sabato 28 febbraio 2009

Ma Biblis chiude davvero?

Qualche giorno fa alcuni organi di informazione italiani hanno strombazzato la notizia apparsa sui principali media tedeschi, secondo cui d’ora in poi nella regione tedesca dell’Assia non verrà più prodotta energia dall’atomo. A monte di questa avventurosa affermazione, vi sarebbe la chiusura delle due centrali di Biblis A e Biblis B, tra le più vecchie ancora in funzione sul suolo tedesco (l’una risalente al 1974, l’altra al 1976). La scelta sarebbe insomma da ricollegare al piano di phase-out dal nucleare, deciso dal gabinetto Schröder nel 2000. Le cose in realtà sono un po’ più complicate di come vorrebbero spiegarcele le agenzie di stampa nostrane. Solo l’Ansa, per la verità, ha abbozzato un tentativo di chiarimento più approfondito.
In sintesi, la questione può essere riassunta così. Per decisione del gruppo energetico RWE, fino a metà settembre gli impianti di Biblis A e Biblis B rimarranno staccati dalla rete per “controlli” e “lavori di manutenzione”. Non per sempre quindi. Ma in via temporanea. Si tratta cioè di un modo come un altro per guadagnare tempo e far slittare in avanti la definitiva chiusura dei battenti dei reattori. E tutto ciò in attesa di due eventi: (a) l’esito della sfida per la Cancelleria tra Angela Merkel (Cdu) e Frank-Walter Steinmeier (Spd), (b) il verdetto definitivo della giurisdizione tedesca sulla possibilità di trasferimento di energia rimasta in reattori ormai spenti a quelli la cui vita si desidera prolungare. In generale l’Atomgesetz consente il trasferimento di quantità di energia soltanto da reattori più vecchi ad alcuni reattori più giovani. Nella fattispecie RWE ha invece richiesto il passaggio di 30 dei 107 TWh ancora presenti nella centrale renana di Mülheim-Kärlich a quella di Biblis A. Se ciò avvenisse Biblis spegnerebbe le luci nel 2011 e non nel 2010, come pare probabile. Nel marzo 2007 il Ministero dell’Ambiente ha tuttavia cassato la richiesta, sostenendo che Biblis A non è affatto contemplato dalle norme dell’Atomgesetz come eventuale centro di destinazione. Nel 2008 il medesimo Ministero ha respinto un altro tentativo di RWE volto a trasferire energia sempre a Biblis A dal reattore di Emsland. Dopo una identica bocciatura del tribunale amministrativo di Kiel, tocca ora al tribunale amministrativo federale esprimersi in maniera perentoria sulla vicenda. Per quanto riguarda Biblis B, invece, RWE potrà disporre di 21,45 TWh di Mülheim-Kärlich senza bisogno di autorizzazione. Fino al 2013 dovrebbe quindi rimanere attiva.

giovedì 26 febbraio 2009

Mafia eolica

Le infiltrazioni mafiose nel settore dell'eolico - che hanno portato all'arresto di otto persone - hanno scatenato una discussione molto ampia e interessante sui problemi del settore. Ne è una dimostrazione la lettera aperta di Carlo Durante (ad di Maestrale Green Energy), che riporto integralmente qui sotto. Il problema non è, ovviamente, la vicenda in sé: la criminalità ha le mani in una marea di business, senza che questi diventino "osservati speciali". Il problema sta nel fatto che le regole che sovrintendono le rinnovabili in Italia - e questo durante lo esprime con estrema chiarezza - sembrano fatte apposta per attirare individui dalle intenzioni poco limpide. Un processo autorizzativo incerto fornisce il brodo di coltura per la corruzione, perché crea un alveo di arbitrio nel quale le tentazioni sono tante e forti. Molti resisteranno, ma qualcuno cadrà. Ma il problema, come tento di evidenziare su Master Resource, è che la corruzione e la mafia sono la manifestazione patologica, ma il problema è fisiologico. Non è, in sé, la mafia a determinare extracosti, sebbene essa possa contribuire a scelte industriali o politiche inefficienti anche dentro un orizzonte di politicizzazione energetica. Il problema vero è che il business delle rinnovabili, finché dovrà vivere di sussidi di vario tipo (aiuti, obblighi, certificati vari, conti energia, eccetera), non potrà non essere politicizzato, e non potrà non generare casi come quello in questione. Per parafrasare un signore famoso, la cosa, la cosa in sé, è l'abuso!

Lettera di Carlo Durante

Mi chiamo Carlo Durante e tramite la mia azienda collaboro con parecchi sviluppatori, e a nostra volta siamo sviluppatori di parchi eolici.

Scrivo in seguito ai preoccupanti fatti di cronaca che vedono le mani della mafia allungarsi sulle energie da fonte eolica in Sicilia con la complicità di politici, burocrati e imprenditori.

Bisogna isolare i fatti, prendere le distanze e difendere la categoria degli onesti. Con ciò, non nego che il settore abbia visto spuntare personaggi che cavalcano il mercato delle rinnovabili con procedure e comportamenti non sempre chiari, fortunatamente confinati da noi operatori negli angoli del sistema, pur tuttavia in grado di infilarcisi.

