mercoledì 31 dicembre 2008

Buon 2009

Il 2008 è stato un anno straordinario. Non nel senso di "particolarmente bello", ma in quello, più neutro e descrittivo, di "fuori dall'ordinario".

Nessuno, a gennaio, si sarebbe mai aspettato che a metà luglio il barile avrebbe sfiorato i 150 dollari (e pochi, a dicembre 2007, avrebbero scommesso su "quota 100"). Nessuno, a luglio, avrebbe mai preso sul serio la possibilità di crollare sotto i 40 dollari entro la fine dell'anno. Io stesso consideravo possibile che si avverasse la profezia di Goldman Sachs, che parlava di 200 dollari (non mi sarei spinto più in là). Ero convinto che il petrolio sarebbe tornato a moderarsi con la fine della crisi dei subprime. In un certo senso ho avuto ragione, ma inconsapevolmente. La crisi finanziaria si è trasformata e incancrenita, diventando qualcosa di peggio e di più grave e difficile da curare. La mia convinzione era che il ritorno alla crescita sostenuta e alla fiducia nello stock market avrebbe sgonfiato la bolla speculativa che aveva dominato la crescita delle quotazioni petrolifere. E' accaduto il contrario: la crisi si è trasformata in recessione, si è riversata sulla domanda e il crollo di quest'ultima, già nel 2008, ha determinato istantaneamente un tale eccesso di offerta da far precipitare il barile, nonostante tutti gli sforzi contrari da parte dell'Opec. Cinicamente potrei dire che chi, come me, per mestiere deve osservare e cercare di interpretare questi fenomeni, ha avuto una fortuna sfacciata: in soli 12 mesi abbiamo assistito a una crisi da offerta, una crisi da domanda, una colossale bolla speculativa, la transizione immediata dall'enfasi sulla sicurezza degli approvvigionamenti a quella sulla sicurezza della domanda, e altro ancora. Il 2008 ci darà materiale su cui riflettere e scrivere per un bel po' di tempo.

Il gas naturale ha sostanzialmente seguito lo stesso percorso del petrolio, pur con tutte le sue peculiarità. Il 2008 è stato l'anno del gas naturale liquefatto: l'attenzione per questa tecnologia è cresciuta come mai prima. Anche il Gnl, però, rischia di essere una vittima eccellente della crisi. Le aspettative ribassiste sulla domanda e il crollo dei prezzi (cioè dei margini) hanno fatto e faranno derubricare molti e importanti investimenti. Resto tuttavia convinto che i benefici del Gnl siano robusti, e quindi penso che siamo di fronte a una pausa, più che a un ripensamento. Ovviamente, anche in questo caso molto dipende da come evolverà la crisi, e quanto male ci farà.

Infine, il 2008 è stato un anno straordinario per il clima e la politica (i due termini sono, notoriamente, sinonimi). L'Unione europea, dopo un lungo braccio di ferro di cui l'Italia è stata tra i protagonisti, ha definito la cornice entro cui declinerà il suo piano 20-20-20. Sebbene molto resti ancora da chiarire, è ormai certo che Bruxelles varerà, nel 2013, il primo piano quinquennale di sette anni della storia. Negli Stati Uniti, la vittoria di Barack Obama ha acceso le speranze di molti. Obama è fortemente "ambientalista" e ha promesso di fare degli investimenti verdi il perno del suo piano anticrisi. Vedremo. Dubito però - o almeno lo spero - che il nuovo presidente si spingerà fino a esporre gli Stati Uniti a un trattato internazionale simil-Kyoto. Non è nel suo interesse, tantomeno in tempi di vacche magre. Ironicamente, la crisi economica e petrolifera ha danneggiato più l'industria rinnovabile che quella petrolifera.

In Italia, il governo di Romano Prodi è caduto ed è arrivato quello di Silvio Berlusconi. Sicuramente positivo è il venir meno di un ambientalismo ottuso come quello interpretato dal precedente governo; mentre mi sembra che l'attenzione per il tema delle liberalizzazioni si sia ulteriormente ridotta. Sul fronte energetico, il governo si è voluto caratterizzare principalmente col rilancio del nucleare, ma tra il dire e il fare c'è di mezzo un mare che, sinceramente, l'attuale compagine governativa non mi sembra adeguatamente attrezzata per solcare.

Restano moltissime incognite, sia in Italia che in Europa e nel mondo. Il 2009 sarà un anno interessante.

domenica 28 dicembre 2008

Copenhagen 2009

Le aspettative europee di raggiungere un accordo internazionale sul clima, con la partecipazione di Usa, Cina e India, sono altissime. E' in parte su questo che si gioca la scommessa del 20-20-20: in assenza di un framework globale, per quanto lasco, il raggiungimento dei due/tre obiettivi europei causerebbe uno svantaggio competitivo che sarebbe difficile colmare, nonostante tutti i meccanismi correttivi che già sono stati previsti per ridurre gli impatti del pacchetto e scaricarne una quota relativamente più alta del costo sulla platea più ampia dei consumatori.

