mercoledì 6 maggio 2009

Migrazione

RealismoEnergetico si trasferisce su Chicago-Blog, il nuovo blog dell'Istituto Bruno Leoni diretto da Oscar Giannino. Ringrazio tutti quelli che mi e ci hanno seguito su RE e vi do appuntamento a Chicago.

domenica 19 aprile 2009

Iride. Il paradosso della contendibilità incontendibile

La tensione tra il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e quello di Genova, Marta Vincenzi, sul controllo pubblico di "Irenia" - il gruppo che dovrebbe nascere dalla fusione di Iride ed Enìa - ha ormai ampiamente superato i livelli di guardia, nonostante qualche cauto tentativo di ricucire. Ieri, sulla Stampa Luca Fornovo e Beppe Minello hanno accreditato le indiscrezioni diffuse da Quotidiano Energia, secondo cui la Mole sarebbe pronta a rompere l'alleanza con la Lanterna. Oggetto del contendere, la clausola sul mantenimento del 51 per cento della nuova compagnia in mani pubbliche, che Vincenzi vuole nello statuto, mentre secondo Chiamparino è garantita a sufficienza dai patti parasociali e che, nel lungo termine, rischia di essere più un ostacolo che un elemento di vantaggio. L'esito della vicenda dipende essenzialmente da due variabili: una di natura politica (Vincenzi avrebbe ceduto al diktat di Rifondazione e Italia dei Valori, ma lo stesso Chiamparino avrebbe problemi con l'ala sinistra della sua maggioranza), l'altra strategica. Infatti, per rompere il primo cittadino torinese deve anzitutto ottenere una revisione dello statuto di Fsu (la joint venture paritaria dei due comuni che ha il 58 per cento di Iride e avrà il 36 per cento di Irenia), e poi tessere un rapporto con gli enti locali emiliani azionisti di Enìa, che avranno il 23,6 per cento di Irenia. Se entrambi questi tasselli fossero sistemati, la manovra di Vincenzi finirebbe per ritorcersi contro di lei, e sarebbe una dimostrazione di grande dilettantismo, come ho sostenuto sul Secolo XIX. All'attacco di Chiamparino, Vincenzi replica oggi con un'intervista a Gilda Ferrari del Secolo XIX e alcune dichiarazioni alla Stampa e al Sole 24 Ore, da cui traspare la debolezza del suo gioco. Da un lato, infatti, dice che la pretesa che il 51 per cento del gruppo resti pubblico "non toglie nulla alla contendibilità" - dichiarazione assurda, perché se lo statuto impone che il pacchetto di maggioranza dell'azienda sia posseduto da attori pubblici, non c'è spazio alcuno per un mutamento dei rapporti di forza che non passi per le stanze della politica. Dall'altro, ribadisce che la questione della contendibilità riguarda solo il servizio, che "dovrà essere messo a gara", mentre è per lei essenziale che le reti "dovranno rigorosamente restare in mano pubblica". Questa è un'affermazione surreale non solo perché è discutibile che la proprietà pubblica delle reti sia un elemento di garanzia e non di immobilismo, ma anche e soprattutto perché la pubblicità delle reti è un obbligo di legge imposto a chiare lettere dal disegno di legge 112 del 2008, art. 23 bis, comma 5, che fa piazza pulita dei (remoti) dubbi in merito lasciati dalla normativa precedente (me ne sono occupato con Federico Testa in questo articolo sul Sole 24 Ore e, più ampiamente, sulla rivista Management delle Utilities). Vincenzi sostiene, correttamente, che le nuove disposizioni entreranno in vigore solo allo scadere delle concessioni vigenti, che avverrà nel prossimo paio di anni, ma sarebbe ridicolo pensare che un attore privato potesse subentrare (anche ammesso che gli attuali proprietari delle reti, che nel caso di Iride ed Enìa sono a controllo pubblico e lo saranno per un po' a prescindere dall'introduzione della clausola nello statuto) sapendo che non farebbe neppure in tempo a concludere il deal, che dovrebbe immediatamente cedere le reti agli enti locali interessati. E, in ogni caso, se si tratta di un problema di gestione della transizione, non si capisce perché i patti parasociali, che in merito sono ahimé chiarissimi, non possano bastare. La posizione della Vincenzi è, dunque, fragile e incomprensibile, ma soprattutto rischia di pregiudicare una futuribile evoluzione nella direzione della concorrenza e del mercato, cristalizzando gli assetti proprietari e trasformando sempre più queste operazioni di fusione, teoricamente necessarie a conseguire delle efficienze e delle sinergie, in semplici e inutili (ai fini industriali) operazioni di somma. Cioè: cambiare tutto perché ciascun ente locale mantenga il controllo diretto sui pezzetti di suo interesse.

Se i ghiacciai non si sciolgono abbastanza, riciclate le foto

Le foto costano, l'allarmismo è gratis. La soluzione razionale per l'ecologista socialmente impegnato ma col braccino corto, è economizzare sulle prime, come dimostra il blog Watts Up With That. Anche noi, nel nostro piccolo, avevamo sgamato il Corriere della sera, con un divertente Focus di Luigi Mariani.

venerdì 17 aprile 2009

Vincenzi-Chiamparino 1-0. Perde il mercato

La fusione tra Iride ed Enìa darà vita all'ennesimo carrozzone pubblico. Il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, ha ceduto alle pressioni del primo cittadino genovese, Marta Vincenzi, che vuole inserire a tutti i costi nello statuto del nuovo gruppo (e non solo nei patti parasociali che legano i due principali azionisti) una clausola secondo cui il 51 per cento del capitale deve restare in mani pubbliche. Chiamparino aveva più volte sottolineato come fosse interesse della società crescere e crescere bene, e che coerentemente i comuni avrebbero dovuto comportarsi da azionisti disposti a diluire il proprio controllo, pur di partecipare a un'impresa più solida e più forte. Purtroppo, Vincenzi e la sua maggioranza si sono impuntati, e adesso alcune voci (riferite da Quotidiano Energia) raccontano che Torino avrebbe solo apparentemente gettato la spugna, essendo in realtà pronta a mandare tutto all'aria per, si direbbe se fosse un matrimonio, incompatibilità caratteriale. Le tensioni tra i due comuni arrivano al termine di un'esperienza non proprio di successo, visto che Iride ha avuto seri problemi di governance, e si aggiungono al disastro di A2A e al terremoto dentro Acea, che hanno spinto molti - tra gli altri, Carlo Scarpa e Goffredo Galeazzi - a denunciare il ritorno del "neosocialismo municipale", che per la verità non se ne era mai andato. Il problema è che non solo la partecipazione degli enti pubblici all'azionariato delle utilities crea enormi problemi, se non altro potenziali, visto il ruolo che tali enti hanno nella regolazione dei monopoli tecnici che, non di rado, sono verticalmente integrati nelle municipalizzate stesse, ma anche, a questo punto, attuali. Se i comuni non volessero esercitare in modo pesante e invasivo il loro peso - come hanno fatto Roma con Acea, e Milano-Brescia con A2A - non avrebbero motivo di mettere a repentaglio operazioni industriali che tutti ritengono, teoricamente almeno, utili e sensate. Il problema è che i comuni non vogliono solo i dividendi (cosa pure tutt'altro che limpida), ma pretendono di disporre liberamente delle nomine sulle poltrone che contano (e che sono ben retribuite) e, presumibilmente, delle strategie aziendali. Se gli attori giocano col guinzaglio, al tempo stesso subendo abusi e godendo di privilegi da parte dei loro azionisti, come si può credere o pretendere che la concorrenza funzioni?

giovedì 16 aprile 2009

RWE in Turkmenistan

Se n’era parlato più diffusamente qui. Ora RWE, il secondo colosso energetico più grande di Germania e partner del progetto per la costruzione della pipeline Nabucco, tenta di accelerare i tempi dell’affrancamento turkmeno dalla Russia. Con l’intesa raggiunta oggi ad Ashgabat, ai tedeschi sono stati accordati i diritti per l’esplorazione dei giacimenti di gas nel Mar Caspio. Tra le possibilità allo studio anche un gasdotto che giunga in Europa proprio via Mar Caspio.

Soldi soldi soldi

La leadership europea sul clima? Questione di soldi. "L'Ue è leader del dibattito internazionale - ha detto il ministro dell'Ambiente ceco, Martin Bursik, in qualità di presidente di turno al termine di una riunione coi colleghi provenienti dagli altri Stati membri - Vogliamo tener duro e offrire una posizione di leadership anche agli Usa". Aggiungendo: "senza un pacchetto finanziario, difficilmente avremo successo a Copenhagen... Senza soldi non si va da nessuna parte. No money, no deal". Non risultano prese di distanza da alcuno dei suoi colleghi, né quelli ritenuti meno sensibili alla questione ambientale, né coloro che invece la bandiera verde la sventolano in ogni occasione. Nell'ingenuo candore di Bursik c'è una grande verità, che però raramente viene a galla in tutta la sua crudezza. Quando si dice clima, si intende soldi; e quando si dice politiche climatiche, si intende redistribuzione delle risorse. Il nodo essenziale da sciogliere è dunque se le politiche che si vogliono adottare siano (a) utili e (b) efficienti. Poiché c'è una grande evidenza che, almeno per quel che riguarda l'Europa, non siano né l'una né l'altra cosa, sarebbe opportuno partire da qui per immaginare una strategia più sensata ed efficace. Altrimenti, resta il sospetto - più del sospetto, in verità - che l'interesse per il futuro del pianeta sia inferiore a quello per il grasso che cola dalle politiche del clima.

lunedì 13 aprile 2009

George W. Obama / Spot the differences

Si moltiplicano gli elementi di continuità tra George W. Bush, su politica estera, guerra al terrorismo, ambiente e clima. Oltre, naturalmente, al Piano Geithner, che è la prosecuzione del Piano Paulson con altri mezzi. Comunque, questo articolo di Roberto Menotti mi ha spinto a scrivere questo, dove sviluppo alcune riflessioni disordinate che avevo avviato su questo blog, e in particolare qui e qui. Le somiglianze tra l'ex presidente e il nuovo inquilino della Casa Bianca - al netto di differenze che naturalmente ci sono e nessuno vuole negare, per esempio nella retorica o sui temi "eticamente sensibili" - stanno tra l'altro divenendo oggetto di una vasta letteratura. Ne aveva scritto, in relazione alla guerra al terrorismo, Christian Rocca, mentre Giuliano Ferrara aveva riscontrato vari punti di contatto all'indomani del discorso di Obama a Baghdad. Ulteriori elementi li ha evidenziati Jackson Diehl sul Washington Post, ma il vero "pezzo forte" è, IMHO, l'analisi di Christian Brose, senior editor della rivista Foreign Policy (che ospita l'intervento) e, soprattutto, ex speech-writer di Condoleeza Rice. Unite i puntini e vedete voi se chiamarle coincidenze.

mercoledì 8 aprile 2009

2/ Venti di passione (tedeschi)