Il loro atteggiamento, per ciò che ci è capitato di osservare, ha tre effetti: il primo è diminuire il moltiplicatore delle rinnovabili (il costo di questi sviluppatori riduce il profitto per il produttore di energia alternativa, che è stato creato per incentivare l’investimento in nuova tecnologia) e in cambio, il più delle volte, ottenere solo il “pezzo di carta” (spesso inutilizzabile). Il secondo effetto è di creare un sistema di “mance” al territorio (dai Comuni costretti a chiedere l’elemosina, ai proprietari dei terreni che si trovano la fortuna di vedersi piazzato un impianto su una proprietà il più delle volte abbandonata) spesso oneroso e ingiustificato, che sottrae ulteriore margine (peraltro anche illegalmente, ai sensi della finanziaria 2008, e in duplicazione rispetto all’ICI). E il terzo è di aver delegittimato una professione che in altri Paesi è stata la fortuna di imprese oggi notissime nel nostro settore – penso alle esperienze dei tedeschi e dei danesi, che negli anni passati ci hanno insegnato a sviluppare i parchi eolici e fotovoltaici, e sono letteralmente scomparsi dall’Italia perché sommersi dai loro cloni locali di basso livello, più agguerriti e scorretti. Ecco dunque che in Paesi dove la remunerazione e l’incentivo alle rinnovabili sono più contenuti che da noi, non solo il settore è cresciuto storicamente molto di più, ma si è creata ricchezza d’indotto anche in questo segmento, dello sviluppo, che è divenuto, a tutti gli effetti, una branca specialistica di un misto innovativo fra ingegneria, legale, finanza – il che si applica benissimo, peraltro, a tutto il settore delle infrastrutture, e non solo alle rinnovabili. Il danno complessivo è quindi importante, anche senza considerare l’impatto di immagine negativa che ne consegue sull’eolico in generale.

L’origine del problema è probabilmente da ricondurre ad almeno due cause: da un lato, l’intento fortemente speculativo che caratterizza in genere queste attività non può che prevedere un baricentro iperlocalistico per lo sviluppo dei progetti – in altre parole “bisogna parlare la stessa lingua”. Già qui un importante elemento di professionalità (neutralità di giudizio di fronte alle alternative di progetto) cade per la necessità di farsi intermediare dai locali – che accettano compromessi sub ottimali in cambio di rapidità di processo. Il secondo è dato dall’inadeguatezza delle regole legislative a monte dei processi autorizzativi - le Regioni hanno fino ad ora saputo legiferare più o meno solo in dichiarata difesa della salvaguardia del territorio, ma nulla hanno pensato per arginare il fiume in piena delle richieste di autorizzazioni. Il burocrate, insomma, ha pensato solo ad inasprire e rendere sempre meno certo e penoso il percorso autorizzativo (con grave danno per il settore) con ciò però senza bloccare l’apertura di migliaia di dossier improponibili se non del tutto finti: chiunque, ancora oggi e con poca spesa, può avviare un procedimento autorizzativo, e questo inflaziona e ingolfa il sistema – e l’opacità dei criteri delle procedure di valutazione (che ogni Regione inventa per sé in mancanza di un coordinamento nazionale) è il vero lievito degli atteggiamenti che portano anche alla malavita.

E qui emerge il punto da cambiare: le Regioni (e il Governo italiano attraverso la oramai ritardata emissione delle Linee Guida nazionali relative all’autorizzazione degli impianti da fonte rinnovabile) devono filtrare all’origine. E’ piuttosto semplice individuare le poche caratteristiche di concretezza di un progetto - quelle, intendo, più tecniche - e metterle come barriera all’ingresso del percorso autorizzativo: in sede di APER – l’Associazione Produttori di Energia Rinnovabile, di cui sono Consigliere, abbiamo stilato un decalogo del “corretto sviluppo di un impianto da fonte rinnovabile”. Senza entrare adesso in dettaglio, prendere spunto ad esempio da quel lavoro e porre come conditio sine qua non l’aver per lo meno seguito alcuni passaggi normali dello sviluppo tecnico di un progetto, distinguerebbe il progetto di carta da quello degno di essere analizzato e magari autorizzato.

Nella società di cui sono fondatore e amministratore delegato, Maestrale Green Energy, siamo circa una ventina di persone, tutte laureate, molti con master e dottorati di ricerca e anni di esperienza nel settore ambientale ed energetico. La fatica che facciamo prima di presentare un nuovo progetto e avviare le procedure di autorizzazione può durare anni, e investimenti rilevanti (tecnici: sopralluoghi, anemometri, verifica dei vincoli sul territorio, etc).

Quando leggo in alcuni articoli che “…la cantierabilità (…) dovuta a conoscenze adeguate presso le amministrazioni competenti”, posso assicurare che l’individuazione di un’area, di un territorio e il relativo inizio dei lavori sono costi, analisi, cambiamenti, abbandoni e ripartenze. Questo dipende semplicemente dal fatto che il progetto detiene tutti gli estremi, le caratteristiche imposte dalle leggi comunali, provinciali, regionali e nazionali, il che, assicuro, non è mai semplice, naturalmente se parliamo di sviluppo nel senso corretto del termine.

