giovedì 29 gennaio 2009

Per gli americani il Global Warming non è una priorità


Un recentissimo sondaggio realizzato dal Pew Research Center analizza tutte le questioni che la gente chiede al neo Presidente Obama di trattare come prioritarie. Il Riscaldamento Globale risulta all'ultimo posto della lista.
In testa, come prevedibile, le kitchen table issues: economia e lavoro innanzitutto.

Tra tutte le issue che hanno perso più consenso, quella climatica sembra davvero detenere il record negativo: un declino di 15 punti percentuali da Gennaio 2008 a Gennaio 2009 è una cosa sufficiente a ribaltare un'Agenda. Il calo sembra davvero bipartisan e il tema è relegato in fondo ai pensieri sia nell'elettorato democratico, sia in quello repubblicano, sai negli indipendenti.
Il presidente Obama, che in campagna elettorale promise delle policy attive sulla questione ambientale, dovrà giocoforza tenere conto di questa inversione di tendenza.

mercoledì 28 gennaio 2009

Obama. Le false promesse dell'indipendenza energetica

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha inaugurato il suo mandato sui temi energetici con lo slogan più ritrito della politica americana: l'indipendenza energetica. Che poi vuol dire indipendenza dal petrolio. Che poi vuol dire indipendenza dal petrolio arabo. Stringi stringi, è lì che si va a parare, tant'è che Obama ha pure schierato il secondo più frusto luogo comune della politica americana: che sia possibile "sconfiggere" la "minaccia" della dipendenza energetica attraverso un "green deal" che consenta la riconversione del sistema energetico americano. Se questo "green deal" non si è mai realizzato, c'è un motivo: il costo a esso sotteso è insostenibile, e lo è più che mai in un momento come quello attuale. Del resto, l'unica indiscutibile affermazione di Obama è che la promessa dell'indipendenza energetica la si sente recitare fin dai tempi di Richard Nixon, senza che poi si arrivi mai (fortunatamente) al dunque. Ne ho scritto sul Foglio di oggi. Ma del tema si sono occupati, tra gli altri, anche Mike Lynch in questo splendido e nuovo Occasional Paper dell'IBL, Daniel Yergin in questo Focus, Arthur Laffer in questo editoriale sul Wall Street Journal, Robert Bryce in questo libro, e innumerevoli altre competenti e sagge persone. E' tanto difficile da capire, che quando i politici promettono il cielo, finiscono sempre per scavare la fossa?

lunedì 26 gennaio 2009

Riformare il mercato petrolifero?

L'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, intervenendo al Global Competitiveness Forum di Riad, ha tentato una diagnosi dei maggiori problemi dei mercati petroliferi (subscription required), con alcune proposte di terapia.

In primo luogo, ha affermato, c'è un problema di qualità dei dati, sia per quel che riguarda la produzione sia sui consumi, che rende difficile avanzare previsioni fondate. Le enormi asimmetrie informative inceppano anche il meccanismo di price discovery, contribuendo a causare i colpi di testa che abbiamo osservato. Per esempio, osserva Scaroni, l'International Energy Agency ha sistematicamente sovrastimato la domanda, spingendo gli operatori finanziari a comprare e comparare e comprare, anticipando uno scenario di prezzi in continuo rialzo. Ovviamente, come sappiamo, ciò non si è verificato: e non è vero solo per il biennio 2008/9, in cui la recessione ci ha messo del suo, ma anche per gli anni precedenti.

Una seconda piaga dell'industria petrolifera, a parere dell'ad dell'Eni, è il periodico ripresentarsi delle teorie sul peak oil, secondo cui la disponibilità di greggio sarebbe prossima a raggiungere il punto massimo (o l'avrebbe da poco sorpassato), e starebbe dunque per avviarsi su un sentiero di crescente scarsità e, a parità di altre condizioni, di prezzi sempre più alti. Queste teorie tendono a sottovalutare il ruolo equilibratore dei mercati e, oltre a ciò, tendono a sostituire una modellizzazione semplicistica alla realtà. In che modo queste teorie - che per Scaroni (e per me, si parva licet) sono sbagliate - possono influenzare il mercato? Grazie, appunto, alla scarsità di informazione. La credenza che il petrolio finirà e l'opacità spingono molti attori finanziari a muoversi su una strada allarmista, contribuendo così - in presenza di fondamentali relativamente deboli - a trainare verso l'alto i prezzi (salvo poi arrivare al collasso quando ci si rende conto di essere in presenza di una crisi da oversupply).