Girovagando sul web abbiamo scoperto che in Germania- come altrove d’altronde- esistono numerose associazioni di cittadini che protestano vibratamente contro l’installazione di turbine eoliche. In Baviera, ad esempio ne è nata una (Gegenwind für Mensch und Natur) con lo scopo conclamato di chiedere al governo regionale di rinunciare al folle disegno volto a ricoprire l’intera superficie del Land con impianti eolici, nonché di fissare per legge la distanza che le turbine (ormai sempre più alte, rispetto a quelle di prima generazione) dovranno mantenere dalle abitazioni e dagli edifici pubblici. Se guardate questo video, l’effetto che si ha nell’avere una pala rotante di fronte a casa non è davvero dei migliori. Ma di qui in poi, come nel caso dei rifiuti o del nucleare, entriamo nel campo della libera negoziazione e degli indennizzi. Carlo Lottieri lo ha spiegato tempo fa in un suo brillantissimo paper.
Tornando all’eolico. In questo eccellente servizio del NDR (Norddeutscher-Rundfunk) si ragiona sul fatto che, con il venir meno dell’atomo, verranno improvvisamente a mancare 20.000 megawatt e la Germania dovrà quindi concentrare i propri sforzi non tanto sul solare (che come ha spiegato Chicco Testa, rispondendo ad un delirante editoriale di Dacia Maraini, è prodotto in quantità risibili in Germania), ma sull’energia generata dal vento (potenza installata sinora: 32.000 Megawatt). Date le forti opposizioni della cittadinanza alla costruzione di impianti onshore, si punta tutto sui mega-parchi offshore di cui si è detto in passato. Paradossalmente, però, le zone della Germania del Nord nelle quali si trova e si troverà il maggior numero di turbine sono le aree che meno abbisognano di energia, la quale dovrà quindi essere trasportata verso Sud (in Nord-Reno Westfalia e giù fino alla Baviera) attraverso la rete. Rete che tuttavia deve essere ammodernata per sostenere il passaggio di quantità così ingenti di energia. RWE, colosso tedesco del settore, lo sta facendo. Ma la sollevazione popolare contro il potenziamento di una linea che passa vicino alle case e le cui conseguenze per la salute non sono ben chiare, è alta. I dimostranti chiedono che la rete sia interrata, in modo che i rumori vengano il più possibile limitati. Ancora una volta: ambientalismo contro ambientalismo. Gerd Rosenkranz, ecologista tedesco di primo piano, se ne è accorto ed ammette: “Per noi è davvero difficile. Il conflitto tra ambiente e difesa della natura è palese”. Ma poi ricompare la solita vena allarmista: “D’altro canto, se non si fa così, l’acqua potrebbe presto raggiungere Berlino…”. Insomma, se si dice sì all’eolico, allora bisogna anche concedere che la rete sia potenziata. E conseguentemente fare spallucce dinanzi ai timori della popolazione.
Quando poi il vento non batte, le cose si complicano ulteriormente, come il documentario mostra in maniera palmare. Ci sono giorni, in particolar modo d’inverno e d’estate, in cui in Germania c’è calma piatta e solo l’1% della potenza istallata è effettivamente attiva… Ecco perché è necessario proseguire sulla via del mix energetico, come chiedono i liberali e i democristiani.
Negli ultimi tre o quattro minuti del reportage si mostra infine la riunione di un gruppuscolo di cittadini, capitanati (non sgranate gli occhi!) da un politico locale dei Verdi. Di che si parla? Dei problemi arrecati alla cittadinanza dalle centrali eoliche. Non mi va di replicare quanto detto sopra. Le difficoltà riscontrate sono più o meno le stesse. Conclude Rosenkranz: “E’ vero. La costa, là sul Mare del Nord era molto più affascinante, quando non c’erano le turbine”...

Siamo troppi?

Gran parte delle discussioni sui temi ambientali in generale e climatici in particolare, finiscono per infilarsi - più o meno esplicitamente - nel vicolo cieco della sovrappopolazione. In fin dei conti, due sono i motivi per cui le emissioni di gas serra sono quelle che sono: "troppi" esseri umani consumano "troppo". Tra i due termini dell'equazione c'è una relazione biunivoca: siamo troppi proprio perché lo sviluppo tecnologico ci ha consentito di consumare "troppo" e dunque crescere e moltiplicarci, e consumiamo troppo perché siamo sei miliardi e passa anziché tre o due o uno, o dovunque vogliate mettere l'asticella. Del tema si occupa l'ultimo numero della rivista Aspenia, che ospita anche un mio pezzo nel quale cerco di spiegare perché la "sovrappopolazione" non è una minaccia, ma è un concetto impreciso che nasconde l'ansia di controllo. Non può esserci crescita, senza crescita demografica.

domenica 5 aprile 2009

I senatori e il clima. Risposta a Della Seta

Qualche giorno fa, ho commentato positivamente la notizia che il Senato aveva approvato una mozione proposta da diversi senatori del Pdl, tra cui i presidenti di tre commissioni, che invita alla moderazione sulla politica climatica. La mozione, sostanzialmente, chiede al governo italiano di impegnarsi in Europa e in ogni altra sede rilevante perché le politiche climatiche (a) riconoscano gli aspetti di incertezza scientifica, (b) considerino lo sforzo di adattamento ai mutamenti del clima prioritario rispetto a quello di mitigazione dei cambiamenti climatici stessi, (c) abbandonino la strada radicale ed estremista imboccata con le scelte europee e (d) in particolare vengano totalmente ripensate in relazione agli obiettivi sui biocarburanti.

Al mio post ha risposto, tra gli altri, il senatore del Pd, ed ex presidente di Legambiente, Roberto Della Seta, autore di una contromozione sul clima che è stata discussa (e sconfitta) contestualmente a quella votata dal Senato. Della Seta solleva, essenzialmente, tre punti: (1) La mozione del Pdl è "negazionista"; (2) in ogni caso si inserisce contromano sull'autostrada politica che ha portato molti governi, di sinistra e di destra, dalla Francia di Sarkozy agli Usa di Obama, ad abbracciare la "green revolution"; (3) infine, nell'attuale congiuntura economica gli investimenti verdi possono rappresentare uno dei tasselli per uscire dalla crisi.

Cercherò di spiegare perché non mi trovo d'accordo, concentrandomi principalmente su (2) e (3). Velocemente, invece, su (1): sebbene la mozione del Pdl sia ispirata chiaramente alla convinzione che le "prove" dell'effetto antropogenico sul riscaldamento globale siano insufficienti, non mi sembra che le sue parole possano essere definite "negazioniste". I senatori Pdl, e se è per questo neppure io, non negano che esista un fenomeno di aumento delle temperature, né che le emissioni di origine antropica possano parteciparvi. Negano che il fenomeno sia pienamente compreso e sottolineano che non è né scontato, né acquisito che la componente umana sia dominante rispetto a quella dovuta a cause naturali. Anche in risposta a un altro commento allo stesso post, per un quadro ragionevolmente completo e molto divulgativo della questione segnalo il libro di Guido Visconti, uno dei massimi esperti italiani di clima, Clima estremo. Un'introduzione al tempo che ci aspetta. Per un'analisi più ampia, che tocchi anche gli aspetti politici ed economici della questione, suggerisco invece la lettura dell'agile libretto di Nigel Lawson, Nessuna emergenza clima. Uno sguardo freddo sul riscaldamento globale.

Per quel che riguarda (2) e (3), si tratta di questioni distinte ma complementari. Anzitutto, è vero che le dichiarazioni della maggior parte dei leader politici occidentali, dal presidente americano ai suoi colleghi europei, siano in larga misura allarmistiche sul clima e favorevoli a promuovere massicci investimenti in questa direzione, e in particolare sulla ristrutturazione verde dei nostri sistemi energetici. La stessa politica europea del 20-20-20, su cui il governo italiano ha fatto una forte opposizione anche se non sempre efficace, si ispira a tale convinzione. Tuttavia, la distanza tra le parole e i fatti è abbastanza clamorosa. Per esempio, l'Ue finora ha prodotto più promesse che fatti, visto che le sue politiche non sembrano aver determinato una particolare riduzione delle emissioni dei 27 Stati membri. Unica, significativa eccezione è stato il 2008, anno in cui si è registrato, nei settori coperti dal mercato europeo dei fumi, una grande contrazione, dovuta però in larga misura agli effetti della crisi economica, che ha fatto crollare consumi di energia e produzione industriale. All'atto pratico, l'Italia si è trovata tutt'altro che isolata quando, a dicembre 2008, ha posto il problema della politica europea: perfino la Germania ne ha, seppure sotto traccia, fiancheggiato le posizioni.

Il motivo è direttamente riconducibile a (3), come abbiamo evidenziato sul Washington Times con Gabriel Calzada e Iain Murray: rifondare i nostri sistemi energetici sulle fonti rinnovabili non è un investimento, ma un costo. Se così non fosse, non servirebbero architetture di incentivi tanto complesse e costose come quelle adottate in Europa. Negli stessi Stati Uniti, sotto la retorica ambientalista di Obama si celano obiettivi men che ambiziosi: vale a dire, il semplice raddoppio della produzione rinnovabile (esattamente lo stesso obiettivo raggiunto dall'odiato George W. Bush). In altri casi, la patina verde nasconde una mera politica industriale, come nel caso del salvataggio delle Big 3 di Detroit. La realtà può essere sconfortante, ma il "green deal" difficilmente potrà produrre benefici economici (se non a livello locale: la politica industriale tedesca, attraverso gli obiettivi europei, scarica sui consumatori europei i costi necessari a sostenere l'industria verde nazionale, e in ogni caso è difficilmente replicabile, semplicemente perché quella nicchia è già presidiata da Berlino).

Al che, uno obietta: non contano i benefici economici, perché l'obiettivo è anzitutto ambientale. Forse. Ma se è così, perché allora non lo si dice chiaramente, evitando di illudere i cittadini? E, una volta acquisito questo, perché non si dice chiaramente anche che le politiche europee, in assenza di analoghi sforzi da parte almeno di Usa e paesi Bric, non produrranno alcun beneficio ambientale anche se fossero vere le tesi più allarmiste sul clima?

sabato 4 aprile 2009

Cdp/F2I/Terna. Cambia tutto per non cambiare nulla?

Il fondo per le infrastrutture creato dal governo di Romano Prodi, F2I, comincia a muoversi seriamente. Già da tempo in lizza per acquisire Enel Rete Gas, la società guidata da Vito Gamberale punterebbe a una quota del 70 per cento, forse addirittura dell'80 per cento. La trattativa col maggior operatore elettrico italiano, in esclusiva, dovrebbe concludersi il 24 aprile. Credo ci siano pochi dubbi sul suo esito, anche se - vista la situazione debitoria - il gruppo di Fulvio Conti ha tutto l'interesse a tirare la corda fino quasi al punto di rottura, allo scopo di massimizzare il valore di cessione.

