domenica 19 aprile 2009

Iride. Il paradosso della contendibilità incontendibile

La tensione tra il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e quello di Genova, Marta Vincenzi, sul controllo pubblico di "Irenia" - il gruppo che dovrebbe nascere dalla fusione di Iride ed Enìa - ha ormai ampiamente superato i livelli di guardia, nonostante qualche cauto tentativo di ricucire. Ieri, sulla Stampa Luca Fornovo e Beppe Minello hanno accreditato le indiscrezioni diffuse da Quotidiano Energia, secondo cui la Mole sarebbe pronta a rompere l'alleanza con la Lanterna. Oggetto del contendere, la clausola sul mantenimento del 51 per cento della nuova compagnia in mani pubbliche, che Vincenzi vuole nello statuto, mentre secondo Chiamparino è garantita a sufficienza dai patti parasociali e che, nel lungo termine, rischia di essere più un ostacolo che un elemento di vantaggio. L'esito della vicenda dipende essenzialmente da due variabili: una di natura politica (Vincenzi avrebbe ceduto al diktat di Rifondazione e Italia dei Valori, ma lo stesso Chiamparino avrebbe problemi con l'ala sinistra della sua maggioranza), l'altra strategica. Infatti, per rompere il primo cittadino torinese deve anzitutto ottenere una revisione dello statuto di Fsu (la joint venture paritaria dei due comuni che ha il 58 per cento di Iride e avrà il 36 per cento di Irenia), e poi tessere un rapporto con gli enti locali emiliani azionisti di Enìa, che avranno il 23,6 per cento di Irenia. Se entrambi questi tasselli fossero sistemati, la manovra di Vincenzi finirebbe per ritorcersi contro di lei, e sarebbe una dimostrazione di grande dilettantismo, come ho sostenuto sul Secolo XIX. All'attacco di Chiamparino, Vincenzi replica oggi con un'intervista a Gilda Ferrari del Secolo XIX e alcune dichiarazioni alla Stampa e al Sole 24 Ore, da cui traspare la debolezza del suo gioco. Da un lato, infatti, dice che la pretesa che il 51 per cento del gruppo resti pubblico "non toglie nulla alla contendibilità" - dichiarazione assurda, perché se lo statuto impone che il pacchetto di maggioranza dell'azienda sia posseduto da attori pubblici, non c'è spazio alcuno per un mutamento dei rapporti di forza che non passi per le stanze della politica. Dall'altro, ribadisce che la questione della contendibilità riguarda solo il servizio, che "dovrà essere messo a gara", mentre è per lei essenziale che le reti "dovranno rigorosamente restare in mano pubblica". Questa è un'affermazione surreale non solo perché è discutibile che la proprietà pubblica delle reti sia un elemento di garanzia e non di immobilismo, ma anche e soprattutto perché la pubblicità delle reti è un obbligo di legge imposto a chiare lettere dal disegno di legge 112 del 2008, art. 23 bis, comma 5, che fa piazza pulita dei (remoti) dubbi in merito lasciati dalla normativa precedente (me ne sono occupato con Federico Testa in questo articolo sul Sole 24 Ore e, più ampiamente, sulla rivista Management delle Utilities). Vincenzi sostiene, correttamente, che le nuove disposizioni entreranno in vigore solo allo scadere delle concessioni vigenti, che avverrà nel prossimo paio di anni, ma sarebbe ridicolo pensare che un attore privato potesse subentrare (anche ammesso che gli attuali proprietari delle reti, che nel caso di Iride ed Enìa sono a controllo pubblico e lo saranno per un po' a prescindere dall'introduzione della clausola nello statuto) sapendo che non farebbe neppure in tempo a concludere il deal, che dovrebbe immediatamente cedere le reti agli enti locali interessati. E, in ogni caso, se si tratta di un problema di gestione della transizione, non si capisce perché i patti parasociali, che in merito sono ahimé chiarissimi, non possano bastare. La posizione della Vincenzi è, dunque, fragile e incomprensibile, ma soprattutto rischia di pregiudicare una futuribile evoluzione nella direzione della concorrenza e del mercato, cristalizzando gli assetti proprietari e trasformando sempre più queste operazioni di fusione, teoricamente necessarie a conseguire delle efficienze e delle sinergie, in semplici e inutili (ai fini industriali) operazioni di somma. Cioè: cambiare tutto perché ciascun ente locale mantenga il controllo diretto sui pezzetti di suo interesse.