La speculazione è, infine, la terza piaga indicata da Scaroni. Su questo tema non sono d'accordo. La speculazione, nel senso "debole" del termine, svolge in verità una funzione importante, che è quella di segnalare le situazioni di tensione. Al netto della recessione, oggi non ci troveremmo, probabilmente, di fronte a un eccesso produttivo, anche se la domanda starebbe crescendo più lentamente del previsto (che è come dire che i consumatori non sono stupidi e reagiscono ai prezzi). La speculazione ha potuto influenzare così fortemente i prezzi del barile perché lo spazio tra domanda e offerta era stretto. Ed è vero che la scarsità di informazioni determina un ampliamento della zona di incertezza, ma è ugualmente vero che lo stesso problema esisteva anche nel passato, quando però né questo, né la componente finanziaria hanno potuto trainare i prezzi fino ai livelli osservati dopo l'inizio del nuovo millennio.

In sostanza, a me pare che vi sia una quarta e più profonda piaga a cui l'industria petrolifera deve sottostare e che non c'è modo, nel breve termine, di suturare: la politicizzazione del settore, sia nei paesi produttori che in quelli consumatori.

sabato 24 gennaio 2009

Se le parole cambiano più velocemente del clima

Le prime novità della presidenza Obama sono tutte concentrate sulla demolizione dei family values tanto cari a George W.Bush: aborto, stem cell research e altre questioni spinose sono riportate prepotentemente in auge, con buona pace di tutti gli uomini di fede che lo hanno votato. Ma si sa, le questioni morali non hanno una scadenza e appartengono all'universo valoriale di ogni generazione; le loro istanze si ripropongono sempre con puntualità, senza tuttavia perdere mai la loro forza.
La nostra ricerca delle novità nel nuovo corso liberal americano ci portà a provare a rintracciare una delle questioni che doveva rappresentare la svolta. Stiamo parlando della Green Agenda.

Quella che l'ex senatore dell’Illinois aveva promesso in tutta la campagna elettorale era una leadership globale, non per niente, il paragrafo finale di quello che era il suo programma dedicato all’ambiente era intitolato: “Restore U.S. Leadership on Climate Change”.
Con una certa soddifazione ci siamo riguardati lo spot-manifesto sul tema ambientale prodotto prima dell'estate. Era epoca di primarie, Hillary poteva ancora vincere la nomination Dem e la crisi finanziaria era lontana. Uno spot Tv, intitolato "Climate Change", ci ha riportato alla mente curiose evidenze.
L'AD esordiva così: «There are few issues besides energy that combine so many of the challenges we face today». Numero di volte in cui la parola "energy" è nominata nel discorso inaugurale, meno di un anno dopo: zero.

Lo spot continuava così: «We have the government that says climate change is a hoax. We have a can’t do, wont do, wont even try, instead of a goverment in Washington».
Numero delle volte in cui la parola Climate Change è adoperata nel discorso inaugurale: zero.
Proseguiamo: «We hear about rising global temperatures, it's because the fossil fuels we burn are damaging our climate».
Global temperature, climate, fossil fuel: ancora una volta Obama sembra aver dimenticato questi che erano dei veri e propri tormentoni della sua campagna elettorale. Numero delle citazioni durante la celebrazione del 20 gennaio 2009: ancora zero.
Il Tv AD si avviava così a conclusione: «The point is, the ideas on energy are out there. But we need the leadership to make it happen. We have no window to solve some of the problems we face». A distanza di qualche mese cosa rimane di tutte queste belle parole?