Di per sé, comunque, la cosa non sarebbe particolarmente preoccupante, anche se si inserisce in un contesto poco chiaro e destinato a grandi evoluzioni, nell'ambito del quale un F2I aggressivo potrebbe giocare un ruolo molto preoccupante, come avevo scritto fin dalla creazione del fondo. Il problema diviene più complesso, però, se si considera l'ancora irrisolta situazione di Cdp, uno degli sponsor di F2I, e azionista sia di Enel, sia di Terna, di cui detiene, rispettivamente, il 10,35 per cento e il 30 per cento. La quota di Cdp in Enel è destinata inoltre ad aumentare, come conseguenza della ricapitalizzazione del gruppo per un valore di 8 miliardi.

Sull'attuale assetti azionario, grava la decisione dell'Autorità Antitrust, confermata dal Tar del Lazio e dal Consiglio di Stato, di costringere Cdp a uscire da Enel (o da Terna) per disinnescare l'evidente confitto di interessi. Infatti, la liberalizzazione del mercato elettrico italiano ruota attorno la scelta (corretta) di imporre la separazione proprietaria tra la rete nazionale di trasmissione dell'elettricità, di cui proprietà e gestione sono affidate a Terna, e gli operatori dei mercati liberalizzati a monte e a valle, tra i quali Enel è quello tuttora dominante, nonostante la sua quota di mercato si sia notevolmente ridotta in questi anni e si possa ormai parlare di un mercato ragionevolmente liberalizzato, come rilevato anche nelle analisi specifiche del nostro Indice delle liberalizzazioni. L'uscita dovrà concretizzarsi entro 24 mesi dalla decisione definitiva del Consiglio di Stato, vale a dire entro il luglio 2009. Cioè, dopodomani.

A questo punto, la situazione è la seguente: Cdp è, contemporaneamente, azionista rilevante di Terna e di Enel, ed è costretta a cedere l'una o l'altra per questioni di corretto funzionamento della competizione. Tuttavia, per decisione politica, la necessaria ricapitalizzazione di Enel avverrà proprio per opera della Cdp, allo scopo di evitare che la quota di proprietà pubblica (Tesoro + Cdp, oggi congiuntamento al 30 per cento) scenda sotto la soglia di blocco rendendo scalabile il gruppo (anche se lo sarebbe difficilmente per ragioni di dimensioni). Quale potrebbe essere la via d'uscita? Evidentemente, poiché esiste un fondo, F2I, dedicato proprio alle infrastrutture, e formalmente autonomo da Cdp, che pure ne è socio, il pacchetto di Terna in mano alla Cdp potrebbe essere trasferito a F2I, col risultato di cambiare (formalmente) tutto per non cambiare (sostanzialmente) nulla.

L'alternativa pratica, purtroppo, non sembra migliore (sebbene sia forse più probabile). In omaggio alla "mission" della Cdp, la "banca del governo" potrebbe liberarsi del pacchetto che detiene in Enel, cedendolo al Tesoro. Anche in questo caso, la forma sarebbe salva, ma la sostanza resterebbe immutata: l'elemento davvero fermo, infatti, è che, qualunque cosa accada e in qualunque condizione, lo Stato non rinuncerà al controllo della maggior impresa elettrica del paese, così come non rinuncerà al controllo delle altre compagnie della cui compagine azionaria fa parte, come Eni e Finmeccanica. E ciò a dispetto del fatto che ci sono molti modi, più o meno puliti, in cui un governo può interferire con le scelte strategiche di aziende e azionisti, con o senza la golden share.

Qualunque cosa accada, ammesso che sia una soluzione accettabile dall'Antitrust, ci troveremmo di fronte all'ennesima presa in giro e all'ennesimo tentativo di difendere a ogni costo il controllo pubblico sul mercato.

venerdì 3 aprile 2009

C'era una volta il cap & trade

Sono passati dodici anni da quando il Senato americano approvò all'unanimità la risoluzione Byrd-Hagel che sanciva il no alla ratifica di qualsiasi accordo per la riduzione delle emissioni che non avesse coinvolto anche i Paesi in via di sviluppo. Da allora, nonostante le apparenze, non molto sembra essere cambiato. Martedì scorso, il Senato ha infatti approvato a larghissima maggioranza (89 favorevoli, 48 democratici ed 41 repubblicani, ed 8 contrari) un emendamento al bilancio federale in base al quale qualsiasi provvedimento legislativo relativo volto a limitare le emissioni di gas-serra non dovrà comportare alcun incremento di prezzo per l'elettricità o per la benzina. Il che equivale a dire che nessun provvedimento potrà essere adottato. Il cap&trade in versione americana sembra essere morto prima di nascere.

giovedì 2 aprile 2009

Clima. Il Senato vota il buonsenso

Il Senato ha approvato ieri una mozione presentata, tra gli altri, da Guido Possa, Antonio D'Alì e Cesare Cursi (presidenti delle Commissioni, rispettivamente, Istruzione, Ambiente e Industria) sui cambiamenti climatici. E' stata presentata anche, senza successo, una contromozione, firmata da Roberto della Seta e altri. Cosa dice la mozione? Essenzialmente tre cose: che la scienza del clima è assai più incerta e complessa di come viene presentata nei documenti dell'Unione europea; che l'obiettivo strategico di contenere l'aumento della temperatura media globale entro i 2 gradi centigradi è del tutto al di là delle possibilità di intervento di Bruxelles; che le politiche climatiche dell'Ue rischiano di avere un significativo impatto in termini di costi, ai danni soprattutto dei consumatori, delle fasce deboli della società e della competitività delle nostre imprese. In considerazione di tutto ciò, il governo viene esortato ad assumere una posizione realista sia in sede comunitaria, sia nell'ambito delle negoziazioni internazionali sul clima. Non c'è nulla di stratosferico in queste parole, a meno che non si voglia considerare stratosferico il comune buonsenso. Semmai, si tratta - finalmente e coraggiosamente - della presa di coscienza che il clima, per quanto possa rappresentare un problema nel lungo termine, non può essere oggi la priorità della politica europea, e che soprattutto esso non può essere considerato una variabile indipendente. Le reazioni incredule e rabbiose dei professionisti dell'allarmismo non fanno altro che confermare la bontà di quanto fatto da questa pattuglia di senatori. Ora, il governo italiano ha la legittimazione e l'autorità per avversare con forza la follia comunitaria: avrà il coraggio?

domenica 29 marzo 2009

George W. Obama. Anche sul clima

Dopo le rinnovabili, il clima. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha scritto al premier italiano, Silvio Berlusconi, per chiedere la riattivazione del "Major economies forum" sul clima a margine del G8 di luglio, alla Maddalena. L'idea è buona, ma non è originale: come ricorda, tra gli altri, Andy Revkin sul New York Times (anche qui), si tratta della prosecuzione dell'iniziativa bushiana. L'ex inquilino della Casa Bianca chiamò a Washington i rappresentanti dei sedici paesi maggiormente responsabili delle emissioni di gas serra, per individuare una "road map" tecnologica verso il contenimento della CO2. Il meeting, che ebbe un follow up a Honolulu e poi ancora a Washington, è a sua volta figlio legittimo della Asia Pacific Partnership on Clean Development and Climate, di cui mi ero occupato assieme a Mario Sechi. Ironicamente, le organizzazioni ambientaliste e diversi rappresentanti dei paesi europei (e della stessa Commissione) avevano ferocemente criticato la mossa di Bush, vedendovi una sorta di "anti Kyoto" e, soprattutto, intuendo (in un certo senso correttamente) la delegittimazione che avrebbe investito le pletoriche adunate internazionali promosse dalle Nazioni unite. Ora Obama, che del clima ha fatto uno dei suoi punti di presunta distinzione rispetto all'amministrazione repubblicana, non solo segue le orme di Bush, ma addirittura ne adotta gli strumenti. Delle due l'una: Obama non è il redentore, oppure Bush, almeno sul clima, non era così male come dicevano.

sabato 28 marzo 2009

23 ore di luce

UPDATE: Anche per quel che riguarda la giornata di ieri, dai dati di Terna non emerge alcun successo dell'iniziativa. I consumi hanno sostanzialmente seguito le previsioni del gestore della rete, e probabilmente la manifestazione ha interessato qualche cittadino sparso e pochi enti pubblici. No pasaràn!

Le forze dell'oscurità tornano alla carica. Oggi il Wwf chiede a cittadini e istituzioni di spegnere la luce per un'ora, dalle 20,30 alle 21,30. E', in grande, lo stesso principio della manifestazione promossa, nel nostro paese, dalla trasmissione Caterpillar, "M'illumino di meno", di cui mi ero già occupato a suo tempo. Il principio e il messaggio sono, naturalmente, gli stessi, quindi non voglio ripetermi. Voglio però dire che queste richieste sono quanto di più anti-umano possa esistere. L'uomo è fatto per la luce; e durante i secoli della sua storia, il genere umano ha cercato di combattere l'oscurità inventando la luce e portandola dove prima non poteva arrivare. Aprire le braccia e il cuore al buio è una libera scelta di ciascuno, ma non può e non deve diventare imperativo politico. In fin dei conti, ciò non potrebbe neppure accadere, perché se qualcuno può essere disposto a fare un sacrificio tutto sommato modesto - spegnere occasionalmente le lampadine per un'ora ma, suppongo, non staccare il frigorifero o disattivare il riscaldamento - gli stessi sith ecologisti non si spingono oltre. Intanto, perché nessuno li seguirebbe. Nonostante i successi dichiarati, perfino i 10 minuti dello scorso 13 febbraio non hanno avuto alcun effetto discernibile. Infatti, come dimostrano i dati di Terna, il consumo registrato a quell'ora è stato superiore a quanto previsto dal gestore della rete (hat tip: Francesco Pieri). Il che significa che, quanto meno, non c'è alcuna ragione di cantare vittoria (per loro, io per quel che mi riguarda osservo con gioia i dati secondo cui la gente apprezza la magia dell'elettricità). E poi, non si spingono oltre perché non possono spingersi oltre. Perché la grandissima conquista della modernità è quella di consentire a tutti (nel mondo sviluppato, almeno: e il dramma sono quei due miliardi di esseri umani che non hanno accesso alla corrente) di poter liberamente decidere di estendere la luce sull'intero arco delle ventiquattr'ore. Alla loro ora di penombra, noi possiamo rispondere con 23 ore di luce.

venerdì 27 marzo 2009

Dove va il petrolio?

I prezzi del greggio continuano a tenere, e anzi non mancano le spinte rialziste, che ieri hanno portato il Wti oltre i 54 dollari al barile. Crescono, dato ancor più rilevante, i futures con scadenza al 2010, a indicare che i mercati stanno davvero vedendo la fine della crisi, o qualcosa del genere (il che, naturalmente, non significa che non possano sbagliarsi). Lo stesso Centro studi di Confindustria, che in questi mesi non si è distinto per ottimismo, prevede un prezzo in crescita, da una media di 44 dollari nel 2009 a una media di 53 dollari nel 2010 (anche questi dati potranno essere smentiti dai fatti). Se comunque le cose andassero davvero così, allora sarebbe il momento di porsi seriamente la questione dell'approvvigionamento, e dei nodi strutturali che, l'anno scorso, ci hanno portato a un soffio dai 150 dollari. E' vero che quella quota stratosferica scontava, probabilmente, una significativa componente speculativa, ma la speculazione non nasce nell'iperuranio finanziario senza radicarsi su una condizione debole dei fondamentali. Condizione che difficilmente potrà risolversi se, come sembra, le compagnie continuano a tagliare investimenti (nonostante vi siano, anche qui, segnali positivi: a conti fatti, la riduzione degli investimenti potrebbe essere meno vasta del previsto).

