venerdì 28 novembre 2008

La Germania fa meglio di Kyoto?

La notizia in realtà non c’è. In primis perché lo si sapeva da mesi. E poi perché è ormai di pubblico dominio il fatto che il "portentoso risultato" sia stato raggiunto in virtù della dismissione dei venefici impianti industriali della DDR all’indomani della riunificazione. In terzo luogo, va ricordato che la riduzione delle emissioni di gas serra non ha minimamente scalfito il primato della Repubblica federale, cui spetta ancora il primo posto in Europa per quantità di CO2 emessa nell’atmosfera. Insomma, di che stiamo parlando?

Petrolio. Non fatevi trovare lunghi

Riporto un'interessante analisi di Antonio Sileo, pubblicata un paio di giorni fa sulla Staffetta, in merito alle aspettative sui prezzi petroliferi. Le due domande che Antonio si pone e che tutti si pongono sono: quanto continueranno a scendere? e per quanto tempo? Come ho già avuto modo di scrivere, e credo di trovare conferma in questo articolo, la mia sfera di cristallo mi suggerische che probabilmente i prezzi caleranno ancora un po', verso (o attorno a) i 40 dollari barile, se dovesssi fare una cifra. Staranno in quei dintorni almeno fino a dopo la fine della crisi economica. Dopo che succederà? Questa è, davvero, la questione da un milione di dollari. Nei paesi Ocse, la domanda è in via di riduzione strutturale, quindi anche la ripresa economica non dovrebbe, almeno per qualche tempo, invertire il trend. Nei paesi in via di sviluppo, invece, sicuramente il ritorno a performance positive alimenterà i consumi. Quindi, tutto dipende da quali e quanti investimenti nell'upstream (e nelle fonti alternative, occhio dunque a carbone e nucleare) si salveranno dal ciclone negativo e dove. Lo scenario è più che mai complesso ma, mi viene da dire, il momento è catartico.

Perché il prezzo del barile potrebbe restare basso a lungo

Prezzi, domanda, aspettative e speculazione

di Antonio Sileo

Recessione economica e crisi finanziaria, ma non solo. Alla base del crollo del prezzo del barile anche cambiamenti strutturali sul fronte della domanda con particolare riguardo al settore del trasporto.

Ormai è un dato di fatto, se ne sono quasi accorti tutti: negli ultimi quattro mesi i prezzi del petrolio sono scesi di molto; anzi, come storicamente succede, sono repentinamente crollati. Due sono le domande ricorrenti: fin dove arriveranno e per quanto tempo rimarranno “bassi”.

Le risposte, naturalmente, non sono affatto facili, tuttavia, partendo anche dalla recente crisi finanziaria, possono essere tratti alcuni utili insegnamenti.

Le variabili in gioco sono essenzialmente quattro: offerta, domanda, aspettative e speculazione alle quali bisogna aggiungere il tasso di cambio Euro – Dollaro.

Per questa volta tralasciamo, con la promessa di ritornarci, sia l'offerta, con tutti gli interrogativi sulla spare capacity, che comunque non sono un problema dell'oggi (vedi tagli alla produzione), sia i rapporti di cambio.

Ci concentriamo, quindi, su domanda, aspettative e componente speculativa. Intorno alle correlazioni di tali variabili si potrebbe scrivere molto nonché richiamare opportunamente il passato, ma la recente congiuntura negativa forse può bastare: banalmente, la domanda si è arrestata, le aspettative sono state repentinamente riviste al ribasso, la speculazione (il cui peso eccesivo, a questo punto, è innegabile) si è dissolta come neve al sole.

Andiamo per ordine: la gran parte dei consumi di petrolio è legata al consumo dei carburanti e le relative domande, come non era così difficile prevedere (v. Staffetta 12/09), hanno risentito non poco dei prezzi alti. Negli Stati Uniti, tuttora il maggior consumatore, la domanda di petrolio è in calo da cinque trimestri: il prezzo della benzina dal 2002 è raddoppiato in termini reali, gli automobilisti hanno ridotto le miglia percorse e rinunciato ai SUV per orientarsi su auto più piccole ed efficienti e anche le compagnie aeree hanno ridotto i voli lasciando negli hangar gli aeroplani meno efficienti. Si tratta della maggiore flessione dal 1980, le stime del Department of Energy parlano di 1,1 milione di barili/giorno in meno, nel 2007 si erano sfiorato i 20 milioni. La vecchia Europa non è stata da meno: i consumi sono calati e sono esplose le vendite di auto alimentate in maniera alternativa (gpl, gas e ibride), così come nel Sud America, dove nel parco circolante è aumentato di molto il peso delle auto flexifuel, ovvero alimentate sia a benzina che ad etanolo. Tutto ciò – è bene ricordarlo – è avvenuto prima della crisi finanziaria e dell'affacciarsi dello spettro della recessione mondiale.

In siffatto contesto, su questa (fragile) base poggiavano le aspettative rialziste che confidavano sull'inarrestabile crescita delle nuove locomotive dell'Est: India e Cina a Sud, Russia a Nord.

E quindi, arrivata la crisi, il deterioramento delle prospettive di crescita presto è diventato generalizzato: la crescita mondiale del 2009 è stata rivista dal 2,5% al 1,7% e anche questo mese (v. Staffetta 13/11) l'Aie ha sforbiciato le stime sulle variazioni nei consumi petroliferi, sempre più vicine allo zero.