E' bastato il crollo del prezzo del petrolio per riportare nel dimenticatoio la gas issue, che qualche mese fa era tanto pressante per agli americani. Il pieno per i track si può fare di nuovo a prezzi accettabili e un inverno rigido ha rimesso a posto tutto il resto, a partire dalla presunta emergenza ambientale di causa antropica.
I media hanno iniziato a tacere sulla green issue dimostrando quello che abbiamo sempre sostenuto: che, a differenza dei family values, qui eravamo davanti soltanto ad una tendenza dettata da un particolare momento. Nel comizio di insediamento c'è solo un passaggio che riguarda l'ambiente: "We will harness the sun and the winds and the soil to fuel our cars and run our factories".
Adesso che le nuove priorità sono altre lo spot sembra dunque appartenere ad un'altra epoca, o meglio, ad un'altra Agenda. Come disse Silvio Berlusconi, guadagnandosi la fatwa dell'Unione Europa: parlare di clima in questi periodi di recessione è come se un malato di polmonite avesse come priorità quella di tagliarsi i capelli. Dunque buon lavoro al Presidente Obama, e un bentornato nella realtà.

venerdì 23 gennaio 2009

Russia-Ucraina. Problemi risolti?

Teoricamente sì. Con la firma dell'accordo tra Mosca e Kiev - un compromesso poco soddisfacente per tutti, probabilmente - anche quest'anno ci siamo messi in pace. A dire il vero, almeno in Italia le conseguenze delle scontro non sono arrivate ai consumatori, ma il sistema gas ha dovuto fronteggiare un calo di forniture senza precedenti, come spiegano Antonio Sileo e Clara Poletti su AgiEnergia. Altri paesi non sono stati così fortunati. Il problema, però, non è stato contingente, ma strutturale: nel senso che questa crisi non può dirsi effettivamente chiusa. L'anno prossimo, o al massimo quello successivo (molto dipenderà, naturalmente, dall'andamento dei prezzi e dal gap tra prezzi sussidiati e prezzi di mercato), saremo da capo. E' paradossale, ma lo scontro ha raggiunto l'apice proprio quando era meno necessario: in futuro, come accadde in passato, è probabile che il mercato torni in tensione e questo crei condizioni e pressioni tali da mantenere sotto controllo la conflittualità. Ma, soprattutto, abbiamo in un certo bisogno di prezzi nuovamente alti, perché solo così si potranno riattivare gli investimenti e creare le condizioni strutturali per un guadagno in sicurezza.

lunedì 19 gennaio 2009

Obama -1. Primo gelo

La luna di miele del presidente eletto degli Stati Uniti, Barack Obama, col variegato mondo ambientalista sembra già girare male. Intervenendo a un convegno del Worldwatch Institute, il capo dell'Ipcc, Rajaendra Pachauri, ha criticato l'obiettivo di Obama di ridurre le emissioni americane al livello del 1990 entro il 2020. Per Pachauri, Obama "ha corso da presidente degli Usa, quindi si è assunto la responsabilità" di una politica climatica "aggressiva". Ho già detto in passato di non ritenere affatto plausibile questo scenario, e resto della mia idea, anche alla luce delle nomine che ha fatto Obama: paradossalmente, nei posti chiave ha messo individui troppo schierati con un ecologismo ideologico per ottenere davvero quei risultati che da lui molti si aspettano. Se l'obiettivo è cambiare il sistema energetico americano - nientemeno - non si può affidare la missione a degli estremisti scatenati. Ci vuole la paziente tessitura di una tela politica ed economica. Un ulteriore indizio che questo non sta avvenendo sono le aperture nei confronti dell'industria del carbone, che più di tutte teme il giro di vite anti-CO2. Ovviamente, il nuovo presidente dovrà fare qualcosa per dar soddisfazione a un pezzo importante della sua constituency: probabilmente, amplierà i crediti d'imposta a favore delle fonti rinnovabili (compresi i biocarburanti). Forse promuoverà la nascita di uno schema di cap & trade volontario. Difficilmente, però, si impunterà sul lancio di una borsa delle emissioni vincolante sul modello europeo, e soprattutto non fisserà obiettivi irrealistici di lungo termine (mentre sparerà numeri a capocchia sul 2050 o il 2080). Altrettanto improbabile è, al di là di una generica disponibilità al dialogo, che gli Usa ratifichino (che è diverso dal firmare) trattati internazionali che abbiano le tre seguenti caratteristiche: (1) non includano in modo sostanziale le grandi economie emergenti; (2) abbiano obiettivi vincolanti di breve termine; (3) deleghino l'enforcement degli obiettivi a enti terzi, per esempio le Nazioni Unite. Se prima ancora dell'insediamento le aspettative più rivoluzionarie vengono gelate, è possibile che nei prossimi anni Obama si rivelerà un presidente pragmatico. Del resto, il ragazzo non è sciocco: vuole la rielezione, tra quattro anni. O no?

