venerdì 17 aprile 2009

Vincenzi-Chiamparino 1-0. Perde il mercato

La fusione tra Iride ed Enìa darà vita all'ennesimo carrozzone pubblico. Il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, ha ceduto alle pressioni del primo cittadino genovese, Marta Vincenzi, che vuole inserire a tutti i costi nello statuto del nuovo gruppo (e non solo nei patti parasociali che legano i due principali azionisti) una clausola secondo cui il 51 per cento del capitale deve restare in mani pubbliche. Chiamparino aveva più volte sottolineato come fosse interesse della società crescere e crescere bene, e che coerentemente i comuni avrebbero dovuto comportarsi da azionisti disposti a diluire il proprio controllo, pur di partecipare a un'impresa più solida e più forte. Purtroppo, Vincenzi e la sua maggioranza si sono impuntati, e adesso alcune voci (riferite da Quotidiano Energia) raccontano che Torino avrebbe solo apparentemente gettato la spugna, essendo in realtà pronta a mandare tutto all'aria per, si direbbe se fosse un matrimonio, incompatibilità caratteriale. Le tensioni tra i due comuni arrivano al termine di un'esperienza non proprio di successo, visto che Iride ha avuto seri problemi di governance, e si aggiungono al disastro di A2A e al terremoto dentro Acea, che hanno spinto molti - tra gli altri, Carlo Scarpa e Goffredo Galeazzi - a denunciare il ritorno del "neosocialismo municipale", che per la verità non se ne era mai andato. Il problema è che non solo la partecipazione degli enti pubblici all'azionariato delle utilities crea enormi problemi, se non altro potenziali, visto il ruolo che tali enti hanno nella regolazione dei monopoli tecnici che, non di rado, sono verticalmente integrati nelle municipalizzate stesse, ma anche, a questo punto, attuali. Se i comuni non volessero esercitare in modo pesante e invasivo il loro peso - come hanno fatto Roma con Acea, e Milano-Brescia con A2A - non avrebbero motivo di mettere a repentaglio operazioni industriali che tutti ritengono, teoricamente almeno, utili e sensate. Il problema è che i comuni non vogliono solo i dividendi (cosa pure tutt'altro che limpida), ma pretendono di disporre liberamente delle nomine sulle poltrone che contano (e che sono ben retribuite) e, presumibilmente, delle strategie aziendali. Se gli attori giocano col guinzaglio, al tempo stesso subendo abusi e godendo di privilegi da parte dei loro azionisti, come si può credere o pretendere che la concorrenza funzioni?

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