In passato ho scritto che, a mio avviso, Barack Obama non traghetterà gli Stati Uniti verso un Kyoto-2. Questo non significa che non marcherà un cambiamento di passo, nelle politiche ambientali, rispetto a George W. Bush: la retorica climatica è e resterà alta, i crediti di imposta aumenteranno (soprattutto a favore dell'eolico e dei biocarburanti, le due lobby più influenti a Washington), e forse verrà creato qualche schema di "cap & trade" volontario. E' proprio qui il punto: non credo all'eventualità di un sistema vincolante, e soprattutto non credo che esso verrà creato nel prossimo anno o due, o finché durerà la crisi. Se la mia intuizione è corretta, allora è impossibile che Obama firmi a Copenhagen una cambiale in bianco, cioè qualsiasi cosa diversa da una vaga espressione di impegno e di principio.

La mia convinzione è rafforzata dalla lettura di questa interessante intervista di Stuart Eizenstat con Euractiv. Ambasciatore americano presso l'Unione europea dal 1993 al 1996, Eizenstat ha occupato numerosi ruoli chiave nell'amministrazione americana sotto i presidenti Jimmy Carter e Bill Clinton, e oggi affianca il suo servizio in un grande studio legale di Washington (di cui è partner) all'esercizio di influenza e potere sulle alte sfere democratiche, compreso, si dice, il presidente eletto. Dice Eizenstat: "il presidente eletto, Barack Obama, vuole trasformare l'economia americana e usare il pacchetto di stimolo economico per dare spazio alle tecnologie verdi, infrastrutture verdi, e creare posti di lavoro verdi. Ma un accordo conclusivo a livello globale, con tutti i puntini sulle i, sarà un'impresa ardua" (vorrei tradurre, ma forse sarebbe un po' troppo libero, "un altro paio di maniche"). Eizenstat conferma la mia sensazione che Obama, anche perché costretto a confrontarsi con la crisi, sarà proiettato soprattutto su misure domestiche - che ai fautori del green deal piaceranno e a me no, ma non è questo il punto - che avranno la precedenza rispetto a qualunque evoluzione internazionale. Anche perché le prime sono direttamente controllabili dalla Casa Bianca e, nel gioco lobbistico, rientrano tra gli equilibri che il nuovo presidente dovrà costruire per creare la sua base di potere. Eventuali sviluppi internazionali ridurrebbero la libertà di manovra di Washington, e questo è un passo che difficilmente un presidente, per quanto carismatico, può e vuole compiere, soprattutto avendo a che fare con una crisi epocale e con un Congresso tuttora ostile, sebbene più disponibile rispetto al passato.

Ma Eizenstat si spinge oltre, e fa una dichiarazione che mi sembra importantissima, specie se la si vuole leggere in controluce: "è assolutamente importante che a Copenhagen definiamo almeno una cornice per un accordo definitivo, forse nel 2010". Queste parole sono molto interessanti, in primo luogo perché costituiscono una doccia fredda - e certo da fonte non sospettabile di bushismo - sulle speranze europee per il 2009, e poi perché sembrano anticipare il ripetersi di un film già visto: tra grandi fanfare, il vertice delle Nazioni Unite potrebbe finire per decidere... che si deciderà l'anno prossimo. Se ciò accadesse, si aprirebbe una nuova finestra di opportunità: perché se anche nel 2010 la scena si ripresentasse sempre uguale a se stessa, come del resto accade da anni, andremmo al 2011, anno di rinnovo dei seggi al Congresso. A quel punto, occhi fissi sul Senato. Se i Repubblicani tornassero a crescere, e se fosse la corrente più conservatrice a imporsi, il rischio di una ratifica americana di eventuali trattati internazionali sarebbe molto ridotto.

Ci sono molti se in questo ragionamento, ma sono tutti collegati e nessuno di essi sottende una grande improbabilità. Per chi teme il dirigismo ecologico, il 2011 è almeno altrettanto importante che il 2008 e l'elezione di Obama per quanti militano sul fronte verde.

sabato 27 dicembre 2008

Economie di scala

Altro che nucleare. Con queste tecniche, potremmo trasformare Silvio Berlusconi in una raffineria.

martedì 23 dicembre 2008

Edf/British Energy. Il "sì però" della Commissione

La telenovela che si è svolta negli scorsi mesi sul teatrino elettrico britannico finalmente si avvia al lieto fine. La Commissione europea ha infatti dato il via libera al matrimonio tra Edf, il monopolista elettrico francese, e British Energy, che porta in dote otto centrali atomiche presenti oltre Manica. Il prezzo imposto da Bruxelles è, però, molto alto: il nuovo gruppo dovrà, tra le altre cose, cedere due impianti (Sutton Bridge, oggi controllata da Edf, e Eggborough, attualmente in pancia a British Energy); abbandonare un sito che potrebbe ospitare nuove centrali (a scelta tra Dungeness e Heysham); abbandonare alcuni dei suoi diritti di connessione alla rete nazionale; e impegnarsi alla vendita di quantitativi minimi di elettricità sul mercato all'ingrosso. Le condizioni derivano dalla preoccupazione che, in caso contrario, Edf potrebbe esercitare il suo potere di mercato in funzione anticoncorrenziale. Sarebbero quattro gli strumenti a sua disposizione: ritirare energia dal mercato per aumentare i prezzi; ridurre l'offerta aumentando l'utilizzo proprio della capacità disponibile; assumere il controllo di fatto della generazione atomica; e, infine, sfruttare i suoi diritti di connessione alla rete nazionale per limitare l'accesso dei concorrenti.