domenica 18 gennaio 2009

Confusione elettrica

Il tentativo di riforma della borsa elettrica, col passaggio dall'attuale sistema di marginal price al pay as bid, sembra ormai andare alla deriva. La versione originale del provvedimento era piuttosto surreale, nel senso che pretendeva, in appena 60 giorni, di rendere operative le modifiche (che nell'unico paese ad aver seguito questa strada, la Gran Bretagna, sono state precedute da una lunga e utile consultazione pubblica tra e con le parti interessate). Questo aspetto è poi venuto meno, e con esso sono state modificate le parti più spigolose del decreto. Poi, però, sono subentrate complicazioni politiche. Gli sponsor dichiarati del cambiamento sono il responsabile energia di Confindustria, Antonio Costato, e la Lega. Entrambi esprimono lo scontento delle imprese settentrionali, chiamate a pagare le inefficienze del sistema elettrico meridionale attraverso lo strumento infernale del Pun (prezzo unico nazionale). I parlamentari meridionali del Pdl si sono così mossi per arginare la spinta nordista, e hanno incassato l'appoggio del governo su un ordine del giorno che prevede il mantenimento, anche nel futuro assetto della borsa, di una tariffa (sic) unica nazionale. E' vero che, teoricamente, il pay as bid potrebbe in qualche modo essere compatibile con l'uguaglianza territoriale dei prezzi, ma se così fosse verrebbe meno l'aspetto più interessante della riforma (sotto il profilo sostanziale, del resto, non sembra esserci un'enorme differenza, tra i due meccanismi di price discovery, almeno nel medio-lungo termine). Il problema, a questo punto, è duplice. Da un lato, non si capisce dove il governo voglia andare a sbattere la testa, ammesso che abbia una idea condivisa (si dice, per esempio, che il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, avrebbe opinioni diverse rispetto al tandem Calderoli/Tremonti). Dall'altro, l'incertezza sottesa alla riforma - che è rispecchiata chiaramente dai numerosi punti interrogativi lasciati aperti dal decreto - sta già creando problemi al neonato mercato dei futures (subscription required), che fatica a esprimere previsioni. Con esso, naturalmente, sono destinati a soffrire gli investimenti, perché le strategie aziendali dei produttori (e della rete) cambiano a seconda delle regole del gioco. Il punto, che continuamente sembra essere ignorato dall'esecutivo, è che questo tipo di riforme non le si possono fare senza colpo ferire, tanto meno se non si ha un progetto chiaro che si è determinati a seguire fino in fondo. C'è un filo rosso di metodo che lega episodi apparentementi diversi, come la Robin Tax, il rilancio del nucleare (*) e la riforma della borsa elettrica, ed è l'esplicito disinteresse per le esigenze degli operatori del settore, di volta in volta, coinvolto. Che non significa darsi all'inciucio o alla politica corporativa, ma condurre un dialogo - se si vuole, duro - con chi dovrà subire o godere le conseguenze delle riforme. Non si può pensare di cambiare regole fondamentali facendo cucù.

(*) A proposito: aspettatevi, tra qualche mese, un nuovo decreto che rimanderà al 31 dicembre la scadenza per l'emanazione delle guidelines, che il Mse avrebbe dovuto pubblicare entro il 31 dicembre 2008 e attualmente sono state rimandate al 30 giugno 2009.

giovedì 15 gennaio 2009

If only...

