domenica 29 marzo 2009

George W. Obama. Anche sul clima

Dopo le rinnovabili, il clima. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha scritto al premier italiano, Silvio Berlusconi, per chiedere la riattivazione del "Major economies forum" sul clima a margine del G8 di luglio, alla Maddalena. L'idea è buona, ma non è originale: come ricorda, tra gli altri, Andy Revkin sul New York Times (anche qui), si tratta della prosecuzione dell'iniziativa bushiana. L'ex inquilino della Casa Bianca chiamò a Washington i rappresentanti dei sedici paesi maggiormente responsabili delle emissioni di gas serra, per individuare una "road map" tecnologica verso il contenimento della CO2. Il meeting, che ebbe un follow up a Honolulu e poi ancora a Washington, è a sua volta figlio legittimo della Asia Pacific Partnership on Clean Development and Climate, di cui mi ero occupato assieme a Mario Sechi. Ironicamente, le organizzazioni ambientaliste e diversi rappresentanti dei paesi europei (e della stessa Commissione) avevano ferocemente criticato la mossa di Bush, vedendovi una sorta di "anti Kyoto" e, soprattutto, intuendo (in un certo senso correttamente) la delegittimazione che avrebbe investito le pletoriche adunate internazionali promosse dalle Nazioni unite. Ora Obama, che del clima ha fatto uno dei suoi punti di presunta distinzione rispetto all'amministrazione repubblicana, non solo segue le orme di Bush, ma addirittura ne adotta gli strumenti. Delle due l'una: Obama non è il redentore, oppure Bush, almeno sul clima, non era così male come dicevano.

sabato 28 marzo 2009

23 ore di luce

UPDATE: Anche per quel che riguarda la giornata di ieri, dai dati di Terna non emerge alcun successo dell'iniziativa. I consumi hanno sostanzialmente seguito le previsioni del gestore della rete, e probabilmente la manifestazione ha interessato qualche cittadino sparso e pochi enti pubblici. No pasaràn!

Le forze dell'oscurità tornano alla carica. Oggi il Wwf chiede a cittadini e istituzioni di spegnere la luce per un'ora, dalle 20,30 alle 21,30. E', in grande, lo stesso principio della manifestazione promossa, nel nostro paese, dalla trasmissione Caterpillar, "M'illumino di meno", di cui mi ero già occupato a suo tempo. Il principio e il messaggio sono, naturalmente, gli stessi, quindi non voglio ripetermi. Voglio però dire che queste richieste sono quanto di più anti-umano possa esistere. L'uomo è fatto per la luce; e durante i secoli della sua storia, il genere umano ha cercato di combattere l'oscurità inventando la luce e portandola dove prima non poteva arrivare. Aprire le braccia e il cuore al buio è una libera scelta di ciascuno, ma non può e non deve diventare imperativo politico. In fin dei conti, ciò non potrebbe neppure accadere, perché se qualcuno può essere disposto a fare un sacrificio tutto sommato modesto - spegnere occasionalmente le lampadine per un'ora ma, suppongo, non staccare il frigorifero o disattivare il riscaldamento - gli stessi sith ecologisti non si spingono oltre. Intanto, perché nessuno li seguirebbe. Nonostante i successi dichiarati, perfino i 10 minuti dello scorso 13 febbraio non hanno avuto alcun effetto discernibile. Infatti, come dimostrano i dati di Terna, il consumo registrato a quell'ora è stato superiore a quanto previsto dal gestore della rete (hat tip: Francesco Pieri). Il che significa che, quanto meno, non c'è alcuna ragione di cantare vittoria (per loro, io per quel che mi riguarda osservo con gioia i dati secondo cui la gente apprezza la magia dell'elettricità). E poi, non si spingono oltre perché non possono spingersi oltre. Perché la grandissima conquista della modernità è quella di consentire a tutti (nel mondo sviluppato, almeno: e il dramma sono quei due miliardi di esseri umani che non hanno accesso alla corrente) di poter liberamente decidere di estendere la luce sull'intero arco delle ventiquattr'ore. Alla loro ora di penombra, noi possiamo rispondere con 23 ore di luce.

venerdì 27 marzo 2009

Dove va il petrolio?

