venerdì 31 ottobre 2008

UE: ambientalismo d'immagine ed imposizione morale

Premessa. Da oggi inizia a collaborare come guest blogger con RE David Mazzerelli, caporedattore di Ultima Thule, rivista online della destra intelligente e liberista (l'una cosa, va da sé, implica l'altra). Questo post riassume alcune delle questioni che David ha affrontato nella sua tesi di laurea. Altri seguiranno. Benvenuto. (cs)

Chi si è stupito della cocciutaggine di Sarkò nel portare avanti la dissennata politica ambientale e climatica della UE, non deve solo limitarsi a maledire i soliti francesi ma può ritracciare le origini di questa scelta nell'immagine di sè che il Leviatano di Bruxelles ha deciso di dare al mondo intero, confidando nell'esistenza (tutta teorica) di una coalition of willing mondiale disposta a seguire le proprie indicazioni.

La recente scelta dell'Italia, coraggiosa ed encomiabile, di smarcarsi da questa politica è quindi scandalosa a livello europeo per due ragioni principali: la prima perchè la politica del power sharing non prevede teste calde (o di buon senso, a seconda di come la si veda), seconda perchè un'immagine per essere efficace deve essere coerente.

Partiamo dal primo punto: la politica della delega e della riduzione progressiva delle sovranità nazionali ha trovato nelle policy ambientali un terreno più che favorevole, una questione meta-politica e buonista a cui tutti, apparentemente, non potranno che essere d'accordo.

Tuttavia non sempre è stato così: l’impegno europeo sull’ambiente è molto recente, se si pensa che la politica ecologica non era nemmeno menzionata nel Trattato di Roma del 1957, dato che in quel periodo storico l’ambiente non rappresentava nemmeno una questione all’ordine del giorno.
Le ragioni di immagine sono presto dette: i negoziati sull’ambiente globale risultano un’arena perfetta per dimostrare a tutto il mondo che il vecchio continente è un interlocutore serio ed affidabile, oltre che un protagonista convinto, delle battaglie più "nobili" per il bene dell’intero pianeta.

Nessuno, come la UE, ha proposto più iniziative e ha sottoscritto più accordi internazionali, disponendosi ad un sacrificio non indifferente per le proprie economie, pur di ridurre il quantitativo di CO2 emesso nell’atmosfera dalle sue industrie e dai suoi abitanti.
L’opinione pubblica del vecchio continente sembra aver posto il problema della lotta per la protezione del pianeta tra le principali priorità politiche. Per l’Unione Europea, comunicare la propria sensibilità ecologica, è diventata insomma, negli anni, una fondamentale questione di immagine.

La UE utilizza la issue dei cambiamenti climatici come leva di consenso tra i suoi cittadini: educare per fare in modo che ciascuno di noi abbia più fiducia nelle istituzioni comunitarie, spesso accusate (giustamente, diamine) di inefficienze ed eccessiva burocratizzazione. Barroso ha ripetuto spesso come sia dovere della Comunità Europea consigliare ai propri cittadini come comportarsi, specificando però che "Bruxelles non intende imporre i comportamenti". Tuttavia, come dimostra la recente attualità, i toni che vengono usati per redarguire l'Italia sono inevitabilmente gli stessi che poi si riversano sui cittadini, col risultato che, ancora una volta, la comunicazione politica dell’UE ai suoi cittadini-sudditi rischia di non essere certo un consiglio ma bensì l'ennesima imposizione morale.

giovedì 30 ottobre 2008

Clima. Le pulci all'Ue

Perché le stime italiane sui costi del pacchetto clima sono tanto diverse da quelle agitate da Bruxelles? Si possono dare due risposte. La prima è che il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, è andata a negoziare tenendo sotto braccio uno studio realizzato da una società indipendente, il Rie di Bologna. La seconda è che, anche all'interno delle valutazioni compiute dalla stessa Commissione, vengono proposti scenari diversi, che danno adito a differenti prospettive. In due articoli sulla Voce.info (che ho già criticato), Marzio Galeotti afferma che lo scenario fatto proprio dall'Italia (secondo cui il nostro paese dovrebbe subire un impatto di 18 miliardi di euro / anno) è quello meno probabile. In realtà non è così. Lo spiega, con dovizia di dati e di numeri, Stefano Clò in questo straordinario contributo per AgiEnergia. Stefano mostra quali ipotesi spieghino la dissonanza tra gli scenari Ue, e spiega perché, in verità, la scelta compiuta dal governo italiano è condivisibile. Ma anche se non lo fosse, Stefano mostra come in tutti gli scenari il nostro paese sia penalizzato. Cosa che giustifica la dura contestazione che il ministro Prestigiacomo ha mosso al pacchetto clima.

mercoledì 29 ottobre 2008

Carburanti. La leggenda dei prezzi straordinari

Viste le polemiche degli ultimi giorni, innescate da un'intervista di Davide Tabarelli alla Repubblica, sono tornato con un Focus sull'altalena dei prezzi del pieno. Ancora una volta, non mi pare di riscontrare alcuna anomalia nel movimento dei prezzi, rispetto alle quotazioni internazionali. In ogni caso è importante sottolineare che i prezzi sono liberi, quindi non ci si deve aspettare un andamento, per così dire, passo-passo. Inoltre, tutti i confronti, compreso quello che ho fatto io, prendono come parametro i prezzi medi dei carburanti rilevati in Italia, che non coincidono, ovviamente, coi prezzi effettivamente praticati nelle nostre stazioni di servizio. Con questa cautela, mi sembra che le variazioni dei prezzi italiani (al netto delle tasse) e di quelli internazionali siano sostanzialmente parallele. Davide sostiene che il margine medio sia cresciuto rispetto agli anni passati, ma questo mi pare un ragionamento difficile da seguire. Molte componenti di costo, che pure partecipano al margine, sono cambiate, e quindi diventa davvero difficile ragionare attorno a esso. Se però si restringe l'orizzonte temporale, per esempio all'ultimo anno, e si osserva il comportamento dei margini durante la fase di salita e poi la discesa delle quotazioni internazionali, non si osservano scostamenti rilevanti. Non capisco poi come Davide possa ipotizzare, per arrivare a questa conclusione, un "prezzo ottimale". Ancora una volta: non siamo in regime di prezzi amministrati o controllati, quindi per definizione non esiste un prezzo ottimale diverso da quello di mercato.

martedì 28 ottobre 2008

Quit Greenpeace


Il carbone non si rimpiazza dall'oggi al domani

Il Secolo XIX, 28 ottobre 2008

La battaglia di striscioni tra i dipendenti della centrale Enel di Genova e i militanti di Greenpeace non è lo scontro anacronistico tra economia ed ecologia, lavoro e ambiente. Il reciproco scambio di accuse, clima killer contro ecocazzari, è la versione popolare di uno tra i temi più complessi che la politica oggi si trova ad affrontare, e cioè quale valore si debba dare alla cosiddetta sostenibilità, come affrontare le tante incertezze che a essa sono sottese, e con quali tempi. E’ lo stesso tipo di confronto, per certi versi, che vede su un livello più alto opporsi l’Italia e l’Unione europea sul pacchetto clima, ma in modo più crudo e più vivo. Qui non c’è gioco lobbistico o guerra di cifre: qui c’è chi difende il proprio reddito e chi pensa che le sue attività mettano a repentaglio il futuro di tutti.

Per cominciare, dunque, i dati. L’impianto a carbone che sta tra il molo San Giorgio e l’ex Idroscalo risale al 1927-28, quando era la centrale più grande d’Europa; ma non è, ovviamente, la stessa cosa di allora. I due gruppi originari, da 25 megawatt ciascuno, sono stati più volte sostituiti, e ora la potenza installata è pari a 300 megawatt. I cambiamenti non hanno riguardato solo la crescita dimensionale, ma anche l’adeguamento alle normative ambientali, sempre più stringenti. Questo è un dato cruciale: come tutti gli impianti italiani, anche quello sotto la Lanterna deve rispettare le regole nazionali e comunitarie. Come ogni impianto alimentato a carbone, anche questo ha emissioni di anidride carbonica (CO2), sospettata di contribuire al riscaldamento globale, relativamente alte. Va però notato che la CO2 non è dannosa alla salute o all’ambiente, di per sé – tanto che chiunque la ingurgita inconsapevolmente quando beve bibite gassate. Gli stessi sforzi europei non puntano a limitare le emissioni di biossido di carbonio dalle singole centrali, ma a contenere il totale delle emissioni. Questa è una differenza sostanziale rispetto agli inquinanti propriamente detti, come il monossido di carbonio, gli SOx, gli NOx e le polveri, che in concentrazione eccessiva sono epidemiologicamente correlate a diversi mali.