Stoccaggi: bene Scajola, ma perché non parla di liberalizzazioni?

Sul Sole 24 Ore di oggi, un informato articolo di Carmine Fotina riferisce le parole e interpreta i pensieri del ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, sulla crisi del gas. Il ministro non ritiene che lo scontro tra russi e ucraini possa avere particolari conseguenze immediate per l'Italia, grazie alla combinazione tra ampia disponibilità di metano negli stoccaggi e riduzione dei consumi (causa recessione). Scajola riconosce, però, che è la congiuntura disgraziata a salvarci - in un certo senso, si stava meglio quando si stava peggio - e ammette che il nostro paese ancora soffre di una carenza di stoccaggi. Propone, quindi, di creare condizioni perché ne siano realizzati di nuovi, in particolare sveltendo i meccanismi burocratici e autorizzativi, a partire dalle novità introdotte dal decreto anticrisi. Mi sembrano parole sagge. Inoltre, egli sottolinea che - per rendere più efficiente e sicuro il sistema europeo del gas naturale - occorre premere l'acceleratore sull'integrazione dei mercati. Anche questo è positivo. Scajola lascia intendere, secondo quanto riferisce Fotina, pure la possibilità di erogare incentivi a favore delle nuove infrastrutture, nel caso le semplificazioni non siano sufficienti. Questa mi pare, invece, una risposta sbagliata a un problema reale.

Occorre, infatti, riconoscere che le due questioni sollevate dal ministro - la carenza di stoccaggi in Italia e la mancata integrazione dei mercati europei - sono intimamente connesse. Entrambe, infatti, derivano da un contesto che non è ancora pienamente concorrenziale, e nel quale, in particolare, gli stoccaggi (come le reti) sono largamente in mano a monopolisti verticalmente integrati. Se davvero il ministro crede che questi ostacoli vadano superati, e non meramente aggirati, si deve impegnare per riportare il tema delle liberalizzazioni nell'agenda europea. Non si può pensare, infatti, di uscire dal vicolo cieco senza percorrere la strada della separazione proprietaria di reti e stoccaggi. Scajola dovrebbe, pertanto, presentare una proposta concreta in questo senso: altrimenti, le sue parole resteranno scritte sulla sabbia.

Hat tip: Riccardo Gallottini.

martedì 13 gennaio 2009

La Germania e il nucleare

In questi due miei servizi per AGI-Energia ho tentato di fare il punto della situazione sul nucleare tedesco. Rebus sic stantibus, Berlino dovrebbe completare il suo percorso di phase-out nel 2021; d'altra parte, il rinnovo del Parlamento federale a settembre potrebbe porre le basi perché la fuoriuscita venga ritardata. Tutto dipende quindi da chi governerà la Germania di qui al 2013. Liberali e democristiani sembrano intenzionati a rivedere la strategia decisa dall’esecutivo rosso-verde nel 2002, dilatando di una decina d’anni i tempi. Il rischio è infatti quello di ritrovarsi dall’oggi al domani con uno stock insufficiente di energia disponibile. E questo perchè, oggi come oggi, le fonti rinnovabili sono in grado di soddisfare soltanto un fabbisogno minimo. I Verdi, peraltro, vorrebbero dire addio anche al carbone. Soluzione che però non viene considerata realistica nemmeno dall’Spd... Insomma. Si discute vivacemente. Con ogni probabilità, l'Energiepolitik sarà al centro della campagna elettorale dei prossimi mesi. Vale la pena buttarci un occhio.

Buona lettura.

domenica 11 gennaio 2009

Gas. Capire la crisi

Come era prevedibile, la crisi del gas tra Russia e Ucraina si sta avviando verso la conclusione. Con l'avvio del monitoraggio dei flussi del gas, i problemi - almeno quelli più seri - dovrebbero rientrare, perché verrà meno la possibilità, a cui entrambi i contendenti hanno fatto ampio ricorso, di barare sui metri cubi. Lo scontro, dunque, è stato questa volta lungo e profondo - assai più che nel passato - ma non abbastanza da creare disruptions che non fossero locali sul mercato di valle, cioè nell'Unione europea.