Restano aperte due questioni. Una, di minore interesse, riguarda la strategia di Edf: dopo una prima fase "espansionista", che aveva destato forti reazioni protezionistiche in molti paesi (Italia compresa), la compagnia ha scelto il basso profilo, ma ultimamente ha accelerato, cercando di occupare una posizione chiave rispetto alla fornitura di energia nucleare in Gran Bretagna (attraverso British Energy) e negli Stati Uniti (dove è ancora aperto il corteggiamento a Constellation Energy). La scommessa di fondo è quella su un rinnovato e forte interesse per l'atomo (interesse economico e politico) al di fuori della "sua" Francia, ma certo l'incombere della crisi e il petrolio che continua a cedere terreno non incoraggiano. Per questo, dice Paul Betts sul Financial Times, "sorgono più domande che risposte". Il secondo e più rilevante tema, riguarda però l'atteggiamento della Commissione. In parte le sue preoccupazioni possono avere qualche fondamento, ma non bisogna trascurare che il mercato britannico è uno tra i più concorrenziali in Europa (e al mondo): il paese dispone di sufficienti anticorpi per reagire a strategie opportunistiche, a partire da una credibile e attenta e indipendente autorità di regolazione. A che pro, entrare a gamba tesa su una negoziazione che già ha dovuto passare attraverso un pesantissimo scrutinio, motivato dai pur remoti istinti protezionisti degli inglesi che non gradivano farsi colonizzare dal colosso francese, per giunta pubblico?

Il problema è che l'interpretazione che la Commissione dà della concorrenza e delle liberalizzazioni soffre sempre di un margine di ambiguità, dove la promozione della competizione rischia di sconfinare nel dirigismo non necessario o dannoso. Accontentiamoci di avere un mercato sempre più integrato e "meticcio", dove la dimensione nazionale degli operatori viene gradualmente meno e tutti i mercati vedono confrontarsi tutti gli operatori, quale che sia la loro carta di identità. Sarebbe già un risultato straordinario. Se però Bruxelles fornisce la giustificazione tecnocratica alle pulsioni nazionalistiche, e se ciò accade in Gran Bretagna, cosa dobbiamo aspettarci nei paesi meno aperti e meno civili?

venerdì 19 dicembre 2008

Petrolio. Verso quota 20?

UPDATE: Interessante analisi di Ed Crooks sul Financial Times.

I mercati hanno accolto con una pernacchia il maxitaglio dell'Opec, che ha deciso di ridurre di due milioni di barili al giorno la produzione giornaliera di petrolio. La ragione è che, come ho spiegato sul Secolo XIX e all'Avvenire, che l'attuale controshock (cominciamo a chiamarlo col suo nome?) è trainato dalla domanda, la quale è sotto una fortissima pressione ribassista a causa della recessione. Quindi, difficilmente nel prossimo anno o due torneremo a vedere prezzi simili a quelli dei mesi scorsi. Come mi ha fatto notare qualche giorno fa Massimo Nicolazzi, poi, il mondo dell'energia si trova scosso da quella che forse è la prima crisi della storia nella quale il petrolio non è né causa né concausa, ma vittima. Ciò era vero durante la fase rialzista - durante la quale il barile si era largamente sganciato dai fondamentali, almeno nella prima metà del 2008 - sia in quella corrente. Comincio a pensare, contrariamente a quello che ritenevo fino a pochi giorni fa, che i prezzi potrebbero continuare a scendere, veleggiando verso i 20 e forse anche meno. Vista la profondità della recessione e il crollo della produzione industriale, infatti, ci troviamo istantaneamente con una spare capacity record, che continuerà ad ampliarsi parallelamente ai fallimenti o ai ridimensionamenti dell'economia reale. Quindi, non c'è taglio alla produzione petrolifera, voluto (come quello saudita) o subito (come in Russia), che possa cambiare le cose o le tendenze. Meno si produce, più si allarga la capacità inutilizzata e con essa la flessibilità del sistema; meno si taglia, e più si riempiono le petroliere di greggio che andrà ad accumularsi nelle scorte. Conseguenza di questo inatteso crollo e dell'incredibile volatilità che esso sottende, è una moria di investimenti nell'upstream forse senza precedenti, come testimoniano, su AgiEnergia, la puntuale analisi di Vittorio D'Ermo e questa impressionante lista. Il dramma è che mi aspetto il contro-controshock: finita la crisi, riprenderanno i consumi e con essi le tensioni sui prezzi, che ci riporteranno rapidamente almeno a 60 dollari e probabilmente più (anche se onestamente non credo a 140). Che dire? Quali politiche possono rispondere a una situazione tanto drammatica e instabile? Probabilmente nessuna. Però c'è, in tutto questo, almeno una notizia positiva: il lato buono del crollo dei prezzi è, se mi scusate l'ovvietà, che i prezzi sono crollati, e ciò contribuisce a moderare gli effetti più critici del caro-energia. Cioè, almeno sotto questo fronte, l'economia reale non deve difendersi. L'unica speranza, allora, è che la politica non si metta ad aggravare la situazione con colpi di testa che, purtroppo, mi pare incombano (come la proposta del Pd lucano di una moratoria sull'estrazione petrolifera).