Dal punto di vista pratico, la centrale genovese serve a soddisfare i consumi cittadini. Non è possibile, semplicemente premere il tasto “off”. “E’ possibile sostituire la potenza della Lanterna con fonti pulite come eolico e solare”, ha detto ieri al Secolo XIX il responsabile campagna energia e clima di Greenpeace, Francesco Tedesco. Ammesso che sia vero, non sarebbe sufficiente: l’impianto Enel lavora, mediamente, tra le quattro e le cinquemila ore all’anno, e soprattutto può entrare in funzione ogni volta che è necessario. Solare ed eolico funzionano, in media, un migliaio di ore all’anno, cioè a parità di potenza installata generano tra un quarto e un quinto dell’elettricità, e per giunta lo fanno quando le condizioni climatiche lo consentono; inoltre, costano di più, per chilowattora prodotto, e l’extracosto ricade sulle spalle dei cittadini attraverso la tariffa. Sarebbe come confrontare due automobili con lo stesso numero di cavalli: una si muove mediamente cinquantamila chilometri l’anno e si mette in moto quando girate la chiave. L’altra è alimentata dal sole: ha un costo-chilometro superiore, vi consente di percorrere al massimo diecimila chilometri all’anno, e cammina solo quando pare a lei. E’ ovvio che questi due veicoli non sono realmente alternativi, nel senso che il secondo non può sostituire il primo. Fuor di metafora, le nuove rinnovabili sono splendide, ma al momento non sono in grado, per ragioni tecnologiche ed economiche, di rimpiazzare le fonti convenzionali, cioè i combustibili fossili e il nucleare. Possono svolgere un ottimo ruolo al loro fianco, ma è irrealistico pensare che possano fare di più. Per questo il valore per la società di un chilowattora a carbone è superiore a quello dello stesso chilowattora solare o eolico – e il suo costo è inferiore.

Ciò non significa che non si possano, nel lungo termine, immaginare cambiamenti anche sostanziali nel nostro panorama energetico. Ma essi non possono non venire dal progresso tecnologico, dallo sviluppo di fonti che siano, al tempo stesso, competitive e pulite. Pretendere mutamenti drastici e immediati è utopistico, se non dannoso. Il carbone, peraltro, occupa un ruolo marginale nel paniere energetico italiano, a differenza di quanto accade, e non senza motivo, nel resto d’Europa – come ha recentemente notato il segretario nazionale della Filcem-Cgil, Giacomo Berni. Anche perché in un settore che, come quello energetico, ha un’alta intensità di capitale, le evoluzioni sono per loro stessa natura morbide, graduali. Difficilmente avvengono con degli strappi bruschi. Sul piano occupazionale, questo significa che i centoventi lavoratori della centrale Enel hanno ragione a difendere il loro posto. E’ chiaro che le loro rivendicazioni hanno l’obiettivo di tutelare la loro posizione individuale, ma essa coincide col più ampio e generale interesse a disporre di forniture energetiche affidabili, continuative, economiche e a impatto ambientale ragionevolmente contenuto. L’Enel si è impegnata con la regione Liguria a smantellare la centrale entro il 2020: dando il tempo di riqualificare il personale, una parte del quale nel frattempo andrà in pensione, e di rimpiazzare l’elettricità oggi prodotta col carbone genovese. Il passaggio da una fonte di energia a un’altra, o meglio l’evoluzione del mix energetico nel suo complesso, non può prescindere dalla creazione di un servizio migliore – cioè efficiente ed economico. Risolvere questioni complesse è difficile e richiede tempo: molto più che scalare la Lanterna.

Crossposted @ IlTigullio.info

lunedì 27 ottobre 2008

Unanswered questions

Lavoce.info ha pubblicato un mio commento all'articolo di Marzio Galeotti, nel quale gli pongo due semplici domande - di descrivere quali siano i benefici ambientali ed economici del pacchetto clima europeo. Al momento, l'autore si esime dal rispondere.

Clima. Se la Voce manca

Sulla Voce.info, Marzio Galeotti ha firmato due articoli (qui e qui) molto critici sulla posizione italiana in merito al pacchetto clima dell'Unione europea. Tali interventi sono un curioso mix di atteggiamento professorale e finta equidistanza. In realtà Galeotti ha una posizione precisa e politicamente assai definita. La sua tesi è che bisogna fare qualcosa. A prescindere da qualunque considerazione di opportunità, efficienza ed efficacia. Non ci sarebbe nulla di male, se almeno lo ammettesse, cosa che non fa. Uscendosene, quindi, con affermazioni indubbiamente vere - "Non vi sono numeri inventati, fasulli o più veri. Vi sono solo numeri, corrispondenti a diverse ipotesi di scenario, ognuno associato a modalità di implementazione delle stesse direttive" - seguite da stroncature senza appelli: "la Commissione sembra avere considerato quello più ragionevole, mentre il nostro governo fa riferimento al più funzionale alla sua tesi". Se ne deduce che il Dr Galeotti, secondo cui non ci sono numeri giusti o sbagliati, è in balia di Mr Marzio, che invece ritiene alcuni numeri "più giusti degli altri". Ma neppure in questo ci sarebbe nulla di male - ognuno ha diritto alle sue opinioni e alla sua dose di ipocrisia - se Galeotti non condisse la sua accusa all'Italia, oltre che con le consuete accuse di opportunismo e conservatorismo, anche di un razzismo strisciante che fa un certo effetto vedere all'interno dell'Ue. Per Galeotti "non è una bella cosa" che "Siamo in compagnia di otto paesi dell’Europa dell’Est, unico tra i fondatori ad adottare una posizione di scontro e chiusura con la Commissione e gli altri stati membri che contano". Anch'io, intendiamoci, ho sostenuto qualcosa di simile, ma per ragioni assai diverse: il mio punto riguardava da un lato la oggettiva divergenza di interessi, dall'altro questioni di efficacia negoziale. Galeotti, invece, pare ritenere la compagnia di cechi e polacchi meno gradevole di quella di francesi e tedeschi. Fatti suoi. Infatti, non è neppure questo l'argomento che a me pare debolissimo, nel suo pezzo. L'argomento che definire inconsistente sarebbe un delicato eufemismo sta nelle domande retoriche con cui conclude l'arringa: "i numeri da tutti citati enfatizzano i costi, ma non tengono adeguato conto dei benefici. Quale è l’entità dei danni dei cambiamenti climatici evitati dalle direttive se dovessero entrare in vigore? Quale è l’entità dei cosiddetti co-benefici rappresentati da guadagni occupazionali netti, da proventi connessi all’innovazione tecnologica?". Già: quale è?

domenica 26 ottobre 2008

Petrolio. Il ritorno ai fondamentali

La tempesta climatica europea mi ha distratto, negli ultimi giorni, da un tema di grande rilevanza, cioè i prezzi del petrolio. Uno degli effetti della recessione in arrivo è stato quello di "pulire" il barile dalle pressioni speculative. Mi pare che il dimezzamento delle quotazioni del greggio - ok, un po' meno, tenendo conto dell'apprezzamento del dollaro - indichi più di ogni altra cosa come i livelli toccati a luglio, peraltro brevemente (in media mensile, il Wti si posizionò attorno ai 120 dollari), fossero principalmente dovuti alla componente finanziaria. Oggi questa è sparita, in parte perché ci si è resi conto che la produzione reggeva, in parte a causa dell'attesa di un calo della domanda a causa della recessione in arrivo. Neppure l'annunciato taglio delle quote Opec è servito a sostenere i prezzi.

A questo punto, si potrebbe pensare che i problemi, almeno sul fronte energetico, siano finiti. Non è così. Il crollo dei prezzi è oggi guidato dal pessimismo sulla domanda, non dall'auspicato ampliamento dell'offerta. Non tutti gli investimenti programmati o valutati si sono effettivamente materializzati. Oggi, la "minaccia" di prezzi troppo bassi - così come l'effetto, altrettanto nocivo, di una volatilità senza precedenti - potrebbe fermare quei progetti da cui ci si aspettava, invece, lo "sbottigliamento" della produzione. La stretta creditizia, dovuta allo stallo del sistema bancario mondiale, non aiuta, e non è controbilanciata dal calo dei costi delle altre materie prime (esse stesse, causa parziale dell'ingolfarsi degli investimenti nella fase precedente). Su Environmental Capital, Keith Johnson guarda alle sabbie petrolifere canadesi, che sembra siano sul punto di essere lasciate dove stanno proprio a causa del mix tra costo del credito e "bassi" prezzi del petrolio. Se, effettivamente, questo genere di investimenti iniziano a essere riconsiderati, ci troviamo in un cul de sac: i prezzi continueranno a scendere finché la fine della recessione non sarà in vista, e scenderanno tanto più visibilmente quanto più dura sarà la recessione. Ma quando, infine, il sole tornerà a splendere sull'economia mondiale, ci troveremo al punto di partenza: dal lato dei fondamentali non sarà cambiato granché rispetto a qualche mese fa, e dunque la spinta tornerà a essere rialzista (diciamo che un valore probabile potrebbe essere, a parità di altri elementi, attorno ai 90-100 dollari al barile). Speriamo che gli investimenti non si fermino del tutto: ci sono ancora ragioni per ritenerli promettenti, dal punto di vista finanziario, anche se i ritorni sono a questo punto dilazionati almeno di un periodo di tempo pari alla durata della crisi. Vero è che chi sarà pronto con nuovo greggio (e gas) al termine della notte, avrà vinto il suo personale Superenalotto.

sabato 25 ottobre 2008

Clima. Nella sfera di cristallo...