La questione non è, però, meno seria se la si guarda nel lungo termine. Per quanto Russia e Ucraina si siano sempre mostrati, per quanto possa apparire paradossale affermarlo oggi, partner affidabile, il livello polemico è alto e senza prospettive di miglioramento nel medio termine. Questa mappa interattiva del Financial Times aiuta a comprendere i termini della questione, per l'Europa. Attualmente, non si può fare a meno - neppure temporaneamente, se non in condizioni eccezionali e (a Dio piacendo) non replicabili come quelle attuali - del gas russo, e non si può fare a meno dei gasdotti ucraini.

Come uscirne? Non c'è una via breve, non c'è una via semplice, e non c'è, soprattutto, una via gratis. L'unico modo non per annullare, ma per ridurre, gli impatti di simili crisi è quello di diversificare le fonti di approvvigionamento del gas (attraverso rigassificatori e nuovi tubi) e le risorse energetiche utilizzate (ampliando carbone, nucleare, e rinnovabili). Ciascuna di queste mosse ha un costo e dei tempi tutt'altro che bassi. Inoltre, occorre prestare particolare attenzione al trade off che c'è tra maggiori costi e maggiore sicurezza: dove sta il punto di equilibrio accettabile? E, soprattutto, chi può deciderlo, se non il mercato?

Ultimo punto: come la virulenza dello scontro di quest'anno sembrerebbe dimostrare, quando Mosca e Kiev sentono minor pressione, tendono ad alzare il volume della conflittualità. Quindi, c'è il rischio, almeno teorico, che riducendo la dipendenza dal gas russo via ucraina, cioè minimizzando l'impatto delle crisi, l'Europa potrebbe porre le condizioni per aumentarne la probabilità e ridurre i freni che impediscono ai due paesi di incornarsi. Ancora una volta, è importante estendere le condizioni di mercato anche oltre i confini dell'Ue, per quanto ciò possa sembrare e sia difficile. I vincoli commerciali rendono più costosi gli scontri politici. Il mercato non serve solo a rendere più efficienti le forniture di gas, ma anche a rendere più pacifico il contesto in cui avvengono.

venerdì 9 gennaio 2009

La virtù dello scetticismo

Il presidente della Repubblica Ceca, Vaclav Klaus, viene sovente accusato di essere uno "scettico": scettico nei confronti dell'Unione europea, scettico verso l'interventismo pubblico, scettico sulle certezze del cambiamento climatico. Una cosa che mi ha sempre stupito è proprio questa: che il termine "scettico" sia considerato e utilizzato alla stregua di un insulto. Se cerco sul dizionario, così viene definito: "chiunque ostenta la propria incredulità o fa mostra di non poter accogliere alcuna affermazione o principio come validi in assoluto". Lo scetticismo è il "dubbio sulla validità di una teoria, di un progetto, di un principio" (Dizionario Dir). Se cambio vocabolario, scopro che il contrario dello scettico è il "credulo, certo, convinto, credente, ottimista" (Dizionario dei sinonimi e contrari, Zanichelli). Quindi, lo scettico - che lo sia sull'Europa, sul clima, sull'intervento pubblico o su tutte e tre le cose - non è automaticamente un contrario, ma solo uno che vuole capire a fondo cose, teorie e progetti, prima di aderirvi.