Una recente analisi del Cera, per esempio, afferma che circa metà dell'aumento della capacità produttiva previsto prima della crisi (7,6 milioni di barili al giorno, rispetto a una previsione di crescita da 94,5 a 109 milioni di barili/giorno nel 2014) potrebbe essere messa a repentaglio. Credo che all'interno di questa stima rientri la produzione da unconventional, che è il vero convitato di pietra di tutti questi dibattiti (compreso quello sulle implicazioni ambientali), e che è potenzialmente in maggiore difficoltà. La stessa stima del Cera potrebbe, tuttavia, essere pessimistica, e il punto di equilibrio potrebbe assestarsi da qualche parte tra i 101,4 temuti e i 109 sperati. Lo suggeriscono, per esempio, le indicazioni contrarie di altre società, altrettanto autorevoli, che, pur non eccedendo nell'ottimismo, lasciano intendere che la riduzione degli investimenti, specie da parte delle compagnie nazionali, potrebbe non essere così drammatica.

Di certo, all'uscita della crisi ci aspetta un ritorno di fiamma della domanda, dovuto non solo al riallinearsi su valori "normali" della produzione industriale, ma anche alla ripresa della crescita del mondo in via di sviluppo. Simbolo di questo fenomeno, come ha osservato Antonio Sileo sulla Staffetta, è la Tata Nano, che - a dispetto di tutti i problemi organizzativi e del momento non entusiasmante in cui si affaccia sul mercato - promette di condurre alla motorizzazione di massa delle economie emergenti. Ciò non toglie che nel lungo termine il petrolio tornerà abbondante, ma accresce il rischio di una rapida risalita dei prezzi nel breve termine. Non c'è nulla, nell'immediato, che si possa fare per impedirlo. Ma sapere che ciò avverrà, è il primo passo per uscirne sani e salvi.

giovedì 26 marzo 2009

Bye bye golden share

In un periodo in cui il liberismo se la passa male, finalmente una buona notizia: la Corte di giustizia europea ha condannato l'Italia a circoscrivere sostanzialmente i poteri che la "golden share" assegna al governo in Enel, Eni, Finmeccanica e Telecom. Nel mirino del massimo organismo della giustizia comunitaria, è entrata in particolare la vaghezza con cui sono descritte le condizioni che consentono il ricorso all'azione dorata, tra cui il diritto di opporsi nei confronti di soci che assumessero una partecipazione rilevante (oltre il 5 per cento) e il diritto di veto su delibere di scioglimento delle società e di trasferimento, fusione e scissione dell'azienda. L'Europa non chiede l'abbandono di questo strumento, ma solo l'individuazione di chiari limiti al suo utilizzo, che può essere giustificato solo in presenza di seri motivi di interesse generale, difesa, sicurezza e sanità pubblica. Ora, non bisogna farsi troppe illusioni: anche se l'Italia dovrà adeguare la sua normativa alle nuove indicazioni, ci sono molti modi in cui un governo può interferire con la vita delle aziende anche senza ricorrere formalmente ad armi come la golden share - lo dimostrano, tra gli altri, i recenti casi di Autostrade/Abertis e Telecom Italia col mancato ingresso della "cordata tex-mex", in cui gli investimenti stranieri sono stati bloccati attraverso forme di "mobbing", per non dire la mostruosa vicenda Alitalia. E tuttavia, il fatto che i poteri concessi dalla legge vengano smussati e che gli spazi di manovra dell'esecutivo a tutela degli assetti proprietari esistenti vengano ristretti, apre un piccolo spiraglio di libertà economica.

lunedì 23 marzo 2009

Le sabbie canadesi e l'economia globale

Il mondo dell'energia comincia a muoversi, e sul serio. E' di oggi l'annuncio della fusione tra le compagnie canadesi Suncor e Petrocanada, di fatto un'acquisizione della seconda da parte della prima che manterrà un pacchetto di controllo del 60 per cento del nuovo gruppo. L'operazione dà due indicazioni: (1) per le dimensioni, è un merger molto impegnativo (vale quasi 14 miliardi di dollari, ed è il più importante merger dal 2006, quando Statoil acquisì Norsk Hydro per 29 miliardi), il che indica che, per gli strateghi di Suncor, siamo nei dintorni del punto più basso della borsa; (2) entrambe le compagnie operano nelle sabbie petrolifere del Canada con progetti che sono ritenuti profittevoli col barile a non meno di 40 dollari, e in alcuni casi (secondo quanto riferisce il Ft, secondo me con una qualche sopravvalutazione) addirittura 100 dollari. Ora, questo suggerisce che l'aspettativa delle aziende sia, nel medio termine, un petrolo in crescita, come è lecito supporre, e soprattutto che adesso sia il momento di agire. Assieme ad altri indizi - a partire dalle quotazioni del greggio, che, anche al netto del recente ricupero, di fatto si sono stabilizzate da metà dicembre al di sopra dei 35/40 dollari - questo parrebbe indicare che, forse, si comincia a vedere la luce fuori dal tunnel. (Prezzi del petrolio stabili o in crescita indicano attese sulla domanda stabile o in crescita, che a loro volta sottendono un outlook non negativo sul futuro dell'economia).

martedì 17 marzo 2009

Tra turbine e pescatori

Torniamo a parlare di eolico. Se la Germania potrà fregiarsi di aver raggiunto anche solo il più modesto di questi target negli anni venturi, lo dovrà anche, se non in massima parte, alla costruzione dei cosiddetti Windparks nel mare del Nord e nel mar Baltico. Nel prossimo decennio dovrebbero infatti sorgerne 21 per un totale di circa 1500 turbine. Ma il BSH (l’ente federale per la navigazione e l’idrografia) è alle prese con altre settanta richieste di autorizzazione. Bene così? Niente affatto. In un articolo comparso sul settimanale Die Zeit l’altro giorno, si legge che, con le difficoltà attuali delle banche tedesche, vi sarebbe il rischio che molti di questi progetti non partano o partano in ritardo. E questo anche in ragione del fatto che i costi sarebbero lievitati molto nell'ultimo periodo. Di qui la richiesta della lobby dell’eolico di una concessione di aiuti più generosa, dato il periodo di vacche magre. Come se non bastasse, proprio in questi giorni il telegiornale nazionale dell’emittente televisiva ZDF ha mandato in onda un servizio che non aiuta molto la causa. I pescatori (di granchi per la precisione) facenti capo a svariati porti tedeschi, per via delle esternalità negative cagionate da questi impianti, vedono pesantemente minacciato il loro lavoro. Dagli ambienti dell’industria eolica si fa sapere che si comprendono certamente le ragioni dei pescatori, ma che il fine superiore della difesa del clima impone a tutti di non guardare al proprio orticello, bensì al bene comune. Un pescatore pare non aver gradito l’arroganza machiavellica dei salvatori del pianeta e si è così rivolto al tribunale amministrativo di Oldenburg. Vi informeremo quanto prima sull’esito del suo esposto. Ma non è finita qui, perché la costruzione di altri parchi (quello di Butendiek, ad esempio) rischia di danneggiare un'altra categoria di parchi, ovvero le aree protette. Nel dicembre del 2004 il BSH ha infatti rigettato la richiesta per l’installazione di turbine nel Mare del Nord proprio in ragione della tutela del patrimonio zoologico marino. Senza contare gli innumerevoli problemi destati dalla collisione di stormi di uccelli con le turbine. Tutte complicazioni fatte presenti anche da gruppi ecologisti (Nabu e WWF in testa), i quali chiedono controlli più rigidi sul rilascio dei permessi. Ambientalismo contro ambientalismo. Qual è quello originale?

lunedì 16 marzo 2009

All'Opec, all'Opec / 2

Come previsto, l'Opec temporeggia. Non potrebbe fare altrimenti, e questa non è una buona notizia, anche se - emerge abbastanza chiaramente dal comunicato dell'Organizzazione - si cominciano a intravvedere i primi segnali di rallentamento nella corsa verso il peggio. Forse, se anche non è ancora giunto il momento della ripresa, le cose non sembrano destinate a compromettersi ulteriormente in maniera drastica. Naturalmente, tutto può succedere, ma si colgono i primi segnali di cambiamento del vento, nella misura in cui gli andamenti petroliferi possono fornire informazioni utili a comprendere quello che accade all'economia in generale.

Oggi Klaus a Milano

Vaclav Klaus, presidente della Repubblica ceca e autore di Pianeta blu, non verde, sarà oggi a Milano per presentare il suo libro, a partire dalle 18,00 presso Palazzo Clerici. Le posizioni di Klaus, che per semplicità si possono definire come sanamente scettiche, riflettono non solo la preoccupazione per un processo di pericolosa ideologizzazione del dibattito sull'ambiente, nell'ambito del quale le questioni climatiche sono sempre più un paravento per l'adozione di politiche pericolosamente costose. C'è, al fondo, l'esperienza dell'uomo Vaclav Klaus che ha vissuto, subito e sofferto il comunismo: alcuni elementi di quella dittatura, il presidente ceco li rivede nelle attuali politiche ambientali. Non significa, ovviamente, che l'Europa voglia sostituire la falce e il martello col sole che ride: significa, piuttosto, che il controllo delle emissioni, con la creazione della gigantesca burocrazia che a esso dovrebbe sovrintendere, implica anche la pianificazione della produzione e del consumo energetico, e tramite essa dell'economia tutta. Non bisogna fasciarsi la testa prima che sia rotta, anche perchè, per ora, siamo su un piano quantitativamente (ma non qualitativamente) diverso. Ma sbattere la testa sul muro non è il modo migliore per mantenerla integra. 

mercoledì 11 marzo 2009

Ciao Gian

Ieri sera, se n'è andato Gian Turci. In silenzio, senza avvertire nessuno, senza stare male. Si è semplicemente spento. E' una grande perdita, per tutti. Ma lo è soprattutto per me. Non voglio fare retorica vuota: non voglio dire che Gian avrebbe salvato il mondo. Non l'avrebbe fatto. Non ci sarebbe riuscito. Gian apparteneva a quella rara e ammirevole categoria di persone che sono disposti a reggere contro tutto. Persone che si spezzano, piuttosto che piegarsi. Persono che possono essere sconfitte, ma non sottomesse. Gian è stato, per me, due cose. E' stato un amico, un compagno di strada per tanto tempo e in tante battaglie. Ed è stato una persona - non trovo una parola migliore - onesta: uno di quelli che puoi anche odiarli per quello che pensano, maledirli per quello che dicono, ma di cui non puoi negare la profondissima onestà intellettuale. Tant'è che, nella vita, Gian ha perso. La sua battaglia per i diritti civili e contro la barbarie del fascismo antifumo è stata una battaglia di testimonianza. Ha agitato la bandiera fino all'ultimo, sapendo di essere solo e in terra ostile. E' scappato dal suo paese d'adozione, il Canada, ed è venuto nel suo paese natale, l'Italia, per sfuggire alla persecuzione antitabagista: ha trovato gli stessi mostri - mostri ideologici, mostri proibizionisti, mostri dell'intolleranza - ad attenderlo. Ma vale per Gian quello che Giovannino Guareschi diceva di sé: non muoio neanche se mi ammazzano. Se l'immenso lavoro di documentazione che Gian ha fatto, solo e ostinato, sul sito di Forces Italiana resterà, così come resteranno i semi e la consapevolezza che Gian ha piantato nel cuore e nel cervello di tanti di noi, me compreso. A Gian non sarebbe piaciuto un ricordo melenso e drammatico: Gian, nonostante la rabbia che sempre si portava dietro per la rapida fine delle libertà che tanto amava, è sempre stato una persona allegra. Prendete il sigaro più prezioso, la marca di sigarette più ricercata o il tabacco più raffinato, e fumateli pensando a lui. Uno sbuffo di fumo lo raggiungerà dove si trova adesso. Lì, si può fumare in pace.

