Qualche giorno fa, ho commentato positivamente la notizia che il Senato aveva approvato una mozione proposta da diversi senatori del Pdl, tra cui i presidenti di tre commissioni, che invita alla moderazione sulla politica climatica. La mozione, sostanzialmente, chiede al governo italiano di impegnarsi in Europa e in ogni altra sede rilevante perché le politiche climatiche (a) riconoscano gli aspetti di incertezza scientifica, (b) considerino lo sforzo di adattamento ai mutamenti del clima prioritario rispetto a quello di mitigazione dei cambiamenti climatici stessi, (c) abbandonino la strada radicale ed estremista imboccata con le scelte europee e (d) in particolare vengano totalmente ripensate in relazione agli obiettivi sui biocarburanti.
Al mio post ha risposto, tra gli altri, il senatore del Pd, ed ex presidente di Legambiente, Roberto Della Seta, autore di una contromozione sul clima che è stata discussa (e sconfitta) contestualmente a quella votata dal Senato. Della Seta solleva, essenzialmente, tre punti: (1) La mozione del Pdl è "negazionista"; (2) in ogni caso si inserisce contromano sull'autostrada politica che ha portato molti governi, di sinistra e di destra, dalla Francia di Sarkozy agli Usa di Obama, ad abbracciare la "green revolution"; (3) infine, nell'attuale congiuntura economica gli investimenti verdi possono rappresentare uno dei tasselli per uscire dalla crisi.
Cercherò di spiegare perché non mi trovo d'accordo, concentrandomi principalmente su (2) e (3). Velocemente, invece, su (1): sebbene la mozione del Pdl sia ispirata chiaramente alla convinzione che le "prove" dell'effetto antropogenico sul riscaldamento globale siano insufficienti, non mi sembra che le sue parole possano essere definite "negazioniste". I senatori Pdl, e se è per questo neppure io, non negano che esista un fenomeno di aumento delle temperature, né che le emissioni di origine antropica possano parteciparvi. Negano che il fenomeno sia pienamente compreso e sottolineano che non è né scontato, né acquisito che la componente umana sia dominante rispetto a quella dovuta a cause naturali. Anche in risposta a un altro commento allo stesso post, per un quadro ragionevolmente completo e molto divulgativo della questione segnalo il libro di Guido Visconti, uno dei massimi esperti italiani di clima, Clima estremo. Un'introduzione al tempo che ci aspetta. Per un'analisi più ampia, che tocchi anche gli aspetti politici ed economici della questione, suggerisco invece la lettura dell'agile libretto di Nigel Lawson, Nessuna emergenza clima. Uno sguardo freddo sul riscaldamento globale.
Per quel che riguarda (2) e (3), si tratta di questioni distinte ma complementari. Anzitutto, è vero che le dichiarazioni della maggior parte dei leader politici occidentali, dal presidente americano ai suoi colleghi europei, siano in larga misura allarmistiche sul clima e favorevoli a promuovere massicci investimenti in questa direzione, e in particolare sulla ristrutturazione verde dei nostri sistemi energetici. La stessa politica europea del 20-20-20, su cui il governo italiano ha fatto una forte opposizione anche se non sempre efficace, si ispira a tale convinzione. Tuttavia, la distanza tra le parole e i fatti è abbastanza clamorosa. Per esempio, l'Ue finora ha prodotto più promesse che fatti, visto che le sue politiche non sembrano aver determinato una particolare riduzione delle emissioni dei 27 Stati membri. Unica, significativa eccezione è stato il 2008, anno in cui si è registrato, nei settori coperti dal mercato europeo dei fumi, una grande contrazione, dovuta però in larga misura agli effetti della crisi economica, che ha fatto crollare consumi di energia e produzione industriale. All'atto pratico, l'Italia si è trovata tutt'altro che isolata quando, a dicembre 2008, ha posto il problema della politica europea: perfino la Germania ne ha, seppure sotto traccia, fiancheggiato le posizioni.
Il motivo è direttamente riconducibile a (3), come abbiamo evidenziato sul Washington Times con Gabriel Calzada e Iain Murray: rifondare i nostri sistemi energetici sulle fonti rinnovabili non è un investimento, ma un costo. Se così non fosse, non servirebbero architetture di incentivi tanto complesse e costose come quelle adottate in Europa. Negli stessi Stati Uniti, sotto la retorica ambientalista di Obama si celano obiettivi men che ambiziosi: vale a dire, il semplice raddoppio della produzione rinnovabile (esattamente lo stesso obiettivo raggiunto dall'odiato George W. Bush). In altri casi, la patina verde nasconde una mera politica industriale, come nel caso del salvataggio delle Big 3 di Detroit. La realtà può essere sconfortante, ma il "green deal" difficilmente potrà produrre benefici economici (se non a livello locale: la politica industriale tedesca, attraverso gli obiettivi europei, scarica sui consumatori europei i costi necessari a sostenere l'industria verde nazionale, e in ogni caso è difficilmente replicabile, semplicemente perché quella nicchia è già presidiata da Berlino).