Se i ghiacciai non si sciolgono abbastanza, riciclate le foto

Le foto costano, l'allarmismo è gratis. La soluzione razionale per l'ecologista socialmente impegnato ma col braccino corto, è economizzare sulle prime, come dimostra il blog Watts Up With That. Anche noi, nel nostro piccolo, avevamo sgamato il Corriere della sera, con un divertente Focus di Luigi Mariani.

venerdì 17 aprile 2009

Vincenzi-Chiamparino 1-0. Perde il mercato

La fusione tra Iride ed Enìa darà vita all'ennesimo carrozzone pubblico. Il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, ha ceduto alle pressioni del primo cittadino genovese, Marta Vincenzi, che vuole inserire a tutti i costi nello statuto del nuovo gruppo (e non solo nei patti parasociali che legano i due principali azionisti) una clausola secondo cui il 51 per cento del capitale deve restare in mani pubbliche. Chiamparino aveva più volte sottolineato come fosse interesse della società crescere e crescere bene, e che coerentemente i comuni avrebbero dovuto comportarsi da azionisti disposti a diluire il proprio controllo, pur di partecipare a un'impresa più solida e più forte. Purtroppo, Vincenzi e la sua maggioranza si sono impuntati, e adesso alcune voci (riferite da Quotidiano Energia) raccontano che Torino avrebbe solo apparentemente gettato la spugna, essendo in realtà pronta a mandare tutto all'aria per, si direbbe se fosse un matrimonio, incompatibilità caratteriale. Le tensioni tra i due comuni arrivano al termine di un'esperienza non proprio di successo, visto che Iride ha avuto seri problemi di governance, e si aggiungono al disastro di A2A e al terremoto dentro Acea, che hanno spinto molti - tra gli altri, Carlo Scarpa e Goffredo Galeazzi - a denunciare il ritorno del "neosocialismo municipale", che per la verità non se ne era mai andato. Il problema è che non solo la partecipazione degli enti pubblici all'azionariato delle utilities crea enormi problemi, se non altro potenziali, visto il ruolo che tali enti hanno nella regolazione dei monopoli tecnici che, non di rado, sono verticalmente integrati nelle municipalizzate stesse, ma anche, a questo punto, attuali. Se i comuni non volessero esercitare in modo pesante e invasivo il loro peso - come hanno fatto Roma con Acea, e Milano-Brescia con A2A - non avrebbero motivo di mettere a repentaglio operazioni industriali che tutti ritengono, teoricamente almeno, utili e sensate. Il problema è che i comuni non vogliono solo i dividendi (cosa pure tutt'altro che limpida), ma pretendono di disporre liberamente delle nomine sulle poltrone che contano (e che sono ben retribuite) e, presumibilmente, delle strategie aziendali. Se gli attori giocano col guinzaglio, al tempo stesso subendo abusi e godendo di privilegi da parte dei loro azionisti, come si può credere o pretendere che la concorrenza funzioni?

giovedì 16 aprile 2009

RWE in Turkmenistan

Se n’era parlato più diffusamente qui. Ora RWE, il secondo colosso energetico più grande di Germania e partner del progetto per la costruzione della pipeline Nabucco, tenta di accelerare i tempi dell’affrancamento turkmeno dalla Russia. Con l’intesa raggiunta oggi ad Ashgabat, ai tedeschi sono stati accordati i diritti per l’esplorazione dei giacimenti di gas nel Mar Caspio. Tra le possibilità allo studio anche un gasdotto che giunga in Europa proprio via Mar Caspio.