I prezzi del greggio continuano a tenere, e anzi non mancano le spinte rialziste, che ieri hanno portato il Wti oltre i 54 dollari al barile. Crescono, dato ancor più rilevante, i futures con scadenza al 2010, a indicare che i mercati stanno davvero vedendo la fine della crisi, o qualcosa del genere (il che, naturalmente, non significa che non possano sbagliarsi). Lo stesso Centro studi di Confindustria, che in questi mesi non si è distinto per ottimismo, prevede un prezzo in crescita, da una media di 44 dollari nel 2009 a una media di 53 dollari nel 2010 (anche questi dati potranno essere smentiti dai fatti). Se comunque le cose andassero davvero così, allora sarebbe il momento di porsi seriamente la questione dell'approvvigionamento, e dei nodi strutturali che, l'anno scorso, ci hanno portato a un soffio dai 150 dollari. E' vero che quella quota stratosferica scontava, probabilmente, una significativa componente speculativa, ma la speculazione non nasce nell'iperuranio finanziario senza radicarsi su una condizione debole dei fondamentali. Condizione che difficilmente potrà risolversi se, come sembra, le compagnie continuano a tagliare investimenti (nonostante vi siano, anche qui, segnali positivi: a conti fatti, la riduzione degli investimenti potrebbe essere meno vasta del previsto).

Una recente analisi del Cera, per esempio, afferma che circa metà dell'aumento della capacità produttiva previsto prima della crisi (7,6 milioni di barili al giorno, rispetto a una previsione di crescita da 94,5 a 109 milioni di barili/giorno nel 2014) potrebbe essere messa a repentaglio. Credo che all'interno di questa stima rientri la produzione da unconventional, che è il vero convitato di pietra di tutti questi dibattiti (compreso quello sulle implicazioni ambientali), e che è potenzialmente in maggiore difficoltà. La stessa stima del Cera potrebbe, tuttavia, essere pessimistica, e il punto di equilibrio potrebbe assestarsi da qualche parte tra i 101,4 temuti e i 109 sperati. Lo suggeriscono, per esempio, le indicazioni contrarie di altre società, altrettanto autorevoli, che, pur non eccedendo nell'ottimismo, lasciano intendere che la riduzione degli investimenti, specie da parte delle compagnie nazionali, potrebbe non essere così drammatica.

Di certo, all'uscita della crisi ci aspetta un ritorno di fiamma della domanda, dovuto non solo al riallinearsi su valori "normali" della produzione industriale, ma anche alla ripresa della crescita del mondo in via di sviluppo. Simbolo di questo fenomeno, come ha osservato Antonio Sileo sulla Staffetta, è la Tata Nano, che - a dispetto di tutti i problemi organizzativi e del momento non entusiasmante in cui si affaccia sul mercato - promette di condurre alla motorizzazione di massa delle economie emergenti. Ciò non toglie che nel lungo termine il petrolio tornerà abbondante, ma accresce il rischio di una rapida risalita dei prezzi nel breve termine. Non c'è nulla, nell'immediato, che si possa fare per impedirlo. Ma sapere che ciò avverrà, è il primo passo per uscirne sani e salvi.

giovedì 26 marzo 2009

Bye bye golden share

In un periodo in cui il liberismo se la passa male, finalmente una buona notizia: la Corte di giustizia europea ha condannato l'Italia a circoscrivere sostanzialmente i poteri che la "golden share" assegna al governo in Enel, Eni, Finmeccanica e Telecom. Nel mirino del massimo organismo della giustizia comunitaria, è entrata in particolare la vaghezza con cui sono descritte le condizioni che consentono il ricorso all'azione dorata, tra cui il diritto di opporsi nei confronti di soci che assumessero una partecipazione rilevante (oltre il 5 per cento) e il diritto di veto su delibere di scioglimento delle società e di trasferimento, fusione e scissione dell'azienda. L'Europa non chiede l'abbandono di questo strumento, ma solo l'individuazione di chiari limiti al suo utilizzo, che può essere giustificato solo in presenza di seri motivi di interesse generale, difesa, sicurezza e sanità pubblica. Ora, non bisogna farsi troppe illusioni: anche se l'Italia dovrà adeguare la sua normativa alle nuove indicazioni, ci sono molti modi in cui un governo può interferire con la vita delle aziende anche senza ricorrere formalmente ad armi come la golden share - lo dimostrano, tra gli altri, i recenti casi di Autostrade/Abertis e Telecom Italia col mancato ingresso della "cordata tex-mex", in cui gli investimenti stranieri sono stati bloccati attraverso forme di "mobbing", per non dire la mostruosa vicenda Alitalia. E tuttavia, il fatto che i poteri concessi dalla legge vengano smussati e che gli spazi di manovra dell'esecutivo a tutela degli assetti proprietari esistenti vengano ristretti, apre un piccolo spiraglio di libertà economica.