L'intervento di Klaus pubblicato un paio di giorni fa dal Financial Times e disponibile, in lingua italiana, sul sito dell'IBL, va letto proprio in questi termini. Ed è importante leggerlo e comprenderlo, perché si configura come una sorta di manifesto della presidenza ceca dell'Unione europea. Klaus non è avverso all'Ue, anzi, è chiaro che è un grande fan di tutte le buone cose che sono state realizzate grazie alle direttive comunitarie: la liberalizzazione dei mercati, l'integrazione dei paesi che ne fanno parte, le maggiori e migliori condizioni in cui gli europei possono spostarsi, confrontarsi e commerciare. Klaus non crede, però, che l'unificazione del vecchio continente (e tutto ciò che viene nascosto o contrabbandato sotto tale etichetta) sia di per sé buono e utile. Per tanto, opera dei distinguo, screma il bene dal male. Lo stesso vale per le politiche ambientali e per gli interventi che vengono discussi in questi giorni per reagire alla crisi finanziaria mondiale. Nel valutare i vari provvedimenti, egli è forte - come racconta Antonio Martino - della drammatica esperienza di vita che ha dovuto affrontare. Cioè, aver vissuto per tutta la prima parte della sua vita in un paese che è stato compresso sotto la cappa del comunismo. Una cappa terribile, perché ha portato via a intere generazioni la libertà e con essa la possibilità di realizzarsi e costruire la propria ricerca della felicità.

Ho avuto l'occasione e la fortuna di discutere di queste cose con due cari amici. Uno di loro è ceco: mi raccontava quanto fosse terribilmente efficace il comunismo nel distruggere i legami famigliari. La paura di fare o dire qualcosa penetrava nelle case, nelle camere, ovunque. Questa paura, questa costante sensazione di essere spiati, ascoltati e giudicati impediva perfino l'esternazione spontanea e libera dei sentimenti. Letteralmente, rovinava la vita: perché il regime c'era sempre, e quando non c'era avrebbe potuto esserci. Non lo sapevi, e quindi ti comportavi sempre, perfino dentro le mura domestiche, con la massima circospezione.

Un altro amico è lituano, ha grossomodo la mia età, e ha una bambina che ha all'incirca gli stessi anni del mio. Chiacchierando, gli ho raccontato della gioia di mio figlio quando, un giorno, a casa dei miei ha trovato i dinosauri con cui giocavo da piccolo. In quel momento, lui si è rabbuiato e mi ha detto: "sai, mia figlia non potrà mai avere una simile occasione. Io non ho mai avuto dei dinosauri". Ho avuto la sensazione di aver fatto una tremenda gaffe, e sono stato male per lui.

Perché racconto queste cose? Non certo perché io pensi che il comunismo - quel comunismo - stia tornando, né che esso riviva interamente nell'Ue o nelle sue politiche climatiche e anticrisi. Né lo pensa Klaus. Ma se il presidente ceco afferma di trovare delle analogie, allora va preso tremendamente sul serio. Perché se ci sono elementi di quel sistema politico, che poi è rovinosamente crollato, i quali stanno rientrano dalla finestra, allora è possibile che anche le policies attualmente in discussione contengano in sé i germi del crollo. Non di un collasso altrettanto devastante, naturalmente: eppure, ogni frana lascia dei danni, e in alcuni casi dei morti e dei feriti. Essere scettici nei confronti di misure che contengono tali rischi non può essere un insulto. Dovrebbe essere un dovere morale, civile e politico.

martedì 6 gennaio 2009

Gli allarmisti soffrono il freddo

Sul Corriere della sera di oggi, Franco Foresta Martin – uno dei più convinti e vocali assertori delle responsabilità umane nel riscaldamento globale – apre la porta agli “scettici”. L’ondata di freddo che ha colpito il mondo, il ritorno dei ghiacciai, lo scorrazzare indisturbato degli orsi polari hanno cancellato decenni di propaganda ambientalista sulla fine del mondo? Certamente, no. Ma, soprattutto, sarebbe profondamente sbagliato da parte di chi, come me, non crede nella catastrofe, enfatizzare come le nevicate di questi giorni mandino in crisi i profeti del clima “sempre più caldo e secco”.

Sarebbe sbagliato perché le dinamiche del clima sono fottutamente complesse e imprevedibili. Quando parliamo di global warming, parliamo di un fenomeno che si dipana nei decenni e nei secoli. Bisogna saper distinguere tra i trend, se ci sono, e la variabilità, verso o l’alto o verso il basso. Una rondine non fa primavera, e un inverno non fa il global cooling. Naturalmente, sarebbe stato bello assistere ad analoghe ammissioni durante l’ondata di caldo del 2003, ma l’onestà non è di tutti.