Soldi soldi soldi

La leadership europea sul clima? Questione di soldi. "L'Ue è leader del dibattito internazionale - ha detto il ministro dell'Ambiente ceco, Martin Bursik, in qualità di presidente di turno al termine di una riunione coi colleghi provenienti dagli altri Stati membri - Vogliamo tener duro e offrire una posizione di leadership anche agli Usa". Aggiungendo: "senza un pacchetto finanziario, difficilmente avremo successo a Copenhagen... Senza soldi non si va da nessuna parte. No money, no deal". Non risultano prese di distanza da alcuno dei suoi colleghi, né quelli ritenuti meno sensibili alla questione ambientale, né coloro che invece la bandiera verde la sventolano in ogni occasione. Nell'ingenuo candore di Bursik c'è una grande verità, che però raramente viene a galla in tutta la sua crudezza. Quando si dice clima, si intende soldi; e quando si dice politiche climatiche, si intende redistribuzione delle risorse. Il nodo essenziale da sciogliere è dunque se le politiche che si vogliono adottare siano (a) utili e (b) efficienti. Poiché c'è una grande evidenza che, almeno per quel che riguarda l'Europa, non siano né l'una né l'altra cosa, sarebbe opportuno partire da qui per immaginare una strategia più sensata ed efficace. Altrimenti, resta il sospetto - più del sospetto, in verità - che l'interesse per il futuro del pianeta sia inferiore a quello per il grasso che cola dalle politiche del clima.

lunedì 13 aprile 2009

George W. Obama / Spot the differences

Si moltiplicano gli elementi di continuità tra George W. Bush, su politica estera, guerra al terrorismo, ambiente e clima. Oltre, naturalmente, al Piano Geithner, che è la prosecuzione del Piano Paulson con altri mezzi. Comunque, questo articolo di Roberto Menotti mi ha spinto a scrivere questo, dove sviluppo alcune riflessioni disordinate che avevo avviato su questo blog, e in particolare qui e qui. Le somiglianze tra l'ex presidente e il nuovo inquilino della Casa Bianca - al netto di differenze che naturalmente ci sono e nessuno vuole negare, per esempio nella retorica o sui temi "eticamente sensibili" - stanno tra l'altro divenendo oggetto di una vasta letteratura. Ne aveva scritto, in relazione alla guerra al terrorismo, Christian Rocca, mentre Giuliano Ferrara aveva riscontrato vari punti di contatto all'indomani del discorso di Obama a Baghdad. Ulteriori elementi li ha evidenziati Jackson Diehl sul Washington Post, ma il vero "pezzo forte" è, IMHO, l'analisi di Christian Brose, senior editor della rivista Foreign Policy (che ospita l'intervento) e, soprattutto, ex speech-writer di Condoleeza Rice. Unite i puntini e vedete voi se chiamarle coincidenze.

mercoledì 8 aprile 2009

2/ Venti di passione (tedeschi)