lunedì 15 dicembre 2008

Lega Nord Fiamma Tricolore

Leggo qui e qui (subscription required in entrambi i casi) che la Lega Nord ha presentato un emendamento al decreto anticrisi con lo scopo di inserire "una norma che in qualche modo neutralizzi" l'ingresso di fondi sovrani stranieri nel capitale dell'Eni (il riferimento, ovviamente, è alle manovre libiche). Non è chiaro se si tratti di un provvedimento ad hoc per il monopolista del gas o se abbia portata più ampia. Secondo quanto ha riferito il parlamentare del Carroccio Giovanni Fava con la benedizione del presidente della Commissione Attività produttive della Camera, Andrea Gibelli, "il problema è l'ingresso in Eni di fondi libici non per questioni ideologiche ma per il fatto che un paese produttore entrerebbe nella stanza dei bottoni di una azienda di distribuzione delle dimensioni di Eni". Al di là di considerazioni di altro genere, c'è qui grande confusione sotto il cielo: il problema non sono i libici, i russi o li turchi, ma il monopolio che il Cane a sei zampe esercita sul settore del gas, che passa attraverso (pur non limitandosi a questo) il controllo sulla rete di distribuzione e gli stoccaggi. Se ne esce attraverso la separazione proprietaria delle infrastrutture essenziali dagli operatori del mercato, non introducendo norme cervellotiche e protezionistiche. A meno che, come forse, dico forse, è più probabile, si stia gridando allo straniero non per ragioni di oggettivo rischio monopolistico, ma per mero e nudo protezionismo. Prendiamo atto della definitiva svolta nazionalista della Lega Nord Fiamma Tricolore.

domenica 14 dicembre 2008

Sgarbi e le pale pedofile

Ricevo e volentieri pubblico da parte dell'amico Carlo Durante.

Leggo su un recente lancio Ansa che, secondo il Sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi, “le pale eoliche hanno lo stesso impatto dei pedofili”. Che a Sgarbi piacciano da sempre le metafore falliche è notorio, che da un po’ di tempo non si accontenti e debba parlare di stupri, è altrettanto noto, che adesso debba parlare di pedofilia (siamo sempre lì …) è quasi ovvio, e che tutto questo sia chiaramente, per lui, un problema irrisolto, pare evidente. Ma non si comprende per quale motivo Sgarbi sia così iracondo nei confronti delle turbine eoliche, se non a “pensar male” sul fatto che probabilmente pensa di non guadagnarci abbastanza. Da un lato sono assolutamente d’accordo quando parla di “facilitatori” che fungono solo da intermediari fra gli imprenditori e la Pubblica Amministrazione, senza che aggiungano alcun valore, anzi - lo sottolineo - troppo spesso creando solo problemi, dall’altro non condivido la posizione che riguarda l’impatto sul turismo e osservo con forte sospetto la presa di posizione circa il “convincere i sindaci a dare concessioni in cambio di pochi spiccioli”. La querelle sul turismo è storicamente falsa. Prendiamo Spagna e Germania, i due paesi più “eolici” d’Europa: il turismo è stabile, se non cresciuto (ovvero: a qualcuno piace visitare il luogo, e poi anche il parco eolico) - naturalmente - nei luoghi dove il turismo c’è, e convive con i parchi eolici. Non perdiamo dunque tempo a parlarne. Parliamo piuttosto della “mancia al territorio”, da me fin troppe volte denunciata: al contrario di quanto dice Sgarbi è spesso un’arma di ricatto del territorio stesso nei confronti degli imprenditori, e possediamo casistiche tra le più deliranti e fantasiose, nel nostro repertorio quotidiano. Intendiamoci: i Comuni non hanno un animo da ricattatori di per sé, ma, umiliati dai tagli al bilancio, si arrangiano come possono. La patologia risiede nelle esagerazioni, mentre nessuno nega il diritto ad una sana negoziazione. Ma se accettiamo il principio del Sindaco di Salemi, allora la conclusione è che lo stupro avviene ai danni del diritto alla libera impresa, non del territorio. Abbiamo casi di parchi eolici che non si faranno, almeno per il momento, per colpa del mancato accordo di fronte a troppo esose richieste di sindaci irragionevoli. Che invece gli sia andata male a Sgarbi, a Salemi? Di questo si lagna? Invece, vista la grande importanza che tutti noi operatori diamo al territorio e al rapporto che si deve avere con esso, si dovrebbe capire come la disponibilità a trovare un accordo ci sia sempre, ma non possiamo pensare di “regalare” il nostro reddito, perché questo dovrebbe premiare lo sviluppo delle rinnovabili, delle nuove tecnologie, di nuove imprese, di nuovo lavoro. Egoisticamente, al contrario, Sgarbi vorrebbe che il valore rimanesse dove la risorsa si trovava al momento del suo sfruttamento: non all’impresa, che rischia, ma alle vuote casse del suo Comune, che non rischia nulla. Visione limitata, priva di ogni futuro. Capisca che non si trova più a Milano o a Roma, ma a Salemi. Del resto, evidentemente Sgarbi punta sempre più in alto: allora, dopo una memorabile e variegata carriera, si troverà forse in futuro a governare qualche situazione più complicata, magari si troverà di fronte alla realizzazione di una centrale nucleare – oggi forse a suo avviso meglio delle “pale eoliche”. Passerà allora al prossimo livello di provocazione? Parlerà, che so, di necrofilia? Sgarbi, le sue idee e quell’alfabeto estetico fallico, che ai tempi della sua indimenticata ascesa televisiva (quando soggiornava nei programmi di Costanzo e di Ferrara) riuscivano forse ad esser forieri di un guizzo di novità (me lo conceda: nazional-popolare), ormai, come lei, stanno invecchiando.