martedì 10 marzo 2009

George W. Obama

Qualche giorno fa scrivevo su EnergiaSpiegata.it dello iato tra l'Obama della fede e l'Obama della storia. Il primo stravolgerà il sistema energetico americano, affrancando gli Usa dalla dipendenza dal petrolio mediorientale e abbattendo le emissioni. Il secondo, più realisticamente, si impegna a raddoppiare il contributo delle fonti rinnovabili - in particolare, eolico, solare e geotermico - al fabbisogno americano. Questo obiettivo, anticipato dal segretario all'Energia, Steven Chu, è stato rilanciato dallo stesso presidente, durante la sua ultima audizione al Congresso. A differenza della rivoluzione verde, questo è un obiettivo realistico e, tutto sommato, non particolarmente sfidante. Al punto che, come ha scritto Robert Bryce sul Wall Street Journal (e poi ancora su Energy Tribune), non è nulla di più di quanto si è visto sotto il regno del vituperato George W. Bish (in parte giustamente, ma credo che il giudizio su di lui alla fine sarà meno impietoso). Nei tre anni 2005-2007, la produzione di elettricità da sole e vento è quasi raddoppiata. A questo punto, gli obamisti devono risolvere una questione: Obama è un falso messia, oppure anche Bush si merita la qualifica da profeta?

venerdì 6 marzo 2009

Trasparenza energetica

L'editoriale dell'Oil & Gas Journal (subscription required) di questa settimana dice una cosa molto giusta: il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, può fare tutto quello che vuole, per promuovere le fonti energetiche che gli garbano di più. Dovrebbe, però, avere l'onestà di dichiarare di fronte ai consumatori quanto spende e come, e in che misura ciò incide - di volta in volta - sulla bolletta, sulle tariffe energetiche, o sul bilancio dello Stato. Un aspetto importante è evidenziare il rendimento energetico della spesa pubblica. Secondo un rapporto del 2007 dell'Energy Information Administration, la spesa in incentivi quell'anno fu poco al di sotto degli 11 miliardi di dollari. Di questi, una grossa fetta andò al credito di imposta sulle fonti rinnovabili (2,37 miliardi) e nell'esenzione fiscale per i combustibili derivati da alcol (2,99 miliardi). Petrolio e gas, sovente accusati di godere di benefici ingiustificati, beneficiarono di poco più di 1,5 miliardi di dollari. Questo, naturalmente, non significa che tale sussidio fosse giustificato: vuol solo dire che era relativamente basso.

Questo per quanto riguarda le dimensioni. E sul rendimento? Nel 2007, prosegue l'O&GJ, i 3,2 miliardi di dollari spesi per incentivare i biocarburanti consentirono la produzione di 550 mila miliardi di Btu di energia: cioè, 5,82 dollari per milione di Btu. Nel 1981, anno in cui i sussidi per oil & gas raggiunsero il loro picco storico a quasi 11 miliardi di dollari reali del 2007 (si sarebbero poi drasticamente ridotti, per fortuna), essi consentirono la produzione di energia per 38,1 milioni di miliardi di Btu, cioè ebbero una resa di 29 centesimi di dollari per MBtu. In altre parole, i contribuenti americani - nell'anno della follia petrolifera - furono chiamati a spendere, per unità di energia generata, venti volte meno che nel 2007 sui soli biocarburanti. E il 2007, pur essendo stato un anno molto favorevole, offriva un piatto molto meno ricco di quello che i programmi dell'amministrazione Bush, e oggi dell'amministrazione Obama, lasciano intendere per il futuro.

Fate quello che volete, ma che almeno la gente sappia quanto paga.

mercoledì 4 marzo 2009

Venti di passione (tedeschi)

Beh, scusatemi, ma questo servizio confezionato da France 24 International lo trovo davvero un po’ comico. Non tanto in sé, ma per quello che sostengono gli intervistati. Andiamo con ordine.
Entro il 2020, anno nel quale le emissioni di gas serra dovranno essere ridotte del 40 per cento rispetto al 1990, la Germania prevede infatti di basare la propria produzione di energia elettrica per il 30 per cento sulle rinnovabili, per ora ferme al 14 per cento del totale. Come? Investendo tutto in turbine a vento, fonte non troppo costosa (tra i tre-quattro cent per kWh, secondo le stime più ottimistiche) e resa abbastanza competitiva rispetto ai combustibili fossili dalle cosiddette feed-in-law dei primi anni Novanta, le quali hanno garantito ai produttori da eolico (stessa cosa dicasi per il solare) la certezza di una tariffa fissa agevolata (e quindi superiore ai prezzi di mercato) per ogni kWh venduto alla rete.
-Ora, in questo magnifico e commovente servizio, l’immarcescibile Bärbel Höhn (Verdi) vuole convincerci che no, i cittadini tedeschi in questi anni non hanno pagato bollette più care, perché “le energie alternative hanno ridotto i costi per il consumatore”. Stupefacente. Se il buon senso da solo non basta, sarebbe sufficiente leggersi Wikipedia alla voce Feed-in_tariff.
-In secondo luogo, mi pare assai paradossale che la si meni continuamente con questa storia della concorrenzialità del vento (che conta oggi per circa il 6,5% della produzione totale di energia elettrica tedesca). Se l’energia eolica è competitiva, piace, costa poco e fa la fortuna dei consumatori, perché diavolo ci si dovrebbe preoccupare così tanto? Il mercato saprà approfittarne. Diamo tempo al tempo.
-In ultima istanza un problema di numeri, date e credibilità. Claudia Kemfert, economista del dipartimento energia dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW), assicura che nel 2020 l’intera quantità di energia prodotta da rinnovabili potrà aggirarsi intorno al 20-25% del totale. Secondo i calcoli di Björn Klusmann, direttore dell’associazione federale per le energie alternative, si potrebbe invece arrivare fino al 47%. Ora, qualcuno può spiegarci a che cosa siano dovute queste differenze (30-20/25-47) a dir poco abissali nelle previsioni?

Clima americano

Lo staff obamiano comincia le sue manovre di posizionamento verso il G8 e, soprattutto, l'appuntamento di Copenhagen. Obiettivo: mantenere l'aura di santità ecologica al minimo costo. Todd Stern, inviato speciale di Barack Obama per il cambiamento climatico, ha esortato il Congresso ad approvare entro l'anno una legge sulle emissioni, che crei un sistema di cap & trade analogo a quello europeo. Resto persuaso che sia una mossa tattica e d'immagine: Stern e Obama sanno che al Senato sarà difficile raccogliere i voti. Non solo per la tenace (si spera) opposizione repubblicana, ma anche perché si dovranno superare i mal di pancia dei democratici provenienti dagli stati manifatturieri e/o produttori di carbone. Aspettiamoci un'epidemia di influenza, quando sarà il momento.

Ciò non toglie che la Casa Bianca stia facendo della retorica climatica un tema centrale della sua azione. In parte questo è comprensibile: è un modo per allentare l'attenzione sulla crisi e sui deludenti effetti del piano Geithner. Ciò nonostante, le continue e reiterate promesse, fuori dalla campagna elettorale, dovranno trovare uno sbocco: potrebbe essere il lancio di un piano ambizioso da parte dell'amministrazione, destinato a sfasciarsi al Senato. E' quanto sostengono alcuni amici bene informati, che mi fanno notare come, in molti posti chiave, Obama abbia voluto piazzare degli estremisti scatenati (come Carol Browner e John Holdren), che difficilmente sapranno tessere la necessaria tela politica. Altri sono più pessimisti, e si aspettano che qualcosa, in effetti, verrà fatto.

David Schnare, uomo molto informato e attento, ritiene che alla fine verrà fuori un mezzo cap & trade. Dico mezzo nel senso che non si tratterà del piano ambizioso che i credenti nell'obamismo si aspettano (così come, più in generale, il nuovo messia non è ancora in grado di camminare sulle acque energetiche). Tutto ruota attorno a una questione tecnica: ammesso che sia necessario ridurre le emissioni, di quanto bisogna farlo?

David sostiene che le due persone chiave saranno il segretario all'Energia, Steve Chu, e il nuovo capo dell'Environmental Protection Agency, Lisa Jackson: a loro potrebbe spettare il compito di fare esplodere la bolla climatica. Lo strumento sarebbe questo: non definire il "cap" (da cui poi deriva l'impatto sull'economia americana) in funzione di un obiettivo climatico (riduzione della temperatura, concentrazioni di gas serra in atmosfera, oppure riduzione assoluta delle emissioni). Piuttosto, sceglierlo sulla base di una stima dei costi ritenuta accettabile. In pratica, si tratterebbe di decidere quanto spendere, e poi lasciar andare la macchina: in parole semplici, anziché fissare un obiettivo e raggiungerlo più o meno a qualunque costo (come si è fatto in Europa), Obama sarebbe orientato a fissare un limite di spesa e raggiungere l'obiettivo massimo compatibile con quel tipo di sforzo.

Non solo: questo consentirebbe all'amministrazione di prendere due piccioni con una fava. Un sistema di controllo delle emissioni in grado di generare gettito (quindi, una carbon tax o un sistema di certificati venduti all'asta) consentirebbe, Obama lo ha dichiarato apertamente, di finanziare le riforme che gli stanno a cuore, come quella del sistema sanitario o qualcosa di simile agli ammortizzatori sociali. Se questo è vero, Obama creerebbe un formidabile meccanismo ostile alla riduzione delle emissioni, perché una sensibile riduzione farebbe anche restringere la base imponibile e quindi il gettito della tassa/asta.