Al che, uno obietta: non contano i benefici economici, perché l'obiettivo è anzitutto ambientale. Forse. Ma se è così, perché allora non lo si dice chiaramente, evitando di illudere i cittadini? E, una volta acquisito questo, perché non si dice chiaramente anche che le politiche europee, in assenza di analoghi sforzi da parte almeno di Usa e paesi Bric, non produrranno alcun beneficio ambientale anche se fossero vere le tesi più allarmiste sul clima?
domenica 5 aprile 2009
I senatori e il clima. Risposta a Della Seta
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7 commenti:
Un articolo che mostra chi ha investito in ambito ecologico.
http://www.economist.com/displayStory.cfm?story_id=13432051
Un altro articolo che mostra che l'Italia è spalleggiata non dalla germania ma da polonia e rep.ceca http://beta.grist.org/article/2009-04-01-italy-berlusconi-climate/
gli "investimenti verdi" , sul lungo perido (piu '100 che 50 anni ) , hanno un ritorno economico nettamente positivo.
si tratta essenzialmente di un problema dei tempi di ritorno dell'investimento .
esempio concreto : il lago d'aral
http://it.wikipedia.org/wiki/Lago_d%27Aral
i sovietici negli anni '60 hanno praticaamente deviato il corso dei fiumi che alimentavano un lago per irrigare dei campi di cotone .solo dopo che il lago si e' asciugato si sono resi conto che "L'impatto ambientale sulla fauna lacustre è stato devastante. Il vento che spira costantemente verso E/SE trasporta la sabbia, salata e tossica per i pesticidi, ha reso inabitabile gran parte dell'area e le malattie respiratorie e renali hanno un'incidenza altissima sulla popolazione locale. Le polveri sono arrivate fino su alcuni ghiacciai dell'Himalaya."
pero, negli anni 70 e nei primi anni 80 avevano il lago e il cotone . ora le popolazioni locali si sono resi conto dell 'errore , ma e' troppo tardi per tornare indietro , visto che il cotone ha arrichisce altri che non hanno nessuna intenzione di restiutirgli l'acqua . il probleema e' che nel caso di un collasso globale, ho la netta sensazione che la situazione potrebbe degenerare (socialmente intendo ).
Mat,la Germania ha ufficialmente affossato il piano originario del 20-20-20 che lei stessa aveva contribuito a varare. Basta seguire il dibattito politico tedesco per accorgrsene.
La Germania, in particolare prima del Consiglio europeo di dicembre era riportata da diverse fonti giornalistiche specializzate non essere più allineata sul 20-20-20 e quindi incline a spalleggiare l?Italia.
I paesi dell'est (mi si permetta questa dicitura) erano invece contrari al piano ETS, non tanto al 20-20-20.
Io sono fermamente convinto che gli investimenti green sulle tecnologie rinnovabili non siano NE un investimento NE un costo.
Sono UNA ASSICURAZIONE.
Tutte le assicurazioni sono un costo.
Tutte le assicurazioni sono un investimento, prezioso, se dovessero mai servire.
Lei sig.Stagnaro, ci sta illudendo che non abbiamo bisogno di assicurazioni, ma che lo sviluppo della civiltà è "sicuro" così com'è, non è necessario quindi alcuno strumento di protezione.
Anche colui che ha viaggiato tanti km, la pensava così, pochi metri prima di raggiungere il muro.
E il muro non può non vederlo, è li davanti a lei, non possiamo ignorarlo, si chiama "limite dello sviluppo", e potremmo averlo superato già da un pezzo.
Pertanto, la invito a cambiare le sue posizioni un po miopi e scolastiche, ed affrontare il vero nodo della questione. Come confezionare questa assicurazione, se non con le rinnovabili, con che ?
Ah già, lei ancora crede che il nucleare possa dare un contributo significativo, e che valutare un investimento in base al suo EROEI è solo propaganda di cassandre e menagrami.
Vorrei tanto mi rispondesse su questo. Cordiali saluti.
Marantz, che siano un' "assicurazione" non tocca a te stabilirlo, nè ad un governo. Se lo sono davvero, non c'è bisogno di preoccuparsi, il mercato saprà approfittarne e vivremo presto liberi e felici con turbine eoliche di fronte a casa, pannelli solari sui balconi e via di seguito...
Mi sembra che lei si stia nascondendo dietro un dito... sinceramente.
L'unica verità è che investire nella Green Economy conviene, basta guardare chi oggi investe nel settore.
Gli investimenti verdi, inoltre, fanno bene all'ambiente, del resto questo post si intitola Realismo Energetico...
Poi se vuole può continuare ad arrampicarsi sugli specchi per giustificare una linea politica sinceramente poco condivisibile.
m.mitidieri@gmail.com
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