Girovagando sul web abbiamo scoperto che in Germania- come altrove d’altronde- esistono numerose associazioni di cittadini che protestano vibratamente contro l’installazione di turbine eoliche. In Baviera, ad esempio ne è nata una (Gegenwind für Mensch und Natur) con lo scopo conclamato di chiedere al governo regionale di rinunciare al folle disegno volto a ricoprire l’intera superficie del Land con impianti eolici, nonché di fissare per legge la distanza che le turbine (ormai sempre più alte, rispetto a quelle di prima generazione) dovranno mantenere dalle abitazioni e dagli edifici pubblici. Se guardate questo video, l’effetto che si ha nell’avere una pala rotante di fronte a casa non è davvero dei migliori. Ma di qui in poi, come nel caso dei rifiuti o del nucleare, entriamo nel campo della libera negoziazione e degli indennizzi. Carlo Lottieri lo ha spiegato tempo fa in un suo brillantissimo paper.
Tornando all’eolico. In questo eccellente servizio del NDR (Norddeutscher-Rundfunk) si ragiona sul fatto che, con il venir meno dell’atomo, verranno improvvisamente a mancare 20.000 megawatt e la Germania dovrà quindi concentrare i propri sforzi non tanto sul solare (che come ha spiegato Chicco Testa, rispondendo ad un delirante editoriale di Dacia Maraini, è prodotto in quantità risibili in Germania), ma sull’energia generata dal vento (potenza installata sinora: 32.000 Megawatt). Date le forti opposizioni della cittadinanza alla costruzione di impianti onshore, si punta tutto sui mega-parchi offshore di cui si è detto in passato. Paradossalmente, però, le zone della Germania del Nord nelle quali si trova e si troverà il maggior numero di turbine sono le aree che meno abbisognano di energia, la quale dovrà quindi essere trasportata verso Sud (in Nord-Reno Westfalia e giù fino alla Baviera) attraverso la rete. Rete che tuttavia deve essere ammodernata per sostenere il passaggio di quantità così ingenti di energia. RWE, colosso tedesco del settore, lo sta facendo. Ma la sollevazione popolare contro il potenziamento di una linea che passa vicino alle case e le cui conseguenze per la salute non sono ben chiare, è alta. I dimostranti chiedono che la rete sia interrata, in modo che i rumori vengano il più possibile limitati. Ancora una volta: ambientalismo contro ambientalismo. Gerd Rosenkranz, ecologista tedesco di primo piano, se ne è accorto ed ammette: “Per noi è davvero difficile. Il conflitto tra ambiente e difesa della natura è palese”. Ma poi ricompare la solita vena allarmista: “D’altro canto, se non si fa così, l’acqua potrebbe presto raggiungere Berlino…”. Insomma, se si dice sì all’eolico, allora bisogna anche concedere che la rete sia potenziata. E conseguentemente fare spallucce dinanzi ai timori della popolazione.
Quando poi il vento non batte, le cose si complicano ulteriormente, come il documentario mostra in maniera palmare. Ci sono giorni, in particolar modo d’inverno e d’estate, in cui in Germania c’è calma piatta e solo l’1% della potenza istallata è effettivamente attiva… Ecco perché è necessario proseguire sulla via del mix energetico, come chiedono i liberali e i democristiani.
Negli ultimi tre o quattro minuti del reportage si mostra infine la riunione di un gruppuscolo di cittadini, capitanati (non sgranate gli occhi!) da un politico locale dei Verdi. Di che si parla? Dei problemi arrecati alla cittadinanza dalle centrali eoliche. Non mi va di replicare quanto detto sopra. Le difficoltà riscontrate sono più o meno le stesse. Conclude Rosenkranz: “E’ vero. La costa, là sul Mare del Nord era molto più affascinante, quando non c’erano le turbine”...

Siamo troppi?

Gran parte delle discussioni sui temi ambientali in generale e climatici in particolare, finiscono per infilarsi - più o meno esplicitamente - nel vicolo cieco della sovrappopolazione. In fin dei conti, due sono i motivi per cui le emissioni di gas serra sono quelle che sono: "troppi" esseri umani consumano "troppo". Tra i due termini dell'equazione c'è una relazione biunivoca: siamo troppi proprio perché lo sviluppo tecnologico ci ha consentito di consumare "troppo" e dunque crescere e moltiplicarci, e consumiamo troppo perché siamo sei miliardi e passa anziché tre o due o uno, o dovunque vogliate mettere l'asticella. Del tema si occupa l'ultimo numero della rivista Aspenia, che ospita anche un mio pezzo nel quale cerco di spiegare perché la "sovrappopolazione" non è una minaccia, ma è un concetto impreciso che nasconde l'ansia di controllo. Non può esserci crescita, senza crescita demografica.

domenica 5 aprile 2009

I senatori e il clima. Risposta a Della Seta

Qualche giorno fa, ho commentato positivamente la notizia che il Senato aveva approvato una mozione proposta da diversi senatori del Pdl, tra cui i presidenti di tre commissioni, che invita alla moderazione sulla politica climatica. La mozione, sostanzialmente, chiede al governo italiano di impegnarsi in Europa e in ogni altra sede rilevante perché le politiche climatiche (a) riconoscano gli aspetti di incertezza scientifica, (b) considerino lo sforzo di adattamento ai mutamenti del clima prioritario rispetto a quello di mitigazione dei cambiamenti climatici stessi, (c) abbandonino la strada radicale ed estremista imboccata con le scelte europee e (d) in particolare vengano totalmente ripensate in relazione agli obiettivi sui biocarburanti.