Si tratterebbe di un modo intelligente, da parte del nuovo presidente, di offrire qualcosa (ma non troppo costoso) a quella fetta della sua constituency che sbava di fronte alle politiche climatiche. Probabilmente, contenterebbe i campioni dell'ecologismo americano, alla Al Gore. Ma difficilmente potrebbero attaccarlo in modo aperto ed esplicito. Inoltre, gli Usa si renderebbero inattaccabili dal punto di vista internazionale. E' possibile che questo sia il punto di caduto dopo una traiettoria complessa, e la sintesi dei mille problemi che stanno sorgendo sul fronte delle politiche ambientali? Forse sì. Nel breve termine, si tratterebbe di un compromesso ragionevole: nel lungo, tuttavia, continuo a credere che sia pericoloso istituire un sistema di cap & trade. Come abbiamo visto in Europa, può essere uno strumento del demonio.

domenica 1 marzo 2009

Torna Robin Hood. Non è un paese per petrolieri

Un emendamento del governo al ddl Sviluppo, attualmente in discussione al Senato, propone l'aumento delle royalty sull'estrazione di petrolio e gas su terraferma (quindi non offshore) dal 7 al 10 per cento. Si tratta di un aumento di più del 40 per cento, formalmente allo scopo di creare un fondo per finanziare sconti fiscali sulla benzina nelle regioni produttrici. Nella realtà, si tratta semplicemente di un ulteriore balzello per allargare un rivolo di denaro a beneficio dell'erario. Una proposta simile faceva parte - assieme all'una tantum sulla rivalutazione delle scorte e l'aumento dell'aliquota Ires per le compagnie operanti nel settore dell'energia - del pacchetto originario della Robin Tax, da cui era poi stata cancellata per i suoi ovvi effetti controproducenti. Eravamo, infatti, nel giugno 2008, i prezzi del petrolio erano in rapida ascesa dai 100 dollari di gennaio ai 150 dollari di luglio per barile, e l'ultima cosa che si poteva desiderare era disincentivare la (pur limitata) produzione nazionale attraverso un inasprimento fiscale. Adesso ci troviamo in una situazione del tutto opposta, ma il problema non è diverso: il mondo sta scontando un eccesso di offerta, quindi c'è una tendenza da parte delle compagnie a cancellare i progetti non profittevoli. Un aumento fiscale rende meno convenienti attività che già, visti i costi connessi al sistema italiano e la non eccelsa qualità della maggior parte dei nostri greggi, col barile a 40 dollari non sono particolarmente esaltanti. Tant'è che la maggior parte dei paesi produttori si stanno muovendo in direzione contraria, facendo ponti d'oro alle compagnie che intendono restare e investire. Peggio ancora, nel progetto originale della Robin Tax (che con Piercamillo Falasca abbiamo criticato in questo paper) l'aumento delle royalty era subordinato al superamento di un prezzo di riferimento (per il 2008 sarebbe stato 55 dollari al barile). Oggi che quel prezzo di riferimento è un miraggio e un sogno per i produttori, quella condizione pare venir meno, tradendo il reale e neppure troppo nascosto scopo dell'operazione: generare gettito. Viene da chiedersi, ed è naturalmente domanda retorica, se qualcuno si sia mai posto il problema di qual possano essere le conseguenze, in termini di politica energetica e di rischio paese, di questi continui interventi contro interi settori industriali.

sabato 28 febbraio 2009

Ma Biblis chiude davvero?

Qualche giorno fa alcuni organi di informazione italiani hanno strombazzato la notizia apparsa sui principali media tedeschi, secondo cui d’ora in poi nella regione tedesca dell’Assia non verrà più prodotta energia dall’atomo. A monte di questa avventurosa affermazione, vi sarebbe la chiusura delle due centrali di Biblis A e Biblis B, tra le più vecchie ancora in funzione sul suolo tedesco (l’una risalente al 1974, l’altra al 1976). La scelta sarebbe insomma da ricollegare al piano di phase-out dal nucleare, deciso dal gabinetto Schröder nel 2000. Le cose in realtà sono un po’ più complicate di come vorrebbero spiegarcele le agenzie di stampa nostrane. Solo l’Ansa, per la verità, ha abbozzato un tentativo di chiarimento più approfondito.
In sintesi, la questione può essere riassunta così. Per decisione del gruppo energetico RWE, fino a metà settembre gli impianti di Biblis A e Biblis B rimarranno staccati dalla rete per “controlli” e “lavori di manutenzione”. Non per sempre quindi. Ma in via temporanea. Si tratta cioè di un modo come un altro per guadagnare tempo e far slittare in avanti la definitiva chiusura dei battenti dei reattori. E tutto ciò in attesa di due eventi: (a) l’esito della sfida per la Cancelleria tra Angela Merkel (Cdu) e Frank-Walter Steinmeier (Spd), (b) il verdetto definitivo della giurisdizione tedesca sulla possibilità di trasferimento di energia rimasta in reattori ormai spenti a quelli la cui vita si desidera prolungare. In generale l’Atomgesetz consente il trasferimento di quantità di energia soltanto da reattori più vecchi ad alcuni reattori più giovani. Nella fattispecie RWE ha invece richiesto il passaggio di 30 dei 107 TWh ancora presenti nella centrale renana di Mülheim-Kärlich a quella di Biblis A. Se ciò avvenisse Biblis spegnerebbe le luci nel 2011 e non nel 2010, come pare probabile. Nel marzo 2007 il Ministero dell’Ambiente ha tuttavia cassato la richiesta, sostenendo che Biblis A non è affatto contemplato dalle norme dell’Atomgesetz come eventuale centro di destinazione. Nel 2008 il medesimo Ministero ha respinto un altro tentativo di RWE volto a trasferire energia sempre a Biblis A dal reattore di Emsland. Dopo una identica bocciatura del tribunale amministrativo di Kiel, tocca ora al tribunale amministrativo federale esprimersi in maniera perentoria sulla vicenda. Per quanto riguarda Biblis B, invece, RWE potrà disporre di 21,45 TWh di Mülheim-Kärlich senza bisogno di autorizzazione. Fino al 2013 dovrebbe quindi rimanere attiva.

giovedì 26 febbraio 2009

Mafia eolica

Le infiltrazioni mafiose nel settore dell'eolico - che hanno portato all'arresto di otto persone - hanno scatenato una discussione molto ampia e interessante sui problemi del settore. Ne è una dimostrazione la lettera aperta di Carlo Durante (ad di Maestrale Green Energy), che riporto integralmente qui sotto. Il problema non è, ovviamente, la vicenda in sé: la criminalità ha le mani in una marea di business, senza che questi diventino "osservati speciali". Il problema sta nel fatto che le regole che sovrintendono le rinnovabili in Italia - e questo durante lo esprime con estrema chiarezza - sembrano fatte apposta per attirare individui dalle intenzioni poco limpide. Un processo autorizzativo incerto fornisce il brodo di coltura per la corruzione, perché crea un alveo di arbitrio nel quale le tentazioni sono tante e forti. Molti resisteranno, ma qualcuno cadrà. Ma il problema, come tento di evidenziare su Master Resource, è che la corruzione e la mafia sono la manifestazione patologica, ma il problema è fisiologico. Non è, in sé, la mafia a determinare extracosti, sebbene essa possa contribuire a scelte industriali o politiche inefficienti anche dentro un orizzonte di politicizzazione energetica. Il problema vero è che il business delle rinnovabili, finché dovrà vivere di sussidi di vario tipo (aiuti, obblighi, certificati vari, conti energia, eccetera), non potrà non essere politicizzato, e non potrà non generare casi come quello in questione. Per parafrasare un signore famoso, la cosa, la cosa in sé, è l'abuso!

Lettera di Carlo Durante

Mi chiamo Carlo Durante e tramite la mia azienda collaboro con parecchi sviluppatori, e a nostra volta siamo sviluppatori di parchi eolici.

Scrivo in seguito ai preoccupanti fatti di cronaca che vedono le mani della mafia allungarsi sulle energie da fonte eolica in Sicilia con la complicità di politici, burocrati e imprenditori.

Bisogna isolare i fatti, prendere le distanze e difendere la categoria degli onesti. Con ciò, non nego che il settore abbia visto spuntare personaggi che cavalcano il mercato delle rinnovabili con procedure e comportamenti non sempre chiari, fortunatamente confinati da noi operatori negli angoli del sistema, pur tuttavia in grado di infilarcisi.

Il loro atteggiamento, per ciò che ci è capitato di osservare, ha tre effetti: il primo è diminuire il moltiplicatore delle rinnovabili (il costo di questi sviluppatori riduce il profitto per il produttore di energia alternativa, che è stato creato per incentivare l’investimento in nuova tecnologia) e in cambio, il più delle volte, ottenere solo il “pezzo di carta” (spesso inutilizzabile). Il secondo effetto è di creare un sistema di “mance” al territorio (dai Comuni costretti a chiedere l’elemosina, ai proprietari dei terreni che si trovano la fortuna di vedersi piazzato un impianto su una proprietà il più delle volte abbandonata) spesso oneroso e ingiustificato, che sottrae ulteriore margine (peraltro anche illegalmente, ai sensi della finanziaria 2008, e in duplicazione rispetto all’ICI). E il terzo è di aver delegittimato una professione che in altri Paesi è stata la fortuna di imprese oggi notissime nel nostro settore – penso alle esperienze dei tedeschi e dei danesi, che negli anni passati ci hanno insegnato a sviluppare i parchi eolici e fotovoltaici, e sono letteralmente scomparsi dall’Italia perché sommersi dai loro cloni locali di basso livello, più agguerriti e scorretti. Ecco dunque che in Paesi dove la remunerazione e l’incentivo alle rinnovabili sono più contenuti che da noi, non solo il settore è cresciuto storicamente molto di più, ma si è creata ricchezza d’indotto anche in questo segmento, dello sviluppo, che è divenuto, a tutti gli effetti, una branca specialistica di un misto innovativo fra ingegneria, legale, finanza – il che si applica benissimo, peraltro, a tutto il settore delle infrastrutture, e non solo alle rinnovabili. Il danno complessivo è quindi importante, anche senza considerare l’impatto di immagine negativa che ne consegue sull’eolico in generale.

L’origine del problema è probabilmente da ricondurre ad almeno due cause: da un lato, l’intento fortemente speculativo che caratterizza in genere queste attività non può che prevedere un baricentro iperlocalistico per lo sviluppo dei progetti – in altre parole “bisogna parlare la stessa lingua”. Già qui un importante elemento di professionalità (neutralità di giudizio di fronte alle alternative di progetto) cade per la necessità di farsi intermediare dai locali – che accettano compromessi sub ottimali in cambio di rapidità di processo. Il secondo è dato dall’inadeguatezza delle regole legislative a monte dei processi autorizzativi - le Regioni hanno fino ad ora saputo legiferare più o meno solo in dichiarata difesa della salvaguardia del territorio, ma nulla hanno pensato per arginare il fiume in piena delle richieste di autorizzazioni. Il burocrate, insomma, ha pensato solo ad inasprire e rendere sempre meno certo e penoso il percorso autorizzativo (con grave danno per il settore) con ciò però senza bloccare l’apertura di migliaia di dossier improponibili se non del tutto finti: chiunque, ancora oggi e con poca spesa, può avviare un procedimento autorizzativo, e questo inflaziona e ingolfa il sistema – e l’opacità dei criteri delle procedure di valutazione (che ogni Regione inventa per sé in mancanza di un coordinamento nazionale) è il vero lievito degli atteggiamenti che portano anche alla malavita.