Le aspettative, obtorto collo, hanno invertito la tendenza puntando sempre più al ribasso. Il cambiamento è stato troppo precipitoso, frutto del panico e, in ultima analisi, ingiustificato?

Chi scrive pensa proprio di no. Le economie sono sempre più interconnesse: a fine luglio Lehman Brothers, rivedeva al ribasso la crescita cinese, prevedendo per il 2009 un tasso inferiore all'8%, contro l'11,4% del 2007, a settembre Lehman Brothers stessa è sparita.

Con la recessione dell'area Ocse, i sussidi del governo cinese ai prezzi alla pompa sono sempre più a rischio, in India la Tata Motors per produrre la quasi mitica Tata Nano, il cui debutto è stato ulteriormente rinviato, sarà aiutata dal governo nella costruzione delle infrastrutture ancillari allo stabilimento, che finalmente ha trovato una regione che lo ospiti.

Si dirà che c'è sempre la Russia, che in fondo nel breve termine è sempre stato il paese dove ci si aspettava il maggior incremento dei volumi, dove le auto per 1000 abitanti sono solo 200 contro le oltre 700 della media europea, dove dopo 40 anni si vende ancora, a 4.200 euro, la nostra Fiat 124 (che comunque fa più di 10 km/l), dove l'auto è ancora un super status symbol, dove non si vendono auto diesel perché ricordano i camion, dove a Mosca (di notte però, perché di giorno il traffico è già infernale) si corre a 200 all'ora nei vialoni a sei corsie; e poi, non è a un miliardario russo che General Motors sta per vendere il marchio Hummer, quello degli squadrati ed enormi fuoristrada.

Sarà, ma i produttori automobilistici stanno abbassando drasticamente le previsioni di vendita e lo spettro della stagnazione è in agguato. A Mosca il traffico è un problema così serio che viene erogato un bonus di 24 mila rubli, pari a 660 euro, per chi acquista un auto non più lunga di quattro metri, che pesi meno di una tonnellata e almeno Euro 3, i parcheggi scarseggiano e sono stati introdotti telecamere e autovelox. E poi, almeno per ora, Hummer è ancora sul groppone di GM.

Ritornando alle domande iniziali si potrebbe dire che la flessione nei consumi nei paesi Ocse ha ormai carattere strutturale, gli alti prezzi hanno avuto i temuti-auspicati effetti sulla domanda, che hanno preceduto e contribuito a causare la poca crescita prima e la recessione poi. Per i new global players, invece, la diminuzione ha senz'altro caratteristiche congiunturali, i consumi ineluttabilmente riprenderanno a crescere, ben vengano quindi gli allarmi dell'Aie sul rischio di stop agli investimenti, tuttavia più tempo passa più l'efficienza e i vincoli ambientali peseranno anche lì. La gran parte dei veicoli venduti nei paesi emergenti sono parenti stretti, ancorché più anziani, di quelli venduti nei mercati maturi; più efficienza ed ecologia si realizza in questi ultimi, maggiore sarà l'effetto ambientale indiretto che si avrà nei mercati nuovi. E poi, in fondo, ogni barile tagliato è un barile risparmiato.

Se gli impatti sull'economia reale della crisi finanziaria e la recessione si protrarranno per tutto il 2009 è ben difficile che il prezzo del barile riprenda a correre. Forse l'interesse verso le opzioni put sul Wti, che danno diritto a vendere in febbraio a 30 dollari, è solo speculazione al ribasso, ma gli esperti di Goldman Sachs, l'ex banca d'affari, quelli dei 200 dollari al barile, quest'anno non prenderanno premi e, con l'aria che tira, rischiano anche il cesto natalizio.

Staffetta Quotidiana, 26 novembre 2008

Ottobre non è settembre

L'ottobre più caldo di sempre, quasi un grado sopra la media. Così dicevano i dati della NASA.
Ma non erano giusti. Si erano distratti ed avevano ricopiato quelli di settembre. Full story sul Daily Telegraph.

martedì 25 novembre 2008

Il sogno verde del Regno Unito fa i conti con la realtà

Bell'aspetto, giovane e rampante, Ed Miliband sembra un Cameroons perfetto. Tuttavia, con il leader Tory ha in comune solo la vocazione ambientale che lo ha portato alla guida del dipartimento dell'Energia e i Cambiamenti Climatici (sic!) del governo Brown.
In questi giorni, se ne è uscito con dichiarazioni semi-farneticanti in cui promette una riduzione dei gas serra dell'80% entro il 2050 e, manco a dirlo, un ruolo guida dell'Unione Europea in materia.

Tra i temi di maggior scontro nel dibattito politico inglese contemporaneo, la issue dei cambiamenti climatici e dell’ambientalismo si è ritagliata un ruolo di primissimo piano; in Gran Bretagna è addirittura in atto una vera e propria disputa sul “chi è più ambientalista” tra i due maggiori partiti del paese.
La posta in gioco è altissima: l’ecologia, per la prima volta nella storia dell’isola, si mormora che potrebbe fare la differenza nelle elezioni politiche 2009.
Se la vocazione “verde” dei Labour è ben nota e radicata nella storia stessa del partito, la vera novità da un punto di vista della comunicazione politica è stata la svolta ambientalista in atto all’interno del Partito Conservatore.

