I prezzi del greggio continuano a tenere, e anzi non mancano le spinte rialziste, che ieri hanno portato il Wti oltre i 54 dollari al barile. Crescono, dato ancor più rilevante, i futures con scadenza al 2010, a indicare che i mercati stanno davvero vedendo la fine della crisi, o qualcosa del genere (il che, naturalmente, non significa che non possano sbagliarsi). Lo stesso Centro studi di Confindustria, che in questi mesi non si è distinto per ottimismo, prevede un prezzo in crescita, da una media di 44 dollari nel 2009 a una media di 53 dollari nel 2010 (anche questi dati potranno essere smentiti dai fatti). Se comunque le cose andassero davvero così, allora sarebbe il momento di porsi seriamente la questione dell'approvvigionamento, e dei nodi strutturali che, l'anno scorso, ci hanno portato a un soffio dai 150 dollari. E' vero che quella quota stratosferica scontava, probabilmente, una significativa componente speculativa, ma la speculazione non nasce nell'iperuranio finanziario senza radicarsi su una condizione debole dei fondamentali. Condizione che difficilmente potrà risolversi se, come sembra, le compagnie continuano a tagliare investimenti (nonostante vi siano, anche qui, segnali positivi: a conti fatti, la riduzione degli investimenti potrebbe essere meno vasta del previsto).
Una recente analisi del Cera, per esempio, afferma che circa metà dell'aumento della capacità produttiva previsto prima della crisi (7,6 milioni di barili al giorno, rispetto a una previsione di crescita da 94,5 a 109 milioni di barili/giorno nel 2014) potrebbe essere messa a repentaglio. Credo che all'interno di questa stima rientri la produzione da unconventional, che è il vero convitato di pietra di tutti questi dibattiti (compreso quello sulle implicazioni ambientali), e che è potenzialmente in maggiore difficoltà. La stessa stima del Cera potrebbe, tuttavia, essere pessimistica, e il punto di equilibrio potrebbe assestarsi da qualche parte tra i 101,4 temuti e i 109 sperati. Lo suggeriscono, per esempio, le indicazioni contrarie di altre società, altrettanto autorevoli, che, pur non eccedendo nell'ottimismo, lasciano intendere che la riduzione degli investimenti, specie da parte delle compagnie nazionali, potrebbe non essere così drammatica.
Di certo, all'uscita della crisi ci aspetta un ritorno di fiamma della domanda, dovuto non solo al riallinearsi su valori "normali" della produzione industriale, ma anche alla ripresa della crescita del mondo in via di sviluppo. Simbolo di questo fenomeno, come ha osservato Antonio Sileo sulla Staffetta, è la Tata Nano, che - a dispetto di tutti i problemi organizzativi e del momento non entusiasmante in cui si affaccia sul mercato - promette di condurre alla motorizzazione di massa delle economie emergenti. Ciò non toglie che nel lungo termine il petrolio tornerà abbondante, ma accresce il rischio di una rapida risalita dei prezzi nel breve termine. Non c'è nulla, nell'immediato, che si possa fare per impedirlo. Ma sapere che ciò avverrà, è il primo passo per uscirne sani e salvi.
venerdì 27 marzo 2009
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2 commenti:
Non vedo molto la correlazione fra la crescita dei prodotti petroliferi e l'uscita dalla crisi.
Prezzi bassi del petrolio non convengono proprio a nessuno, specialmente chi aveva in cantiere investimenti massicci per le estrazioni non convenzionali, la stessa OPEC vorrebbe tagliare pesantemente la produzione proprio per tenere alti i prezzi.
Cosomai il pericolo è l'opposto, cioè la coincidenza di una crisi economica che continua e forze inflazionistiche sorrette anche dal rialzo dei prezzi dei carburanti.
Potrebbe essere una miscela esplosiva, o semplicemente assecondare uno scenario da post-picco, mascherato dalla crisi economica in atto.
Il problema sono i future si dovrebbe vietare il loro uso in quanto solo fonte di speculazione,inoltre per quanto riguarda la crisi non è causata da una bassa domanda ma da prezzi anche di beni di prima necessità tenuti alti artificiosamente (multa antitrust a produttori pasta docet).Angelo C.
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