E qui emerge il punto da cambiare: le Regioni (e il Governo italiano attraverso la oramai ritardata emissione delle Linee Guida nazionali relative all’autorizzazione degli impianti da fonte rinnovabile) devono filtrare all’origine. E’ piuttosto semplice individuare le poche caratteristiche di concretezza di un progetto - quelle, intendo, più tecniche - e metterle come barriera all’ingresso del percorso autorizzativo: in sede di APER – l’Associazione Produttori di Energia Rinnovabile, di cui sono Consigliere, abbiamo stilato un decalogo del “corretto sviluppo di un impianto da fonte rinnovabile”. Senza entrare adesso in dettaglio, prendere spunto ad esempio da quel lavoro e porre come conditio sine qua non l’aver per lo meno seguito alcuni passaggi normali dello sviluppo tecnico di un progetto, distinguerebbe il progetto di carta da quello degno di essere analizzato e magari autorizzato.

Nella società di cui sono fondatore e amministratore delegato, Maestrale Green Energy, siamo circa una ventina di persone, tutte laureate, molti con master e dottorati di ricerca e anni di esperienza nel settore ambientale ed energetico. La fatica che facciamo prima di presentare un nuovo progetto e avviare le procedure di autorizzazione può durare anni, e investimenti rilevanti (tecnici: sopralluoghi, anemometri, verifica dei vincoli sul territorio, etc).

Quando leggo in alcuni articoli che “…la cantierabilità (…) dovuta a conoscenze adeguate presso le amministrazioni competenti”, posso assicurare che l’individuazione di un’area, di un territorio e il relativo inizio dei lavori sono costi, analisi, cambiamenti, abbandoni e ripartenze. Questo dipende semplicemente dal fatto che il progetto detiene tutti gli estremi, le caratteristiche imposte dalle leggi comunali, provinciali, regionali e nazionali, il che, assicuro, non è mai semplice, naturalmente se parliamo di sviluppo nel senso corretto del termine.

Voglio ricordare che operiamo in un settore estremamente giovane e in netta espansione, e del resto anche in una situazione di libero mercato. E’ chiaro quindi che se ad operatori industriali, come noi, si affiancano altri operatori, di taglio esclusivamente finanziario, che si accontentano di investire in concessioni pubbliche ad alto rendimento, bene, questo crea bolla e azzardo speculativo. E, per la cronaca, il credit crunch la bolla l’ha anche parzialmente dissolta: il nostro settore si trova all’improvviso in una situazione di minore finanziabilità. E’ chiaro che nel momento in cui le banche stanno molto più attente di prima a concedere credito, e lo fanno con criteri più stretti e a costi maggiori del passato, il prezzo delle autorizzazioni (e quindi il valore del “pezzo di carta”, quello che io definisco inutilizzabile) è rapidamente calato. Nella malasorte, questo fenomeno potrebbe diminuire il numero degli avventizi.

Infine, il fatto che ogni Regione decide per sé o delega a Province e Comuni. Proprio qui si annida il paradosso tutto italiano. In questo “scaricabarile” camuffato sotto la dicitura dell’attribuzione di competenza a più livelli, sia a monte che a valle dell’intero impianto legislativo. Con lo Stato che delega alle Regioni -senza emettere le Linee Guida Nazionali già citate- queste Regioni che nicchiano e ripartiscono le competenze tra Province e Comuni. Questi ultimi che, specie se piccoli, non hanno in organico personale tecnico/amministrativo capace di inquadrare la pratica, la richiesta, con l’ovvia reazione di rigettarla all’ente sovracomunale. Innescando, in questo caso, una sorta di sindrome di NIMBY burocratico, dove al posto del cortile si trova l’ufficio comunale.

Questo, in sintesi, il quadro in cui quotidianamente ci troviamo a operare. I punti sono chiari: eliminare alla radice il concetto di sviluppo a puro fine speculativo, attraverso Linee Guida Nazionali che dettino criteri semplici per filtrare i nuovi progetti all’ingresso del procedimento autorizzativo; eliminare il più possibile l’alea di incertezza nel percorso autorizzativo (ovvero il reciproco del precedente: chi ha studiato seriamente un progetto, lo presenti solo se certo che questo possa essere autorizzato); stimolare la crescita di un comparto professionale innovativo e multidisciplinare, quello del “vero” sviluppatore.

Mi auguro, naturalmente, che i recenti fatti di cronaca rimangano confinati ai casi che sono stati individuati e che sia chiaro all’opinione pubblica che il resto del sistema delle rinnovabili non è inquinato. Ancora una volta, è nella capacità di essere imprenditori, di saper rischiare, ciò che fa sconfiggere la malavita. Se invece prendiamo le rinnovabili con puro intento speculativo, continuiamo a foraggiare sistemi paralleli.

L'atomo (russo)-tedesco

I tedeschi non stanno a guardare. Se è vero che nel 2021 in Germania le luci si spegneranno, è altrettanto vero che altrove se ne accenderanno di nuove. Di qui l’accordo, che con ogni probabilità verrà siglato a fine aprile, tra Siemens e il monopolista russo Rosatom. Nei prossimi dodici anni Mosca ha in programma la costruzione di ventisei nuove centrali e a tale scopo intende servirsi della tecnologia del colosso tedesco. Ad anticipare la notizia è stato il quotidiano economico Handelsblatt.

Finanziare il nucleare

Ricevo, e volentieri pubblico, queste molto giuste considerazioni di Francesco Lo Passo della società Nera. Infatti, anche al di là dei dubbi che ho sollevato ieri, si sono una serie di questioni tecniche che dovranno, in qualche modo, trovare una risposta. Per ora, ci limitiamo a porre le domande.


La firma dei Memorandum of Understanding per la costruzione di impianti nucleari in Italia ha avviato il percorso che dovrebbe portare all'entrata in esercizio di almeno quattro reattori EPR fra il 2020 e il 2023, per un totale di circa 6600 MW di nuova capacità nucleare.

Come finanziare la costruzione della capacità? Sicuramente Enel ed Edf avranno un grosso ruolo, ma è prevedibile sia necessario il coinvolgimento di altri investitori. Che investiranno solo se avranno la ragionevole prospettiva di remunerare adeguatamente l'investimento (gli investimenti devono essere bancabili in ottica di project finance).

Poiché si tratta di investimenti con un orizzonte temporale molto lungo, questo implica stabilizzare costi e ricavi attesi dell'impianto. Supponiamo che non ci siano sorprese spiacevoli sul lato dei costi (cosa tutta da dimostrare, anche alla luce dell'esperienza recente, teniamo presente che la soluzione all'estero è di contrattualizzare a prezzo fisso circa il 50% dei costi e a costo variabile il residuo 50%) e concentriamoci sui ricavi. Un'ipotesi è la contrattualizzazione della capacità con contratti di lungo periodo che prevedano, ad esempio, un prezzo composto da una componente fissa (che remunera il costo della capacità) e una componente variabile che remunera i costi di effettivo funzionamento. Quanto deve essere la componente fissa e quanto la componente variabile dipenderà dalla volatilità dei prezzi e dal livello di rischio che le imprese vorranno assumersi. La contrattualizzazione, inoltre, dovrà essere effettuate con modalità che assicurino la concorrenzialità del mercato lato domanda e la conformità alla normativa EU in particolare sugli aiuti di stato.

mercoledì 25 febbraio 2009

Italia atomica?

La firma dell'accordo tra Italia e Francia significa che il nostro paese torna al nucleare? Chiaramente, no. Però è un passo concreto - rectius: è il più concreto dei passi finora compiuti. Non è, tuttavia, un passo privo di incognite. Anzitutto, al momento il governo non ha ancora predisposto - e se va bene lo farà entro la fine dell'anno, ma sono scettico - le norme che dovranno materialmente definire gli standard di sicurezza, il monitoraggio, eccetera. Si è parlato di un allineamento ai criteri vigenti in Francia, ma per ora sono ciacole. Secondariamente, restano da individuare i siti per le centrali atomiche. Oggi il Corriere parla di Montalto di Castro, mentre in passato si era discusso di Caorso. Ammesso che siano disponibili, sarebbero due, mentre si è parlato - per quanto in termini generici e non formalizzati, come nota Ugo Bardi - di quattro impianti, della taglia di 1,6 GW ciascuno.

Ora, prendendo per buono tutto questo, sorgono però alcuni seri dubbi. Dico dubbi, non criticità, perché di fatto tutto è ancora da chiarire e finché non si vedranno i dettagli - come ho scritto sul blog del Foglio - non si potranno esprimere valutazioni fondate. Primo dubbio: l'equilibrio raggiunto ieri prevede che capofila di qualunque iniziativa nucleare sarà l'Enel, comprimario Edf, mentre altri attori potranno recitare un ruolo secondario (Edison, in particolare, correrà sicuramente, se ci sarà l'occasione, e poi A2A ed E.On). Perché l'Enel? C'è stata una gara? Quale procedura di selezione è stata effettuata? In realtà, nessuna. Il comunicato dell'altroieri del ministero dello Sviluppo economico tradisce un retropensiero ben poco incoraggiante, cioé che questa sia un'operazione di politica industriale - cioè, un'operazione fuori dal mercato.

Secondo, e conseguente, dubbio: poiché, contemporaneamente, si decide che il nucleare italiano lo farà tutto un solo soggetto (cioè non c'è concorrenza nel mercato) e si identifica a priori chi è quel soggetto (cioè non c'è concorrenza per il mercato) siamo in presenza di una riduzione dello spazio competitivo. Facciamo due conti: quattro impianti da 1,6 GW ciascuno fanno un totale di 6,4 GW. Ora, mi rendo conto che i tempi sono lunghi ed elastici, quindi queste riflessioni lasciano il tempo che trovano. Tant'è, lasciatemi immaginare che questa capacità aggiuntiva venga trapiantata nel parco esistente, giusto per avere un'idea di cosa significa: la potenza efficiente netta esistente in Italia è pari a 89 GW, mentre la potenza media disponibile alla punta è 61 GW. Parliamo, dunque, del 10 per cento della potenza media disponibile alla punta. Supponiamo che i quattro impianti funzionino almeno 7500 ore/anno: arriveremmo a una produzione di 48 TWh. Aggiungiamo a questi i 50 TWh da fonti rinnovabili. Aggiungiamo altri 38 TWh da fonti assimilate Cip6. Totale: 136 TWh. Il totale della produzione elettrica in Italia è 314 TWh. Questo significa che più del 40 per cento della produzione finirebbe per essere incentivata (Cip6 e rinnovabili) o sottratta al mercato (nucleare). Per di più, il provvedimento in discussione al Senato prevede la priorità di dispacciamento per il nucleare, oltre che per le rinnovabili e i Cip6. Ribadisco: lo spazio di mercato sarebbe inevitabilmente compresso. Non dico compromesso, ma quasi.