Almeno nel comparto automobilistico. Faccio una facile previsione, sperando di essere ancora qui tra un anno e mezzo e di ricordarmi di linkare questo post. Le emissioni 2008 saranno almeno dell'1 per cento inferiori alle emissioni 2007 (cifra sparata quasi a casaccio, ma ragionevole IMHO). Se la recessione sarà dura e lunga, le emissioni 2009 saranno inferiori a quelle 2008 dell'1-2 per cento. Se l'inverno sarà relativamente caldo, la riduzione potrebbe essere ancora più sensibile. Quando, nel maggio-giugno 2010, saranno rivelati i dati 2008, e analogamente quando l'anno dopo l'Agenzia ambientale europea pubblicherà i dati 2009, il comunicato declamerà trionfale i grandi progressi compiuti verso l'obiettivo di Kyoto, che a quel punto sembrerà davvero vicino. La verità è che quei risultati non saranno stati il frutto delle politiche climatiche europee, se non in piccola parte: i maggiori driver saranno stati il crollo della produzione industriale e, forse, le condizioni climatiche favorevoli (God bless global warming!).

Questo non implica che i target al 2012 saranno raggiunti. Anzi, è estremamente improbabile, soprattutto se tra il 2009 e il 2010 il motore economico rientrerà in funzione e l'Europa tornerà a crescere. Le emissioni, tuttavia, cresceranno più lentamente che in passato. Neppure questo sarà attribuibile, se non in piccola parte, alle politiche climatiche Ue (parentesi: la Germania troverà qualche gabola per fotterci nuovamente nel gioco dell'Ets, come ha fatto nel periodo 2005-7). Il principale driver saranno gli investimenti effettuati in questi ultimi anni, attenti a massimizzare l'efficienza energetica per evitare l'impatto del caro-greggio. Peserà anche l'eventuale scelta di alcune grandi imprese di delocalizzare, causa crisi e causa politiche ambientali europee - questo è uno dei pochi casi in cui esse possono essere efficaci.

Tanto mi dice la mia sfera di cristallo.

venerdì 24 ottobre 2008

Clima. Cosa chiede l'Italia

E' il momento dei fatti. Si tiene oggi, infatti, il primo incontro bilaterale ufficiale tra il governo italiano e la Commissione europea per discutere delle perplessità manifestate dal nostro paese sul pacchetto clima. Si tratterà di un tavolo tecnico, quindi nessuno si aspetta proclami di fine giornata, e questo è un aspetto positivo. Cosa dirà la delegazione italiana? Lo spiega il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, in una bella intervista di Romina Maurizi su Quotidiano Energia (subscription required). Il ministro elenca sei richieste:

1. Necessità di una valutazione costi/efficacia del pacchetto per verificare se le misure e le direttive previste sono adeguate agli obiettivi.

Questo mi sembra davvero il minimo sindacale che si possa chiedere a chi pretende di farti sacrificare una fetta importante del tuo prodotto interno lordo. La questione è, prima ancora che politica, di trasparenza e informazione: nessuno sa, realmente, cosa significano nella pratica gli obiettivi europei; non é chiaro il loro effettivo impatto a livello comunitario né a livello nazionale, e non è chiaro quali aggiustamenti dovranno subire i nostri sistemi energetici e industriali per far spazio al raggiungimento dei target. Questa operazione avrebbe dovuto essere compiuta prima di adottare, con gran fanfara, il 20-20-20, magari sulla base di qualche scenario alternativo, ma meglio tardi che mai.

2. Distribuzione equa degli impegni di riduzione tra gli Stati Membri. Secondo il testo attuale l’Italia - che ha emissioni procapite di CO2 inferiori alla media europea e una efficienza energetica superiore alla media europea - dovrebbe sostenere il 20% dei costi europei ben oltre il PIL che corrisponde al 13% del Pil europeo.

Anche questo è un punto, mi pare, condivisibile. Nel senso che, una volta fissato l'obiettivo generale, la sua ripartizione dovrebbe tener conto di almeno tre parametri: (1) la capacità di spesa degli Stati membri (cioé livello del Pil e prospettive di crescita); (2) la natura dei loro sistemi energetici e industriali, cioè il punto di partenza - un altro modo di esprimere questo concetto, potrebbe essere il costo marginale atteso di riduzione delle emissioni; (3) l'esistenza di eventuali vincoli strutturali (per esempio, un paese lungo, stretto, montuoso e decentralizzato difficilmente potrà perseguire con efficacia un trasferimento del trasporto merci da gomma a rotaia). Di questi fattori, solo il primo è stato parzialmente considerato da Bruxelles.

3. Assegnazione degli obiettivi di riduzione delle emissioni agli impianti industriali sulla base delle loro prestazioni in termini di emissioni specifiche per unità di prodotto in modo da valorizzare i progressi già raggiunti dalle imprese più efficienti. Le imprese industriali italiane hanno un’efficienza media superiore a quella europea.

Su questo ho qualche perplessità, nel senso che, come ho detto più volte, gli impegni dovrebbero essere il più possibile generali. Le caratteristiche degli impianti dovrebbero rientrare sub 2., non mi pare sia indispensabile procedere a un ulteriore scrutinio che andrebbe, nei fatti, a insistere sullo stesso tipo di problema. E' comunque vero che l'Ue si è orientata verso la distribuzione di target settoriali, e la definizione di diverse modalità di allocazione (nell'ambito dell'Ets) settoriali, e quindi la richiesta è comprensibile.

4. Assegnazione gratuita o parzialmente gratuita dei permessi di emissione alle imprese europee sulla base di una valutazione trasparente e oggettiva del rischio di delocalizzazione per effetto delle direttive contenute nel pacchetto.

Su questo punto, che peraltro incontra la sostanziale approvazione della Commissione già oggi, sono invece molto scettico, per le ragioni espresse sopra. Ogni discriminazione, ogni eccezione, ogni esenzione, rende instabile il sistema nel suo complesso, fa accrescere la tentazione del rent seeking, spinge gli investimenti in lobbying anziché quelli in cose veramente produttive. Resto convinto che la soluzione di third best (il first best essendo "do nothing", e il second best una carbon tax revenue-neutral) sia un sistema di auctioning revenue-neutral, cioè strutturato in modo tale da utilizzare i proventi delle aste per conseguire riduzioni del carico fiscale sulle imposte più distorsive, per esempio l'Irpef. (Ovviamente la Commissione, quando parla di auctioning, non ha questo in mente, ma l'impiego del gettito per finanziare i rent seekers: in questo senso, se la logica dev'essere del tanto peggio tanto meglio, allora va bene pure la posizione della Prestigiacomo).

5. Utilizzazione ampia dei crediti di emissione generati dai progetti per la riduzione delle emissioni nei paesi con economie emergenti o nei paesi in via di sviluppo, secondo i meccanismi del Protocollo di Kyoto, Clean development Mechanism e Joint Implementation.

Questo è un altro punto di grande intelligenza. Se l'obiettivo è ridurre le emissioni di CO2, allora è irrilevante dove le riduzioni avvengono, ed è sensato consentire alle aziende interessate di agire laddove il costo marginale è più basso. Aggiungo che gli stessi meccanismi di JI e CDM andrebbero riformati: oggi, di fatto, a generare crediti sono solo poche cose molto costose, e questo trascura il punto fondamentale. Banalizzo: la sfida e il problema non è costruire qualche irrilevante megawatt solare in Cina, ma far sì che le centrali cinesi a carbone che verranno realizzate nei prossimi n anni siano più simili alle nostre di oggi che alle loro di ieri. Paradossalmente, perfino una centrale a carbone, per non dire di un ciclo combinato a gas, è un modo di risparmiare emissioni , se fatta propriamente. La logica proposta dall'Italia su altri punti, dovrebbe essere applicata anche qui: ciò che realmente conta è la performance relativa, non il valore assoluto.

6. Definizione dei limiti alle emissioni di CO2 dalle auto sulla base di valori di riferimento assoluti e non con il metodo previsto dall’attuale schema di Regolamento che mette in relazione il peso dei veicoli alle emissioni. In questo modo le auto più piccole e con minori emissioni devono sostenere un onere superiore a quello delle auto grandi con emissioni elevate.

Evito di commentare su questo punto perché la motivazione lobbistica è talmente evidente da non dover essere neppure rilevante. E', d'altronde, ugualmente lobbistica la motivazione dei tedeschi che vogliono applicare criteri favorevoli alle loro imprese. Gli scontri di questo genere li lascio volentieri ad altri.