lunedì 23 marzo 2009

Le sabbie canadesi e l'economia globale

Il mondo dell'energia comincia a muoversi, e sul serio. E' di oggi l'annuncio della fusione tra le compagnie canadesi Suncor e Petrocanada, di fatto un'acquisizione della seconda da parte della prima che manterrà un pacchetto di controllo del 60 per cento del nuovo gruppo. L'operazione dà due indicazioni: (1) per le dimensioni, è un merger molto impegnativo (vale quasi 14 miliardi di dollari, ed è il più importante merger dal 2006, quando Statoil acquisì Norsk Hydro per 29 miliardi), il che indica che, per gli strateghi di Suncor, siamo nei dintorni del punto più basso della borsa; (2) entrambe le compagnie operano nelle sabbie petrolifere del Canada con progetti che sono ritenuti profittevoli col barile a non meno di 40 dollari, e in alcuni casi (secondo quanto riferisce il Ft, secondo me con una qualche sopravvalutazione) addirittura 100 dollari. Ora, questo suggerisce che l'aspettativa delle aziende sia, nel medio termine, un petrolo in crescita, come è lecito supporre, e soprattutto che adesso sia il momento di agire. Assieme ad altri indizi - a partire dalle quotazioni del greggio, che, anche al netto del recente ricupero, di fatto si sono stabilizzate da metà dicembre al di sopra dei 35/40 dollari - questo parrebbe indicare che, forse, si comincia a vedere la luce fuori dal tunnel. (Prezzi del petrolio stabili o in crescita indicano attese sulla domanda stabile o in crescita, che a loro volta sottendono un outlook non negativo sul futuro dell'economia).

martedì 17 marzo 2009

Tra turbine e pescatori

Torniamo a parlare di eolico. Se la Germania potrà fregiarsi di aver raggiunto anche solo il più modesto di questi target negli anni venturi, lo dovrà anche, se non in massima parte, alla costruzione dei cosiddetti Windparks nel mare del Nord e nel mar Baltico. Nel prossimo decennio dovrebbero infatti sorgerne 21 per un totale di circa 1500 turbine. Ma il BSH (l’ente federale per la navigazione e l’idrografia) è alle prese con altre settanta richieste di autorizzazione. Bene così? Niente affatto. In un articolo comparso sul settimanale Die Zeit l’altro giorno, si legge che, con le difficoltà attuali delle banche tedesche, vi sarebbe il rischio che molti di questi progetti non partano o partano in ritardo. E questo anche in ragione del fatto che i costi sarebbero lievitati molto nell'ultimo periodo. Di qui la richiesta della lobby dell’eolico di una concessione di aiuti più generosa, dato il periodo di vacche magre. Come se non bastasse, proprio in questi giorni il telegiornale nazionale dell’emittente televisiva ZDF ha mandato in onda un servizio che non aiuta molto la causa. I pescatori (di granchi per la precisione) facenti capo a svariati porti tedeschi, per via delle esternalità negative cagionate da questi impianti, vedono pesantemente minacciato il loro lavoro. Dagli ambienti dell’industria eolica si fa sapere che si comprendono certamente le ragioni dei pescatori, ma che il fine superiore della difesa del clima impone a tutti di non guardare al proprio orticello, bensì al bene comune. Un pescatore pare non aver gradito l’arroganza machiavellica dei salvatori del pianeta e si è così rivolto al tribunale amministrativo di Oldenburg. Vi informeremo quanto prima sull’esito del suo esposto. Ma non è finita qui, perché la costruzione di altri parchi (quello di Butendiek, ad esempio) rischia di danneggiare un'altra categoria di parchi, ovvero le aree protette. Nel dicembre del 2004 il BSH ha infatti rigettato la richiesta per l’installazione di turbine nel Mare del Nord proprio in ragione della tutela del patrimonio zoologico marino. Senza contare gli innumerevoli problemi destati dalla collisione di stormi di uccelli con le turbine. Tutte complicazioni fatte presenti anche da gruppi ecologisti (Nabu e WWF in testa), i quali chiedono controlli più rigidi sul rilascio dei permessi. Ambientalismo contro ambientalismo. Qual è quello originale?