Lo speech di David Cameron che introduce, nella presentazione dei nuovi conservatives, la rinnovata visione del partito, ci fa comprendere perfettamente quali sono le nuove issues che hanno profondamente scosso la tradizione dei Tories:
"Only we Conservatives have the new ideas and the long-term policies to give people more opportunity and power over their lives, make families stronger and society more responsible, and make Britain safer and greener". Se il rendere la Gran Bretagna “safer” è un concetto in cui l’elettorato Conservative si ritrova per tradizione, la vera novità è arrivata dall’aggiunta di quel “greener”. I Cameroons ci dicono che è necessario sì un paese più sicuro ma anche più verde.

Il giovane leader conservatore ci ha parlato in questi anni di crescita economica ma le ha sempre affiancato una politica ambientale accorta. Cameron la chiama la “green growth”: una combinazione di sviluppo economico accompagnato da un impatto ambientale sostenibile, termine vago quanto pericoloso.
Tuttavia, se è vero che la comunicazione politica futura, da un voto di appartenenza partitica e ideologica dovrà concentrarsi nel cercare di far proprio un voto sui problemi, ci viene spontanea una domanda:
Fino a che punto la corda dell'ambientalismo (tematica, di per sè, meta-politica e ideologica) può essere tirata in un periodo di grave crisi economica?

I prossimi candidati britannici dovranno destreggiarsi tra la necessità di non rinnegare un tema, quello dei cambiamenti climatici, diventato cavallo di battaglia di entrambi gli schieramenti, e l'esigenza, divenuta improvvisamente prioritaria, di proporre misure concrete per tentare di risollevare l'economia.
Come è possibile dunque fare digerire il fatto che gli sforzi richiesti per ottenere i vantaggi intangibili, derivanti da una riduzione della Co2, dovranno penalizzare ulteriormente economie già di per sè in affanno?

Dopo anni di propaganda ecologica bipartisan sarà davvero dura far passare nell'elettorato il messaggio che ci si era sbagliati, ma ancora più dura sarà conciliare i propositi ideologici con il portafoglio della gente, che di ideologia non campa e per ideologia non vota più. La svolta verde della comunicazione politica (non solo britannica) rischia di impattare con la realtà.

Jurassic Parking

lunedì 24 novembre 2008

L'auto ci allunga la vita. Ma il Corriere non lo sa.

Sul Corriere di oggi si replica il solito film. Smog, la città fa ammalare, recita il titolo. Prosegue l’occhiello: “Così aumentano i danni alla respirazione”. Nell’articolo si cita un rapporto dell’Oms secondo il quale nel 2020 la Bpco (broncopneumopatia cronica ostruttiva) sarà la terza causa di decesso al mondo con 20-30 milioni di vittime. Leggendo l’articolo non si capisce di chi è la colpa: in un paragrafo l’imputato numero uno sembra essere lo smog ed in quello successivo l’accusa è rivolta al fumo di sigaretta. Ora:
1) se una malattia è in aumento ne consegue che non ha alcuna correlazione o, meglio, ne ha una negativa, con l’inquinamento atmosferico. Non da qualche anno, ma da decenni la qualità dell’aria delle nostre città è in costante miglioramento.
2) la mortalità per malattie respiratorie è crollata rispetto al passato. In un rapporto dell’ISTAT del 1999 (La mortalità in Italia nel periodo 1970-1992: evoluzione e geografia), si può leggere: “Decisamente importante è la diminuzione della mortalità per le malattie dell’apparato respiratorio e dell’apparato digerente. Per il primo gruppo di cause i tassi per il complesso delle età subiscono una riduzione davvero straordinaria: del 50% negli uomini e del 66% nelle donne." Se, da allora, vi fosse stata un’inversione di tendenza (ma è quanto mai improbabile) il colpevole sarebbe da ricercare altrove; lo “smog” degli anni ’80 non è che uno sbiadito ricordo per i nostri polmoni.
3) la speranza di vita nelle grandi città è del tutto analoga, se non superiore, a quella dei piccoli centri abitati. Nella Pianura Padana si vive più a lungo che in Norvegia nonostante la concentrazione di polveri sottili sia più che doppia. Scappare dalle città (o dall’Italia) è inutile se non dannoso.
4) l’impatto sulla nostra salute della cattiva qualità dell’aria è quindi piccolo e continuerà a ridursi nei prossimi anni senza necessità di ulteriori interventi del soggetto pubblico. Non vale la pena di accanirsi ulteriormente con provvedimenti che, a parità di beneficio, comportano un costo via via crescente (oggi per ottenere lo stesso risultato in termini di riduzione di emissioni che vent’anni fa si conseguiva fermando una sola auto, è necessario impedire la circolazione a dieci mezzi).
5) Andare a lavorare in auto invece che con i trasporti collettivi significa risparmiare ogni giorno un’ora di tempo. Nell’arco di cinquant’anni, l’auto ci regala almeno dodici mesi di vita in più. Ma il Corriere non lo sa.