Tuttavia, il lungo inverno freddo del 2008/2009, la forte piovosità dell’anno scorso (che doveva essere l’anno dell’Italia desertificata, ricordate?) forniscono delle indicazioni politicamente rilevanti. Vorrei evidenziarne tre.

1) Il clima varia. Oscilla moltissimo, di secolo in secolo, di decennio in decennio, e di anno in anno. Poiché la variabilità ne è – passatemi l’ironia – la cifra più costante, è stupido pensare le risposte politiche al cambiamento di clima come (a) definitive e (b) stabilmente orientate in una direzione. Infatti, anche se il clima si riscalda, può capitare un inverno freddo, di fronte al quale non bisogna farsi cogliere impreparati; e anche se il clima si riscalda, potrebbe tornare a raffreddarsi. Quindi, le politiche del clima, se devono esserci, devono essere flessibili e adattabili. Devono, cioè, attribuire maggior peso all’adattamento – che è adattamento non a un cambiamento di condizioni, ma al continuo cambiare delle condizioni, che è cosa diversa – e meno alla mitigazione.

2) Una ulteriore ragione per cui la “mitigazione” del global warming è una politica di corte vedute viene proprio dall’articolo di Foresta Martin. Gli scienziati intervistati, alcuni dei quali non hanno risparmiato negli scorsi anni accuse alla CO2 antropogeniche per qualunque fenomeno deviasse dalla media (cioè qualunque fenomento), ci informano che esistono delle “cause naturali”, cioè non controllabili, dei cicli (ripeto: cicli) climatici. Ci informano anche del fatto che queste cause naturali possono, occasionalmente o sistematicamente, sovrastare le più o meno presunte “cause umane”, che quindi sarebbe saggio e onesto definire “concause”. Ci informano, infine, che “dovremo aspettare qualche decennio”. Scusate se ripeto, scandendo, perché credo di averlo scritto anch’io, nel mio piccolo, qualche decine di migliaia di volte: “do-bia-mo a-spet-ta-re qual-che de-cen-nio”. Cioè, provo a dirlo con parole mie, la questione climatica – che è potenzialmente una questione seria – non è un’urgenza. Se per capire dobbiamo aspettare qualche decennio, per agire possiamo aspettare almeno qualche anno. E le azioni che dobbiamo intraprendere devono essere strutturate in modo da potersi adattare a eventuali cambiamenti imprevisti.

3) Se tutto questo è vero, allora è vero anche quanto segue:
3.1) Gli scienziati non hanno ancora capito il clima. Non sono in grado di spiegarlo. Quindi non sono neppure in grado di prevederlo. Quindi non esiste un “consenso” da cui deviano solo pochi farabutti prezzolati (leggete il libro di Stefano Caserini, “A qualcuno piace caldo”, e se lo conoscete fategli sapere che gli va bene che né io, né gli altri citati siamo tipi da querela). Esiste un – fatemi gustare questa parola magica – dibattito scientifico volto a comprende ciò che ancora non sappiamo. Nulla, comunque, su cui si possa costruire un edificio politico che presuppone la rottamazione del capitalismo as we know it.
3.2) Non è necessario tagliare drasticamente le emissioni europee entro cinque, otto o dodici anni. E’ piuttosto importante creare una cornice che consenta, nel più lungo termine, di perseguire una riduzione efficiente delle emissioni globali. Uccidere la competitività europea non è necessario a ridurre gli impatti più negativi del cambiamento del clima, in qualunque direzione esso cambi (non lo sappiamo!).

Secondo quanto riferisce Foresta Martin, Giampiero Maracchi spiega l’attuale fase di non-riscaldamento globale così: “la perdurante scarsità di macchie solari fa stabilizzare il riscaldamento globale”. Altro che fotovoltaico. Siamo noi, i realisti energetici, che possiamo dire: Con la forza del sole, vincerò.