Al mio post ha risposto, tra gli altri, il senatore del Pd, ed ex presidente di Legambiente, Roberto Della Seta, autore di una contromozione sul clima che è stata discussa (e sconfitta) contestualmente a quella votata dal Senato. Della Seta solleva, essenzialmente, tre punti: (1) La mozione del Pdl è "negazionista"; (2) in ogni caso si inserisce contromano sull'autostrada politica che ha portato molti governi, di sinistra e di destra, dalla Francia di Sarkozy agli Usa di Obama, ad abbracciare la "green revolution"; (3) infine, nell'attuale congiuntura economica gli investimenti verdi possono rappresentare uno dei tasselli per uscire dalla crisi.

Cercherò di spiegare perché non mi trovo d'accordo, concentrandomi principalmente su (2) e (3). Velocemente, invece, su (1): sebbene la mozione del Pdl sia ispirata chiaramente alla convinzione che le "prove" dell'effetto antropogenico sul riscaldamento globale siano insufficienti, non mi sembra che le sue parole possano essere definite "negazioniste". I senatori Pdl, e se è per questo neppure io, non negano che esista un fenomeno di aumento delle temperature, né che le emissioni di origine antropica possano parteciparvi. Negano che il fenomeno sia pienamente compreso e sottolineano che non è né scontato, né acquisito che la componente umana sia dominante rispetto a quella dovuta a cause naturali. Anche in risposta a un altro commento allo stesso post, per un quadro ragionevolmente completo e molto divulgativo della questione segnalo il libro di Guido Visconti, uno dei massimi esperti italiani di clima, Clima estremo. Un'introduzione al tempo che ci aspetta. Per un'analisi più ampia, che tocchi anche gli aspetti politici ed economici della questione, suggerisco invece la lettura dell'agile libretto di Nigel Lawson, Nessuna emergenza clima. Uno sguardo freddo sul riscaldamento globale.

Per quel che riguarda (2) e (3), si tratta di questioni distinte ma complementari. Anzitutto, è vero che le dichiarazioni della maggior parte dei leader politici occidentali, dal presidente americano ai suoi colleghi europei, siano in larga misura allarmistiche sul clima e favorevoli a promuovere massicci investimenti in questa direzione, e in particolare sulla ristrutturazione verde dei nostri sistemi energetici. La stessa politica europea del 20-20-20, su cui il governo italiano ha fatto una forte opposizione anche se non sempre efficace, si ispira a tale convinzione. Tuttavia, la distanza tra le parole e i fatti è abbastanza clamorosa. Per esempio, l'Ue finora ha prodotto più promesse che fatti, visto che le sue politiche non sembrano aver determinato una particolare riduzione delle emissioni dei 27 Stati membri. Unica, significativa eccezione è stato il 2008, anno in cui si è registrato, nei settori coperti dal mercato europeo dei fumi, una grande contrazione, dovuta però in larga misura agli effetti della crisi economica, che ha fatto crollare consumi di energia e produzione industriale. All'atto pratico, l'Italia si è trovata tutt'altro che isolata quando, a dicembre 2008, ha posto il problema della politica europea: perfino la Germania ne ha, seppure sotto traccia, fiancheggiato le posizioni.

Il motivo è direttamente riconducibile a (3), come abbiamo evidenziato sul Washington Times con Gabriel Calzada e Iain Murray: rifondare i nostri sistemi energetici sulle fonti rinnovabili non è un investimento, ma un costo. Se così non fosse, non servirebbero architetture di incentivi tanto complesse e costose come quelle adottate in Europa. Negli stessi Stati Uniti, sotto la retorica ambientalista di Obama si celano obiettivi men che ambiziosi: vale a dire, il semplice raddoppio della produzione rinnovabile (esattamente lo stesso obiettivo raggiunto dall'odiato George W. Bush). In altri casi, la patina verde nasconde una mera politica industriale, come nel caso del salvataggio delle Big 3 di Detroit. La realtà può essere sconfortante, ma il "green deal" difficilmente potrà produrre benefici economici (se non a livello locale: la politica industriale tedesca, attraverso gli obiettivi europei, scarica sui consumatori europei i costi necessari a sostenere l'industria verde nazionale, e in ogni caso è difficilmente replicabile, semplicemente perché quella nicchia è già presidiata da Berlino).

