sarebbe meglio ascoltare quelle piuttosto che distillare voci dall'aria.

Crossposted @ Liberalizzazioni.it.

sabato 6 settembre 2008

Perché pace fa rima con commercio

L'insospettabile Massimo Nicolazzi se ne esce, sull'Occidentale, con un articolo di una semplicità disarmante, che tutti quelli che in queste settimane hanno scritto di Georgia, Ossezia, Russia, Europa e altra mercanzia del genere dovrebbero leggere e mandarsi a memoria come l'Ave Maria. Semplifico: ai russi i soldi piacciono e servono, non meno di quanto a noi piaccia e serva il gas. Finché questa equazione regge, il rischio di una guerra, fredda o calda, è marginale. E' la conseguenza della legge di Bastiat - dove passano le merci non passano i cannoni. Ne segue che, se vogliamo essere ragionevolmente certi che i cannoni se ne stiano dove sono, non dovremmo applicare politiche di sganciamento dal gas, perché in questo modo ridurremmo i costi della guerra (calda o fredda). Supero Nicolazzi a destra (o a sinistra): se questo è vero, e lo è, allora l'obiettivo della politica europea, e a maggior ragione della politica energetica nazionale per chi ce l'ha e se la può permettere, non dovrebbe essere salvarci dai missili russi, ma garantirci un mercato energetico efficiente e ben funzionante. Tutte le strade portano a liberalizzare.

venerdì 5 settembre 2008

Sarah Palin e la tassa sugli extraprofitti petroliferi

Dal Wsj di oggi, un ottimo e illuminante articolo di Jim Lucier.

What Palin Really Did To the Oil Industry

By JAMES P. LUCIER JR.September 5, 2008; Page A15

Oil companies in Alaska are paying more money in taxes than ever before. The state's oil and gas tax revenues for its just-ended fiscal 2007 topped $10 billion. That's twice as much as fiscal 2006 and four times more than 2004.
Some supporters of Barack Obama see that money coming in and say that John McCain's running mate, Alaska Gov. Sarah Palin, must have done what Sen. Obama wants to do -- sock those companies with a big fat windfall profit tax. This is a deeply misleading reading of her 2007 tax reform.
A few years ago, Alaska had a big problem. Despite high oil prices, the state's fiscal future was in peril because the state relies on only three aging oilfields for 80% of its oil and gas tax revenue.
In 2006, then Gov. Frank Murkowski, a Republican, proposed changing the state's tax on oil from a gross-revenue to a net-revenue basis. Instead of creaming 10% off the top -- which was how the mature oil fields were taxed -- Mr. Murkowski pushed to tax oil companies on their profits only, at a rate of 22.5%. The change in tax regime was meant to encourage investment in and development of new fields.
In effect, the state would become the oil companies' development partner. It would participate in the upside of oil and gas exploration, but only after the companies had recovered the enormous upfront costs of drilling new wells.
These costs are considerable. In Alaska, the locations are remote, the climate is extreme, the infrastructure mostly nonexistent, the environmental rules the strictest in the world, and there is only a short work season of three or four months a year. The costs make any project very risky.
Mr. Murkowski's plan turned into a disaster. It depended much on trust, but it lacked the transparency and predictability needed to win public confidence. One year after it went into effect, the Petroleum Profits Tax brought in far less revenue than expected and the state suffered a revenue crunch.
Somehow, the legislature had never properly defined accounting procedures and permissible deductions -- and the deductions came in much higher than expected. Meanwhile, as the shortfall appeared, a number of state legislators were on trial, under indictment, or under investigation for bribery by the FBI. These included some who should have done due diligence for the taxpayer on the proposal they enacted.
As a new governor in 2007, Mrs. Palin stepped in to address the fiscal crisis and restore accountability. Working with Democrats and Republicans alike, she chose a 25% profits tax. But in lean years the state reverts to a 10% gross revenue tax on legacy fields that do not require massive continuing inputs of new capital.
Relative to the old system, Mrs. Palin's plan -- called "Alaska's Clear and Equitable Share" (ACES) -- improves incentives for developing new resources. It ensures the state does well in boom times -- as it is doing now -- when oil prices are high. But it also hedges against low prices in the future by ensuring that oil companies exposed to commodity price swings don't face a crushing tax burden when commodity prices fall.
Her plan includes an escalator clause that gives the state a larger share of revenues when oil prices rise. This is common to production-sharing agreements all over the world.
Mr. Obama proposes to give each American a $1,000 check funded by windfall profit taxes to ease the pain of high energy prices. Some say Mrs. Palin's ACES is like that, because this year every Alaskan will receive a $1,200 check as a share of the oil bonanza. (The check comes in addition to the approximately $2,000 every Alaskan will receive this year as a dividend from the Permanent Fund, which was established by state constitutional amendment in 1976 as a way of sharing the state's mineral wealth with the people.)
A direct share in oil profits for every citizen is the ultimate incentive for more drilling. That's why in Alaska drilling for oil seems almost universally popular, while other states are drill-phobic.
The real comparison is not between Mr. Obama's windfall profit tax and Mrs. Palin's risk-and-profit-sharing plan. It is between Alaska's constitutional rule -- that the people must share directly in the state's mineral wealth -- and Mr. McCain's proposal that coastal states should share in federal offshore oil revenue. His plan is for the funds to be used for public purposes like roads, schools and conservation. A share of royalties dramatically improves the coastal states' incentive to support drilling. But if Mr. McCain offered every individual American a royalty check too, he might find it easier to sell his program.