Nella sostanza, e in definitiva, mi sembra che - anche per chi non ha condiviso i toni berlusconiani, che in parte hanno indebolito la posizione italiana pur rendendola più divertente - le richieste espresse dal governo siano largamente condivisibili, e abbiano l'effetto di migliorare la tollerabilità (e gli effetti redistributivi) del pacchetto clima. Resta da vedere cosa ne resterà, e quanto e come verranno stravolte. A Bruxelles, come a Roma, il peggio è sempre in agguato. Figurarsi quando le due strade s'incrociano.

giovedì 23 ottobre 2008

Clima. Fatta la legge, trovato l'inganno

Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, nella veste di presidente di turno dell'Unione europea, ha annunciato che il pacchetto clima sarà approvato a maggioranza qualificata dal Consiglio Ue e con un compromesso con l'Europarlamento. In questo modo, Sarkozy spera di ottenere il duplice obiettivo di garantire una qualche forma di "legittimità democratica" alla manovra, e di dribblare i mal di pancia dell'Italia e dei paesi dell'Est europeo. Attualmente i malumori riguardano dieci paesi su ventisette, ma non è detto che poi le proteste si traducano, al dunque, in un voto contrario. Il modo in cui l'Ue sta promuovendo il pacchetto è, insomma, quello tanto deprecato qui da noi da entrambi gli schieramenti (quando c'è l'altro al governo), cioè le botte di maggioranza. Trovo grave che un impegno di tale portata sia imposto attraverso lo scontro politico, anziché per mezzo del tentativo di comporre i dissidi. In parte, va pur detto, qualche colpa ce l'ha anche il nostro paese: un po' perché il precedente governo è venuto a Bruxelles con l'atteggiamento dell'anima bella che, essendo richiesta di fare 10, si candidaca a fare 20; un po' perché, dal punto di vista negoziale, la rupture berlusconiana (che pure ci ha scaldato i cuori) non è considerata, nelle felpate sala della burocrazia europea, il modo migliore di porre un problema sulla cui esistenza, peraltro, c'è una certa convergenza.

La convergenza è stata chiara anche durante la parte in penombra del Consiglio ambiente di martedì scorso, che ha deciso, come spesso accade nell'Ue, di lanciare il sasso e poi truccare le misure. In che senso? Mi spiego: uno dei capisaldi della proposta di direttiva avanzata a gennaio dalla Commissione, nell'ambito della riforma dell'Emissions Trading Scheme, è il passaggio dalla distribuzione gratuita (in fase di allocazione iniziale) dei permessi di emissione alla loro vendita su base competitiva. L'auctioning ha il vantaggio di ridurre l'intermediazione politica, ma ha anche lo svantaggio di far emergere un costo vivo per le imprese fin dalle prime fasi del periodo di riduzione delle emissioni (2013-20). Ha anche un secondo svantaggio: creare una fonte di entrare, di fatto assimilabili alle entrate fiscali, per l'Ue e gli Stati membri, che pone un enorme problema di controllo della pressione fiscale e di gestione delle risorse. Comunque, non è su questo (figurarsi!) che si è registrata la mezza marcia indietro del Consiglio. La si è vista, piuttosto, sulla determinazione a confermare che il 100 per cento dei permessi, nel settore elettrico, dovrà essere acquisito a titolo oneroso, ma anche (riferisce la Staffetta) "alcune situazioni specifiche potranno giustificare deroghe di durata e portata limitata, soprattutto in considerazione della insufficiente integrazione del settore dell'energia agli standard europei". Se posso permettermi una traduzione libera ma fedele, questo significa che i governi più sgamati troveranno qualche gabola per salvare dagli extracosti le compagnie elettriche attive nei mercati meno liberalizzati. A casa mia, si chiama "presa per il culo".

PS Qui, qui, qui, e qui.

martedì 21 ottobre 2008

Anche i picchisti nel loro picco(lo) s'incazzano

Sul blog di Aspo, si è scatenata una polemica largamente inutile in seguito a un post di Ugo Bardi, che ne riprendeva uno mio a proposito degli effetti anti-ecologici della burocrazia. Al netto delle questioni personali, che sono irrilevanti, credo che Ugo abbia colto un punto che avevo voluto lanciare - mi spiace solo di averlo fatto in un contesto politicamente caldissimo come quello del braccio di ferro italo-europeo sul 20-20-20, che ha avuto l'effetto della benzina del fuoco. La questione che, però, mi sta a cuore riguarda tanto il buon funzionamento del mercato, quanto quelle strategie che possono, contemporaneamente, ridurre l'interventismo pubblico e favorire obiettivi che si ritengono politicamente desiderabili, come la promozione delle fonti rinnovabili.

Parto dalla prima questione. Un problema italiano, ma sempre più anche europeo, è quello degli eccessi regolatori. Avere tante regole, e cambiarle molto spesso, significa creare un clima di incertezza, perché (a) è difficile avere un quadro chiaro delle norme vigenti e (b) è impossibile sapere quali cambieranno, e come, l'anno prossimo. Dal punto di vista economico, più incertezza (cioè più rischio) significa più costi, nel senso dei costi del capitale. L'instabilità normativa rende meno prevedibile l'esito degli investimenti, e quindi fa sì che si esigano, a parità di altre condizioni, ritorni più alti che altrove. Per dirla con Tacito, "più uno Stato è corrotto, più fa leggi". L'instabilità normativa ostacola tutti gli investimenti, e questo ha un impatto negativo generalizzato sulla crescita economica. Ma ostacola anche gli investimenti in fonti rinnovabili, che sono ugualmente esposti alle incertezze politiche. Anzi, questi ultimi scontano conseguenze ancora maggiori: infatti, per un verso la taglia media degli investimenti in rinnovabili è relativamente piccolo (ergo, il peso relativo delle pastoie burocratiche è maggiore); per altro verso essi sono normalmente dipendenti dal sostegno pubblico, e quindi richiedono procedure ancora più lunghe e complesse.

Questo mi conduce al secondo punto: vi siete mai chiesti come mai l'Italia, uno tra i paesi dove il livello di incentivazione delle rinnovabili è più alto, è anche un paese dove si investe relativamente poco e dove la penetrazione delle rinnovabili, pur essendo dignitosa (più che in Germania, per esempio) non è stellare? La risposta viene dall'esperienza personale, che però può essere facilmente generalizzata, di Bardi. Scrive Ugo: "ne so qualcosa a livello personale quando ho installato il mio impianto fotovoltaico. Con la serie di regole e fogliacci vari che mi è toccato fare, è andata a finire che l'impianto è nato con almeno tre anni di ritardo". Un amico che occupa una posizione di alto livello nell'industria elettrica, e che quindi dispone di tutte le conoscenze pratiche e di tutti i legami personali necessari ad accelerare le pratiche, mi raccontava lo stesso. In sostanza, è vero che da noi le rinnovabili sono meglio remunerate, ma sono anche più costose - nel senso che nel loro costo entra la componente "burocrazia". Se non vi fidate dell'anedottica, date un'occhiata ai dati terrificanti dell'indagine Doing Business della Banca mondiale, sulla performance della nostra pubblica amministrazione.

Ne traggo una conseguenza: se fosse possibile semplificare le procedure autorizzative, ne guadagnerebbe la flessibilità del sistema-Italia, e dunque la nostra crescita economica, ma anche ne trarrebbero beneficio quegli investimenti che piacciono a chi ha l'animo dipinto di verde. Mi è stato obiettato che a me, fondamentalmente, non me ne frega nulla di questi ultimi, mentre mi interessa solo la prima. Parzialmente vero. Dunque mi spingo oltre: se semplificassimo tutte le procedure amministrative relative agli investimenti in rinnovabili e, in generale, correlati agli obiettivi della politica ambientale europea, potremmo assistere a un rapido aumento della quota di rinnovabili. Aggiungo che, per raggiungere risultati uguali o superiori a quelli attuali, sarebbe necessario un impegno finanziario inferiore. Quindi potremmo, al tempo stesso, avere più rinnovabili et similia ed erogare minori incentivi, che alla fin della fiera vuol dire ridurre le relative componenti tariffarie.

La sfida che voglio lanciare è, dunque, questa: abbiamo il coraggio di barattare meno regole con meno sussidi?