Voglio ricordare che operiamo in un settore estremamente giovane e in netta espansione, e del resto anche in una situazione di libero mercato. E’ chiaro quindi che se ad operatori industriali, come noi, si affiancano altri operatori, di taglio esclusivamente finanziario, che si accontentano di investire in concessioni pubbliche ad alto rendimento, bene, questo crea bolla e azzardo speculativo. E, per la cronaca, il credit crunch la bolla l’ha anche parzialmente dissolta: il nostro settore si trova all’improvviso in una situazione di minore finanziabilità. E’ chiaro che nel momento in cui le banche stanno molto più attente di prima a concedere credito, e lo fanno con criteri più stretti e a costi maggiori del passato, il prezzo delle autorizzazioni (e quindi il valore del “pezzo di carta”, quello che io definisco inutilizzabile) è rapidamente calato. Nella malasorte, questo fenomeno potrebbe diminuire il numero degli avventizi.

Infine, il fatto che ogni Regione decide per sé o delega a Province e Comuni. Proprio qui si annida il paradosso tutto italiano. In questo “scaricabarile” camuffato sotto la dicitura dell’attribuzione di competenza a più livelli, sia a monte che a valle dell’intero impianto legislativo. Con lo Stato che delega alle Regioni -senza emettere le Linee Guida Nazionali già citate- queste Regioni che nicchiano e ripartiscono le competenze tra Province e Comuni. Questi ultimi che, specie se piccoli, non hanno in organico personale tecnico/amministrativo capace di inquadrare la pratica, la richiesta, con l’ovvia reazione di rigettarla all’ente sovracomunale. Innescando, in questo caso, una sorta di sindrome di NIMBY burocratico, dove al posto del cortile si trova l’ufficio comunale.

Questo, in sintesi, il quadro in cui quotidianamente ci troviamo a operare. I punti sono chiari: eliminare alla radice il concetto di sviluppo a puro fine speculativo, attraverso Linee Guida Nazionali che dettino criteri semplici per filtrare i nuovi progetti all’ingresso del procedimento autorizzativo; eliminare il più possibile l’alea di incertezza nel percorso autorizzativo (ovvero il reciproco del precedente: chi ha studiato seriamente un progetto, lo presenti solo se certo che questo possa essere autorizzato); stimolare la crescita di un comparto professionale innovativo e multidisciplinare, quello del “vero” sviluppatore.

Mi auguro, naturalmente, che i recenti fatti di cronaca rimangano confinati ai casi che sono stati individuati e che sia chiaro all’opinione pubblica che il resto del sistema delle rinnovabili non è inquinato. Ancora una volta, è nella capacità di essere imprenditori, di saper rischiare, ciò che fa sconfiggere la malavita. Se invece prendiamo le rinnovabili con puro intento speculativo, continuiamo a foraggiare sistemi paralleli.

L'atomo (russo)-tedesco

I tedeschi non stanno a guardare. Se è vero che nel 2021 in Germania le luci si spegneranno, è altrettanto vero che altrove se ne accenderanno di nuove. Di qui l’accordo, che con ogni probabilità verrà siglato a fine aprile, tra Siemens e il monopolista russo Rosatom. Nei prossimi dodici anni Mosca ha in programma la costruzione di ventisei nuove centrali e a tale scopo intende servirsi della tecnologia del colosso tedesco. Ad anticipare la notizia è stato il quotidiano economico Handelsblatt.

Finanziare il nucleare

Ricevo, e volentieri pubblico, queste molto giuste considerazioni di Francesco Lo Passo della società Nera. Infatti, anche al di là dei dubbi che ho sollevato ieri, si sono una serie di questioni tecniche che dovranno, in qualche modo, trovare una risposta. Per ora, ci limitiamo a porre le domande.


La firma dei Memorandum of Understanding per la costruzione di impianti nucleari in Italia ha avviato il percorso che dovrebbe portare all'entrata in esercizio di almeno quattro reattori EPR fra il 2020 e il 2023, per un totale di circa 6600 MW di nuova capacità nucleare.

Come finanziare la costruzione della capacità? Sicuramente Enel ed Edf avranno un grosso ruolo, ma è prevedibile sia necessario il coinvolgimento di altri investitori. Che investiranno solo se avranno la ragionevole prospettiva di remunerare adeguatamente l'investimento (gli investimenti devono essere bancabili in ottica di project finance).

Poiché si tratta di investimenti con un orizzonte temporale molto lungo, questo implica stabilizzare costi e ricavi attesi dell'impianto. Supponiamo che non ci siano sorprese spiacevoli sul lato dei costi (cosa tutta da dimostrare, anche alla luce dell'esperienza recente, teniamo presente che la soluzione all'estero è di contrattualizzare a prezzo fisso circa il 50% dei costi e a costo variabile il residuo 50%) e concentriamoci sui ricavi. Un'ipotesi è la contrattualizzazione della capacità con contratti di lungo periodo che prevedano, ad esempio, un prezzo composto da una componente fissa (che remunera il costo della capacità) e una componente variabile che remunera i costi di effettivo funzionamento. Quanto deve essere la componente fissa e quanto la componente variabile dipenderà dalla volatilità dei prezzi e dal livello di rischio che le imprese vorranno assumersi. La contrattualizzazione, inoltre, dovrà essere effettuate con modalità che assicurino la concorrenzialità del mercato lato domanda e la conformità alla normativa EU in particolare sugli aiuti di stato.

mercoledì 25 febbraio 2009

Italia atomica?