Mr. Lucier is a managing director of Capital Alpha Partners, LLC, in Washington, D.C.

Genova: bye bye bio

Per l'agricoltura biologica, le regole del mercato non valgono. Se un prodotto non tira, è colpa del cliente che non lo apprezza. Lo afferma Andrea Ferrante, presidente dell'Associazione italiana per l'agricoltura biologica: "Quello di dire che la mensa biologica non piace ai bambini è un vecchio trucco. Evidentemente a Genova c’è un problema di controllo di qualità dei prodotti, ma è colpa loro che non sono all’altezza, certo non dei prodotti biologici". Oggetto del contendere è la decisione dell'amministrazione genovese, di sospendere la fornitura di cibi bio nelle mense scolastiche, perché i bambini li rifiutano e perché si dimostrano essere di qualità inferiore. Ha spiegato l'assessore, Paolo Veardo, sul Corriere della sera di ieri: "dopo l’esperienza che abbiamo fatto nella refezione ci sono dei correttivi necessari. C’è poco da fare, ai bambini piace una mela rotonda, rossa, grossa, quelle biologiche, bruttine, ce le mandano tutte indietro. Dalla mensa scolastica alla spazzatura". Il problema non è solo di aspetto: i bambini rifiuterebbero anche il pollo bio e il sugo fatto con pomodori organici, mentre il riso biologico sarebbe più deperibile rispetto a quello convenzionale.

E' vero, dal punto di vista della qualità, quello che afferma Ferrante: "Se la qualità dei prodotti è scadente non si può imputare al fatto che sono coltivati con metodo biologico". Fatto sta che gli sbalzi di qualità nel biologico sono maggiori, e non potrebbe essere altrimenti, poiché il processo di selezione e la protezione contro parassiti e infestanti è giocoforza inferiore. Aggiunge Ferrante: "Semmai c’è da dire che in tutte le mense scolastiche in cui si introducono prodotti biologici è necessario anche avviare un percorso di educazione alimentare accurato, oltre appunto ai controlli di qualità, ma queste sono cose note a tutti e che funzionano e stanno funzionando anche in realtà ben più importanti". Su questo è, invece, difficile seguirlo: cosa vuol dire che per somministrare cibi bio bisogna avviare programmi di educazione alimentare? A me pare che, dietro queste parole, ci sia tutta la forza pelosa di una lobby "politicamente corretta": ti vendo il pomodoro, ma ti obbligo a comprarmi anche il caravanserraglio pseudoeducativo che gli sta dietro. In ogni caso, e torno al punto di partenza, la realtà semplice e banale è che sul mercato - persino in un mercato politicizzato e quindi per definizione irrazionale come quello degli appalti alle mense pubbliche - quello che alla fine conta è la soddisfazione del cliente, e questo è un compito che i produttori biologici sembrano rifiutare, come se fossero investiti da una missione più alta del rispondere a una domanda di mercato.

Un ulteriore tassello viene dalle parole di Paola Trionfi, responsabile ristorazione dell'Aiab: "Se la causa fosse un problema di qualità della fornitura, sarebbe doveroso risolverlo attraverso lo strumento del capitolato. Ma se la motivazione fosse invece la riduzione dei costi (vedi il taglio di 130.000 pasti in tutte le scuole entro il 31 dicembre all'avvio del nuovo capitolato d'appalto che attribuirà 71 punti alle offerta più economiche e solo 29 alla qualità), allora sarebbe meglio non ricalcare stereotipi ormai desueti del biologico brutto da vedere e poco buono da mangiare, anche perché difficile da trovare sul mercato". Probabilmente, c'è una componente di verità in quello che dice. Solo che essa va illuminata dalle considerazioni appena svolte. Cioè, l'amministrazione genovese si trova a gestire mense con costi superiori a quelli di mercato, e qualità (e sicurezza, ma questo è un altro discorso ancora) inferiori. Se uno la vede in questa prospettiva, non è certo stupefacente la decisione di mettere fine a una lunga e costosissima parentesi.