Sarkozy drammatico e irresponsabile

Per il presidente francese, Nicolas Sarkozy, sarebbe "drammatico e irresponsabile" abbandonare il pacchetto clima. A me pare che qui, di drammatico e irresponsabile, ci sia solo l'atteggiamento dell'Unione europea e degli sponsor del 20-20-20, che hanno trasformato uno slogan in una trimurti di obiettivi vincolanti. Il problema, che è incredibile non venga colto, è che uno può decidere quello che vuole, ma deve anche (cercare di) sapere cosa sta decidendo. Il processo con cui l'Ue è arrivata all'approvazione del 3x20 è invece la pantomima di un dibattito. Si è partiti con la definizione degli obiettivi, che sono solo stati parzialmente rivisti in corso d'opera di fronte alla mostruosità dello sforzo che, anche a una prima occhiata, era evidente (si è infatti passati dall'invocare la riduzione del 20 per cento dei "consumi primari" alla riduzione del 20 per cento dei "consumi finali", e credetemi, la differenza c'è eccome). Tutto questo è passato finora sulla testa di tutti gli organi decisionali - parlamenti e governi in primis - e soprattutto sopra la testa di chi sarà chiamato a pagare il conto, cioè i consumatori. Tutto ciò, come ha detto Silvio Berlusconi, è "irragionevole", nel senso che alla fine della giornata il punto di caduta è, come dire, un grande balzo per un uomo, un piccolo passo (if any) per l'umanità.

PS Oggi sono qui, qui, qui e qui. Qui c'è invece Francesco Ramella.

lunedì 20 ottobre 2008

Ha ragione il Wwf

Sono d'accordo col Wwf. Cioè, fino a un certo punto. Sono d'accordo quando l'organizzazione ecologista sostiene che il pacchetto clima dell'Unione europea non dovrebbe essere "uno scontro tra schieramenti". Infatti, mi stupisco dell'assurda posizione assunta da Walter Veltroni e dal Partito democratico, mitigata solo dalle caute aperture di Pierluigi Bersani e pochi altri. Nel senso che due fatti, che sono ovvi, paiono restare sistematicamente in ombra. Primo: per ragioni che non sto a ricostruire, l'Italia è svantaggiata rispetto alla maggior parte degli altri Stati membri, nel senso che lo sforzo che le viene richiesto è proporzionalmente molto più sfidante. Secondo: se anche l'Europa raggiunge gli obiettivi, l'atmosfera se la ride perché nel frattempo le nostre riduzioni di emissioni sono state più che controbilanciate dalla crescita di quelle in altre aree del mondo. Ne segue, quindi, che a livello ambientale la politica europea è inutile, mentre dal punto di vista economico essa otterebbe la duplice conseguenza di attribuire uno svantaggio competitivo all'Europa verso il resto del mondo, e all'Italia verso l'Europa. Quindi, ha ragione il Wwf: non dovrebbe esserci uno scontro tra schieramenti. La battaglia per ripensare la politica europea dovrebbe essere una battaglia condivisa.

domenica 19 ottobre 2008

Una calcolatrice per il Corriere

Al Corriere hanno un serio bisogno di lezioni di aritmetica. Già qualche tempo fa avevo segnalato l'incredibile affermazione secondo cui 5 o 500 pari sono. Oggi è Luigi Offeddu a meritarsi il premio PISA 2009, con un articolo a proposito dello scontro di cifre tra governo italiano e Commissione europea in merito all'impatto delle politiche climatiche europee sul nostro paese (per la versione corretta del medesimo articolo, tra l'altro uscita con un giorno di anticipo, si veda Jacopo Giliberto sul Sole di ieri). Offeddu spiega il problema, indicando, correttamente, come gli italiani abbiano preso in considerazione lo scenario più "pessimistico" (ma anche più ragionevole), secondo cui l'economia italiana dovrà subire un salasso pari all'1,14 per cento del suo Pil. Negli scenari più ottimistici, il costo scende in una forchetta compresa tra lo 0,51 e lo 0,66 per cento. Ricordatevi bene questi numeri. Cito, senza bisogno di particolari commenti, il passaggio incriminato del suo articolo:

"Il costo medio per la Ue è dello 0,45 per cento (sempre del Pil), quindi di poco inferiore a quello italiano (0,51-0,66 per cento). Per la Germania, si prevede un sacrificio più o meno uguale (0,49-0,56 per cento), e così per la Gran Bretagna (0,34-0,42 per cento). La Francia, anche se trae circa il 42 per cento della sua energia dalle centrali nucleari, sta nelle vicinanze (0,32-0,47 per cento). La Spagna spenderà dallo 0,41 allo 0,62 per cento del Pil, e la Polonia molto meno: 0,06-0,38 per cento".

Prendiamo per buono, per semplicità, il valore centrale, e diciamo che il pacchetto clima costerà, all'Italia, lo 0,59 per cento del Pil, alla Germania lo 0,53, alla Gran Bretagna lo 0,38, alla Francia lo 0,40, alla Spagna lo 0,52 e alla Polonia lo 0,22. Secondo Offeddu, queste cifre sono equivalenti. Effettivamente, in tutti i casi i due decimali sono preceduti dallo zero. Ma le somiglianze finiscono lì. Perché il costo che l'Italia, in proporzione al suo prodotto interno lordo, dovrà sostenere ogni anno è superiore dell'11 per cento a quello della Germania, del 54 per cento al Regno Unito, del 48 per cento alla Francia, del 14 per cento alla Spagna e del 166 per cento alla Polonia. Mi chiedo se Offeddu, quando va a comprarsi le scarpe, giudichi "più o meno uguali" dei negozi che, anziché 100 euro, ne chiedano, rispettivamente, 111, 154, 148, 114 o 266. Io sarò gretto, ma non mi pare che le cose siano "più o meno uguali", neanche per un po'. E a questo aggiungo che non è solo la differenza di trattamento a destare rabbia, ma anche e forse soprattutto la consapevolezza che si tratta di un salatissimo pedaggio pagato su un'autostrada che conduce al nulla.

Qualcuno regali una calcolatrice al Corriere. Può andar bene anche solare.

sabato 18 ottobre 2008

Clima. Pensate che l'energia costi troppo poco?

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha avvertito il dovere di intervenire sulla polemica climatica, che ha visto il governo italiano sotto il fuoco incrociato della Commissione europea e del Partito democratico. Col consueto aplomb e facendo mostra del profondo senso delle istituzioni che da sempre lo caratterizza, l'inquilino del Quirinale ha sostenuto che "occorre fare uno sforzo per scoprire il legame che c'è tra le esigenze dello sviluppo economico e quelle della difesa dell'ambiente". Parlare senza dire è un'arte in cui i politici italiani normalmente eccellono, ed è quindi comprensibile che il migliore di tutti finisse sulla poltrona più alta. Ma, probabilmente, questo fa parte del ruolo. Chi invece nel ruolo non ci vuole restare, e ne sono felice, è il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che ha definito "folli" le posizione dell'Europa. Anche il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha avuto parole molto dure nei confronti della Commissione, ed è difficile non condividerle. Ma la segnalazione più interessante è un articolo di Corrado Clini e Alberto Clò sul Sole 24 Ore, che spiega molto bene le ragioni italiane (per il controcanto, suggerisco l'intervista di Antonio Cianciullo a Jeremy Rifkin). L'articolo è di grande peso sia per la sostanza, sia per i nomi degli autori: il direttore generale del ministero dell'Ambiente, e negoziatore italiano sulla questione climatica, e l'economista che ha prodotto le stime dei costi su cui si basano le rivendicazioni del governo. Contemporaneamente, la strategia italiana punta al duplice obiettivo di ottenere un trattamento migliore (l'impatto della politica europea sul nostro paese è, in proporzione al Pil, tra i più significativi, come mostra Jacopo Giliberto in un suo ottimo articolo, sempre sul Sole) e di rompere il fronte europeo. Operazione, quest'ultima, resa più semplice dalla diffusa consapevolezza che la recessione in arrivo impone un uso il più razionale possibile delle poche risorse disponibili. Gli obiettivi europei sono quanto di più irrazionale possa esistere, specie in un momento difficile per la nostra economia. Le due richieste che l'Italia presenterà lunedì a Bruxelles - assoggettare gli obiettivi e gli strumenti per conseguirli a una valutazione dei costi e dei benefici, e prendersi il tempo necessario a farlo perbene - sono assolutamente ragionevoli. Metterle in discussione, cioè accettare il piano europeo così com'è, ha un significato molto preciso: ritenere che, per esempio, i prezzi dell'energia in Italia siano troppo bassi. Se è qualcuno la pensa così, lo dica. La qualità del dibattito pubblico avrebbe solo da guadagnarne.

venerdì 17 ottobre 2008

Sbalordito da Bruxelles

Il Commissario europeo all'ambiente, Stavros Dimas, ha attaccato (salvo poi innestare una parziale marcia indietro) le stime italiane sui costi del pacchetto clima. Secondo il commissario, le valutazioni fornite dal ministero dell'Ambiente - che parlano di 18-25 miliardi di euro / anno - sarebbero gonfiate. Di rimando, fornisce una cifra più modesta, dell'ordine di 9,5-12,3 miliardi / anno. Mi sembra una risposta imbarazzante, per due ragioni. La prima - come ha giustamente notato il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo - è che la Commissione smentisce le sue stesse stime, secondo cui il costo cumulato sarebbe di 181,5 miliardi di euro "spalmati" su 11 anni, cioè poco meno di 18 miliardi / anno. La seconda, e più importante, è che la questione non è aritmetica, ma sostanziale. La differenza tra circa 10 e circa 20 miliardi / anno è, infatti, non così grande, se si tiene conto (a) delle profonde incertezze da cui la stima dipende e soprattutto (b) di cosa c'è sull'altro piatto della bilancia. Di sicuro non c'è un beneficio economico - se così fosse, il mercato raggiungerebbe da solo gli obiettivi europei, senza bisogno di alcun impulso (leggi: sussidi e obblighi). E, purtroppo, non c'è neppure un reale beneficio ambientale, non solo perché l'effetto globale netto è dubbio a causa del rischio di leakage (cioè di delocalizzazione guidata dall'aumento dei costi energetici), ma anche che l'Europa è, comunque, una fonte minoritaria di emissioni a livello mondiale. La fetta europea è destinata a ridursi, in proporzione al totale, non per le virtù comunitarie, ma perché aumenteranno, e qui non ci sono santi, le emissioni del resto del mondo. Quindi, alla fine dei giochi, la riduzione che la politica europea potrebbe causare rispetto alle emissioni globali è, al più, di un paio di punti percentuali, cioè all'atmosfera faremmo il solletico. In assenza di beneficio, nessun costo è giustificato: non 20 miliardi di euro, non 10 miliardi, e neppure un solo fottutissimo miliardo.

giovedì 16 ottobre 2008

Bravo Cav.