lunedì 16 marzo 2009

All'Opec, all'Opec / 2

Come previsto, l'Opec temporeggia. Non potrebbe fare altrimenti, e questa non è una buona notizia, anche se - emerge abbastanza chiaramente dal comunicato dell'Organizzazione - si cominciano a intravvedere i primi segnali di rallentamento nella corsa verso il peggio. Forse, se anche non è ancora giunto il momento della ripresa, le cose non sembrano destinate a compromettersi ulteriormente in maniera drastica. Naturalmente, tutto può succedere, ma si colgono i primi segnali di cambiamento del vento, nella misura in cui gli andamenti petroliferi possono fornire informazioni utili a comprendere quello che accade all'economia in generale.

Oggi Klaus a Milano

Vaclav Klaus, presidente della Repubblica ceca e autore di Pianeta blu, non verde, sarà oggi a Milano per presentare il suo libro, a partire dalle 18,00 presso Palazzo Clerici. Le posizioni di Klaus, che per semplicità si possono definire come sanamente scettiche, riflettono non solo la preoccupazione per un processo di pericolosa ideologizzazione del dibattito sull'ambiente, nell'ambito del quale le questioni climatiche sono sempre più un paravento per l'adozione di politiche pericolosamente costose. C'è, al fondo, l'esperienza dell'uomo Vaclav Klaus che ha vissuto, subito e sofferto il comunismo: alcuni elementi di quella dittatura, il presidente ceco li rivede nelle attuali politiche ambientali. Non significa, ovviamente, che l'Europa voglia sostituire la falce e il martello col sole che ride: significa, piuttosto, che il controllo delle emissioni, con la creazione della gigantesca burocrazia che a esso dovrebbe sovrintendere, implica anche la pianificazione della produzione e del consumo energetico, e tramite essa dell'economia tutta. Non bisogna fasciarsi la testa prima che sia rotta, anche perchè, per ora, siamo su un piano quantitativamente (ma non qualitativamente) diverso. Ma sbattere la testa sul muro non è il modo migliore per mantenerla integra. 

mercoledì 11 marzo 2009

Ciao Gian

Ieri sera, se n'è andato Gian Turci. In silenzio, senza avvertire nessuno, senza stare male. Si è semplicemente spento. E' una grande perdita, per tutti. Ma lo è soprattutto per me. Non voglio fare retorica vuota: non voglio dire che Gian avrebbe salvato il mondo. Non l'avrebbe fatto. Non ci sarebbe riuscito. Gian apparteneva a quella rara e ammirevole categoria di persone che sono disposti a reggere contro tutto. Persone che si spezzano, piuttosto che piegarsi. Persono che possono essere sconfitte, ma non sottomesse. Gian è stato, per me, due cose. E' stato un amico, un compagno di strada per tanto tempo e in tante battaglie. Ed è stato una persona - non trovo una parola migliore - onesta: uno di quelli che puoi anche odiarli per quello che pensano, maledirli per quello che dicono, ma di cui non puoi negare la profondissima onestà intellettuale. Tant'è che, nella vita, Gian ha perso. La sua battaglia per i diritti civili e contro la barbarie del fascismo antifumo è stata una battaglia di testimonianza. Ha agitato la bandiera fino all'ultimo, sapendo di essere solo e in terra ostile. E' scappato dal suo paese d'adozione, il Canada, ed è venuto nel suo paese natale, l'Italia, per sfuggire alla persecuzione antitabagista: ha trovato gli stessi mostri - mostri ideologici, mostri proibizionisti, mostri dell'intolleranza - ad attenderlo. Ma vale per Gian quello che Giovannino Guareschi diceva di sé: non muoio neanche se mi ammazzano. Se l'immenso lavoro di documentazione che Gian ha fatto, solo e ostinato, sul sito di Forces Italiana resterà, così come resteranno i semi e la consapevolezza che Gian ha piantato nel cuore e nel cervello di tanti di noi, me compreso. A Gian non sarebbe piaciuto un ricordo melenso e drammatico: Gian, nonostante la rabbia che sempre si portava dietro per la rapida fine delle libertà che tanto amava, è sempre stato una persona allegra. Prendete il sigaro più prezioso, la marca di sigarette più ricercata o il tabacco più raffinato, e fumateli pensando a lui. Uno sbuffo di fumo lo raggiungerà dove si trova adesso. Lì, si può fumare in pace.