La firma dell'accordo tra Italia e Francia significa che il nostro paese torna al nucleare? Chiaramente, no. Però è un passo concreto - rectius: è il più concreto dei passi finora compiuti. Non è, tuttavia, un passo privo di incognite. Anzitutto, al momento il governo non ha ancora predisposto - e se va bene lo farà entro la fine dell'anno, ma sono scettico - le norme che dovranno materialmente definire gli standard di sicurezza, il monitoraggio, eccetera. Si è parlato di un allineamento ai criteri vigenti in Francia, ma per ora sono ciacole. Secondariamente, restano da individuare i siti per le centrali atomiche. Oggi il Corriere parla di Montalto di Castro, mentre in passato si era discusso di Caorso. Ammesso che siano disponibili, sarebbero due, mentre si è parlato - per quanto in termini generici e non formalizzati, come nota Ugo Bardi - di quattro impianti, della taglia di 1,6 GW ciascuno.

Ora, prendendo per buono tutto questo, sorgono però alcuni seri dubbi. Dico dubbi, non criticità, perché di fatto tutto è ancora da chiarire e finché non si vedranno i dettagli - come ho scritto sul blog del Foglio - non si potranno esprimere valutazioni fondate. Primo dubbio: l'equilibrio raggiunto ieri prevede che capofila di qualunque iniziativa nucleare sarà l'Enel, comprimario Edf, mentre altri attori potranno recitare un ruolo secondario (Edison, in particolare, correrà sicuramente, se ci sarà l'occasione, e poi A2A ed E.On). Perché l'Enel? C'è stata una gara? Quale procedura di selezione è stata effettuata? In realtà, nessuna. Il comunicato dell'altroieri del ministero dello Sviluppo economico tradisce un retropensiero ben poco incoraggiante, cioé che questa sia un'operazione di politica industriale - cioè, un'operazione fuori dal mercato.

Secondo, e conseguente, dubbio: poiché, contemporaneamente, si decide che il nucleare italiano lo farà tutto un solo soggetto (cioè non c'è concorrenza nel mercato) e si identifica a priori chi è quel soggetto (cioè non c'è concorrenza per il mercato) siamo in presenza di una riduzione dello spazio competitivo. Facciamo due conti: quattro impianti da 1,6 GW ciascuno fanno un totale di 6,4 GW. Ora, mi rendo conto che i tempi sono lunghi ed elastici, quindi queste riflessioni lasciano il tempo che trovano. Tant'è, lasciatemi immaginare che questa capacità aggiuntiva venga trapiantata nel parco esistente, giusto per avere un'idea di cosa significa: la potenza efficiente netta esistente in Italia è pari a 89 GW, mentre la potenza media disponibile alla punta è 61 GW. Parliamo, dunque, del 10 per cento della potenza media disponibile alla punta. Supponiamo che i quattro impianti funzionino almeno 7500 ore/anno: arriveremmo a una produzione di 48 TWh. Aggiungiamo a questi i 50 TWh da fonti rinnovabili. Aggiungiamo altri 38 TWh da fonti assimilate Cip6. Totale: 136 TWh. Il totale della produzione elettrica in Italia è 314 TWh. Questo significa che più del 40 per cento della produzione finirebbe per essere incentivata (Cip6 e rinnovabili) o sottratta al mercato (nucleare). Per di più, il provvedimento in discussione al Senato prevede la priorità di dispacciamento per il nucleare, oltre che per le rinnovabili e i Cip6. Ribadisco: lo spazio di mercato sarebbe inevitabilmente compresso. Non dico compromesso, ma quasi.

Va pure detto che queste sono mere speculazioni, e che posso sbagliarmi in pieno (spero sia così, infatti). Non è neppure, credo, nell'interesse della stessa Enel essere esposta in modo così pesante: con un indebitamento a 61 miliardi di euro e una capitalizzazione di 26 scarsi, il gruppo in questo momento ha ben altre priorità (una delle quali, e certo non la più gradita, è garantire un dividendo a livelli, onestamente, folli, visto il crollo del titolo, le condizioni generali, e lo sforzo finanziario sotteso all'acquisto di Endesa). Ma soprattutto non è nell'interesse generale del buon funzionamento del mercato che il nucleare, anziché essere una possibile opzione verso cui il paese evolve per libera scelta degli operatori, sia un corpo estraneo trapiantato a forza nel tessuto energetico. Intendiamoci: ieri è stata celebrata la messa cantata, ma le decisioni vere devono ancora arrivare. Tutto si basa su intuizioni o notizie parziali, di volta in volta gonfiate o sminuite. Però, se il buon giorno si vede dal mattino, i cieli elettrici italiani sono burrascosi.

martedì 24 febbraio 2009

lunedì 23 febbraio 2009

Ritorno all'antico testamento

Questo comunicato stampa del ministero dello Sviluppo economico chiarisce, più e meglio di tante parole, il senso di frustrazione che chi crede nel mercato prova in questo momento. Il ministro, Claudio Scajola, riferendosi al completamento dell'operazione spagnola dell'Enel, parla di "un rafforzamento della politica energetica nazionale". Come se l'Enel non fosse un'azienda quotata in borsa e posseduta, per il 70 per cento, da soggetti privati. Come se l'Enel fosse ancora un braccio del governo e, dunque, uno strumento di politica energetica. Se queste sono le premesse, immaginate lo svolgimento. Ne parliamo domani.