Il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, ha minacciato il veto italiano sulla politica climatica europea. La Polonia sarebbe sulle stesse posizioni, e almeno altri otto Stati membri sarebbero pronti a sostenere il siluro contro Bruxelles. Non posso che essere felice di questo impeto realistico da parte del premier. La politica europea sul clima è, semplicemente, sbagliata. Sbagliata perché inattuabile, anzitutto; e poi sbagliata perché estremamente costosa (rispetto ai benefici) e incoerente con altre politiche comunitarie, a partire dalla promozione delle liberalizzazioni. Che senso ha tentare, faticosamente, di creare un mercato, per poi tornare a colonizzarlo con sussidi e regole?

Detto questo, vedo un problema, che avevo evidenziato un paio di giorni fa. In che modo il 20-20-20 verrà emendato? Infatti, a questo punto l'Italia è andata troppo avanti per fare marcia indietro senza perdere la faccia, e l'Europa non può non tenerne conto. Al di là delle parole dure che i leader europei si scambiano sui giornali, sotto traccia gli sherpa si stanno già muovendo per trovare un accomodamento. Dove sarà il punto di caduta di questo processo? Il mio timore, se non certezza, è che alla fine non verranno messi in discussione gli obiettivi, ma il modo di raggiungerli. Nella pratica, questo vuol dire due cose: le burocrazie, nazionali o europea, potranno distribuire esenzioni e aiuti, e gli obiettivi stessi diverranno "flessibili", cioè incerti. Questo sarebbe (quasi) peggio del sistema attuale, perché a tutti i suoi difetti ne aggiungerebbe due: una spinta lobbistica enormemente potenziata e una incertezza di fondo che è il peggior nemico degli investimenti (se gli investimenti hanno payoff lontani nel tempo). Tra l'altro, rendere "flessibile" il piano Ue significa necessariamente anche renderlo ancor più complesso. C'è un grafico che mi piace sempre mostrare. Eccolo:

Questo grafico, realizzato da Federchimica alcuni anni fa, mostra la crescita di norme ambientali nell'Unione europea tra il 1990 e la metà 2003. Non conosco versioni aggiornate del grafico - se qualcuno le ha, le segnali per favore. Esso dimostra più e meglio di ogni discorso quale sia uno dei difetti della politica ambientale europea (non solo sul clima, beninteso): la moltiplicazione, e quindi instabilità, e quindi imprevedibilità, delle regole. Questo è un grosso problema non solo sotto il profilo economico o finanziario, ma anche sotto quello ambientale, perché l'incertezza disincentiva gli investimenti (compresi quelli "politically correct": vi siete mai chiesti perché in Italia, che ha i sussidi più alti d'Europa, si investa relativamente poco in rinnovabili?). Ora, il mio timore è che la "flessibilità" della politica climatica voglia dire un'intensificazione del flusso regolatorio, uno spostamento del corpo delle regole ancor più lontano dalla natura generale e astratta e sempre più verso un ordinamento "feudale", dove ciascuna azienda deve negoziare le sue regole con n burocrazie. Questo sarebbe un esito beffardo, per un processo che doveva cominciare - ed è scandaloso che sia iniziato solo ora. In ogni caso, ora non è il momento delle pedanterie. Silvio Berlusconi ha il merito di aver messo, per primo, seriamente in discussione la politica climatica europea, e per oggi ci accontentiamo e gliene siamo grati. Chi mi conosce sa che non ho particolare simpatia per il presidente del consiglio, ma questa volta, in tutta sincerità, se lo merita: Bravo Cav.

Leggi "Cattivo Cav." su www.Liberalizzazioni.it

mercoledì 15 ottobre 2008

Prestigiacomo 1 e 2

12 giugno 2008:
«Sono venuta a Milano per imparare. Milano è un punto di riferimento per l' ambiente ed Ecopass è un progetto lungimirante».
«Con grande coraggio, contro lo scetticismo e a volte l' opposizione anche di rappresentanti politici del nostro schieramento la Moratti ha avviato un progetto intelligente e lungimirante, che fa dell' ambiente una grande sfida che punta a migliorare la qualità della città».
«A volte qualche scelta impopolare bisogna farla e, avendo già portato buoni frutti, è un' esperienza che dovremmo portare anche in altre città».

14 ottobre 2008:
«Ecopass: risultati discutibili»

Benvenuta Ministro tra gli scettici.

domenica 12 ottobre 2008

Peggio del 20-20-20

Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ha apertamente criticato il pacchetto di direttive con cui l'Unione europea intende raggiungere, entro il 2020, il suo triplice 20: 20 per cento più efficienza energetica, 20 per cento meno emissioni, 20 per cento rinnovabili. Ne sono felice. Queste cose le ho dette e scritte fin dal primo momento, cioè da quando la Commissione ha proposto il proprio piano per raggiungere obiettivi tanto ambiziosi (secondo i sostenitori) e stupidi (secondo chi abbia un minimo di familiarità con le cose di cui si parla). Quello che mi lascia molto perplesso sono invece gli argomenti e il modo in cui il ministro contesta le decisioni di Bruxelles. Intanto, egli non mette in discussione gli obiettivi in sé - cosa che andrebbe fatta, perché si tratta di obiettivi folli - e neppure la loro tempistica (che è un modo più soft e politicamente corretto di dire la stessa cosa). Scajola osserva che il raggiungimento degli obiettivi potrebbe avere effetti recessivi (vero), particolarmente nell'attuale congiuntura economico-finanziaria (vero). Ma questa è una critica molto debole: se davvero raggiungere il 3x20 è essenziale alla salvezza del mondo, allora gli obiettivi sono una variabile indipendente, come pare considerarli la Commissione coerentemente col suo approccio allarmista e manicheo. Se invece gli obiettivi non sono, come credo io, una variabile indipendente, allora non si può neppure gabbare i consumatori e il sistema industriale raccontando loro che in ballo c'è la salvezza del mondo. Questa potrebbe apparire una questione di lana caprina, se non avesse come diretta conseguenza il tipo di rimedio all'impossibilità (e, aggiungo io, inopportunità) di scolpire nel marmo i target. Se infatti si contestano gli obiettivi per quello che sono, allora la richiesta politica è quella di annullarli, accantonarli, o almeno renderli volontari. Se invece si ritiene che abbiamo un problema congiunturale, la richiesa politica è di tutt'altro segno, cioè è quella avanzata da Scajola col supporto, secondo me miope, del mondo industriale italiano (che come al solito si accorge del temporale quando ha già cominciato a piovere). Una sola delle richieste di Scajola è, a mio avviso, pienamente accettabile, e cioè quella di integrare le rinnovabili prodotte extra-Ue e importate (infatti, non c'è ragione di ritenere un kWh eolico nordafricano meno "rinnovabile" o "pulito" dello stesso kWh prodotto in Germania). Le altre richieste di Scajola sono, semplicemente, irricevibili. Eccole: "tutela della competitività delle imprese ad alta intensità energetica e delle imprese più esposte alla concorrenza internazionale o a rischio di delocalizzazione"; "semplificazione degli obblighi per i piccoli impianti industriali"; "ampliamento della facoltà di raggiungere gli obiettivi avvalendosi anche di fonti rinnovabili importate"; e infine "utilizzo esteso dei meccanismi flessibili per la cooperazione con paesi terzi". Tutte queste misure non hanno l'effetto di ricondurre l'Ue alla sanità, ma quella di rendere ancora più aspro lo scontro lobbistico attorno alle modalità di implementazione degli obiettivi. Come ho spiegato in questo paper, al di là del contenuto della politica europea, quello che mi preoccupa sono gli strumenti, i quali si prestano a uno scontro fratricida tra imprese e settori industriali, ciascuno dei quali interessato a raccogliere sussidi e scaricare oneri. L'esito inevitabile, nel caso le richieste di Scajola fossero accolte, è duplice. Su un piano generale, aumenterebbe a dismisura la discrezionalità di qualche burocrazia, nazionale o europea, nel concedere esenzioni o condizioni di vantaggio, e questo porterebbe a uno stallo degli investimenti (e anche al boom degli acquisti di casse di champagne, orologi d'oro e servigi delle prostitute dalle parti di Bruxelles, ma questo è un altro discorso), poiché tutte le parti si concentrerebbero sulle potenzialmente più fruttuose attività di rent seeking. Il sistema si farebbe non solo più dirigista, ma anche più opaco, pieno di scappatoie e privo di ogni sia pur vaga trasparenza. Sul piano nazionale, conoscendo lo scarso peso dei lobbisti italiani, l'Italia sarebbe altrettanto penalizzata quanto lo è nello schema attuale. Un amico mi raccontava che i lobbisti italiani sono i più graditi nelle stanze fumose della burocrazia europea, perché, a differenza di quelli di altri paesi, "o non chiedono nulla, oppure chiedono cose impossibili". Quindi non creano difficoltà ai loro interlocutori. Comunque, le imprese hanno bisogno di certezze, non di testare continuamente la resistenza del muro di gomma della regolazione comunitaria. C'è una sola cosa peggiore di un progetto politico sbagliato: un progetto politico sbagliato e incomprensibile.