martedì 10 marzo 2009

George W. Obama

Qualche giorno fa scrivevo su EnergiaSpiegata.it dello iato tra l'Obama della fede e l'Obama della storia. Il primo stravolgerà il sistema energetico americano, affrancando gli Usa dalla dipendenza dal petrolio mediorientale e abbattendo le emissioni. Il secondo, più realisticamente, si impegna a raddoppiare il contributo delle fonti rinnovabili - in particolare, eolico, solare e geotermico - al fabbisogno americano. Questo obiettivo, anticipato dal segretario all'Energia, Steven Chu, è stato rilanciato dallo stesso presidente, durante la sua ultima audizione al Congresso. A differenza della rivoluzione verde, questo è un obiettivo realistico e, tutto sommato, non particolarmente sfidante. Al punto che, come ha scritto Robert Bryce sul Wall Street Journal (e poi ancora su Energy Tribune), non è nulla di più di quanto si è visto sotto il regno del vituperato George W. Bish (in parte giustamente, ma credo che il giudizio su di lui alla fine sarà meno impietoso). Nei tre anni 2005-2007, la produzione di elettricità da sole e vento è quasi raddoppiata. A questo punto, gli obamisti devono risolvere una questione: Obama è un falso messia, oppure anche Bush si merita la qualifica da profeta?

venerdì 6 marzo 2009

Trasparenza energetica

L'editoriale dell'Oil & Gas Journal (subscription required) di questa settimana dice una cosa molto giusta: il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, può fare tutto quello che vuole, per promuovere le fonti energetiche che gli garbano di più. Dovrebbe, però, avere l'onestà di dichiarare di fronte ai consumatori quanto spende e come, e in che misura ciò incide - di volta in volta - sulla bolletta, sulle tariffe energetiche, o sul bilancio dello Stato. Un aspetto importante è evidenziare il rendimento energetico della spesa pubblica. Secondo un rapporto del 2007 dell'Energy Information Administration, la spesa in incentivi quell'anno fu poco al di sotto degli 11 miliardi di dollari. Di questi, una grossa fetta andò al credito di imposta sulle fonti rinnovabili (2,37 miliardi) e nell'esenzione fiscale per i combustibili derivati da alcol (2,99 miliardi). Petrolio e gas, sovente accusati di godere di benefici ingiustificati, beneficiarono di poco più di 1,5 miliardi di dollari. Questo, naturalmente, non significa che tale sussidio fosse giustificato: vuol solo dire che era relativamente basso.

Questo per quanto riguarda le dimensioni. E sul rendimento? Nel 2007, prosegue l'O&GJ, i 3,2 miliardi di dollari spesi per incentivare i biocarburanti consentirono la produzione di 550 mila miliardi di Btu di energia: cioè, 5,82 dollari per milione di Btu. Nel 1981, anno in cui i sussidi per oil & gas raggiunsero il loro picco storico a quasi 11 miliardi di dollari reali del 2007 (si sarebbero poi drasticamente ridotti, per fortuna), essi consentirono la produzione di energia per 38,1 milioni di miliardi di Btu, cioè ebbero una resa di 29 centesimi di dollari per MBtu. In altre parole, i contribuenti americani - nell'anno della follia petrolifera - furono chiamati a spendere, per unità di energia generata, venti volte meno che nel 2007 sui soli biocarburanti. E il 2007, pur essendo stato un anno molto favorevole, offriva un piatto molto meno ricco di quello che i programmi dell'amministrazione Bush, e oggi dell'amministrazione Obama, lasciano intendere per il futuro.

Fate quello che volete, ma che almeno la gente sappia quanto paga.

mercoledì 4 marzo 2009

Venti di passione (tedeschi)