sabato 22 novembre 2008

Il libro dei sogni dei Verdi tedeschi

Definirlo un libro dei sogni pare persino riduttivo. Il memorandum per le elezioni federali del 2009 di Bündnis'90/Die Grünen (i Verdi tedeschi), ratificato l'altra settimana dal congresso di Erfurt, contiene proposte tali da mettere in imbarazzo anche chi, in quel partito, ha sempre lavorato con spiccato pragmatismo e senso della misura. Ci limitiamo a segnalarne alcune, cominciando dalla più clamorosa. "Entro il 2030 (al massimo 2040)- sostengono gli ambientalisti tedeschi- l'intero approvvigionamento energetico della Repubblica federale dovrà provenire da fonti rinnovabili". Quella che di primo acchito parrebbe (ed in effetti è) una mozione folle e sconsiderata, perde gran parte della sua messianicità, se messa a confronto con un'altra, poi accantonata per salvare la faccia, che avrebbe anticipato i termini addirittura al 2020, ovvero, tecnologicamente parlando, a domani mattina. Eppure, i Verdi tedeschi, non paghi delle politiche messe a punto sinora dal governo di Grosse Koalition, alzano volentieri la posta: entro quell'anno il 100% dell'energia teutonica dovrà prodursi tramite turbine a vento* e cellule fotovoltaiche, la cui entità percentuale sul consumo complessivo è attualmente ferma a circa il 14% e la cui affidabilità contro black-out improvvisi è stata più volte messa in discussione dalla Dena (l'Agenzia federale per l'energia). Ciò significa, de facto, un aumento generalizzato dei sussidi ed in ultima analisi bollette più care per i consumatori. Dati i chiari di luna, non sembrerebbe proprio il caso... E invece i Verdi tedeschi si mostrano intransigenti fin nel midollo: no alla costruzione di nuove centrali a carbone e no ad una fuoriuscita ritardata dall'atomo (che conta oggi per più di 1/4 della produzione energetica). E questo benché ad Amburgo il primo governo regionale verde-democristiano abbia da poco dato il suo benestare alla realizzazione di un importante impianto a clean coal. Dettagli. D'altra parte neanche la tanto decantata politica tedesca è fatta solo di serietà e coerenza. Sul nucleare, per lo meno, i Verdi non hanno tentennamenti. Proprio nei giorni precedenti al Congresso di Erfurt, 15.000 manifestanti ecologisti hanno bloccato la frontiera franco-tedesca per impedire il passaggio di un convoglio ferroviario, che trasportava scorie radioattive da stoccarsi nel centro di Gorleben. Il presidio ambientalista è stato pubblicamente esaltato ed appoggiato dai nuovi vertici dei Grünen, i quali vedono nel nucleare una questione di forte presa sull'elettorato e un'occasione di sicuro riscatto per il partito, dato finora al 9%. "Quelle che vent'anni fa erano stupidaggini, oggi sono mainstream", ha detto la candidata capolista Renate Künast. Se queste sono le premesse, auguriamoci che nel 2009 ci siano i numeri per una maggioranza giallo-nera.
*Complice la crisi finanziaria, l'eolico tedesco, ritenuto appena un mese fa ormai "quasi competitivo", è in forte affanno e molti ordini fatti alle principali aziende del settore stanno per essere cancellati.

mercoledì 19 novembre 2008

Macché Green Deal

Un editoriale sul Wall Street Journal di oggi mette in guardia contro il rischio che il bailout automobilistico sia ancora peggio di quello che sembra. Tempo fa, il Congresso americano aveva approvato un maxi-stanziamento da 25 miliardi di dollari a favore delle "Big 3" (Ford, Gm e Chrysler) per investimenti "verdi". Poiché, da allora, la situazione economico-finanziaria generale si è ingarbugliata, e le tre grandi industrie di Detroit sono sull'orlo del Chapter 11, il presidente, George W. Bush, ha proposto di utilizzare quei soldi per ricapitalizzarle. Non è la peggiore delle soluzioni: per quanto, come mostra Andrea Giuricin in suo Focus, sia in generale una cattiva idea soccorrere aziende a un passo del fallimento, quei soldi erano già stati allocati e i destinatari erano esattamente gli stessi. Quindi, nel reame delle scelte politiche (che offre, specie di questi tempi, più lesser evils che second bests), se proprio bisogna prevenire il collasso dei car makers, meglio farlo con soldi che già a loro avrebbero dovuto andare, svincolandoli dalla mission originaria. I leader democratici del Congresso, però, si sono opposti nettamente. A questo punto, la domanda che il Wsj pone, e che non è per nulla peregrina, è: ma ai democratici interessa quello che dicono, cioè salvare posti di lavoro e prevenire il fallimento della grande industria, oppure hanno altri fini, come sostenere a ogni costo la loro constituency di cui fanno parte le lobby verdi? E, soprattutto, se poi i 25 miliardi di dollari non sortissero risultati competitivi, che si farà? Si firmerà un altro assegno, sottraendo ulteriori risorse ai contribuenti già messi alle strette dalla crisi? Sono domande pesanti, di fronte alle quali cresce la speranza che, per qualche fortunato accidente del caso, i politici continuino a litigare e, nel frattempo, le Big 3 trovino il modo di risorgere oppure falliscano. Un fallimento è pur sempre meglio dell'accanimento terapeutico, specie se questosi deve concentrare sull'utilizzo di medicine farlocche che beneficiano soltanto coloro che le producono.