All'Opec, all'Opec

Di fronte a prezzi petroliferi in continua caduta, cresce la tentazione, dentro l'Opec, di procedere all'ennesimo taglio produttivo. Secondo quanto riferisce la Staffetta Quotidiana, il presidente del cartello, l'algerino Chakib Khelil, avrebbe definito "molto probabile" che il prossimo meeting, previsto per 15 marzo, possa condurre a tale esito. A suo sostegno, avrebbe affermato che, senza le riduzioni precedenti (in particolare quella monstre da 4,2 milioni di barili/giorno deciso a dicembre a Orano), le quotazioni del barile sarebbe crollate in misura ancor più pronunciata. Forse è vero, ma non esiste un controfattuale. Inoltre, già adesso i paesi membri faticano a rispettare le quote: si è detto che il taglio effettivo è pari a circa l'80 per cento di quello dichiarato, ma Petrostrategies stima che il livello vero sia ancora più basso, attorno al 65-70 per cento, a causa delle difficoltà di paesi come Libia, Angola e Nigeria.

Ma il vero problema non sta lì. Il vero problema è l'Arabia Saudita che, sempre secondo Petrostrategies, ha già tagliato ben oltre necessario, collocandosi - con una produzione stimata a 8,05 milioni di barili / giorno - al di sotto della quota fissata a Orano. Lo stesso tema lo solleva, nell'ultimo Monthly Oil Report, il Centre for Global Energy Studies (che pure ritiene la produzione saudita leggermente al di sopra della sua quota). La questione non è più di natura politica, ma tecnica. Cioè, non riguarda la volontà o meno di Riad di accollarsi il ruolo (e i costi) di swing producer, ma la sua impossibilità di scendere sotto un livello minimo per non far calare oltre il consentito la produzione di gas naturale, che nel paese viene ricavato da giacimenti in cui è associato al greggio.

Nel momento in cui i sauditi si chiamassero fuori e caricassero l'intero peso di ulteriori tagli agli altri membri del cartello, difficilmente potrebbero venire da Vienna impegni credibili. Senza contare che, anche al di là della slealtà delle nazioni Opec, alcuni altri paesi produttori, come Brasile e Azerbaijan, stanno cercando di fare free riding sulle riduzioni altrui, e giocano a massimizzare la loro rendita tramite l'aumento dei volumi. Sullo sfondo, poi, si pone una domanda globale sempre debole e senza prospettive di riprendersi a breve. Insomma, si può gridare all'Opec quanto si vuole, ma questa volta più che mai il cartello non ha in mano alcun boccino.

giovedì 19 febbraio 2009

Petrolio. Prezzi giù, prezzi su

L'analisi trimestrale sui prezzi del petrolio della Fed di Dallas conferma le impressioni che, ormai, nel settore sono generalizzate. Forse per la prima volta, i prezzi petroliferi sono vittima, e non guida, delle tendenze economiche più ampie. E' la recessione - col relativo crollo dei consumi - ad aver depresso le quotazioni del barile, creando un eccesso di capacità produttiva come non si vedeva da anni. Tuttavia, si tratta di un fenomeno congiunturale, che molto probabilmente lascerà la strada aperta a nuovi rialzi quando usciremo dal tunnel (aumenti già anticipati dagli investitori, tant'è che il mercato è tornato in contango dopo un lungo e anomalo periodo in backwardation).

Che tiri un'aria di questo genere lo dimostrano anche, indirettamente, alcuni segnali. Intanto, la lista dei progetti cancellati causa crisi - pur lunga - riguarda principalmente compagnie nazionali dai paesi produttori o risorse non convenzionali, la cui redditività è venuta ampiamente meno e che, probabilmente, richiedono maggiore stabilità e prevedibilità (siamo tutti abbastanza certi che i prezzi torneranno a salire, ma non sappiamo quando). Inoltre, in diversi casi si tratta di rinvii, più che di cancellazioni vere e proprie. Intanto, però, altri grandi progetti avanzano, mentre la corsa al consolidamento del mercato ha ormai ingranato e c'è chi, tra una cancellazione e l'altra, inizia a intravvedere serie opportunità.