I negazionisti del clima

Splendida definizione: la loro tattica consiste nel "prendere i dati osservati e applicarli in modo semplice e diretto per raggiungere conclusioni verificabili".

Hat tip: Marc Morano.

giovedì 9 ottobre 2008

Agli ambientalisti piace moscio

(Lo sviluppo economico). Dice Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica: "E' una cosa crudele da dire... ma se guardiamo al rallentamento dell'economia, si consumeranno meno combustibili fossili, quindi per il clima sarà un bene".

(Hat tip: Tim Haab)

mercoledì 8 ottobre 2008

Un prezzo per l'acqua

Dare un prezzo all'acqua? Questa domanda è al centro del dibattito inaugurato dall'Economist tra i lettori. A favore del liberismo idrico, interviene Steve Hoffman, direttore di WaterTech Capital e co-fondatore di Palisades Water Index Associates; contro, Vandana Shiva, direttore delle ricerche per la Foundation for Science, Technology & Natural Resource Policy. Qui si trova la replica di Hoffman a Shiva, e qui quella di Shiva a Hoffman. Sul tema della privatizzazione dell'acqua, avevamo pubblicato tempo fa un Briefing Paper di Giorgio Bianco, che mi sembra ancora attuale. Sulla questione, distinta ma parallela, della liberalizzazione dei servizi idrici, segnalo invece il capitolo dell'Indice delle liberalizzazioni 2008 curato da Rosamaria Bitetti (sul nesso tra liberalizzazioni e privatizzazioni, suggerisco la parte dedicata a questo tema del Position Paper di Luigi Ceffalo sul ddl Lanzillotta). Comunque, a me pare che la questione sia piuttosto semplice: l'acqua è una risorsa scarsa, e come tale dovrebbe essere trattata. Alle richieste di quanti credono sia un bene "universale" e che come tale dovrebbe essere gestito - per esempio garantendo accesso libero e gratuito a tutti - si può rispondere in due modi. Su un piano pratico, ciò semplicemente non è possibile, e anche quando lo è (come nei paesi industrializzati) implica grandi e ingiustificate inefficienze (come le perdite dalla rete idrica italiana dovrebbero sempre ricordarci). Sotto un profilo più teorico, trattare l'acqua come un "diritto" ne tradisce la natura di risorsa scarsa, e può avere un duplice esito: o il sovraconsumo (che porta al razionamento, nel lungo termine); oppure il razionamento immediato, con l'allocazione politica di un tot di acqua a ciascun consumatore. Evidentemente, qualunque cosa sia la giustizia, nessuna di queste soluzioni la rispecchia. Altro discorso è, invece, porre il problema dell'aiuto a chi ha difficoltà finanziarie. Posto che, a mio avviso, questo non è un problema di acqua in senso stretto, ma di povertà, e quindi andrebbe e potrebbe essere risolto ponendo in essere quelle misure che hanno l'effetto di stimolare la crescita economica; posto ciò, ci sono molte forme di intervento pubblico (a partire dall'erogazione di sussidi in moneta) che non richiedono né la nazionalizzazione dell'acqua, né la sua gestione pubblica.

In ogni caso, tutto questo era finalizzato a dire una sola cosa: i lettori dell'Economist sembrano oggi considerare più convincenti le tesi di Vandana Shiva, che (mentre scrivo) godono del 49 per cento del consenso. C'è tempo fino al 10 ottobre per rovesciare il trend. Votate, votate, votate.

(Crossposted @ Liberalizzazioni.it)

martedì 7 ottobre 2008

Salva il mondo, vai in Suv

A quanto pare, tra un po' ci verranno propinate delle policy pro-CO2. Sempre meglio del contrario.

Innovare le energie

E' disponibile, sul sito di Radio Radicale, il video del convegno organizzato a Capri dai Giovani Imprenditori, nell'ambito del quale è stato presentato uno studio dell'IBL sul rapporto tra libertà economica e intensità carbonica. Il senso dello studio può essere riassunto in quattro punti: (1) gli sforzi di riduzione delle emissioni dovrebbero concentrarsi sui paesi in via di sviluppo, dove l'intensità carbonica è molto superiore a causa dell'arretratezza tecnologica; (2) la libertà economica, attraverso la crescita economica e la maggior propensione a investire, innovare e rinnovare è negativamente correlata all'intensità carbonica; (3) in presenza di libertà economica, le emissioni di CO2 seguono probabilmente una curva a campana, per cui prima crescono e poi si stabilizzano e probabilmente decrescono; (4) quindi, una strategia climatica ragionevole dovrebbe creare le condizioni per una riduzione strutturale futura, piuttosto che concentrarsi su obiettivi ambiziosi nel breve termine ma, alla lunga, di impatto limitato.

venerdì 3 ottobre 2008

Il mito della doppia velocità

Sull'ultimo numero di Notizie Statistiche Petrolifere, è pubblicata una mia analisi degli andamenti dei prezzi e dei margini sui carburanti. E' un tentativo di risposta a quanti non perdono occasione per spandere populismo privo di riscontro nei dati. I fatti sono semplici: per le compagnie attive nella distribuzione dei carburanti in rete, l'aumento dei prezzi del greggio è un costo, non un'opportunità. Spero, con questo, di porre fine a una polemica lunga e infondata di cui non ho più voglia di occuparmi.

mercoledì 1 ottobre 2008

Il reverendo Thomas R. Tremonti

UPDATE: Segnalo, sullo stesso tema, Giulio Zanella.

Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, si scopre malthusiano. Sul Corriere della sera di qualche giorno fa, ha distillato un articolo che sembra riferito alle dinamiche di prezzo di cibo e acqua, ma sotto traccia mette nel mirino la crescita demografica. In effetti, la prima osservazione che egli compie è relativa all'aumento della popolazione, cresciuta da un miliardo di individui a inizio '900, a 2,5 miliardi a metà secolo, per arrivare a 6,5 miliardi oggi e, secondo le stime, oltre 9 miliardi nei prossimi decenni. Al processo di crescita e moltiplicazione degli esseri umani, ha corrisposto anche un'evoluzione della "importanza relativa" dei vari paesi. Secondo i dati riferiti da Tremonti, se fino a poco tempo fa il 20 per cento della popolazione possedeva l'80 per cento della ricchezza, oggi il rapporto è di 50-50. Va sottolineato come non si sia trattato di un trasferimento di ricchezza, ma di una creazione di ricchezza, che ha fatto lievitare la torta, aumentando le dimensioni delle fette a disposizioni di ciascuno. Sul lungo termine (per esempio, nell'arco del secolo) nonostante guerre e carestie, depressioni e rovesci finanziari, credo che quasi nessuna popolazione del mondo si sia, in termini reali, impoverita. Ciò nonostante, Tremonti coglie - e ha in parte ragione - anche una dimensione politica in questo cambiamento: "Quindici, ancora dieci anni fa - scrive - la parte ricca del mondo era unificata da un proprio e dominante codice di potere: un unico codice economico e monetario, linguistico e politico, fatto dall'ideologia del mercato e del dollaro, dalla lingua inglese e dal G7. Questo ordine si è rotto, nel corso dell'ultimo decennio. Il vecchio codice di dominio è entrato in crisi, tanto al suo interno quanto al suo esterno, a fronte del nuovo mondo che è emerso un po' dappertutto fuori dal vecchio perimetro del G7. Un mondo caotico e anarchico nella sua espressione d'insieme, fatta da sistemi e sottosistemi sociali ed economici, ideologici e politici, tra di loro fortemente differenziati". Non so bene cosa sia "l'ideologia del mercato e del dollaro" eccetera; però è senza dubbio vero che nuovi attori si sono affacciati sulla scena globale, e pretendono di dire la loro. Dovremmo, credo, esserne felici. In fondo, il leit motiv degli avversari della globalizzazione non era forse, fino a poco tempo fa, l'effetto di esclusione dai meccanismi di produzione della ricchezza di una larga porzione della popolazione mondiale? Fatta questa premessa, comunque, il ministro sembra abbandonare la questione demografica e cambia argomento. Passa, infatti, a denunciare il "mercatismo alimentare" e le storture del mercato quando si tratta di cibo e acqua.