sabato 15 novembre 2008

Petrolio. Vendere ancora

Non solo i mercati finanziari, ma anche quelli petroliferi cominciano a sentire il panico. Il prezzo del barile si è ridotto quasi dei due terzi - dai quasi 150 dollari di metà luglio a meno di 60 oggi - e, anche tenendo conto dell'apprezzamento del dollaro, cambiano le proporzioni ma non cambia la sostanza. Molti investimenti che, fino a pochi mesi fa, erano considerati "sicuri", si rivelano oggi inaccessibili. Un esempio su tutti: il breakeven per sabbie petrolifere e scisti bituminosi è stimato nella forchetta 60-80 dollari per barile. Oggi il livello è inferiore a quello di sicurezza, e la volatilità è tale da sconsigliare scommesse finanziariamente molto importanti su questo terreno (saranno felici gli ecologisti). Il nervosismo non riguarda solo gli operatori finanziari, naturalmente, ma anche i paesi produttori. L'Agenzia internazionale per l'energia ha ancora una volta, e adesso drasticamente, tagliato le sue stime sulla domanda, portando il tasso di crescita atteso al livello più basso dal 1985. La conseguenza, non inattesa, è che la maretta interno all'Opec continua: il cartello dei paesi produttori ha fatto filtrare la notizia della convocazione di una nuova riunione, la terza in pochi mesi, al Cairo il prossimo 29 novembre, e probabilmente si assisterà a un nuovo taglio alle quote. Altrettanto probabilmente, a meno che non si tratti di una misura davvero drastica (nel qual caso sarebbe, però, poco credibile), il mercato non avrà particolari reazioni. Il fatto è che, alla luce della recessione, ci troviamo in una paradossale condizione di oversupply. Politicamente, questo rafforza i falchi (Iran e Venezuela), che ritenevano troppo poco persino 100 dollari al barile, e che infatti, a partire da settembre, avevano (infruttuosamente) dato fiato alle trombe. Perde terreno soprattutto l'Arabia Saudita, il più moderato e dialogante dei membri, che però acquista vigore sotto un altro profilo: durante l'estate, Riad aveva aumentato la produzione di 500 mila barili al giorno. Dopo l'ultimo vertice, ha dovuto tagliare questa contingente di barili, ed è possibile che le sia chiesto di ridurre ulteriormente il suo output. In questa maniera, però, i sauditi riconquisteranno la posizione che avevano perso da tempo, quella di swing producer che è in grado, con decisioni pressoché istantanee, di riequilibrare il mercato verso l'alto o il basso. Tutto sommato, questa mi pare una buona notizia. Così come è positivo il fatto che lo sgonfiamento delle quotazioni del greggio lasci in maggiori difficoltà quei paesi che avevano capitalizzato sul caro-petrolio in modo puramente politico - soprattutto, quindi, il Venezuela, e poi l'Iran - utilizzando gli extraprofitti per finanziare l'inefficienza delle rispettive compagnie di bandiera. Continuo a vedere un problema di fondo, e cioè che, per quanto il pendolo torni verso le supermajor private (e anche questo è positivo), la stagione che oggi si apre vedrà un importante processo di consolidamento, ma pochi investimenti. Quindi, prepariamoci a farci trovare impreparati dalla fine della recessione. Tra un po' - non poco, dipende dalla performance dell'economia, soprattutto nei paesi emergenti e negli Usa - potremmo tornare sopra i 100 dollari.

PS A proposito di gioco d'azzardo: il mio ultimo tiro di dadi, e credo di averlo anche scritto da qualche parte, mi suggeriva che in questa fase il petrolio potrebbe assestarsi nella fascia 30-50 dollari. Non fatevi trovare lunghi, ma state pronti a speculare al rialzo nel lungo termine. Un indicatore interessante potrebbe essere, sempre che Paulson non faccia saltare tutto, l'andamento delle quotazioni immobiliari americane.

mercoledì 12 novembre 2008

Dai Family Values al Climate Change: come è cambiata l'agenda elettorale americana

"Che auto guiderebbe Gesù?". Sembra una domanda assurda, ma è stata tra le più discusse tra gli evangelici nella campagna elettorale americana 2008. C'è perfino un sito dedicato: whatwouldjesusdrive.org il cui motto non lascia spazio a dubbi: "because transportation is a moral issue".
Qualcuno una risposta ha provato a darla: secondo il reverendo Richard Cizik (che rappresenta 45 mila chiese e circa 30 milioni di fedeli): il Signore si metterebbe al volante di una Toyota Prius a motore elettrico!
Nel 2000 il 72 per cento di questi evangelici, molti dei quali si stanno "convertendo" adesso all´ambientalismo, non avevano alcuna vocazione verde e votarono in massa per Gorge W. Bush. Percentuale che salì all´87 per cento nel 2004 , quando a determinare il voto, più dell´economia, del terrorismo e dell´Iraq, fu la questione dei valori morali: il 22% degli americani votò per difendere la famiglia tradizionale, contro il matrimonio gay e il diritto all´aborto. Di questi, il 79% scelse il Presidente che inizia e finisce ogni giornata con una preghiera.
Se Bush venne rieletto fu anche perché assomigliava all´America di allora più del rivale John Kerry: solo il 20% degli americani si descriveva come liberal, contro il 40% di quanti dichiararono di essere di fede conservatrice.

Cosa è successo nel frattempo negli Stati Uniti? Le istanze globali hanno costretto a riscrivere, almeno in parte, l´agenda elettorale dei candidati.
Da queste elezioni scopriamo che i "valori morali" hanno esaurito la propria spinta di consenso sia perché non c´è stato nessuno degno di nota a rappresentarli (tranne la controversa figura di Sarah Palin), sia perché, sulla scena politica USA sono comparse istanze molto più sentite dalla gente. Stiamo parlando delle "weighty issues", le tematiche "pesanti", come la crisi finanziaria, la sanità ma soprattutto le "kitchen table issue" , i temi "del tavolo da cucina", chiamati così per la loro vicinanza con la vita quotidiana delle persone: l´economia innanzitutto, vera top issue del 2008, e con essa il problema del costo della vita e dei mutui, la debolezza del dollaro e, di conseguenza, la questione energetica e ambientale, due cose che negli USA, di solito, vanno di pari passo. Il gas price ha condizionato davvero quest'elezione ed è stato uno dei motivi per cui la issue del "cambiamento" ha avuto così vasta popolarità.