Anche sul fronte politico le cose stanno rapidamente evolvendo. Paesi come Venezuela e Iran - i falchi dell'Opec - stanno soffrendo più degli altri i morsi della crisi, per l'ovvia ragione che più degli altri avevano scommesso sui rialzi indefiniti dei prezzi. Al loro indebolimento si contrappone, e non è una sorpresa anche se lo è per la forza con cui ciò è avvenuto, il colpo che il re saudita Abdullah ha inferto alle forze islamiste radicali. Il mondo arabo sta guardando con attenzione alle dinamiche interne a Riad, perché questa forte presa di posizione a favore della moderazione potrebbe ridisegnare gli equilibri interni al cartello dei paesi produttori e garantire, nei prossimi anni, un clima di maggior stabilità. E', in fondo, nello stesso interesse dei produttori evitare di trasmettere un'immagine troppo bellicosa.

Nonostante tutto, la crisi sta facendo pulizia di tante vecchie incomprensioni.

martedì 17 febbraio 2009

Emmo za daeto

Non molti si sono accorti di un importante rapporto dell'Istat, secondo cui il gettito delle imposte "verdi" nel 2007 ha superato i 40 miliardi di euro, rispetto ai circa 22 miliardi del 1990. Si tratta di una montagna di quattrini, pari al 2,77 per cento del prodotto interno lordo italiano, contro una media europea del 2,56 per cento. Non mi pare che la stampa italiana abbia prestato la dovuta attenzione a questo dato, tranne un breve trafiletto sul Sole 24 Ore (ma in questi giorni ho visto i giornali in modo parziale e disordinato, quindi spero di sbagliarmi). Le imposte sull'energia valgono oltre due punti percentuali di Pil, mentre quelle sui trasporti fruttano all'erario una cifra uguale a quasi lo 0,6 per cento del Pil. Cosa significa questo? Che tutti noi, pur senza saperlo (e senza, beninteso, che ciò sia stato fatto intenzionalmente, in larga misura), siamo già chiamati a internalizzare i costi esterni - reali, presunti e fantasiosi - dei nostri consumi. Cioè, vuol dire che possiamo dormire sonni tranquilli e sentirci in pace col Creato; o, comunque, dovremmo sentirci più fieri (o fessi) dei nostri cugini europei. Ma se questo è vero, allora bisogna trarne una conseguenza politica di un certo peso; l'Italia già paga per l'ambiente. L'Italia già fa e già ha fatto. Cittadini e imprese già sopportano i costi, il peso e le inefficienze di quelle politiche che tanto faticosamente si tenta di introdurre in Europa, anche se lo fa in modo indiretto e inconsapevole. Nella misura in cui contano i fatti e non le intenzioni, dovremmo prendere consapevolezza di questo dato e farcene forza. Abbiamo già dato.

domenica 15 febbraio 2009

Occhio all'Arabia

Il rimpasto di governo effettuato da re saudita Abdullah ha una portata di primaria importanza, e non e' - forse - secondario il fatto che il sovrano abbia scelto proprio un momento di profonda crisi per farlo (la crisi, da queste parti, si fa sentire sia attraverso il crollo del valore dei capitali investiti, sia attraverso la riduzione del cash flow petrolifero via prezzo e via quantita'). Due rilevanti novita', dunque, si affacciano a Riad. Una, perfettamente colta anche dal Corriere della sera, consiste nella nomina di una donna, Norah Al-Fayez, a sottosegretario dell'educazione. E' la prima volta che una donna raggiunge una posizione tanto elevata (ma, mi fa notare un amico, non potra' comunque guidare!). Quello che sfugge al Corriere, ma che sottolineano per esempio il Wall Street Journal e il Kuwait Times, e' che Abdullah ha proceduto anche ad alcune nomine "pesanti" - il capo della banca centrale, anzitutto, e poi i ministri della giustizia, educazione, informazione e sanita'. Apparentemente, il sovrano arabo ha voluto dare una "sberla" al sentimento fondamentalista, allontanando persone a esso vicine (o comunque non sgradite) dai veri centri del potere. La mossa, dunque, ha un profondo significato sia nazionale, sia internazionale. Sara' interessante, adesso, vedere come il paese si allineera' rispetto alla crisi e rispetto alle sfide che inevitabilmente sorgeranno nel dopo-crisi. Ne cito una piu' o meno a caso: in questo momento, l'Opec sta cercando (invano) di svolgere la sua funzione di sempre, cioe' tamponare l'eccesso di offerta. E' tuttavia probabile che, quando il mondo tornera' a crescere (diciamo nel 2010, per ottimismo), tale eccesso sara' in larga misura riassorbito, e rapidamente. A quel punto torneremo, molto rapidamente, alle condizioni di (azzardo) dicembre 2007-gennaio 2008, col petrolio che probabilmente si collochera' nel range 70-90 dollari al barile. E con esso, torneranno probabilmente (salvo cambiamenti radicali e al momento imprevedibili) le tensioni interne all'organizzazione dei produttori: i sauditi, e la nuova conformazione del governo accredita questa tesi, saranno per la stabilizzazione, iraniani e venezuelani (se si saranno ripresi dal crollo delle oil revenues) vorranno di nuovo, come allora, tirare la corda. Dove si trovera' il punto di equilibrio? E' presto per dirlo ed e' impossibile provarci. Ma i sauditi sembrano muoversi per collocarsi sulle tradizionali posizioni moderate, e paiono spaventati dagli effetti che i cambiamenti di abitudini indotti dal petrolio a 150 dollari stavano inducendo nel mondo consumatore. Teheran e Caracas non ci sentivano e probabilmente non ci sentono, da questo orecchio. Ancora una volta: dove si trovera' il punto di mediazione?