sabato 13 dicembre 2008

Clima. Il nodo è più lento, l'Europa resta impiccata

UPDATE: Domenica 14 dicembre parteciperò a un dibattito sul tema nell'ambito della trasmissione Omnibus.

Il Consiglio europeo dell'11-12 dicembre 2008 si è concluso con l'auspicato (da alcuni) e temuto (da altri) compromesso sulla politica climatica. Il dibattito si era scaldato fino a raggiungere, nei giorni immediatamente precedenti il vertice, una temperatura critica. L'opposizione italiana si era saldata alle perplessità di altri paesi - i dieci dell'Est, la Spagna, la Germania, sotto sotto perfino pezzi importanti di Francia e Gran Bretagna - per un pacchetto che era ritenuto troppo costoso, particolarmente alla luce del nuovo contesto determinato dalla crisi. Era comunque scontato che "qualcosa" sarebbe uscito dalle stanze di Bruxelles. Come sempre in questi casi, le reazioni sono tutte di festa, perfino in modo paradossale. Come è possibile che cantino vittoria Silvio Berlusconi, che fino all'ultimo ha minacciato il veto, e José Manuel Barroso, che sul 20-20-20 ci ha scommesso quel po' di faccia che gli resta? La realtà, semplicemente, è che il compromesso non è ancora un traguardo, ma un accordo generale. Certo, lo scenario è più chiaro oggi e tutte le parti hanno fatto delle concessioni: tuttavia, alcuni nodi strutturali restano aperti, come emerge dal documento conclusivo. In questo post, voglio commentarne, criticamente, i contenuti.

Per i settori industriali non esposti alla competizione internazionale viene confermata la decisione di procedere alla vendita, per mezzo di aste, dei permessi di emissione nella fase iniziale: si partirà dal 20 per cento dei permessi nel 2013 per arrivare al 70 per cento nel 2020 e al 100 per cento nel 2027 (tutti questi target sono vincolanti). Non è del tutto chiaro - non a me, almeno - come questi settori saranno determinati, quindi mi aspetto grande frenesia lobbistica in tutti i comparti industriali che si collocano in prossimità della linea. La formula adottata è abbastanza cervellotica: si è esposti a competizione internazionale con rischio di carbon leakage se "la somma dei costi addizionali diretti e indiretti indotti dall'implementazione della direttiva porteranno a un aumento dei costi di produzione superiore al 5 per cento del valore aggiunto lordo e se il valore totale delle sue importazioni ed esportazioni diviso per il valore totale del turnover e delle importazioni eccede il 10 per cento", ma anche se "la somma dei costi addizionali diretti e indiretti... porterà a un aumento dei costi di produzione del 30 per cento del suo valore aggiunto lordo o se il valore totale delle sue esportazioni e importazioni divise per il valore totale del turnover e delle importazioni eccede il 30 per cento". Come tutte le formulazioni astruse, anche questa nasconde bottiglie magnum di champagne, vacanze premio e un aumento del fatturato dell'industria della prostituzione a Bruxelles.

Per gli altri, cioè i settori esposti al carbon leakage, sarà garantita un'esenzione al 100 per cento "al livello del benchmark della miglior tecnologia disponibile". La Commissione "studierà le conseguenze" di tutto ciò e dovrà presentare una proposta concreta entro il giugno del 2010 "alla luce del risultato delle negoziazioni internazionali". Questo è un altro dei punti della discordia: il fronte degli scettici brinda rinvenendovi la disponibilità ad annacquare il pacchetto se, per semplificare, Usa e Cina non vorranno assumere impegni vincolanti. Dal fronte ambientalista rispondono che le revisioni si fanno solo al rialzo. La mia sensazione è che la verità stia nel mezzo: l'Ue è disposta a rivedere il pacchetto, ma solo ampliando le eccezioni o introducendone di nuove. Non si tratta, dunque, di una messa in discussione, quanto piuttosto di un allargamento delle maglie.