Beh, scusatemi, ma questo servizio confezionato da France 24 International lo trovo davvero un po’ comico. Non tanto in sé, ma per quello che sostengono gli intervistati. Andiamo con ordine.
Entro il 2020, anno nel quale le emissioni di gas serra dovranno essere ridotte del 40 per cento rispetto al 1990, la Germania prevede infatti di basare la propria produzione di energia elettrica per il 30 per cento sulle rinnovabili, per ora ferme al 14 per cento del totale. Come? Investendo tutto in turbine a vento, fonte non troppo costosa (tra i tre-quattro cent per kWh, secondo le stime più ottimistiche) e resa abbastanza competitiva rispetto ai combustibili fossili dalle cosiddette feed-in-law dei primi anni Novanta, le quali hanno garantito ai produttori da eolico (stessa cosa dicasi per il solare) la certezza di una tariffa fissa agevolata (e quindi superiore ai prezzi di mercato) per ogni kWh venduto alla rete.
-Ora, in questo magnifico e commovente servizio, l’immarcescibile Bärbel Höhn (Verdi) vuole convincerci che no, i cittadini tedeschi in questi anni non hanno pagato bollette più care, perché “le energie alternative hanno ridotto i costi per il consumatore”. Stupefacente. Se il buon senso da solo non basta, sarebbe sufficiente leggersi Wikipedia alla voce Feed-in_tariff.
-In secondo luogo, mi pare assai paradossale che la si meni continuamente con questa storia della concorrenzialità del vento (che conta oggi per circa il 6,5% della produzione totale di energia elettrica tedesca). Se l’energia eolica è competitiva, piace, costa poco e fa la fortuna dei consumatori, perché diavolo ci si dovrebbe preoccupare così tanto? Il mercato saprà approfittarne. Diamo tempo al tempo.
-In ultima istanza un problema di numeri, date e credibilità. Claudia Kemfert, economista del dipartimento energia dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW), assicura che nel 2020 l’intera quantità di energia prodotta da rinnovabili potrà aggirarsi intorno al 20-25% del totale. Secondo i calcoli di Björn Klusmann, direttore dell’associazione federale per le energie alternative, si potrebbe invece arrivare fino al 47%. Ora, qualcuno può spiegarci a che cosa siano dovute queste differenze (30-20/25-47) a dir poco abissali nelle previsioni?

Clima americano

Lo staff obamiano comincia le sue manovre di posizionamento verso il G8 e, soprattutto, l'appuntamento di Copenhagen. Obiettivo: mantenere l'aura di santità ecologica al minimo costo. Todd Stern, inviato speciale di Barack Obama per il cambiamento climatico, ha esortato il Congresso ad approvare entro l'anno una legge sulle emissioni, che crei un sistema di cap & trade analogo a quello europeo. Resto persuaso che sia una mossa tattica e d'immagine: Stern e Obama sanno che al Senato sarà difficile raccogliere i voti. Non solo per la tenace (si spera) opposizione repubblicana, ma anche perché si dovranno superare i mal di pancia dei democratici provenienti dagli stati manifatturieri e/o produttori di carbone. Aspettiamoci un'epidemia di influenza, quando sarà il momento.

Ciò non toglie che la Casa Bianca stia facendo della retorica climatica un tema centrale della sua azione. In parte questo è comprensibile: è un modo per allentare l'attenzione sulla crisi e sui deludenti effetti del piano Geithner. Ciò nonostante, le continue e reiterate promesse, fuori dalla campagna elettorale, dovranno trovare uno sbocco: potrebbe essere il lancio di un piano ambizioso da parte dell'amministrazione, destinato a sfasciarsi al Senato. E' quanto sostengono alcuni amici bene informati, che mi fanno notare come, in molti posti chiave, Obama abbia voluto piazzare degli estremisti scatenati (come Carol Browner e John Holdren), che difficilmente sapranno tessere la necessaria tela politica. Altri sono più pessimisti, e si aspettano che qualcosa, in effetti, verrà fatto.

David Schnare, uomo molto informato e attento, ritiene che alla fine verrà fuori un mezzo cap & trade. Dico mezzo nel senso che non si tratterà del piano ambizioso che i credenti nell'obamismo si aspettano (così come, più in generale, il nuovo messia non è ancora in grado di camminare sulle acque energetiche). Tutto ruota attorno a una questione tecnica: ammesso che sia necessario ridurre le emissioni, di quanto bisogna farlo?

David sostiene che le due persone chiave saranno il segretario all'Energia, Steve Chu, e il nuovo capo dell'Environmental Protection Agency, Lisa Jackson: a loro potrebbe spettare il compito di fare esplodere la bolla climatica. Lo strumento sarebbe questo: non definire il "cap" (da cui poi deriva l'impatto sull'economia americana) in funzione di un obiettivo climatico (riduzione della temperatura, concentrazioni di gas serra in atmosfera, oppure riduzione assoluta delle emissioni). Piuttosto, sceglierlo sulla base di una stima dei costi ritenuta accettabile. In pratica, si tratterebbe di decidere quanto spendere, e poi lasciar andare la macchina: in parole semplici, anziché fissare un obiettivo e raggiungerlo più o meno a qualunque costo (come si è fatto in Europa), Obama sarebbe orientato a fissare un limite di spesa e raggiungere l'obiettivo massimo compatibile con quel tipo di sforzo.