Al che, uno obietta: non contano i benefici economici, perché l'obiettivo è anzitutto ambientale. Forse. Ma se è così, perché allora non lo si dice chiaramente, evitando di illudere i cittadini? E, una volta acquisito questo, perché non si dice chiaramente anche che le politiche europee, in assenza di analoghi sforzi da parte almeno di Usa e paesi Bric, non produrranno alcun beneficio ambientale anche se fossero vere le tesi più allarmiste sul clima?

sabato 4 aprile 2009

Cdp/F2I/Terna. Cambia tutto per non cambiare nulla?

Il fondo per le infrastrutture creato dal governo di Romano Prodi, F2I, comincia a muoversi seriamente. Già da tempo in lizza per acquisire Enel Rete Gas, la società guidata da Vito Gamberale punterebbe a una quota del 70 per cento, forse addirittura dell'80 per cento. La trattativa col maggior operatore elettrico italiano, in esclusiva, dovrebbe concludersi il 24 aprile. Credo ci siano pochi dubbi sul suo esito, anche se - vista la situazione debitoria - il gruppo di Fulvio Conti ha tutto l'interesse a tirare la corda fino quasi al punto di rottura, allo scopo di massimizzare il valore di cessione.

Di per sé, comunque, la cosa non sarebbe particolarmente preoccupante, anche se si inserisce in un contesto poco chiaro e destinato a grandi evoluzioni, nell'ambito del quale un F2I aggressivo potrebbe giocare un ruolo molto preoccupante, come avevo scritto fin dalla creazione del fondo. Il problema diviene più complesso, però, se si considera l'ancora irrisolta situazione di Cdp, uno degli sponsor di F2I, e azionista sia di Enel, sia di Terna, di cui detiene, rispettivamente, il 10,35 per cento e il 30 per cento. La quota di Cdp in Enel è destinata inoltre ad aumentare, come conseguenza della ricapitalizzazione del gruppo per un valore di 8 miliardi.

Sull'attuale assetti azionario, grava la decisione dell'Autorità Antitrust, confermata dal Tar del Lazio e dal Consiglio di Stato, di costringere Cdp a uscire da Enel (o da Terna) per disinnescare l'evidente confitto di interessi. Infatti, la liberalizzazione del mercato elettrico italiano ruota attorno la scelta (corretta) di imporre la separazione proprietaria tra la rete nazionale di trasmissione dell'elettricità, di cui proprietà e gestione sono affidate a Terna, e gli operatori dei mercati liberalizzati a monte e a valle, tra i quali Enel è quello tuttora dominante, nonostante la sua quota di mercato si sia notevolmente ridotta in questi anni e si possa ormai parlare di un mercato ragionevolmente liberalizzato, come rilevato anche nelle analisi specifiche del nostro Indice delle liberalizzazioni. L'uscita dovrà concretizzarsi entro 24 mesi dalla decisione definitiva del Consiglio di Stato, vale a dire entro il luglio 2009. Cioè, dopodomani.

A questo punto, la situazione è la seguente: Cdp è, contemporaneamente, azionista rilevante di Terna e di Enel, ed è costretta a cedere l'una o l'altra per questioni di corretto funzionamento della competizione. Tuttavia, per decisione politica, la necessaria ricapitalizzazione di Enel avverrà proprio per opera della Cdp, allo scopo di evitare che la quota di proprietà pubblica (Tesoro + Cdp, oggi congiuntamento al 30 per cento) scenda sotto la soglia di blocco rendendo scalabile il gruppo (anche se lo sarebbe difficilmente per ragioni di dimensioni). Quale potrebbe essere la via d'uscita? Evidentemente, poiché esiste un fondo, F2I, dedicato proprio alle infrastrutture, e formalmente autonomo da Cdp, che pure ne è socio, il pacchetto di Terna in mano alla Cdp potrebbe essere trasferito a F2I, col risultato di cambiare (formalmente) tutto per non cambiare (sostanzialmente) nulla.