Storicamente, il tema dell´ambiente era stato sempre inserito tra quelli di "seconda fascia" nella corsa elettorale. Tuttavia la situazione è rapidamente cambiata, rapidamente quanto sono cresciuti i prezzi dei carburanti che per noi europei (che, ahimè, non ci scandalizziamo più) sarebbero molto economici ma che per un guidatore di truck rappresentano un serio problema.
Questi problemi concreti hanno creato nell´elettorato un disagio profondo, che ha riposizionato il tema ambientale, spesso ai margini del dibattito, non più nella meta-politica ma tra quelle che abbiamo chiamato "kitchen table issues", i temi cioè che hanno un impatto quotidiano sulla vita delle persone.

Nel 2008 la percezione nell´opinione pubblica della tematica ecologica, alimentata dall'incessante (e spesso fazioso) tam tam mediatico, e il suo conseguente inserimento nell´agenda elettorale, ha costretto i candidati a prendere una posizione in merito, segnando di fatto un altro punto a favore di Barack Obama e dei Democratici che, tradizionalmente, sono più avvezzi a certa propagando rispetto al GOP.

Trovare un aggancio meta-politico al tema del carburante è stato infine meno difficile del previsto (specialmente per i Dem): il Global Warming è stato così inserito per la prima volta, e con piena dignità, nell´Agenda politica. Il riscaldamento globale è diventato, se non una "top issue", comunque una "key issue" importante per la corsa alla Casa Bianca e nei temi meta-politici Barack Obama, con la sua retorica del cambiamento e della speranza è risultato elettoralmente più efficace.

Allerta meteo

(Hat tip: Andrea Lanzone)

venerdì 7 novembre 2008

Obama. Cambierà il clima?

Il Secolo XIX, 7 novembre 2008

Il cambiamento climatico sarà una delle priorità della nuova amministrazione americana. Lo ha affermato Barack Obama nel suo primo discorso da presidente eletto, ma forse sarebbe stato meglio concludere con un punto interrogativo. Ovviamente, il campione democratico deve mostrare coerenza con gli elementi forti della sua vittoriosa campagna elettorale. L’attenzione alle questioni dell’ambiente è anche una delle ragioni della sua popolarità all’estero, specialmente in Europa, dove le posizioni del presidente uscente, George W. Bush, sono sempre state mal digerite (anche perché Bruxelles ha trovato nella lotta al riscaldamento globale uno dei suoi pilastri identitari). Obama si è mosso intelligentemente, cercando di solleticare tanto la sensibilità verde di una quota importante del suo elettorato, quanto il fascino che il concetto di “indipendenza energetica” – lo sganciamento dell’America dal petrolio e dagli sceicchi mediorientali – esercita su molti repubblicani e indipendenti. Dal punto di vista pratico, la dipendenza americana dalle importazioni di greggio non è eccessiva, e la maggior parte di esse provengono da paesi amici, come Canada e Messico. Dall’Arabia Saudita, gli Usa traggono appena 1,5 milioni di barili al giorno, su un consumo complessivo di quasi 21. Piuttosto, la faccenda ha una dimensione simbolica, che però non conduce automaticamente alla rivoluzione verde. Anzi, molti – tra cui il candidato repubblicano, John McCain – utilizzano l’argomento della dipendenza per chiedere una maggiore produzione nazionale. E lo stesso Obama non ha assunto una posizione chiara in merito. Ha giocato più che altro sulle suggestioni e le ambiguità, come è comprensibile e forse giusto fare quando l’obiettivo è raccogliere il massimo consenso, cioè ridurre al minimo il dissenso.

Quel tempo è, però, finito, ed è giunto il momento di entrare nei dettagli. Per esempio: come intende, Obama, rendere più efficiente e meno inquinante il sistema energetico americano? Le soluzioni sono molte, e nessuna di esse è facile. La ragione è sia politica che economica. Dal punto di vista economico, ogni cambiamento comporta dei costi, tanto più elevati quanto più ambizioso è l’obiettivo. Una possibile strada è quella dell’istituzione di una carbon tax, uno strumento impopolare e soprattutto politicamente molto controverso in un momento di recessione. Un’alternativa potrebbe essere la creazione di un mercato dei diritti a emettere CO2, come ha fatto l’Europa. Per i consumatori, non ci sarebbe grande differenza, poiché si tratterebbe comunque di far crescere il costo delle fonti tradizionali in modo da rendere competitive quelle rinnovabili. Altri attori, invece, hanno preferenze precise: per esempio, agli intermediari finanziari conviene un sistema di “cap & trade”, all’interno del quale possono giocare un ruolo. Un argomento collegato è la domanda su quale sia il contesto che Obama e i suoi hanno in mente. Vogliono adottare politiche nazionali, oppure inserirle nell’ambito delle negoziazioni internazionali? Questo è ciò che si aspettano molte nazioni straniere, a partire da quelle europee. Ma non è scontato. Nel sistema politico americano, i trattati internazionali, una volta ratificati, hanno forza di legge, e il presidente può essere chiamato a rispondere in tribunale della loro eventuale non attuazione. Quindi, l’atteggiamento nei confronti di simili strumenti è tradizionalmente molto cauto. Inoltre, un passo del genere richiede il via libera del Senato, che in passato si è sempre dimostrato ostile. Se nel 1997 bocciava preventivamente, e all’unanimità, il protocollo di Kyoto, nel giugno 2008 ha respinto a maggioranza un progetto analogo, pur promosso dallo stato maggiore democratico.