In un contesto come quello disegnato dalle direttive e dalla politica europea, è ovvio che questa sia l'unica soluzione possibile per contemperare l'esigenza di ridurre le emissioni a quella di prevenire fenomeni troppo vasti di delocalizzazione. Nella pratica, però, le conseguenze sono surreali: saranno esclusi dallo sforzo di ridurre le emissioni proprio quei settori che maggiormente ne sono responsabili. Quindi, fermo restando l'obiettivo globale, il costo si trasferisce sulla collettività in generale. Cioè, si tratta di una partita di giro.

Per il settore elettrico, Cenerentola del clima e vittima preferita di Bruxelles, è confermato l'auctioning del 100 per cento delle quote, ma di fatto solo dal 2020; nel 2013 si partirà da un livello minimo del 30 per cento che dovrà crescere progressivamente. Ma, a differenza che negli altri casi, nei quali si tratta di definire chi è dentro e chi è fuori, qui i giochi sono ancora tutti aperti. Consumatori elettrici, continuate a tremare.

Le aste (questo è divertente) saranno effettuate dagli Stati membri, non dalla Commissione. L'88 per cento delle allowances saranno distribuite ai governi, in proporzione alle emissioni storiche (cioè, chi più emette, più può emettere); il 10 per cento sarà attribuito agli Stati membri che si trovano in condizioni svantaggiate (principalmente i paesi dell'Est); il restante 2 per cento sarà attribuito ai paesi che "nel 2005 hanno ottenuto una riduzione di almeno il 20 per cento delle emissioni" rispetto al 1990 (cioè, ancora, i paesi dell'Est, ma solo perché dopo il 1990 hanno attraversato un collasso industriale). In pratica: la regola è l'auctioning, ma almeno nelle fasi iniziali prevale di gran lunga l'eccezione; i permessi da vendere saranno regalati ai governi, premiando quelli che hanno adottato politiche meno efficienti.

Viene prevista un po' di elemosina per la cattura e sequestro del carbonio, mentre sono confermati i limiti per i meccanismi flessibili (che non potranno eccedere il 3 per cento delle emissioni 2005, e questo è davvero senza motivi che non siano protezionistici). Anche qui non mancano le eccezioni, sebbene alla fine riguardino un ammontare relativamente basso di permessi addizionali - l'1 per cento.

Un punto fondamentale, a questo punto, e per quel che ne capisco ancora quasi interamente aperto, è l'impiego del gettito delle aste. Ecco cosa dice, testualmente, il documento del Consiglio: "gli Stati membri determineranno, coerentemente coi rispettivi requisiti di budget e costituzionali, l'uso del gettito generato dalla vendita dei permessi". Tuttavia, il Consiglio "prende atto della loro volontà di usarne almeno la metà per azioni di riduzione delle emissioni di gas serra, mitigazione e adattamento al cambiamento del clima, misure di riduzione della deforestazione, sviluppo delle energie rinnovabili, efficienza energetica e altre tecnologie utili alla transizione verso un'economia sicura e sostenibile a basso contenuto di carbonio, tra cui la realizzazione di nuova capacità, i trasferimenti tecnologici, la ricerca e lo sviluppo". Questo è un passaggio centrale, perché quello che nella sostanza si dice è che almeno la metà del gettito dovrà essere speso su capitoli che già sono influenzati dalle politiche enucleate nella direttiva, e dunque l'Ue decide di moltiplicare le distorsioni. Questo è un terreno di battaglia su cui è invece importante non cedere neppure un millimetro: se infatti questo immenso flusso finanziario verrà utilizzato per qualunque scopo diverso dalla riduzione delle tasse, si sommeranno gli effetti negativi del cap & trade a quelli della carbon tax, senza avere i pregi dell'uno (a causa dell'enorme numero di eccezioni previste fin da subito) e dell'altra.

Mantengo la mia posizione ultracritica sul pacchetto. I cambiamenti introdotti grazie al governo italiano e altri, migliorano sicuramente il pacchetto, nel senso che ne riducono i costi, ma si tratta di un miglioramento effimero: è tutto giocato sul breve termine. I fattori di incertezza, la possibilità di inserire deroghe o di cancellarne, è un enorme cartello STOP di fronte alla possibilità di investimenti stranieri in settori non sussidiati. Mi dicono gli amici che non era politicamente possibile ottenere nulla di più. Forse è vero. Forse questo era l'unico compromesso possibile. Il che non ne fa, comunque, un buon compromesso.

venerdì 12 dicembre 2008

Nucleare come?

Ho già scritto diverse volte che, sul nucleare, trovo stucchevole il dibattito sì/no. Qualunque cosa si pensi di questa tecnologia, delle sue caratteristiche di sicurezza, della sua performance finanziaria, delle sue prospettive di sviluppo e sul suo possibile ruolo in un mix energetico bilanciato, ridurre tutto alla logica del derby è semplicemente ridicolo. E' ridicolo perché, quando si parla di investimenti del valore di diversi miliardi di dollari, tutto è tremendamente serio. Ed è ridicolo perché affrontare la questione dell'atomo significa anche confrontarsi con temi che vanno dalla competitività ed efficienza dei sistemi energetici alle strategie ambientali. Sul Foglio di ieri, ho scritto un articolo nella speranza di fare il punto sulle aspirazioni nucleari del governo, evidenziandone aspetti positivi e negativi.

lunedì 8 dicembre 2008

Quella coerenza tedesca....