Non solo: questo consentirebbe all'amministrazione di prendere due piccioni con una fava. Un sistema di controllo delle emissioni in grado di generare gettito (quindi, una carbon tax o un sistema di certificati venduti all'asta) consentirebbe, Obama lo ha dichiarato apertamente, di finanziare le riforme che gli stanno a cuore, come quella del sistema sanitario o qualcosa di simile agli ammortizzatori sociali. Se questo è vero, Obama creerebbe un formidabile meccanismo ostile alla riduzione delle emissioni, perché una sensibile riduzione farebbe anche restringere la base imponibile e quindi il gettito della tassa/asta.

Si tratterebbe di un modo intelligente, da parte del nuovo presidente, di offrire qualcosa (ma non troppo costoso) a quella fetta della sua constituency che sbava di fronte alle politiche climatiche. Probabilmente, contenterebbe i campioni dell'ecologismo americano, alla Al Gore. Ma difficilmente potrebbero attaccarlo in modo aperto ed esplicito. Inoltre, gli Usa si renderebbero inattaccabili dal punto di vista internazionale. E' possibile che questo sia il punto di caduto dopo una traiettoria complessa, e la sintesi dei mille problemi che stanno sorgendo sul fronte delle politiche ambientali? Forse sì. Nel breve termine, si tratterebbe di un compromesso ragionevole: nel lungo, tuttavia, continuo a credere che sia pericoloso istituire un sistema di cap & trade. Come abbiamo visto in Europa, può essere uno strumento del demonio.

domenica 1 marzo 2009

Torna Robin Hood. Non è un paese per petrolieri

Un emendamento del governo al ddl Sviluppo, attualmente in discussione al Senato, propone l'aumento delle royalty sull'estrazione di petrolio e gas su terraferma (quindi non offshore) dal 7 al 10 per cento. Si tratta di un aumento di più del 40 per cento, formalmente allo scopo di creare un fondo per finanziare sconti fiscali sulla benzina nelle regioni produttrici. Nella realtà, si tratta semplicemente di un ulteriore balzello per allargare un rivolo di denaro a beneficio dell'erario. Una proposta simile faceva parte - assieme all'una tantum sulla rivalutazione delle scorte e l'aumento dell'aliquota Ires per le compagnie operanti nel settore dell'energia - del pacchetto originario della Robin Tax, da cui era poi stata cancellata per i suoi ovvi effetti controproducenti. Eravamo, infatti, nel giugno 2008, i prezzi del petrolio erano in rapida ascesa dai 100 dollari di gennaio ai 150 dollari di luglio per barile, e l'ultima cosa che si poteva desiderare era disincentivare la (pur limitata) produzione nazionale attraverso un inasprimento fiscale. Adesso ci troviamo in una situazione del tutto opposta, ma il problema non è diverso: il mondo sta scontando un eccesso di offerta, quindi c'è una tendenza da parte delle compagnie a cancellare i progetti non profittevoli. Un aumento fiscale rende meno convenienti attività che già, visti i costi connessi al sistema italiano e la non eccelsa qualità della maggior parte dei nostri greggi, col barile a 40 dollari non sono particolarmente esaltanti. Tant'è che la maggior parte dei paesi produttori si stanno muovendo in direzione contraria, facendo ponti d'oro alle compagnie che intendono restare e investire. Peggio ancora, nel progetto originale della Robin Tax (che con Piercamillo Falasca abbiamo criticato in questo paper) l'aumento delle royalty era subordinato al superamento di un prezzo di riferimento (per il 2008 sarebbe stato 55 dollari al barile). Oggi che quel prezzo di riferimento è un miraggio e un sogno per i produttori, quella condizione pare venir meno, tradendo il reale e neppure troppo nascosto scopo dell'operazione: generare gettito. Viene da chiedersi, ed è naturalmente domanda retorica, se qualcuno si sia mai posto il problema di qual possano essere le conseguenze, in termini di politica energetica e di rischio paese, di questi continui interventi contro interi settori industriali.