venerdì 13 febbraio 2009

Contro le forze dell'oscurità

Alle 18 accendete la luce. Alle 18 non ascoltate la voce di chi, porgendovi il miele sulla lingua biforcuta, spaccia per battaglia ecologica la scelta, anche simbolica, di ingranare la retromarcia della storia. La trasmissione di Radio 2 Caterpillar si è inventata - facendo grave torto a Ungaretti - la campagna "M'illumino di meno", con la quale chiede agli italiani di spegnere la luce, per sensibilizzare l'opinione pubblica ai temi del risparmio energetico. Cazzate. Cioè, loro ci credono sul serio, ma sono cazzate. Cazzate pericolose. Perché insinuano sottotraccia il dubbio che si stava meglio quando si stava peggio. Che per salvare il mondo, bisogna sacrificare la civiltà. In fondo, se il mondo è in pericolo a causa dei consumi energetici, due e due soli sono i responsabili: troppa gente consuma troppo o, se preferite, troppa gente sta troppo bene. Quindi, l'ideale a cui tendere è che meno gente stia meno bene. E' questo che volete, è questo che vogliamo? No. Il progresso - come nota un editorialino sul Foglio di oggi - "consiste proprio nella lotta contro le tenebre, in tutti i sensi, concreti e figurati del termine". Ed è significativo che, per convincere la popolazione a sacrificare una quota simbolica del suo benessere oggi, allo scopo di attuare politiche che sacrificherebbero una quota ben maggiore del nostro benessere domani, si faccia leva sulla più ancestrale delle paure: la fine del mondo. La paura è la via per il lato oscuro.

martedì 10 febbraio 2009

Petrolio. E' la politica, il problema

Gli effetti della crisi sul mondo petrolifero - e, di conseguenza, quello energetico in generale - si fanno sempre più equivoci. Da un lato, l'Opec continua a minacciare fuoco e fiamme, ma intanto non riesce a costringere gli Stati membri a rispettare i suoi stessi tagli, tanto che i mercati sembrano ignorare del tutto le prese di posizione, gli annunci e i desideri del cartello. Dall'altro, la lista degli investimenti tagliati si allunga di giorno in giorno, mettendo a repentaglio la produzione in molte aree del globo. A differenza di Ugo Bardi, però, non credo che tra le ragioni ve ne sia una, prevalente o comunque importante, di natura geologica. Il driver fondamentale, oggi, non può essere una improvvisa scarsità di risorse - che non si faceva sentire, in questi termini, fino a pochi mesi fa. Il grosso problema è il crollo della domanda, che in queste dimensioni nessuno si sarebbe mai aspettato (io avevo scommesso con Massimo Nicolazzi che sarebbe rallentato il tasso di crescita, nel 2009, al massimo si sarebbe appiattito, ma non avrei mai creduto che i consumi avrebbero avuto un segno negativo addirittura nel 2008). Ora, in questo contesto i primi ad avvertire la contraddizione tra la "tempesta perfetta" in corso (calo della domanda, collasso dei prezzi, alto costo del credito) sono i paesi produttori, che patiscono tanto più fortemente queste vicende, quanto più nel passato si erano lasciati andare al "nazionalismo delle risorse". Significativa, da questo punto di vista, l'intervista di Frank Chapman (capo di Bg) al Financial Times, che fotografa con chiarezza una tale, inattesa inversione di trend (tempo fa ne avevo scritto io pure, sul Foglio).

Ma, c'è un ma. La crisi ha ripulito una serie di problemi contingenti, ma non ha risolto i problemi strutturali. I quali problemi strutturali sono dietro l'angolo, pronti a ripresentarsi. Li traduco in termini chiari: petrolio a 80-100 dollari. Cioè, quando la tempesta sarà passata e il mondo tornerà a crescere (diciamo, nel 2010-11 se va bene), il greggio tornerà ai livelli pre-crisi, al netto (almeno per un po') della componente speculativa. E torneremo a fare i conti con un mercato relativamente tirato, una spare capacity relativamente bassa, e così via. Anzi, il barile tornerà probabilmente a ruggire con più forza di prima. Lo spiega bene, sempre sul Ft, Francisco Blanch di Merril Lynch, sottolineando come la natura inerziale degli investimenti (e della loro cancellazione) rischi di esacerbare, nel breve termine post-crisi, le dinamiche sottese ai fondamentali. Quindi, prepariamoci a un nuovo shock, e dunque ad assistere a un'inedita accelerazione dei cicli tradizionalmente più lenti - non credo ci siano precedenti storici di uno shock, seguito da un contro-shok, seguito da un ulteriore shock in così pochi anni, e per giunta senza che quella petrolifera fosse la variabile indipendente!