Questa giravolta improvvisa di Frau Merkel la dice tutta su quale sia in generale il tasso di credibilità della politica. Da alfiere nella lotta al cambiamento globale- tanto da meritarsi il soprannome di Klimakanzlerin - la Cancelliera sostiene ora le maggiori associazioni tedesche dei datori di lavoro nel chiedere una revisione del programma europeo 20-20-20, che lei stessa contribuì a varare appena un anno e mezzo fa. Ma la schizofrenia non è per nulla casuale. Quando ancora le secche della recessione apparivano lontane, l’opportunità di intercettare i voti ambientalisti faceva gola a tutti i principali partiti; oggi l’ansia principale è quella di salvare il maggior numero di posti di lavoro (rectius, sacche di consenso). Anche in Germania.

Petrolio. Troppo basso e troppo presto

Il prezzo del barile sta continuando la sua discesa verso una soglia che potrebbe assestarsi attorno ai 35 dollari. Si tratta, ovviamente, di una buona notizia, in sé, anche se la principale ragione per cui ciò accade è che le aspettative sul futuro dell'economia mondiale, cioè sulla richiesta di prodotti energetici, sono pessime. Si dice che il 2009 potrebbe registrare una riduzione della domanda di greggio, un fatto del tutto inedito. Prima o poi, tuttavia, la crisi economica dovrà finire, e i consumi torneranno a crescere. A quel punto che succederà? Sicuramente la crescita della domanda sarà più lenta, almeno nell'immediato, dei tassi osservati negli scorsi anni, perché parte della riduzione, soprattutto nei paesi Ocse, è strutturale (la gente ha comprato macchine più piccole e le imprese si sono sforzate di ottimizzare i consumi). Tuttavia, il problema è che, dal punto di vista dell'offerta, i fondamentali, che oggi sono più che tranquilizzanti, potrebbero tornare a farsi tesi - come lo erano quest'estate. Ho sempre pensato, e lo penso ancora, che, anche al netto della componente speculativa, i prezzi della prima metà dell'anno fossero sopravvalutati. Per tornare su livelli realistici - che sono quelli attuali! - servivano investimenti, e il ciclo si era avviato. L'attuale crollo dei prezzi ha però innescato uno stop, una corsa a cancellare gli investimenti, come spiega Lisa Orlandi sull'ultimo numero di Notizie Statistiche Petrolifere. La surreale situazione è che ci troviamo ad avere i prezzi giusti per i motivi sbagliati; e che, dunque, non appena, speriamo presto, l'economia avrà risolto i suoi problemi, le magagne petrolifere torneranno, immutate.

venerdì 5 dicembre 2008

Efficienza energetica. Meglio tutto che niente

Come era logico, la tempesta sull'efficienza energetica si sta rapidamente esaurendo. La norma inserita nel decreto anticrisi, che avrebbe cancellato "per assenza di copertura" la detraibilità del 55 per cento delle spese sostenute per rendere energeticamente efficienti gli edifici, addirittura con effetto retroattivo, era scritta male e discutibile nel merito. La questione della retroattività non stava né in cielo né in terra, e infatti quasi subito il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ne ha annunciato la modifica (chissà se, dopo l'imbarazzante serie di pessime norme, da questa al passaggio al pay as bid in borsa elettrica, salterà qualche testa tra i tecnici del Tesoro). Al di là di questo aspetto, anche la sostanza del provvedimento lascia a desiderare, come ha giustamente sottolineato il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, in questa intervista con Salvatore Merlo per il Foglio. Nel mondo ideale, non c'è bisogno di distribuire sgravi fiscali a destra e a manca, le tasse sono basse e il livello di distorsione indotto dall'intervento - fiscale, normativo e regolatorio - dello Stato è basso. Ma noi non viviamo in quel mondo: viviamo in un mondo completamente distorto, dove per di più l'Italia deve ridurre le sue emissioni del 6,5 per cento al di sotto del livello del 1990 entro il 2012, e una quota significativa di questa riduzione è attribuita ai settori non Ets. E' quindi logico che sia necessario prendere delle misure, che magari in astratto non mi piacerebbero, e che tra queste misure siano preferibili quelle che inducono investimenti comunque ragionevoli, rendendoli più convenienti o accelerandone il payoff. E' certamente vero, d'altro canto, che dentro la detrazione c'è di tutto di più e che un intervento di razionalizzazione potrebbe essere utile. Il mio timore è che, vista la piega degli eventi, non si provi neanche a mettere le mani dentro gli sgravi per discriminare tra crediti d'imposta meritevoli e sussidi belli e buoni a imprese farlocche. Passerà la logica del (tenere) tutto o (non toccare) niente, e in questo caso è probabilmente meglio "tutto": la stabilità delle norme, a volte, fa premio necessariamente sulla loro bontà.

martedì 2 dicembre 2008

Festival dell'Energia. Call 4 Papers

Ricevo e volentieri posto. cs

"L’energia spiegata. Festival dell’Energia” lancia per l’edizione 2009 un Call for papers per promuovere la ricerca e l’innovazione e dare impulso allo sviluppo delle nuove tecnologie.