Va pure detto che queste sono mere speculazioni, e che posso sbagliarmi in pieno (spero sia così, infatti). Non è neppure, credo, nell'interesse della stessa Enel essere esposta in modo così pesante: con un indebitamento a 61 miliardi di euro e una capitalizzazione di 26 scarsi, il gruppo in questo momento ha ben altre priorità (una delle quali, e certo non la più gradita, è garantire un dividendo a livelli, onestamente, folli, visto il crollo del titolo, le condizioni generali, e lo sforzo finanziario sotteso all'acquisto di Endesa). Ma soprattutto non è nell'interesse generale del buon funzionamento del mercato che il nucleare, anziché essere una possibile opzione verso cui il paese evolve per libera scelta degli operatori, sia un corpo estraneo trapiantato a forza nel tessuto energetico. Intendiamoci: ieri è stata celebrata la messa cantata, ma le decisioni vere devono ancora arrivare. Tutto si basa su intuizioni o notizie parziali, di volta in volta gonfiate o sminuite. Però, se il buon giorno si vede dal mattino, i cieli elettrici italiani sono burrascosi.

martedì 24 febbraio 2009

lunedì 23 febbraio 2009

Ritorno all'antico testamento

Questo comunicato stampa del ministero dello Sviluppo economico chiarisce, più e meglio di tante parole, il senso di frustrazione che chi crede nel mercato prova in questo momento. Il ministro, Claudio Scajola, riferendosi al completamento dell'operazione spagnola dell'Enel, parla di "un rafforzamento della politica energetica nazionale". Come se l'Enel non fosse un'azienda quotata in borsa e posseduta, per il 70 per cento, da soggetti privati. Come se l'Enel fosse ancora un braccio del governo e, dunque, uno strumento di politica energetica. Se queste sono le premesse, immaginate lo svolgimento. Ne parliamo domani.

All'Opec, all'Opec

Di fronte a prezzi petroliferi in continua caduta, cresce la tentazione, dentro l'Opec, di procedere all'ennesimo taglio produttivo. Secondo quanto riferisce la Staffetta Quotidiana, il presidente del cartello, l'algerino Chakib Khelil, avrebbe definito "molto probabile" che il prossimo meeting, previsto per 15 marzo, possa condurre a tale esito. A suo sostegno, avrebbe affermato che, senza le riduzioni precedenti (in particolare quella monstre da 4,2 milioni di barili/giorno deciso a dicembre a Orano), le quotazioni del barile sarebbe crollate in misura ancor più pronunciata. Forse è vero, ma non esiste un controfattuale. Inoltre, già adesso i paesi membri faticano a rispettare le quote: si è detto che il taglio effettivo è pari a circa l'80 per cento di quello dichiarato, ma Petrostrategies stima che il livello vero sia ancora più basso, attorno al 65-70 per cento, a causa delle difficoltà di paesi come Libia, Angola e Nigeria.

Ma il vero problema non sta lì. Il vero problema è l'Arabia Saudita che, sempre secondo Petrostrategies, ha già tagliato ben oltre necessario, collocandosi - con una produzione stimata a 8,05 milioni di barili / giorno - al di sotto della quota fissata a Orano. Lo stesso tema lo solleva, nell'ultimo Monthly Oil Report, il Centre for Global Energy Studies (che pure ritiene la produzione saudita leggermente al di sopra della sua quota). La questione non è più di natura politica, ma tecnica. Cioè, non riguarda la volontà o meno di Riad di accollarsi il ruolo (e i costi) di swing producer, ma la sua impossibilità di scendere sotto un livello minimo per non far calare oltre il consentito la produzione di gas naturale, che nel paese viene ricavato da giacimenti in cui è associato al greggio.

Nel momento in cui i sauditi si chiamassero fuori e caricassero l'intero peso di ulteriori tagli agli altri membri del cartello, difficilmente potrebbero venire da Vienna impegni credibili. Senza contare che, anche al di là della slealtà delle nazioni Opec, alcuni altri paesi produttori, come Brasile e Azerbaijan, stanno cercando di fare free riding sulle riduzioni altrui, e giocano a massimizzare la loro rendita tramite l'aumento dei volumi. Sullo sfondo, poi, si pone una domanda globale sempre debole e senza prospettive di riprendersi a breve. Insomma, si può gridare all'Opec quanto si vuole, ma questa volta più che mai il cartello non ha in mano alcun boccino.

giovedì 19 febbraio 2009

Petrolio. Prezzi giù, prezzi su

L'analisi trimestrale sui prezzi del petrolio della Fed di Dallas conferma le impressioni che, ormai, nel settore sono generalizzate. Forse per la prima volta, i prezzi petroliferi sono vittima, e non guida, delle tendenze economiche più ampie. E' la recessione - col relativo crollo dei consumi - ad aver depresso le quotazioni del barile, creando un eccesso di capacità produttiva come non si vedeva da anni. Tuttavia, si tratta di un fenomeno congiunturale, che molto probabilmente lascerà la strada aperta a nuovi rialzi quando usciremo dal tunnel (aumenti già anticipati dagli investitori, tant'è che il mercato è tornato in contango dopo un lungo e anomalo periodo in backwardation).

Che tiri un'aria di questo genere lo dimostrano anche, indirettamente, alcuni segnali. Intanto, la lista dei progetti cancellati causa crisi - pur lunga - riguarda principalmente compagnie nazionali dai paesi produttori o risorse non convenzionali, la cui redditività è venuta ampiamente meno e che, probabilmente, richiedono maggiore stabilità e prevedibilità (siamo tutti abbastanza certi che i prezzi torneranno a salire, ma non sappiamo quando). Inoltre, in diversi casi si tratta di rinvii, più che di cancellazioni vere e proprie. Intanto, però, altri grandi progetti avanzano, mentre la corsa al consolidamento del mercato ha ormai ingranato e c'è chi, tra una cancellazione e l'altra, inizia a intravvedere serie opportunità.

Anche sul fronte politico le cose stanno rapidamente evolvendo. Paesi come Venezuela e Iran - i falchi dell'Opec - stanno soffrendo più degli altri i morsi della crisi, per l'ovvia ragione che più degli altri avevano scommesso sui rialzi indefiniti dei prezzi. Al loro indebolimento si contrappone, e non è una sorpresa anche se lo è per la forza con cui ciò è avvenuto, il colpo che il re saudita Abdullah ha inferto alle forze islamiste radicali. Il mondo arabo sta guardando con attenzione alle dinamiche interne a Riad, perché questa forte presa di posizione a favore della moderazione potrebbe ridisegnare gli equilibri interni al cartello dei paesi produttori e garantire, nei prossimi anni, un clima di maggior stabilità. E', in fondo, nello stesso interesse dei produttori evitare di trasmettere un'immagine troppo bellicosa.

Nonostante tutto, la crisi sta facendo pulizia di tante vecchie incomprensioni.

martedì 17 febbraio 2009

Emmo za daeto

Non molti si sono accorti di un importante rapporto dell'Istat, secondo cui il gettito delle imposte "verdi" nel 2007 ha superato i 40 miliardi di euro, rispetto ai circa 22 miliardi del 1990. Si tratta di una montagna di quattrini, pari al 2,77 per cento del prodotto interno lordo italiano, contro una media europea del 2,56 per cento. Non mi pare che la stampa italiana abbia prestato la dovuta attenzione a questo dato, tranne un breve trafiletto sul Sole 24 Ore (ma in questi giorni ho visto i giornali in modo parziale e disordinato, quindi spero di sbagliarmi). Le imposte sull'energia valgono oltre due punti percentuali di Pil, mentre quelle sui trasporti fruttano all'erario una cifra uguale a quasi lo 0,6 per cento del Pil. Cosa significa questo? Che tutti noi, pur senza saperlo (e senza, beninteso, che ciò sia stato fatto intenzionalmente, in larga misura), siamo già chiamati a internalizzare i costi esterni - reali, presunti e fantasiosi - dei nostri consumi. Cioè, vuol dire che possiamo dormire sonni tranquilli e sentirci in pace col Creato; o, comunque, dovremmo sentirci più fieri (o fessi) dei nostri cugini europei. Ma se questo è vero, allora bisogna trarne una conseguenza politica di un certo peso; l'Italia già paga per l'ambiente. L'Italia già fa e già ha fatto. Cittadini e imprese già sopportano i costi, il peso e le inefficienze di quelle politiche che tanto faticosamente si tenta di introdurre in Europa, anche se lo fa in modo indiretto e inconsapevole. Nella misura in cui contano i fatti e non le intenzioni, dovremmo prendere consapevolezza di questo dato e farcene forza. Abbiamo già dato.

domenica 15 febbraio 2009

Occhio all'Arabia

Il rimpasto di governo effettuato da re saudita Abdullah ha una portata di primaria importanza, e non e' - forse - secondario il fatto che il sovrano abbia scelto proprio un momento di profonda crisi per farlo (la crisi, da queste parti, si fa sentire sia attraverso il crollo del valore dei capitali investiti, sia attraverso la riduzione del cash flow petrolifero via prezzo e via quantita'). Due rilevanti novita', dunque, si affacciano a Riad. Una, perfettamente colta anche dal Corriere della sera, consiste nella nomina di una donna, Norah Al-Fayez, a sottosegretario dell'educazione. E' la prima volta che una donna raggiunge una posizione tanto elevata (ma, mi fa notare un amico, non potra' comunque guidare!). Quello che sfugge al Corriere, ma che sottolineano per esempio il Wall Street Journal e il Kuwait Times, e' che Abdullah ha proceduto anche ad alcune nomine "pesanti" - il capo della banca centrale, anzitutto, e poi i ministri della giustizia, educazione, informazione e sanita'. Apparentemente, il sovrano arabo ha voluto dare una "sberla" al sentimento fondamentalista, allontanando persone a esso vicine (o comunque non sgradite) dai veri centri del potere. La mossa, dunque, ha un profondo significato sia nazionale, sia internazionale. Sara' interessante, adesso, vedere come il paese si allineera' rispetto alla crisi e rispetto alle sfide che inevitabilmente sorgeranno nel dopo-crisi. Ne cito una piu' o meno a caso: in questo momento, l'Opec sta cercando (invano) di svolgere la sua funzione di sempre, cioe' tamponare l'eccesso di offerta. E' tuttavia probabile che, quando il mondo tornera' a crescere (diciamo nel 2010, per ottimismo), tale eccesso sara' in larga misura riassorbito, e rapidamente. A quel punto torneremo, molto rapidamente, alle condizioni di (azzardo) dicembre 2007-gennaio 2008, col petrolio che probabilmente si collochera' nel range 70-90 dollari al barile. E con esso, torneranno probabilmente (salvo cambiamenti radicali e al momento imprevedibili) le tensioni interne all'organizzazione dei produttori: i sauditi, e la nuova conformazione del governo accredita questa tesi, saranno per la stabilizzazione, iraniani e venezuelani (se si saranno ripresi dal crollo delle oil revenues) vorranno di nuovo, come allora, tirare la corda. Dove si trovera' il punto di equilibrio? E' presto per dirlo ed e' impossibile provarci. Ma i sauditi sembrano muoversi per collocarsi sulle tradizionali posizioni moderate, e paiono spaventati dagli effetti che i cambiamenti di abitudini indotti dal petrolio a 150 dollari stavano inducendo nel mondo consumatore. Teheran e Caracas non ci sentivano e probabilmente non ci sentono, da questo orecchio. Ancora una volta: dove si trovera' il punto di mediazione?