Anche qui, parte dalle previsioni: la domanda di cibo aumenterà del 50 per cento entro il 2030, mentre negli ultimi tre anni i prezzi sono cresciuti. Vero. Tra le cause, Tremonti identifica "la peste del XXI secolo", cioè la speculazione. Su questo non so, onestamente, giudicare, ma probabilmente vale quello che vale anche per il petrolio (ne ho parlato qui e in molti altri post su questo blog): la speculazione non può fissare i prezzi a capocchia. Le pressioni speculative divengono tanto più forti quanto più è stretto il margine tra i fondamentali; ed essa ha normalmente l'effetto di attirare investimenti la cui conseguenza attesa è allargare tale margine. Quindi, da un lato la speculazione aiuta ad accelerare la soluzione dei problemi, dall'altro in ogni caso può essere risolta solo intervenendo dal lato dei fondamentali. Ora, anche qui Tremonti dice una cosa giusta: dal lato dei fondamentali, sono di natura politica tanto alcuni tra i driver di prezzo (i biocarburanti), quanto alcune ragioni del livello dei prezzi (i sussidi e i dazi). Si può ritenere che esistano ragioni di interesse generale per cui è opportuno incentivare i biocarburanti, sostenere l'agricoltura o (aggiungo io, Tremonti non ne parla) avversare l'ingegneria genetica che potrebbe aumentare la produzione e quini ridurre i prezzi, a parità di altre condizioni. Ma che c'entra il mercatismo? Infatti Tremonti, che è uomo intelligente, non lo tira direttamente in ballo, ma neppure riconosce che la crisi alimentare degli ultimi anni è frutto proprio di quel tipo di strumenti il cui impiego lui invoca e difende. E se la cava così: "La fame ha fenomenologia e geografia nuove, diverse da quelle tradizionali. La fame non riguarda più solo le aree da sempre povere, o le aree colpite periodicamente da siccità o da eventi bellici. La fame è insieme più estesa e più discontinua di prima". Fatico a seguirlo. Perché il dato che non ricorda è che, se si allarga lo sguardo al lungo termine, il quadro è ben diverso, come dimostrano i dati raccolti, per esempio, in questo paper di Indur Goklany. Tutti gli indicatori di benessere (aspettativa di vita alla nascita, denutrizione, reddito pro capite,...) sono aumentati in misura sostenuta in quasi tutte le aree del mondo. Cito da Goklany (p.4): "dal 1950, la popolazione mondiale è cresciuta di oltre il 150 per cento, con un aumento della domanda di cibo, ma allo stesso tempo il prezzo reale del cibo è calato del 75 per cento. L'aumento della produttività agricola e gli scambi internazionali hanno reso tutto ciò possibile. Come risultato, la quantità di cibo assunta quotidianamente per persona è aumentata globalmente del 24 per cento tra il 1961 e il 2002. L'aumento nei paesi in via di sviluppo è stato ancora più significativo, e pari al 38 per cento". Quello che voglio dire è che la tesi tremontiana non regge al confronto con le dinamiche ampie, anche se pare confermata dagli avvenimenti degli ultimissimi anni. Naturalmente è possibile che si sia verificata un'inversione di tendenza, anziché un fenomeno di normale variabilità, ma se questo è il caso (e lo trovo assai improbabile) occorre affermarlo e giustificarlo, cosa che Tremonti non fa e, per quello che ne so, nessun altro ha fatto.

Sull'acqua, idem con patate. Il ministro fornisce dati formalmente corretti, ma li interpreta in modo parziale e discutibile. Ancora una volta, tutto si può dire fuorché i problemi di approvvigionamento idrico siano un fallimento del mercato (o del mercatismo): in quasi nessuna parte del mondo, infatti e purtroppo, esiste un vero mercato per l'acqua. Come ha scritto più volte, tra gli altri, Fredrik Segerfeldt (per esempio qui e qui, oltre che nell'ottimo Water for Sale) gran parte dei problemi idrici dipende proprio dall'assenza di un mercato e dall'assenza di proprietà privata delle risorse, cioè dall'assenza di corretti incentivi a sviluppare infrastrutture efficienti e a non sovrasfruttare le risorse idriche.

La proposta di fondo che Tremonti avanza (e lo fa con l'autorità del "padrone di casa" del prossimo G8) per uscire dal rischio di una ulteriore scarsità non è troppo distante da quanto chiedono le varie sinistre antagoniste. Afferma infatti il ministro: "La logica del mercato va correttamente applicata per rendere cibo e acqua più disponibile per tutti, in modo efficiente e senza sprechi. Ma non deve essere applicata per rendere il cibo e l'acqua un nuovo e formidabile strumento per conseguire profitti privati di monopolio o rendite di posizione". Non è per suonare noioso e mettere sempre tutto sulle spalle del solito Adam Smith, però nell'anno Domini 2008 dovrebbe essere ormai chiaro che il giusto profitto è la molla che compie il miracolo profano dello scambio, per usare la bellissima espressione di Carlo Lottieri, secondo cui ciascuno è costretto a mettersi al servizio del prossimo e soddisfarne le esigenze (comprese quelle di mangiare e bere). E' vero che i mercati alimentari e idrici sono zeppi di distorsioni e rendite monopolistiche, ma si tratta di situazioni interamente create da regolamentazioni inefficienti, sussidi, dazi, intervento diretto dello Stato, assenza di liberalizzazione e altri interventismi assortiti. Che il profitto sia legittimo e utile lo sostiene, in modo esplicito, pure la dottrina sociale della Chiesa, tanto per usare un riferimento che a Tremonti suppongo essere caro.

Proprio la dottrina sociale mi riporta al tema iniziale, che è quello della crescita demografica. Si intersecano una scelta di valore e una questione di efficienza. La scelta di valore riguarda sia la libertà individuale (libertà di mercato ma anche libertà di fare figli) sia la visione di società che abbiamo - se pensiamo una società che cresca, anche numericamente, oppure no. La questione di efficienza è invece relativa a quali assetti siano migliori per sostenere la crescita demografica e rendere sempre migliore il tenore di vita di un numero sempre più ampio di persone, in particolare quelle che vivono in condizioni più disagiate. Le due questioni non sono indipendenti ma, appunto, si incontrano: i pessimisti seguono in modo più o meno esplicito le tesi di Thomas Malthus, secondo cui le risorse esistenti non sarebbero state sufficienti a sostenere la crescita demografica. Di fatto, lo stesso Tremonti aderisce a questa visione, perché tutti i problemi da lui identificati, se fosse vero il quadro concettuale che egli tratteggia, sarebbero automaticamente risolti da una riduzione della popolazione mondiale. Se invece si ritiene che l'uomo sia una ricchezza intrinseca, e che la crescita demografica non porti solo all'aumento degli stomaci ma anche alla moltiplicazione dei cervelli, allora non si può che concludere che l'aumento della popolazione è giusto e desiderabile, e che solo la creazione di condizioni di mercato possono rendere possibile e fruttuoso questo fenomeno. L'insegnamento di Julian Simon, ancora attualissimo e straordinario, purtroppo sembra restare in ombra, e per una buona ragione. La tesi di Simon è che, semplicemente, l'ingegno umano sia la risorsa ultima (questo il titolo della sua opera più importante) che consente a questa bizzarra creatura si cavarsi d'impaccio e cadere in piedi, elevando sempre la sua condizione. Ma l'ingegno per esplicarsi ha bisogno di uno spazio di libertà, e quanto più vasto e incomprimibile esso è, tanto più rapidamente ed efficacemente i problemi troveranno soluzione.

Questo non può piacere a chi pensa che tutto debba essere ricondotto allo Stato e che dalla libera interazione di invidividui responsabili non possa venire nulla di buono. Questo non può piacere a chi, nel nome dei valori, è disposto a calpestare la dignità umana con le brutali suole dello stivale pubblico. Questo non può piacere a chi vede, in quell'insondabile mistero che è l'uomo, e che è il prossimo, un pezzetto della macchina globale. La globalizzazione non è un progetto o un piano di qualcuno. La globalizzazione sono sei miliardi e mezzo di persona che, nonostante i Tremonti di questo mondo, cercano di costruirsi la loro vita e di renderla migliore.