Crossposted @ IlTigullio.info.

mercoledì 3 settembre 2008

Ci serve un piano energetico nazionale?

Nessuna proposta di politica energetica è tanto condivisa quanto quella di un piano energetico nazionale. Su nessuna proposta di politica energetica do un giudizio tanto negativo come su quella di un piano energetico nazionale. Il motivo è semplice: mentre tutte le altre proposte, buone o cattive che siano, intervengono su aspetti limitati dei settori energetici, l'introduzione di un piano (o "strategia", come lo definisce pudicamente il piano triennale tremontiano) insiste direttamente sulla cornice. E poiché oggi, bene o male, la produzione, commercializzazione e tutto quello che vi sta in mezzo di energia elettrica e gas sono più o meno liberalizzati, produrre in piano vorrebbe dire tracciare due spesse righe rosse sugli ultimi dieci anni di de-statalizzazione e ingranare la marcia indietro. Poiché tutto il mondo è paese, il dibattito sulla necessità (o no) di un piano è anche una issue elettorale americana. Un mese fa, sulle colonne del Wall Street Journal Holman Jenkins aveva criticato l'insistente richiesta di un "piano" del petroliere indipendente e sussidiato T. Boone Pickens, il quale avendo fiutato la nuova direzione del vento degli aiuti pubblici - le fonti non fossili - si è immediatamente adeguato. Il quotidiano finanziario pubblica oggi la piccata replica di Pickens, il quale se ne esce con una battuta - dice - che suo padre gli faceva spesso: "un pazzo con un piano è meglio di un genio senza piani". La battuta è simpatica ma, con rispetto parlando, fuorviante. Infatti, sottende che il piano sia un buon piano. Un pazzo con un cattivo piano è senz'altro peggio di un genio senza piani. Ma, a un grado più profondo, quando si parla dell'economia nel suo complesso - o di un suo settore rilevante - l'analogia semplicemente non regge, perché l'economia nel suo complesso è diversa da un'impresa, che ha l'obiettivo chiaro e definito di massimizzare i profitti e rispetto a quello è in grado di giudicare investimenti, comportamenti, eccetera. Qual è, però, la funzione obiettivo dell'economia? La risposta è un colossale boh. Chi prova a definire una funzione, normalmente crea problemi enormi, quelli di un pazzo che si muove seguendo un piano scritto da un demente. Una società non è un'impresa; ed essa funziona se, e nella misura in cui, sa mobilitare tutte le informazioni disperse tra i suoi membri. Informazioni che, per definizione, non possono essere centralizzate, non possono dunque entrare a far parte di un "piano". Poiché a battuta si risponde con battuta, rubo le parole a Don Boudreaux: "notoriamente l'Unione sovietica aveva un piano per la sua economia, gli Stati Uniti no. Quale paese era più pazzo?".

lunedì 1 settembre 2008

Se gli uragani fanno politica

L'arrivo dell'uragano Gustav ha rovinato la festa di John McCain. Il candidato repubblicano alla presidenza non ha fatto in tempo a capitalizzare il boom mediatico della nomina di Sarah Palin come running mate, che si è trovato costretto a ridurre la convention di St. Paul, che avrebbe dovuto incoronarlo ufficialmente, in un evento secondario. Intanto, il barile torna ad alzare la testa sulla scorta del timore di un impatto sulle infrastrutture petrolifere del golfo del Messico, cruciali per l'approvvigionamento americano. Al netto del pessimo gusto del democratico Don Fowler (che dice che l'uragano "dimostra che Dio sta con noi" - via Planet Gore), l'uragano ha anche un impatto politico non trascurabile. Se ne occupa Jeffrey Ball di Environmental Capital, sottolineando come l'emergenza possa tirare fuori il peggio dei due candidati (ma soprattutto di Barack Obama). Entrambi, infatti, useranno gli eventuali problemi come argomento a favore della riduzione della dipendenza dal petrolio mediorientale, o qualcosa del genere. Ma mentre la risposta del candidato democratico è l'utopistica (e costosa) promessa di un sistema energetico carbon-free, il senatore dell'Arizona rafforzerà la richiesta di aumentare la produzione nazionale. Si tratta, questo, di un argomento a doppio taglio: perché se da un lato conduce alla rimozione di divieti anacronistici e ingiustificati, dall'altra si fa presto a compiere il passo successivo e arrivare ai sussidi alla potente lobby dei produttori indipendenti. Di questo, gli Usa non hanno proprio bisogno: eppure l'insano concetto di indipendenza energetica continua a tener banco.