Ugualmente cruciale è la questione dei costi, che dipende a sua volta da vari temi – quanto devono essere stringenti i target? Saranno introdotte esenzioni? Chi pagherà – i consumatori o i contribuenti? E, soprattutto, come farà Obama a conciliare questo sforzo con l’altra sua promessa, restituire slancio all’economia? La crisi finanziaria ha precipitato gli Stati Uniti in una recessione che si preannuncia lunga e dura, e che renderà più difficile per l’amministrazione reperire le risorse necessarie a supportare nuovi programmi. La stretta creditizia ha pure un altro risvolto: per quanto aggressive siano le spinte politiche, un cambiamento vasto del panorama energetico americano richiede uno sforzo da parte del settore privato, che però oggi fatica a trovare finanziamenti attraverso i consueti canali bancari. Per giunta, il piano anticrisi dell’attuale segretario al Tesoro, Hank Paulson, lega ulteriormente le mani al prossimo presidente: gli interventi sui mercati finanziari costeranno 700 miliardi di dollari, a cui se ne aggiungono altri 150 per spese collaterali. Si tratta di una cifra enorme, che limita molto gli spazi di manovra. Altre spese ancora saranno probabilmente necessarie per far fronte alla crescente disoccupazione, per non parlare delle riforme annunciate dal presidente eletto, per esempio nel campo della sanità.

L’agenzia Reuters ha ieri interpellato diversi economisti e operatori della green economy, ricavandone qualche speranza e molto scetticismo. Uno di loro ha detto: “penso che dovrà risolvere altri problemi, prima di dedicarsi all’ambiente”. La ragione sta nei numeri stessi forniti da Obama: ridurre le emissioni dell’80 per cento entro il 2050 e investire 150 miliardi nelle fonti alternative, significa fare una scommessa ad altissimo rischio. Il neo-presidente sostiene che in questo modo si potranno creare cinque milioni di posti di lavoro, e forse è vero. Ma per farlo, bisognerà imporre all’economia degli extracosti che avranno un impatto contrario paragonabile, e forse superiore, sull’occupazione. Compiere un passo sbagliato, potrebbe avere effetti drammatici. Per questo molti si aspettano che, al di là di qualche iniziativa segnaletica, Obama dedichi i suoi primi pensieri a risolvere la crisi economica. L’ambiente è un diritto di tutti, ma l’ambientalismo è un lusso che un’economia in panne non può permettersi.

giovedì 6 novembre 2008

Cinismo energetico?

UPDATE: Sul tema segnalo anche un dibattito tra me e Gianni Silvestrini, sul sito EnergiaSpiegata.it.

Carla, una lettrice del blog di Marianna Madia, in uno scambio di commenti mi accusa di confondere il "realismo" con il "cinismo" energetico. Non è irrealistico - sostiene, anche seguendo quanto Marianna ha scritto in suo articolo - pensare che la salvaguardia ambientale sia solo fonte di costi, e mai di opportunità di business. Sono perfettamente d'accordo, naturalmente. Il problema è che il confinte tra costi e business è, a differenza di quello tra realismo e cinismo, per nulla labile. E' enorme, e chiaramente visibile. Esso coincide col momento in cui una tecnologia, per imporsi, ha bisogno del sostegno pubblico - che esso sia declinato attraverso obblighi, target, sussidi, o tasse è abbastanza secondario. Il sostegno alle tecnologie non competitive ha vari aspetti negativi, tra cui quello di aumentare il peso che la società nel suo complesso deve sostenere (attraverso tasse, tariffe, o simili) per rendere profittevoli tecnologie che altrimenti non lo sarebbero, e molto spesso quello di avere implicazioni regressive. Il caso più clamoroso è quello dei pannelli solari: chi abita in un condominio che guarda a nord (e quindi può contare su una minore esposizione al sole e una minore superficie di tetto pro capite) paga, via tariffa, il consumo di chi può installare pannelli fotovoltaici nella sua villetta al mare. Un'altra conseguenza negativa è che le risorse spese a favore delle tecnologie non competitive non possono, naturalmente, essere investite altrove, compresi gli investimenti in innovazione. Quindi, queste politiche non solo riducono la qualità della vita oggi, ma anche, potenzialmente, quella futura. Si potrebbe obiettare che i benefici ambientali giustificano tutto ciò. Forse. Ma, in questo caso, dovete dimostrarmi che i benefici sono almeno comparabili ai costi, e prima ancora che i benefici esistono. Se è dubbio che possano esservi benefici ambientali reali da una riduzione globale delle emissioni di gas serra, non v'è alcun dubbio che non possa esservi alcun beneficio da una riduzione locale (che addirittura potrebbe produrre un loro aumento altrove). Quindi, continuo a porre la stessa domanda a cui non riesco ad avere risposta o, se ce l'ho (Marianna risponde), non ne ho una convincente. La domanda è: perché?