L'alternativa pratica, purtroppo, non sembra migliore (sebbene sia forse più probabile). In omaggio alla "mission" della Cdp, la "banca del governo" potrebbe liberarsi del pacchetto che detiene in Enel, cedendolo al Tesoro. Anche in questo caso, la forma sarebbe salva, ma la sostanza resterebbe immutata: l'elemento davvero fermo, infatti, è che, qualunque cosa accada e in qualunque condizione, lo Stato non rinuncerà al controllo della maggior impresa elettrica del paese, così come non rinuncerà al controllo delle altre compagnie della cui compagine azionaria fa parte, come Eni e Finmeccanica. E ciò a dispetto del fatto che ci sono molti modi, più o meno puliti, in cui un governo può interferire con le scelte strategiche di aziende e azionisti, con o senza la golden share.

Qualunque cosa accada, ammesso che sia una soluzione accettabile dall'Antitrust, ci troveremmo di fronte all'ennesima presa in giro e all'ennesimo tentativo di difendere a ogni costo il controllo pubblico sul mercato.

venerdì 3 aprile 2009

C'era una volta il cap & trade

Sono passati dodici anni da quando il Senato americano approvò all'unanimità la risoluzione Byrd-Hagel che sanciva il no alla ratifica di qualsiasi accordo per la riduzione delle emissioni che non avesse coinvolto anche i Paesi in via di sviluppo. Da allora, nonostante le apparenze, non molto sembra essere cambiato. Martedì scorso, il Senato ha infatti approvato a larghissima maggioranza (89 favorevoli, 48 democratici ed 41 repubblicani, ed 8 contrari) un emendamento al bilancio federale in base al quale qualsiasi provvedimento legislativo relativo volto a limitare le emissioni di gas-serra non dovrà comportare alcun incremento di prezzo per l'elettricità o per la benzina. Il che equivale a dire che nessun provvedimento potrà essere adottato. Il cap&trade in versione americana sembra essere morto prima di nascere.

giovedì 2 aprile 2009

Clima. Il Senato vota il buonsenso

Il Senato ha approvato ieri una mozione presentata, tra gli altri, da Guido Possa, Antonio D'Alì e Cesare Cursi (presidenti delle Commissioni, rispettivamente, Istruzione, Ambiente e Industria) sui cambiamenti climatici. E' stata presentata anche, senza successo, una contromozione, firmata da Roberto della Seta e altri. Cosa dice la mozione? Essenzialmente tre cose: che la scienza del clima è assai più incerta e complessa di come viene presentata nei documenti dell'Unione europea; che l'obiettivo strategico di contenere l'aumento della temperatura media globale entro i 2 gradi centigradi è del tutto al di là delle possibilità di intervento di Bruxelles; che le politiche climatiche dell'Ue rischiano di avere un significativo impatto in termini di costi, ai danni soprattutto dei consumatori, delle fasce deboli della società e della competitività delle nostre imprese. In considerazione di tutto ciò, il governo viene esortato ad assumere una posizione realista sia in sede comunitaria, sia nell'ambito delle negoziazioni internazionali sul clima. Non c'è nulla di stratosferico in queste parole, a meno che non si voglia considerare stratosferico il comune buonsenso. Semmai, si tratta - finalmente e coraggiosamente - della presa di coscienza che il clima, per quanto possa rappresentare un problema nel lungo termine, non può essere oggi la priorità della politica europea, e che soprattutto esso non può essere considerato una variabile indipendente. Le reazioni incredule e rabbiose dei professionisti dell'allarmismo non fanno altro che confermare la bontà di quanto fatto da questa pattuglia di senatori. Ora, il governo italiano ha la legittimazione e l'autorità per avversare con forza la follia comunitaria: avrà il coraggio?