Con ciò, non voglio spandere pessimismo, ma realismo. Il processo "a fisarmonica" che sta interessando i mercati del credito inevitabilmente contagia i mercati energetici. Solo che, nel lungo termine, questi sono trainati da una variabile fondamentale: gli investimenti (e quindi, tramite essi, il costo del denaro e la disponibilità di manodopera specializzata, la cui scarsità è una delle cause dello shock degli anni duemila). Il punto mi pare lo centri molto bene Mike Lynch in questa breve analisi, che evidenzia come le cause del casino di questi anni siano di natura ciclica o transitoria. Il che non significa che non possano riprensentarsi (le prime) o persistere (le seconde), ma implica che a lungo andare tenderanno a essere risolte. In fin dei conti, sono abbastanza convinto che in condizioni finanziarie "normali" non avremmo assistito all'esplosione dei prezzi che c'è stata nella prima metà del 2008. Forse non sarebbero neppure scesi, ma certo non avrebbero sfiorato i 150 dollari.

Quindi, aspettiamoci prezzi molto bassi per tutta la durata della crisi. Poi prezzi alti. Poi una graduale discesa, man mano che il ciclo tornerà a fare il suo corso, e in funzione - tra l'altro - della capacità della comunità internazionale di sedare i principali motivi di tensione (sarà molto interessante vedere come il presidente americano, Barack Obama, affronterà la questione iraniana). E' chiaro che ci sono molti provvedimenti che i governi dei paesi consumatori possono prendere per accelerare i trend positivi e depotenziare gli altri, ma su questo fronte non sono molto fiducioso. L'importante è lasciare che il mercato funzioni come deve. La geologia non mi fa paura, e neppure un temporaneo (ulteriore) aumento dei prezzi. Quello che mi fa paura sono i politici bene intenzionati e mal consigliati.

lunedì 9 febbraio 2009

Riscaldamento che?

Prima pagina di Repubblica di oggi. Non ci posso credere. Il pezzo di cronaca sulle vittime dei tragici incendi in Australia non trova miglior colpevole del riscaldamento globale. A questo punto mi arrendo. Di fronte a tanto, non ho argomenti.

domenica 8 febbraio 2009

Peccati carnali

Secondo quanto riferisce il Corriere della sera, uno studio della Fao mette in guardia contro le conseguenze climatiche dell'allevamento. Non si tratta di una novità: già diversi paesi hanno considerato l'introduzione di una "flatulence tax" sulle emissioni bovine, e al tema Jeremy Rifkin ha dedicato il suo gustoso Ecocidio. La questione, però, non ha mai sfondato presso il grande pubblico, né è mai stata un argomento forte della retorica ecologista. Eppure, è chiaro che le conseguenze, in termini di emissioni, dell'allevamento di bestiame a fini alimentari sono comparabili con, o superiori a, quelle generate dal traffico, vale a dire una delle principali cause di emissioni antropogeniche. A differenza del traffico, poi, ridurre le emissioni dovute al consumo di carne è, apparentemente, più semplice: chiedere alla gente di mangiare mezza bistecca in meno alla settimana sembrerebbe implicare un sacrificio inferiore all'organizzare i propri spostamenti utilizzando gli inefficienti mezzi pubblici.

Però, c'è un però. A differenza della produzione di energia o dei modi di trasporto, il consumo di carne ha due difetti comunicativi. Primo: non esiste, o comunque non è percepita, l' "industria della carne", nello stesso senso in cui esiste o percepita l'industria petrolifera o quella automobilistica - sordido centro di potere e luogo di complotti, come tonnellate di pellicola cinematografica ci hanno abituato a pensare. Secondo, e conseguenza di ciò, non è possibile giocare il blame game: non possiamo dire che è colpa dell'industria, se noi siamo costretti a mangiare carne, né inventarci trame tese a tenere fuori dal mercato le mitiche tecnologie alternative. Nulla di tutto questo è vero. Se dobbiamo declinare la questione climatica secondo le note della carne, allora siamo solo noi di fronte a noi stessi. Il fatto che la maggior parte della gente non sia disposta a sacrificare la fiorentina, e che neppure i più accesi sacerdoti del verdismo abbiano il coraggio di chiederlo, fornisce una misura di quanto sia realmente considerato il global warming dall'opinione pubblica. Sarà anche un problema colossale, ma la maggior parte di noi non è disposta a muovere un dito per risolverlo. Il che è bello e istruttivo, e soprattutto ne saremo felici quando, finalmente, ci renderemo conto che il vero problema non è il riscaldamento globale, ma la jihad contro di esso.

domenica 1 febbraio 2009

Lezioni europee per Obama

Sul Washington Times, assieme a Gabriel Calzada e Iain Murray ho scritto un pezzo sulle lezioni che Barack Obama dovrebbe apprendere dall'esperienza europea. Penso, infatti, che - retorica a parte - il giudizio sulle politiche climatiche dell'Ue non possa che essere negativo. L'Emissions Trading Scheme, in particolare, ha indotto una serie di costi - economici e da instabilità regolatoria - a cui, per quel che è possibile giudicare, non ha fatto da contraltare una sensibile riduzione delle emissioni di gas serra nei settori assoggettati al mercato delle quote di emissione. Questo significa che, se non lo scopo, l'effetto principale dell'ambaradan europeo è stato quello di alimentare i poteri discrezionali di una casta di burocrati, e naturalmente creare un enorme incentivo al rent seeking. Non male, per una politica nata per salvare il mondo.