mercoledì 5 novembre 2008

Dove va il petrolio

Riporto qua sotto un articolo di Lisa Orlandi, pubblicato oggi sul Sole 24 Ore. La tesi di Lisa è che l'oscillazione dei prezzi del greggio osservata nell'arco di quest'anno - prima il raddoppio dei prezzi in dollari tra gennaio e luglio, e poi il dimezzamento negli ultimi tre mesi - è spiegabile soprattutto attraverso il ruolo della componente speculativa. Questo non significa che i prezzi siano del tutto disaccoppiati dai fondamentali, anzi. Sono i fondamentali stretti che hanno creato le condizioni perché i fattori finanziari potessero impattare in modo tanto visibile gli andamenti delle quotazioni. Ora questa situazione è parzialmente venuta meno, soprattutto a causa della riduzione strutturale della domanda dovuta alla recessione e alla reazione a livelli tanto superiori a quelli storici. L'altro aspetto della questione è che gli investimenti finora effettuati non hanno prodotto un aumento significativo della produzione (per ottenere il quale ci vogliono tempo e soldi). Il rischio è che gli investimenti si blocchino a causa della riduzione del livello dei prezzi - oggi attorno alla soglia di profittabilità per molti giacimenti marginali, per non dire degli oli non convenzionali. Il risultato sarebbe ritrovarci al punto di partenza quando la tempesta sarà finita.

Petrolio, speriamo non cali troppo

di Lisa Orlandi

Cosa ha portato i prezzi del greggio a 60 dollari al barile? Ciò che fino a ieri li aveva gonfiati a 140. Nell’opinione di chi scrive, la regia della pièce petrolifera è ancora nelle mani della finanza: d’altronde nessuno ha mai escluso che la speculazione potesse agire tanto al rialzo quanto al ribasso. Sono le stesse logiche finanziarie, la cui pedina principale è il mercato statunitense, ad aver di fatto determinato le recenti dinamiche della domanda petrolifera, che si limita pertanto ad essere complice e non diretta colpevole del trend ribassista. I consumi hanno sì risposto alle quotazioni record di luglio, ma il loro evidente calo non è altro che un’incisiva reazione alla componente speculativa che determinava gran parte di quei livelli di prezzo. E anche con un barile molto meno caro rispetto a quattro mesi fa, la domanda OCSE, e americana in primis, non accenna a riprendersi, questa volta influenzata dalla pesante crisi dei mercati borsistici esacerbata dal fallimento di Lehman Brothers a metà settembre.

Finanza a parte, quotazioni nell’intorno dei 60 doll./bbl, inferiori di 80 dollari a quelle di luglio, generano un evidente trade-off tra sollievo dei consumatori da un lato e panico delle compagnie e dei paesi produttori dall’altro. Questa dicotomia sottende, tuttavia, una preoccupazione di fondo che accomuna le due facce della medaglia petrolifera: la potenziale paralisi degli investimenti nel settore. Restrizione del credito e quotazioni a 60 dollari sono un cocktail esplosivo per gli operatori, che stanno significativamente rivalutando e ritardando diversi progetti, in ragione del venir meno di quella redditività che li caratterizzava quando sono stati intrapresi. Le dichiarazioni che si susseguono in tal senso sono oltremodo aggravate dall’elevato tasso di declino che sta interessando diversi giacimenti petroliferi in regioni chiave.

Premesso ciò, due possibili scenari di prezzo si delineano per il 2009. Il primo, con probabilità di realizzo pari al 60%, indica un Brent medio annuo di 70 doll./bbl, sostanzialmente in linea con il dato 2007. Le ragioni sottese ad un prezzo inferiore di circa 30 dollari a quello stimato per il 2008 (107 doll./bbl) risiedono nell’andamento della crisi in atto, con gli USA nel ruolo di key swing del mercato petrolifero: in particolare, una ripresa economica e finanziaria lenta e difficoltosa, consumi che faticano a crescere ed investitori che non scommettono al rialzo in condizioni di, seppur temporanea, oversupply. In questo scenario, ad un impatto sicuramente positivo sulle nostre tasche in termini di spesa per luce e gas, che calerebbe del 10% e 15% rispetto ai valori attuali, si contrappone il rischio di un nuovo vuoto di investimenti nell’upstream petrolifero, i cui effetti di medio termine sarebbero dannosi tanto per i consumatori quanto per i produttori. Una siffatta variabile bullish di carattere strutturale non si esaurisce infatti in brevi lassi temporali ed è potenzialmente più pericolosa di quella finanziaria, che può gonfiarsi e sgonfiarsi con maggiore rapidità. Il verificarsi di questo probabile scenario creerebbe pertanto i presupposti per il ripristino di condizioni critiche sul versante offerta: non va infatti dimenticato che l’attuale condizione di oversupply è meno solida di quel che appare, in quanto è ascrivibile al calo della domanda e non anche a significativi incrementi produttivi.

Con un 40% di probabilità, il Brent medio 2009 potrebbe invece attestarsi sui 95 doll./bbl. Le assunzioni alla base di questa previsione sono l’affievolimento della crisi grazie ai piani che (si spera) verranno attuati dalla nuova presidenza americana e a livello europeo, una moderata ripresa dei consumi petroliferi e un rinnovato interesse da parte degli investitori per la commodity petrolio, alimentato in parte dall’assottigliamento dell’attuale eccesso di offerta. Questo prezzo accontenterebbe compagnie e paesi OPEC e al contempo concederebbe un respiro, seppur modesto, alle famiglie di consumatori, che pagherebbero bollette di luce e gas inferiori a quelle attuali rispettivamente del 3,6% e del 2,5%.

Alla luce di queste considerazioni, viene spontaneo chiedersi se per l’anno a venire non sia meglio sperare in un prezzo del petrolio ancora sopra quota 90.

Il Sole 24 Ore, 5 novembre 2008