Università, Fondazioni, Associazioni, Istituti di ricerca pubblici e privati, italiani e stranieri in possesso di un intervento innovativo in campo energetico potranno inviare le loro proposte all'indirizzo callforpapers@festivaldellenergia.it entro il 16 febbraio 2009. Il progetto presentato, sottoforma di abstract, potrà avere carattere teorico o essere supportato da sperimentazioni scientifiche, brevetti o prototipi non in produzione.

Tutti i lavori pervenuti saranno analizzati e selezionati dal Comitato Scientifico del Festival in base ai contenuti innovativi proposti e all’alto profilo scientifico. I progetti selezionati saranno presentati a Lecce nei giorni del Festival dal 14 al 17 maggio 2009. All’interno di spazi espositivi dedicati, il pubblico potrà apprezzarne innovazione e potenzialità.

Per il bando di partecipazione: www.festivaldellenergia.it/index.php?page=call_for_papers/modalita_di_partecipazione

lunedì 1 dicembre 2008

IBL cambia d'abito: vieni a scoprire il nuovo sito che abbiamo pensato per te


www.brunoleoni.it cambia d'abito. Per esserti piu' vicino, abbiamo pensato un sito nuovo - con nuove funzionalità, per interloquire meglio con chi cerca un punto di vista informato ed autenticamente liberale alle questioni di policy e di attualità.

E' un sito piu' interattivo, in cui chiediamo la tua opinione, che puoi esprimere votando gli articoli che preferisci – e non dimenticare che puoi commentare sui nostri due blog tematici, Realismo Energetico e Liberalizzazioni.

Ma e' anche un sito in cui puoi sapere di più su di noi, guardando i nostri video, le nostre foto ed ascoltando il nostro podcast. E un sito che ti segue anche in viaggio, attraverso una piattaforma per smarthphone ed una per iphone.

Il nuovo www.brunoleoni.it riflette la nostra voglia di parlare con te e migliorare ogni giorno la nostra attività di ricerca, e di promozione e discussione delle idee della libertà anche in un momento in cui ben pochi si schierano a difesa del libero mercato.

Se stai leggendo queste righe, probabilmente gia' ti senti vicino alle nostre battaglie. Per te la liberta' e' importante. Vogliamo che questo sito sia, anche per te, uno strumento di comunicazione delle tue idee. Una piattaforma per poterne discutere con gli amici, per poter segnalare argomenti interessanti agli "indecisi", per conquistare giorno per giorno terreno nella battaglia delle idee.

Non sara' facile, in questo momento. Ma vale la pena provarci. Speriamo che tu torni frequentemente a visitare www.brunoleoni.it, facendone una realta' sempre piu' interessante e viva. Per aiutarci a migliorarlo ancora, ti ricordiamo che puoi sostenerci attraverso una donazione.

Crossposted@ Liberalizzazioni

Energie al verde

Un paio di giorni fa, ho scritto sul Foglio un articolo sul "green crunch", cioè il crollo degli investimenti in fonti rinnovabili in seguito alla contemporanea stretta creditizia e riduzione dei prezzi del petrolio. La prima rende meno finanziabili i progetti in fonti alternative (che sono tutte, compreso il nucleare, capital intensive), la seconda ne riduce la competitività. La conseguenza è che gli investimenti in queste fonti, e dunque il raggiungimento degli obiettivi europei, saranno maggiormente dipendenti dai sussidi e dai programmi di incentivazione, il cui costo relativo, naturalmente, aumenterà. L'indice NEX, che durante la fase espansiva della borsa aveva guadagnato più di ogni altro, adesso soffre in proporzione, anche se restano forti aspettative sulla rete di salvataggio politica. "Ci sono indicazioni - ha scritto Mike Scott sul FT - che il settore si tirerà fuori dalla fase negativa in uno stato relativamente buono. Per cominciare, il panorama politico pare più favorevole che mai". Il riferimento è, anzitutto, all'elezione di Barack Obama, che tra le promesse elettorali ha fatto anche quella di sborsare 150 miliardi di dollari tra rinnovabili ed efficienza energetica, e un assaggio della nuova (si fa per dire) stagione di sussidi si nascondeva tra le pieghe del piano Paulson. Il problema è, a questo punto, aritmetico: quante risorse possono essere estratte dal bilancio pubblico (via sussidi o crediti d'imposta) e dai consumatori (via tariffa) per promuovere le fonti rinnovabili, e quali e come? Sarebbe utile che i fautori delle "clean energies" rispondessero a queste domande, anziché continuare a menare il can per l'aia. Temo però di essere facile profeta nel dire che difficilmente avremo risposte.